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Poesie di questo tema

Fede, spiritualità e religione

Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni

Il Nome di Maria

Tacita un giorno a non so qual pendice
Salia d’un fabbro nazaren la sposa;
Salia non vista alla magion felice
D’una pregnante annosa;

E detto salve a lei, che in reverenti
Accoglienze onorò l’inaspettata,
Dio lodando, esclamò: Tutte le genti
Mi chiameran beata.

Deh! con che scherno udito avria i lontani
Presagi allor l’età superba! Oh tardo
Nostro consiglio! oh degl’intenti umani
Antiveder bugiardo!

Noi testimoni che alla tua parola
Ubbidiente l’avvenir rispose,
Noi serbati all’amor, nati alla scola
Delle celesti cose,

Noi sappiamo, o Maria, ch’Ei solo attenne
L’alta promessa che da Te s’udìa,
Ei che in cor la ti pose: a noi solenne
È il nome tuo, Maria.

A noi Madre di Dio quel nome sona:
Salve beata! che s’agguagli ad esso
Qual fu mai nome di mortal persona,
O che gli vegna appresso?

Salve beata! in quale età scortese
Quel sì caro a ridir nome si tacque?
In qual dal padre il figlio non l’apprese?
Quai monti mai, quali acque

Non l’udiro invocar? La terra antica
Non porta sola i templi tuoi, ma quella
Che il Genovese divinò, nutrica
I tuoi cultori anch’ella.

In che lande selvagge, oltre quai mari
Di sì barbaro nome fior si coglie,
Che non conosca de’ tuoi miti altari
Le benedette soglie?

O Vergine, o Signora, o Tuttasanta,
Che bei nomi ti serba ogni loquela!
Più d’un popol superbo esser si vanta
In tua gentil tutela.

Te, quando sorge, e quando cade il die,
E quando il sole a mezzo corso il parte,
Saluta il bronzo che le turbe pie
Invita ad onorarte.

Nelle paure della veglia bruna,
Te noma il fanciulletto; a Te, tremante,
Quando ingrossa ruggendo la fortuna,
Ricorre il navigante.

La femminetta nel tuo sen regale
La sua spregiata lacrima depone,
E a Te beata, della sua immortale
Alma gli affanni espone;

A Te che i preghi ascolti e le querele,
Non come suole il mondo, nè degl’imi
E de’ grandi il dolor col suo crudele
Discernimento estimi.

Tu pur, beata, un dì provasti il pianto;
Nè il dì verrà che d’oblianza il copra;
Anco ogni giorno se ne parla; e tanto
Secol vi corse sopra.

Anco ogni giorno se ne parla e plora
In mille parti; d’ogni tuo contento
Teco la terra si rallegra ancora,
Come di fresco evento.

Tanto d’ogni laudato esser la prima
Di Dio la Madre ancor quaggiù dovea;
Tanto piacque al Signor di porre in cima
Questa fanciulla ebrea.

O prole d’Israello, o nell’estremo
Caduta, o da sì lunga ira contrita,
Non è Costei, che in onor tanto avemo,
Di vostra fede uscita?

Non è Davidde il ceppo suo? Con Lei
Era il pensier de’ vostri antiqui vati,
Quando annunziaro i verginal trofei
Sopra l’inferno alzati.

Deh! a Lei volgete finalmente i preghi,
Ch’Ella vi salvi, Ella che salva i suoi;
E non sia gente nè tribù che neghi
Lieta cantar con noi:

Salve, o degnata del secondo nome,
O Rosa, o Stella ai periglianti scampo;
Inclita come il sol, terribil come
Oste schierata in campo.
Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni

La Pentecoste

Madre de’ Santi; immagine
Della città superna;
Del Sangue incorruttibile
Conservatrice eterna;

Tu che, da tanti secoli,
Soffri, combatti e preghi;
Che le tue tende spieghi
Dall’uno all’altro mar;
Campo di quei che sperano;
Chiesa del Dio vivente;
Dov’eri mai? qual angolo
Ti raccogliea nascente,
Quando il tuo Re, dai perfidi
Tratto a morir sul colle,
Imporporò le zolle
Del suo sublime altar?
E allor che dalle tenebre
La diva spoglia uscita,
Mise il potente anelito
Della seconda vita;
E quando, in man recandosi
Il prezzo del perdono,
Da questa polve al trono
Del Genitor salì;
Compagna del suo gemito,
Conscia de’ suoi misteri,
Tu, della sua vittoria
Figlia immortal, dov’eri?
In tuo terror sol vigile,
Sol nell’obblio secura,
Stavi in riposte mura,
Fino a quel sacro dì,
Quando su te lo Spirito
Rinnovator discese,
E l’inconsunta fiaccola
Nella tua destra accese;
Quando, segnal de’ popoli,

Ti collocò sul monte,
E ne’ tuoi labbri il fonte
Della parola aprì.
Come la luce rapida
Piove di cosa in cosa
E i color vari suscita
Dovunque si riposa:
Tal risonò moltiplice
La voce dello Spiro:
L’Arabo, il Parto, il Siro
In suo sermon l’udì.
Adorator degl’idoli,
Sparso per ogni lido,
Volgi lo sguardo a Solima,
Odi quel santo grido:
Stanca del vile ossequio,
La terra a Lui ritorni:
E voi che aprite i giorni
Di più felice età,
Spose che desta il subito
Balzar del pondo ascoso;
Voi già vicine a sciogliere
Il grembo doloroso;
Alla bugiarda pronuba
Non sollevate il canto,
Cresce serbato al Santo
Quel che nel sen vi sta.
Perchè, baciando i pargoli,
La schiava ancor sospira?
E il sen che nutre i liberi
Invidïando mira?
Non sa che al regno i miseri
Seco il Signor solleva?

Che a tutti i figli d’Eva
Nel suo dolor pensò?
Nova franchigia annunziano
I cieli, e genti nove;
Nove conquiste, e gloria
Vinta in più belle prove;
Nova, ai terrori immobile
E alle lusinghe infide,
Pace, che il mondo irride,
Ma che rapir non può.
O Spirto! supplichevoli
A’ tuoi solenni altari;
Soli per selve inospite;
Vaghi in deserti mari;
Dall’Ande algenti al Libano,
D’Erina all’irta Haiti,
Sparsi per tutti i liti,
Uni per Te di cor,
Noi T’imploriam! Placabile
Spirto discendi ancora,
A’ tuoi cultor propizio,
Propizio a chi T’ignora;
Scendi e ricrea; rianima
I cor nel dubbio estinti;
E sia divina ai vinti
Mercede il vincitor.
Discendi Amor; negli animi
L’ire superbe attuta:
Dona i pensier che il memore
Ultimo dì non muta:
I doni tuoi benefica,
Nutra la tua virtude;
Siccome il sol che schiude

Dal pigro germe il fior;
Che lento poi sull’umili
Erbe morrà non côlto,
Nè sorgerà coi fulgidi
Color del lembo sciolto,
Se fuso a lui nell’etere
Non tornerà quel mite
Lume, dator di vite,
E infaticato altor.
Noi T’imploriam! Ne’ languidi
Pensier dell’infelice
Scendi piacevol alito,
Aura consolatrice:
Scendi bufera ai tumidi
Pensier del violento;
Vi spira uno sgomento
Che insegni la pietà.
Per Te sollevi il povero
Al ciel, ch’è suo, le ciglia,
Volga i lamenti in giubilo,
Pensando a Cui somiglia:
Cui fu donato in copia,
Doni con volto amico,
Con quel tacer pudico,
Che accetto il don ti fa.
Spira de’ nostri bamboli
Nell’ineffabil riso:
Spargi la casta porpora
Alle donzelle in viso;
Manda alle ascose vergini
Le pure gioie ascose,
Consacra delle spose
Il verecondo amor.

Tempra de’ baldi giovani
Il confidente ingegno;
Reggi il viril proposito
Ad infallibil segno;
Adorna la canizie
Di liete voglie sante;
Brilla nel guardo errante
Di chi sperando muor.
Dante Alighieri

Dante Alighieri

L’empireo. san bernardo e beatrice

In forma dunque di candida rosa
mi si mostrava la milizia santa
che nel suo sangue Cristo fece sposa;
ma l’altra, che volando vede e canta
la gloria di Colui che la innamora,
e la bontà che la fece cotanta,
sì come schiera d’api che s’infiora
una fiata ed una si ritorna
là dove suo lavoro s’insapora,
nel gran fior discendeva che s’adorna
di tante foglie, e quindi risaliva
là dove il suo Amor sempre soggiorna.
Le facce tutte avean di fiamma viva,
e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco,
che nulla neve a quel termine arriva.
Quando scendean nel fior, di banco in banco,
porgevan della pace e dell’ardore,
ch’egli acquistavan ventilando il fianco.
Nè lo interporsi tra il disopra e il fiore
di tanta plenitudine volante
impediva la vista e lo splendore;
chè la luce divina è penetrante
per l’universo secondo ch’è degno
sì che nulla le puote essere ostante.
Questo sicuro e gaudioso regno,
frequente in gente antica ed in novella,
viso ed amore avea tutto ad un segno.
O Trina Luce, che, in Unica Stella
scintillando a lor vista sì gli appaga,
guarda quaggiuso alla nostra procella!
Se i barbari, venendo da tal plaga,
che ciascun giorno d’Elice si cuopra
rotante col suo figlio ond’ella è vaga,
vedendo Roma e l’ardua sua opra,
stupefaciensi quando Laterano
alle cose mortali andò di sopra;
io, che al divino dall’umano,
all’eterno dal tempo era venuto,
e di Fiorenza in popol giusto e sano,
di che stupor dovea esser compiuto!
Certo tra esso e il gaudio mi facea
libito non udire e starmi muto.
E quasi peregrin che si ricrea
nel tempio del suo voto riguardando,
e spera già ridir convello stea;
sì per la viva luce passeggiando,
menava io gli occhi per li gradi,
mo su, mo giù, e mo ricirculando.
Vedea di carità visi suadi,
d’altrui lume fregiati e del suo riso,
ed atti ornati di tutte onestadi.
La forma general di Paradiso
già tutta mio sguardo avea compresa,
e in nulla parte ancor fermato il viso;
e volgeami con voglia riaccesa
per domandar la mia donna di cose
di che la mente mia era sospesa.
Uno intendea, ed altro mi rispose;
credea veder Beatrice, e vidi un sene
vestito con le genti gloriose.
Diffuso era per gli occhi e per le gene
di benigna letizia, in atto pio,
quale a tenero padre si conviene.
Ed, “ Ella ov’è? ” di subito diss’io;
ond’egli: “A terminar lo tuo disiro
mosse Beatrice me del loco mio;
e se riguardi su nel terzo giro
del sommo grado, tu la rivedrai
nel trono che i suoi merti le sortiro.”
Senza risponder gli occhi su levai,
e vidi lei che si facea corona,
riflettendo da sè gli eterni rai.
Da quella region che più su tuona,
occhio mortale alcun tanto non dista,
qualunque in mare più giù s’abbandona,
quanto Îì da Beatrice la mia vista;
ma nulla mi facea che sua effige
non discendeva a me per mezzo mista.
“O donna in cui la mia speranza vige,
e che soffristi per la mia salute
in Inferno lasciar le tue vestige,
di tante cose quante io ho vedute,
dal tuo potere e dalla tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.
Tu ny’hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutti i modi
che di ciò fare avei la potestate.
La tua magnificenza in me custodi
sì, che l’anima mia, che fatta hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi.”
Così orai; ed ella, sì lontana
come parea, sorrise e riguardommi;
poi si tornò all’Eterna Fontana.
E il santo sene: “ Acciò che tu assommi
perfettamente,” disse, “ il tuo cammino,
a che prego ed amor santo mandommi,
vola con gli occhi per questo giardino;
chè veder lui t’acconcerà lo sguardo
più al montar per lo raggio divino.
E la Regina del cielo, ond’io ardo
tutto d’amor, ne farà ogni grazia;
però chio sono il suo fedel, Bernardo.”
Qual’è colui che forse di Croazia
viene a veder la Veronica nostra,
che per l’antica fama non si sazia,
ma dice nel pensier, finchè si mostra:
“ Signor mio Gesù Cristo, Dio verace,
or fu sì fatta la sembianza vostra?”
Tale era io mirando la vivace
carità di colui, che in questo mondo,
Dante Alighieri

Dante Alighieri

Piccarda

Quali per vetri trasparenti e tersi,
o ver per acque nitide e tranquille,
non sì profonde che i fondi sien persi,
tornan dei nostri visi le postille
debili sì, che perla in bianca fronte,
non vien men tosto alle nostre pupille;
tali vid’io più facce a parlar pronte:
per chio dentro all’error contrario corsi
a quel ch’accese amor tra l’uomo e il fonte.
Subito sì comvio di lor m’accorsi,
quelle stimando specchiati sembianti,
per veder di cui fosser gli occhi torsi;
e nulla vidi e ritorsili avanti
dritti nel lume della dolce guida,
che, sorridendo, ardea negli occhi santi.
“Non ti maravigliar perché’io sorrida,”
mi disse, “ appresso il tuo pueril coto,
poi sopra il ver ancor lo piè non fida,
ma ti rivolve, come suole, a voto;
vere sustanzie son ciò che tu vedi,
qui rilegate per manco di voto.
Però parla con esse, ed odi, e credi;
chè la Verace Luce che le appaga,
da sè non lascia lor torcere i piedi.”
Ed io all’ombra che parea più vaga
di ragionar, drizza’ mi, e cominciai,
quasi com’uom cui troppa voglia smaga:
“O ben creato spirito, che a’ rai
di vita eterna la dolcezza senti,
che, non gustata, non s’intende mai,
grazioso mi fia, se mi contenti
del nome tuo e della vostra sorte.”
Ond’ella pronta e con occhi ridenti:
“La nostra carità non serra porte
a giusta voglia, se non come Quella
che vuol simile a Sè tutta sua cotte.
To fui nel mondo vergine sorella;
e se la mente tua ben si riguarda,
non mi ti celerà l’esser più bella;
ma riconoscerai ch’io son Piccarda,
che, posta qui con questi altri beati,
beata sono in la spera più tarda.
Li nostri affetti, che solo infiammati
son nel piacer dello Spirito Santo,
letizian del suo ordine formati.
E questa sorte che par giù cotanto
però n’è data, perchè fur negletti
li nostri voti, e voti in alcun canto.”
Ond’io a lei: “Nei mirabili aspetti
vostri risplende non so che divino,
che vi tramuta dai primi concetti.
Però non fui a rimembrar festino;
ma or m’aiuta ciò che tu mi dici,
sì che raffigurar m’è più latino.
Ma dimmi: Voi, che siete qui felici,
desiderate voi più alto loco
per più vedere, o per più farvi amici? ”
Con quell’alt’ombre pria sorrise un poco;
da indi mi rispose tanto lieta,
ch’arder parea d’amor nel primo foco:
“Frate, la nostra volontà quieta
virtù di carità, che fa volerne
sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.
Se disiassimo esser più superne,
foran discordi li nostri disiri
dal voler di Colui che qui ne cerne;
che vedrai non capere in questi giri,
s’essere in caritade è qui necesse,
e se la sua natura ben rimiri;
anzi è formale ad esto beato esse
tenersi dentro alla divina voglia,
perché’una fansi nostre voglie stesse,
Sì che, come noi sem di soglia in soglia
per questo regno, a tutto il regno piace,
com’allo re che ’n suo voler ne invoglia.
In la sua voluntade è nostra pace:
ella è quel mare al qual tutto si muove
ciò cl’ella cria e che natura face.”
Chiaro mi fu allor com’ogni dove
in cielo è paradiso, e sì la grazia
del sommo ben d’un modo non vi piove.
Ma sì com’egli avvien che un cibo sazia,
e d’un altro rimane ancor la gola,
che quel si chere e di quel si ringrazia;
così fec’io con atto e con parola,
per apprender da lei qual fu la tela
onde non trasse insino al cò la spola.
“ Perfetta vita ed alto metto inciela
donna più su,” mi disse, “alla cui norma
nel vostro mondo giù si veste e vela,
perchè infino al morir si vegli e dorma
con quello sposo ch’ogni voto accetta
che caritate a suo piacer conforma.
Dal mondo, per seguirla, giovinetta
fuggi’ mi, e nel suo abito mi chiusi,
e promisi la via della sua setta.
Uomini poi, a mal più ch’a ben usi,
fuor mi rapiron della dolce chiostra;
Dio lo si sa qual poi mia vita fusi.
E quest’altro splendor, che ti si mostra
dalla mia destra patte, e che s’accende
Giacomino da Verona

Giacomino da Verona

De Babilonia civitate infernali

La cità è granda et alta e longa e spessa,
plena d’ogna mal e d’ognunca grameça:
li sancti tuti el diso, per fermo e per certeça,
ka ki là dentro à entrar, no ’d’ àlo ensiro en freça.

En l{o} profundo de inferno sì e colocaa,
de raxa e de solfero sempro sta abrasaa:
se quanta aqua è en maro entro ge fos çetaa,
encontinento ardria sì com’ cera colaa.

Per meço ge corro aque entorbolae,
amare plui ke fel e de venen mesclae,
d’ortig[h]e e de spine tute circundae,
agute cum’ cortegi e taient plu ke spae.

Sovra la cità è fato un cel reondo
d’açal e de ferro, d’andranego e de bronço,
de saxi e de monti tuta muraa d’atorno
açò k’el peccaor çamai no se’n retorno.

Sovra sì è una porta cun quatro guardïan,
Trifon e Macometo, Barachin e Sathàn,
li quali è tanto enoiusi e crudeli e vilan
ke dolentri quelor ke g’andarà per man.

Ancora su la porta sì è una tor molt alta,
su la quala sì sta una soa scaraguaita,
la qual nui’ om ke sia çamai trapassar laga
per tute le contrae, ke lì venir no’l faça.

E ben è fera consa e granda meraveia
k’ella no dormo mai, mo tuto ’l tempo veia,
façando dì e noito a li porter ensegna
k’igi no laxo andar la soa çento ramenga.

E po’ da l’altra parto sempro ge dis e cria:
"Guardai ke entro vui no regno traitoria.
Tegnì seraa la porta e ben guardaa la via,
ke de la nostra çente nexun se’n scampo via.

Mo ki verà a vui, com’el fos un gran conto,
encontro ge corì con molto alegro fronto,
la porta ge sia averta et abassao lo ponto,
e poi el metì en cità cun canti e cun trïumpho.

Mai al re Lucifèr sì lo fai asaver,
açò k’el se percaço de farge proveer
d’un tenebroso logo là o’ ’l deba çaser,
segundo k’el è degno e merito d’aver".

O miser si cativo, dolento, maleeto,
quelui ch’a tal onor firà là dentro meso!
De vui no voio dir, mo eo ben ge’l prometo,
k’eo no de’ lo laudar s’el no se lauda ensteso.

Mo ben me’l manifesta la mento e lo cor meo,
s’el no mento la leço de l’alto segnor Deo,
k’el g’à parir quel logo tanto crudel e reo
k’el no se n’à laudar a le fine de dreo.

K’el no serà çà dentro uncana tanto tosto
cum’ igi g’à ligar le mane e {l}i pei poi el doso,
e poi l’à presentaro a lo re de la morto,
sença remissïon batandol molto forto;

lo qual s’à far veniro un perfido ministro,
ke l’à metro in prexon, segundo k’el è scrito,
en un poço plui alto k’el cel n’è da l’abisso,
per esro lì tutore tormentao et aflicto.

La puça e sì granda ke n’exo per la boca,
ka eo volervel dir tuto seria negota,
ké l’om ke solamentre l’aproxima né ’l toca
çamai per nexun tempo non è livro d’angossa.

Mai no fo veçù unca per nexun tempo
logo né altra consa cotanto puçolento,
ké millo meia e plu da la longa se sento
la puça e lo fetor ke d’entro quel poço enxo.

Asai g’è là çó bisse, liguri, roschi e serpenti,
vipere e basalischi e dragoni mordenti:
agui plui ke rasuri taia l’ong[l]e e li denti,
e tuto ’l tempo manja e sempr’ è famolenti.

Lì è li demonii cun li grandi bastoni,
ke ge speça li ossi, le spalle e li galoni,
li quali è cento tanto plu nigri de carboni,
s’el no mento li diti de li sancti sermoni.

Tant à orribel volto quella crudel compagna,
k’el n’ave plu plaser per valle e per montagna
esro scovai de spine da Roma enfin en Spagna
enanço k’encontrarne un sol en la campagna.

Ked i çeta tutore, la sera e la doman,
fora per mei’ la boca crudel fogo çamban,
la testa igi à cornua e pelose le man,
et urla como luvi e baia como can.

Ma poi ke l’omo è lì e igi l’à en soa cura,
en un’aqua lo meto k’è de sì gran fredura
ke un dì ge par un anno, segundo la scriptura,
enanço k’eli el meta en logo de calura.

E quand ell’ è al caldo, al fredo el voravo esro,
tanto ge pare ’l dur, fer, forto et agresto,
dond el non è mai livro per nexun tempo adeso
de planto e de grameça e de gran pena apresso.

Staganto en quel tormento, sovra ge ven un cogo,
çoè Balçabù, de li peçor del logo,
ke lo meto a rostir, com’un bel porco, al fogo,
en un gran spe’ de fer per farlo tosto cosro.

E po’ prendo aqua e sal e caluçen e vin
e fel e fort aseo e tosego e venin
e sì ne faso un solso ke tant e bon e fin
ca ognunca cristïan sì ’n guardo el Re divin.

A lo re de l’inferno per gran don lo trameto,
et el lo guarda dentro e molto cria al messo:
"E’ no ge ne daria" ço diso "un figo seco,
ké la carno è crua e ’l sango è bel e fresco.

Mo tornagel endreo vïaçament e tosto,
e dige a quel fel cogo k’el no me par ben coto,
e k’el lo debia metro col cavo en çó stravolto
entro quel fogo ch’ardo sempromai çorno e noito.

E stretament ancor dige da la mia parto
k’el no me’l mando plui, mo sempro lì lo lasso,
né no sia negligento né pegro en questo fato,
k’el sì è ben degno d’aver quel mal et altro".

De ço k’el g’e mandà no ge desplase ’l miga,
mai en un fogo lo meto, ch’ardo de sì fer’ guisa
ke quanta çent è al mondo ke soto lo cel viva,
no ne poria amorçar pur sol una faliva.

Mai no fo veçù, né mai no se verà,
sì grando né sì fer cum’ quel fogo serà:
aoro né arçento né castel né cità
non à scampar quelor k’en li peccai morà.
Giacomino da Verona

Giacomino da Verona

Gerusalemme celeste

Tuta emprimament, de cerca è muraa,
e ’n quatro cantoni la terra edificaa;
tant è alti li muri com’è longa e laa,
de prée preciose de soto è fundaa.

Per zascaun canton sí è tre belle porte,
clare plu ke stelle et alte, longhe e grosse;
de margarite e d’or ornae è le soe volte,
né peccaor no g’entra, sí grand è le soe forze,

Li merli è de cristallo, li corraor d’or fin,
e li su sta per guarda un angel kerubin
cun una spaa en man k’è de fogo divin,
e corona à en cò tuta de iacentin:

lo qual no ge lassa andar là nuia zent,
vegnir tavan né mosca né bixa né serpent,
né losco né asirao né alguna altra zent
ke a quella cità pos’esro nociment.

Le vie e le plaze, li senteri e le strae,
d’oro e d’ariento e de cristallo è solae;
alleluia canta per tute le contrae
li angeli del celo cun le Vertú beae.

La scritura el diso, lo testo e la glosa,
ke le case e li alberghi ke là dentro se trova
tant è-gi preciosi et amirabel ovra
ke nexun lo pò dir ke soto ’l cel se trova;

La clarità è tanta k’Elo reten en si,
ke noito no ge ven, mo sempro ge sta dí:
né nuvolo né nebla, segundo ke fa qui,
zamai no pò oscurar la clarità de lí.

Le aque e le fontane ke cor per la cità
plu è belle d’arzent e ke n’è or colà;
per fermo l’abiai: quelor ke ne bevrà
zamai no à morir, né seo plui no avrà.

Ancora: per mezo un bel flumo ge cór,
lo qual è circundao de molto gran verdor,
d’àlbori e de zigi e d’altre belle flor,
de rose e de viole, ke rendo grando odor.

Clare è le soe unde plu de lo sol lucento,
menando margarite ed or fin ed arzento
e prée preciose sempromai tuto ’l tempo,
someiente a stelle k’è poste él fermamento.

De le qual zascauna sí à tanta vertú
k’ele fa retornar l’om veclo en zoventú,
e l’omo k’è mil’ agni él monument giasú
a lo so tocamento vivo e san leva su.

Ancora: li fruiti de li àlbori e dei prai
li quai da pe’ del flumo per la riva è plantai,

a lo so gustamento se sana li amalai;
e plu è dulzi ke mel né altra consa mai.

D’oro e d’ariento è le foie e li fusti
de li àlbori ke porta quisti sí dulzi fruiti,
floriscando en l’ano doxo vexende tuti,
né mai no perdo foia né no deventa suti.

Zascaun per sí è tanto redolento
ke millo meia e plu lo so odor se sento,
dondo la cità, tuta, de fora e dentro,
par che sia plena de cendamo e de mento.

Kalandrie e risignoli et altri begi oxegi
zorno e noito canta sovra quigi arboselli,
fazando li versi plu preciosi e begi
ke no fa viole, trote né celamelli.

Lasú è sempro virdi li broli e li verzer
en li quai se deporta li sancti cavaler,
li quali no à mai cura né lagno né penser
se non de benedir lo Creator del cel;

lo qualo è ’n mezo lor sí se’ su un tron reondo,
e li angeli e li santi tuti Ge sta de longo,
laudando dí e noito lo So amirabel nomo
per lo qual se sosten la zent en questo mondo.
Giovanni Giudici

Giovanni Giudici

Aspirazioni

Poi che non scorgo via d’uscita
Nel lume di questa vita

In te rifugio il triste orgoglio
Spessore di questo foglio

E nella mente mi assottiglio?
Microbo figlio di figlia d’un figlio

Specchio del nostro doppio io
Ti dò del tu ti chiamo dio?

Dio del fratto e dell’intero
Dio del rotondo zero

Dio della lingua dio del muto
Dio del groppo e dio del buco

Dio del suo gelo dio del sole
Dio delle nelle mie parole

Dio dell’acme e del declino
Dio che viaggi il mio destino

Dio del no dio che si dona
Dio ragione che sragiona

Dio del suo cuore e dio del ventre
Dio che il mio pregare offende
Dio del nada dio del todo
Dio del muro e dio del chiodo

Dio che cammini la tua ombra
Dio che cresci nella tomba

Dio della pasqua sola e stretta
Nella remota cameretta

Dio d’ogni tenero interstizio
Dio del canto nel supplizio?

Dio della carne dio scarnito
Dio fiore dio ermafrodito

Dio del pistillo e dello stame
Dio dell’essenza e del letame

Dio neoplasma dio del corpo
Dio dello spermio e dell’aborto

Dio del molle e dio del duro
Dio borsa e coda del canguro

Dio del latte e di taverna
Mi deus pax sempiterna?

Dio del fiele e della panna
Dio della monna e della mamma

Dio del bel pianto traditore
Dio della bocca dio d’afrore!

Dio del suo vello’ che nascondi
L’opposta luna dei suoi lombi

Dio del grembo dio del mare
Che mi guidasti a navigare

Dio nostra stella solitaria
E dio del fumo dio dell’aria
Dio con te stesso ricongiunto
Nel vano punto del tuo punto?

O via improbabile d’uscita
Dal buio d’una scissa vita

Tra recto e verso in te filtrando
Nel deserto del tuo bianco

Portaci al tuo riposto covo
Tra guscio e pelle intatto uovo

Dove di noi sorride e sta
La minima tua verità
Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli

E’ bramerebbe sempre il suo Mugnone

E’ bramerebbe sempre il suo Mugnone
o il suo Galluzzo, in cui vivea mendico
dando per ogni bruco una canzone.

O frate Paulo, in verità ti dico
che meglio al bosco un vermicciòl gli aggrada
che in gabbia un alberello di panico.

Lasciali andare per la loro strada
cantando laudi, il bel mese di maggio,
odorati di sole e di rugiada!

A’ miei frati minori il mio retaggio
lascia! la dolce vita solitaria,
i monti, la celluzza sur un faggio,

il chiostro con la gran cupola d’aria! ”

(Cap. VIII)
Come il Santo partendosi da Paulo,
che pur bramava sì piccola cosa, disse a lui
una grande parola.
Partiva, rialzando ora il cappuccio:
chè con l’ignuda Povertà tranquilla
Paulo avea pace dopo il breve cruccio.

Lasciava Paulo, al suono d’una squilla
lontana, quando quel tremolìo d’ale
d’uccello vide nella sua pupilla.

Ne lagrimò, chè ben sapea che male
non era in quel desìo povero e vano,
ch’unico aveva il fratel suo mortale.

Venìa quel suono fievole e lontano
di squilla, lì dai monti, da un convento
che Paulo vi avea messo di sua mano.

Veniva il suono or sì or no col vento,
dai monti azzurri, per le valli cave;
e cullava il paese sonnolento.

Santo Francesco sussurrò: “ Di’ Ave
Maria”; poi senza ripiegar gli steli
movea sull’erba, e pur dicea soave:

“ Sei come uccello ch’uomini crudeli
hanno accecato, o dolce frate uccello!
E cerchi il sole, e ne son pieni i cieli,

e cerchi un chicco, e pieno è l’alberello.”

(Cap. IX)
Come il Santo gli mostrò
che gli uccelli che Paulo aveva dipinti, erano veri
e vivi anch’essi, e suoi sol essi.
Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli

Suor Virginia

Dormivano. Sì: anche la sorella
piccina. Era composta, era coperta.
Suor Virginia tornò nella sua cella.

Tornò lasciando la finestra aperta
a quel lontano canto, a quel lontano
bau bau di cane ch’era sempre all’erta;

aperta a quello scalpicciar pian piano
d’uomini o foglie, a quel trillar d’un grillo,
che poi taceva sotto un piede umano...

Dormivano. Il lor cuore era tranquillo.
La suora si svestì, così leggiera,
ch’udì per terra il picchio d’uno spillo.

S’addormentava. - Tum tum tum... Che era?
E suor Virginia si levò seduta
sul letto, mormorando una preghiera.

Ella ascoltò: la piccola battuta
venìa di là. Si mise anche una volta
lo scapolare. Entrò. Riguardò muta.

No. L’una e l’altra si tenea raccolta
al dolce sonno. Non avean bisogno
di lei. La bimba s’era, sì, rivolta

sul cuore; all’altra; a ragionarci in sogno.

iv

Tornò, comprese. Avea bussato il Santo.
Era venuto il tempo di lasciare
il suo cantuccio in questa Val di pianto.

A quel Santo ogni sera essa all’altare
dicea tre pater. Egli non ignora
nell’ampia terra il nostro limitare.

Poi ch’egli va, pascendo il gregge ancora,
come allora; e devia dalla sua strada
per dire a questo o quello ospite: È l’ora.

Egli è notturno come la rugiada.
E viene, e bussa fin che il sonnolento
pellegrino non s’alza e non gli bada.

Egli era, dunque, entrato nel convento
per rivelarle l’ora del trapasso.
Picchiò. Poi stava ad aspettare attento.

Ella sentito non ne aveva il passo,
perchè va scalzo. Su la soglia trita
certo aspettava col cappuccio basso.

Suor Virginia il fardello della vita
doveva fare: il cielo era già rosso:
il suo fardello. Tra le ceree dita

prese il rosario col suo teschio d’osso.

v

E vennero le morte undicimila
vergini, con le lampade fornite
d’olio odoroso; camminando in fila;

di bianco lino, come lei, vestite;
nelle pallide conche d’alabastro
portando accese le lor dolci vite;

passando, sì che in breve erano un nastro
bianco, ondeggiante, a un alito, pian piano,
nel cielo azzurro tra la terra e un astro;

passando, come gli Ave a grano a grano
d’una corona. E le dicean parole
di sotto il giglio che teneano in mano.

Aveva ognuna, su le bianche stole,
l’orma di sangue della sua tortura.
Anch’ella, al cuore. Le dicean: Non duole.

Era, la prima d’esse, Ursula pura,
lassù, che tuttavia lampade accese
splendeano in fila per la terra oscura.

Le vergini non tutte erano ascese.
Quella picchiò tre volte con lo stelo
del giglio. E in terra Suor Virginia intese

quei colpettini al grande uscio del cielo.

vi

Tum tum... Di là, con tutto quel gran cielo
alla finestra, oh! trema come foglia
secca che prilla intorno a un ragnatelo,

la bimba, e bussa, e par ch’ora, sì, voglia
dirglielo: “Madre, c’è uno laggiù:
chiuda!„ E volge gli aperti occhi alla soglia

dell’uscio: aspetta. Ella non venne più.
Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli

Suor Virginia

Tum tum... tum tum... - Ell’era stata in chiesa
a pregar sola, a dir la sua corona
sotto la sola lampadina accesa.

Avea chiesto perdono a chi perdona
tutto, di nulla; simile ad ancella
ch’ha gli occhi in mano della sua padrona;

a una che su l’uscio di sorella
ricca, socchiuso, prega piano, a volo;
ch’altri non oda. Era tornata in cella.

E ora avanti il Cristo morto solo,
avanti l’agonia di Santa Rita,
si toglieva il suo velo, il suo soggólo.

Il cingolo a tre nodi dalla vita
poi si scioglieva: un giallo teschio d’osso
girò tre volte nelle ceree dita.

Tum tum... - Chi picchia? Si rimise in dosso
lo scapolare. Forse alla parete
dell’altra stanza. L’uscio non s’è mosso.

Forse qualche educanda. Una ch’ha sete,
ch’ha male... Aprì soavemente l’uscio.
Entrò. Niente. I capelli nella rete,

le braccia in croce, gli occhi nel lor guscio...

ii

dormivano, composte, accomodate,
le due bambine. Aperta la finestra
era a una gran serenità d’estate.

L’avea lasciata aperta la maestra
per via del caldo. Un alito di vento
recava odor d’acacia e di ginestra.

Ma che frufrù nell’orto del convento!
Passava, ora d’un gufo, ora d’un gatto,
un sordo sgnaulìo subito spento.

Un grillo ora trillava, ora d’un tratto
taceva: come? Come se lì presso
fosse venuto chi sa chi, d’appiatto.

Un fischiettare, un camminar represso,
un raspare, un frugare, uno sfrascare
improvviso su su per il cipresso...

Brillavan qua e là lucciole rare,
come spiando. Un ululo ogni tanto
veniva da un lontano casolare.

L’urlo d’un cane alla catena, e il canto
più lontano d’un rauco vagabondo,
nell’alta notte, era la gioia e il pianto

che al monastero pervenìa, dal mondo.
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