Poesie di questo tema
Fede, spiritualità e religione
Alessandro Manzoni
Il Nome di Maria
Tacita un giorno a non so qual pendice
Salia d’un fabbro nazaren la sposa;
Salia non vista alla magion felice
D’una pregnante annosa;
E detto salve a lei, che in reverenti
Accoglienze onorò l’inaspettata,
Dio lodando, esclamò: Tutte le genti
Mi chiameran beata.
Deh! con che scherno udito avria i lontani
Presagi allor l’età superba! Oh tardo
Nostro consiglio! oh degl’intenti umani
Antiveder bugiardo!
Noi testimoni che alla tua parola
Ubbidiente l’avvenir rispose,
Noi serbati all’amor, nati alla scola
Delle celesti cose,
Noi sappiamo, o Maria, ch’Ei solo attenne
L’alta promessa che da Te s’udìa,
Ei che in cor la ti pose: a noi solenne
È il nome tuo, Maria.
A noi Madre di Dio quel nome sona:
Salve beata! che s’agguagli ad esso
Qual fu mai nome di mortal persona,
O che gli vegna appresso?
Salve beata! in quale età scortese
Quel sì caro a ridir nome si tacque?
In qual dal padre il figlio non l’apprese?
Quai monti mai, quali acque
Non l’udiro invocar? La terra antica
Non porta sola i templi tuoi, ma quella
Che il Genovese divinò, nutrica
I tuoi cultori anch’ella.
In che lande selvagge, oltre quai mari
Di sì barbaro nome fior si coglie,
Che non conosca de’ tuoi miti altari
Le benedette soglie?
O Vergine, o Signora, o Tuttasanta,
Che bei nomi ti serba ogni loquela!
Più d’un popol superbo esser si vanta
In tua gentil tutela.
Te, quando sorge, e quando cade il die,
E quando il sole a mezzo corso il parte,
Saluta il bronzo che le turbe pie
Invita ad onorarte.
Nelle paure della veglia bruna,
Te noma il fanciulletto; a Te, tremante,
Quando ingrossa ruggendo la fortuna,
Ricorre il navigante.
La femminetta nel tuo sen regale
La sua spregiata lacrima depone,
E a Te beata, della sua immortale
Alma gli affanni espone;
A Te che i preghi ascolti e le querele,
Non come suole il mondo, nè degl’imi
E de’ grandi il dolor col suo crudele
Discernimento estimi.
Tu pur, beata, un dì provasti il pianto;
Nè il dì verrà che d’oblianza il copra;
Anco ogni giorno se ne parla; e tanto
Secol vi corse sopra.
Anco ogni giorno se ne parla e plora
In mille parti; d’ogni tuo contento
Teco la terra si rallegra ancora,
Come di fresco evento.
Tanto d’ogni laudato esser la prima
Di Dio la Madre ancor quaggiù dovea;
Tanto piacque al Signor di porre in cima
Questa fanciulla ebrea.
O prole d’Israello, o nell’estremo
Caduta, o da sì lunga ira contrita,
Non è Costei, che in onor tanto avemo,
Di vostra fede uscita?
Non è Davidde il ceppo suo? Con Lei
Era il pensier de’ vostri antiqui vati,
Quando annunziaro i verginal trofei
Sopra l’inferno alzati.
Deh! a Lei volgete finalmente i preghi,
Ch’Ella vi salvi, Ella che salva i suoi;
E non sia gente nè tribù che neghi
Lieta cantar con noi:
Salve, o degnata del secondo nome,
O Rosa, o Stella ai periglianti scampo;
Inclita come il sol, terribil come
Oste schierata in campo.
Salia d’un fabbro nazaren la sposa;
Salia non vista alla magion felice
D’una pregnante annosa;
E detto salve a lei, che in reverenti
Accoglienze onorò l’inaspettata,
Dio lodando, esclamò: Tutte le genti
Mi chiameran beata.
Deh! con che scherno udito avria i lontani
Presagi allor l’età superba! Oh tardo
Nostro consiglio! oh degl’intenti umani
Antiveder bugiardo!
Noi testimoni che alla tua parola
Ubbidiente l’avvenir rispose,
Noi serbati all’amor, nati alla scola
Delle celesti cose,
Noi sappiamo, o Maria, ch’Ei solo attenne
L’alta promessa che da Te s’udìa,
Ei che in cor la ti pose: a noi solenne
È il nome tuo, Maria.
A noi Madre di Dio quel nome sona:
Salve beata! che s’agguagli ad esso
Qual fu mai nome di mortal persona,
O che gli vegna appresso?
Salve beata! in quale età scortese
Quel sì caro a ridir nome si tacque?
In qual dal padre il figlio non l’apprese?
Quai monti mai, quali acque
Non l’udiro invocar? La terra antica
Non porta sola i templi tuoi, ma quella
Che il Genovese divinò, nutrica
I tuoi cultori anch’ella.
In che lande selvagge, oltre quai mari
Di sì barbaro nome fior si coglie,
Che non conosca de’ tuoi miti altari
Le benedette soglie?
O Vergine, o Signora, o Tuttasanta,
Che bei nomi ti serba ogni loquela!
Più d’un popol superbo esser si vanta
In tua gentil tutela.
Te, quando sorge, e quando cade il die,
E quando il sole a mezzo corso il parte,
Saluta il bronzo che le turbe pie
Invita ad onorarte.
Nelle paure della veglia bruna,
Te noma il fanciulletto; a Te, tremante,
Quando ingrossa ruggendo la fortuna,
Ricorre il navigante.
La femminetta nel tuo sen regale
La sua spregiata lacrima depone,
E a Te beata, della sua immortale
Alma gli affanni espone;
A Te che i preghi ascolti e le querele,
Non come suole il mondo, nè degl’imi
E de’ grandi il dolor col suo crudele
Discernimento estimi.
Tu pur, beata, un dì provasti il pianto;
Nè il dì verrà che d’oblianza il copra;
Anco ogni giorno se ne parla; e tanto
Secol vi corse sopra.
Anco ogni giorno se ne parla e plora
In mille parti; d’ogni tuo contento
Teco la terra si rallegra ancora,
Come di fresco evento.
Tanto d’ogni laudato esser la prima
Di Dio la Madre ancor quaggiù dovea;
Tanto piacque al Signor di porre in cima
Questa fanciulla ebrea.
O prole d’Israello, o nell’estremo
Caduta, o da sì lunga ira contrita,
Non è Costei, che in onor tanto avemo,
Di vostra fede uscita?
Non è Davidde il ceppo suo? Con Lei
Era il pensier de’ vostri antiqui vati,
Quando annunziaro i verginal trofei
Sopra l’inferno alzati.
Deh! a Lei volgete finalmente i preghi,
Ch’Ella vi salvi, Ella che salva i suoi;
E non sia gente nè tribù che neghi
Lieta cantar con noi:
Salve, o degnata del secondo nome,
O Rosa, o Stella ai periglianti scampo;
Inclita come il sol, terribil come
Oste schierata in campo.
Alessandro Manzoni
La Pentecoste
Madre de’ Santi; immagine
Della città superna;
Del Sangue incorruttibile
Conservatrice eterna;
Tu che, da tanti secoli,
Soffri, combatti e preghi;
Che le tue tende spieghi
Dall’uno all’altro mar;
Campo di quei che sperano;
Chiesa del Dio vivente;
Dov’eri mai? qual angolo
Ti raccogliea nascente,
Quando il tuo Re, dai perfidi
Tratto a morir sul colle,
Imporporò le zolle
Del suo sublime altar?
E allor che dalle tenebre
La diva spoglia uscita,
Mise il potente anelito
Della seconda vita;
E quando, in man recandosi
Il prezzo del perdono,
Da questa polve al trono
Del Genitor salì;
Compagna del suo gemito,
Conscia de’ suoi misteri,
Tu, della sua vittoria
Figlia immortal, dov’eri?
In tuo terror sol vigile,
Sol nell’obblio secura,
Stavi in riposte mura,
Fino a quel sacro dì,
Quando su te lo Spirito
Rinnovator discese,
E l’inconsunta fiaccola
Nella tua destra accese;
Quando, segnal de’ popoli,
Ti collocò sul monte,
E ne’ tuoi labbri il fonte
Della parola aprì.
Come la luce rapida
Piove di cosa in cosa
E i color vari suscita
Dovunque si riposa:
Tal risonò moltiplice
La voce dello Spiro:
L’Arabo, il Parto, il Siro
In suo sermon l’udì.
Adorator degl’idoli,
Sparso per ogni lido,
Volgi lo sguardo a Solima,
Odi quel santo grido:
Stanca del vile ossequio,
La terra a Lui ritorni:
E voi che aprite i giorni
Di più felice età,
Spose che desta il subito
Balzar del pondo ascoso;
Voi già vicine a sciogliere
Il grembo doloroso;
Alla bugiarda pronuba
Non sollevate il canto,
Cresce serbato al Santo
Quel che nel sen vi sta.
Perchè, baciando i pargoli,
La schiava ancor sospira?
E il sen che nutre i liberi
Invidïando mira?
Non sa che al regno i miseri
Seco il Signor solleva?
Che a tutti i figli d’Eva
Nel suo dolor pensò?
Nova franchigia annunziano
I cieli, e genti nove;
Nove conquiste, e gloria
Vinta in più belle prove;
Nova, ai terrori immobile
E alle lusinghe infide,
Pace, che il mondo irride,
Ma che rapir non può.
O Spirto! supplichevoli
A’ tuoi solenni altari;
Soli per selve inospite;
Vaghi in deserti mari;
Dall’Ande algenti al Libano,
D’Erina all’irta Haiti,
Sparsi per tutti i liti,
Uni per Te di cor,
Noi T’imploriam! Placabile
Spirto discendi ancora,
A’ tuoi cultor propizio,
Propizio a chi T’ignora;
Scendi e ricrea; rianima
I cor nel dubbio estinti;
E sia divina ai vinti
Mercede il vincitor.
Discendi Amor; negli animi
L’ire superbe attuta:
Dona i pensier che il memore
Ultimo dì non muta:
I doni tuoi benefica,
Nutra la tua virtude;
Siccome il sol che schiude
Dal pigro germe il fior;
Che lento poi sull’umili
Erbe morrà non côlto,
Nè sorgerà coi fulgidi
Color del lembo sciolto,
Se fuso a lui nell’etere
Non tornerà quel mite
Lume, dator di vite,
E infaticato altor.
Noi T’imploriam! Ne’ languidi
Pensier dell’infelice
Scendi piacevol alito,
Aura consolatrice:
Scendi bufera ai tumidi
Pensier del violento;
Vi spira uno sgomento
Che insegni la pietà.
Per Te sollevi il povero
Al ciel, ch’è suo, le ciglia,
Volga i lamenti in giubilo,
Pensando a Cui somiglia:
Cui fu donato in copia,
Doni con volto amico,
Con quel tacer pudico,
Che accetto il don ti fa.
Spira de’ nostri bamboli
Nell’ineffabil riso:
Spargi la casta porpora
Alle donzelle in viso;
Manda alle ascose vergini
Le pure gioie ascose,
Consacra delle spose
Il verecondo amor.
Tempra de’ baldi giovani
Il confidente ingegno;
Reggi il viril proposito
Ad infallibil segno;
Adorna la canizie
Di liete voglie sante;
Brilla nel guardo errante
Di chi sperando muor.
Della città superna;
Del Sangue incorruttibile
Conservatrice eterna;
Tu che, da tanti secoli,
Soffri, combatti e preghi;
Che le tue tende spieghi
Dall’uno all’altro mar;
Campo di quei che sperano;
Chiesa del Dio vivente;
Dov’eri mai? qual angolo
Ti raccogliea nascente,
Quando il tuo Re, dai perfidi
Tratto a morir sul colle,
Imporporò le zolle
Del suo sublime altar?
E allor che dalle tenebre
La diva spoglia uscita,
Mise il potente anelito
Della seconda vita;
E quando, in man recandosi
Il prezzo del perdono,
Da questa polve al trono
Del Genitor salì;
Compagna del suo gemito,
Conscia de’ suoi misteri,
Tu, della sua vittoria
Figlia immortal, dov’eri?
In tuo terror sol vigile,
Sol nell’obblio secura,
Stavi in riposte mura,
Fino a quel sacro dì,
Quando su te lo Spirito
Rinnovator discese,
E l’inconsunta fiaccola
Nella tua destra accese;
Quando, segnal de’ popoli,
Ti collocò sul monte,
E ne’ tuoi labbri il fonte
Della parola aprì.
Come la luce rapida
Piove di cosa in cosa
E i color vari suscita
Dovunque si riposa:
Tal risonò moltiplice
La voce dello Spiro:
L’Arabo, il Parto, il Siro
In suo sermon l’udì.
Adorator degl’idoli,
Sparso per ogni lido,
Volgi lo sguardo a Solima,
Odi quel santo grido:
Stanca del vile ossequio,
La terra a Lui ritorni:
E voi che aprite i giorni
Di più felice età,
Spose che desta il subito
Balzar del pondo ascoso;
Voi già vicine a sciogliere
Il grembo doloroso;
Alla bugiarda pronuba
Non sollevate il canto,
Cresce serbato al Santo
Quel che nel sen vi sta.
Perchè, baciando i pargoli,
La schiava ancor sospira?
E il sen che nutre i liberi
Invidïando mira?
Non sa che al regno i miseri
Seco il Signor solleva?
Che a tutti i figli d’Eva
Nel suo dolor pensò?
Nova franchigia annunziano
I cieli, e genti nove;
Nove conquiste, e gloria
Vinta in più belle prove;
Nova, ai terrori immobile
E alle lusinghe infide,
Pace, che il mondo irride,
Ma che rapir non può.
O Spirto! supplichevoli
A’ tuoi solenni altari;
Soli per selve inospite;
Vaghi in deserti mari;
Dall’Ande algenti al Libano,
D’Erina all’irta Haiti,
Sparsi per tutti i liti,
Uni per Te di cor,
Noi T’imploriam! Placabile
Spirto discendi ancora,
A’ tuoi cultor propizio,
Propizio a chi T’ignora;
Scendi e ricrea; rianima
I cor nel dubbio estinti;
E sia divina ai vinti
Mercede il vincitor.
Discendi Amor; negli animi
L’ire superbe attuta:
Dona i pensier che il memore
Ultimo dì non muta:
I doni tuoi benefica,
Nutra la tua virtude;
Siccome il sol che schiude
Dal pigro germe il fior;
Che lento poi sull’umili
Erbe morrà non côlto,
Nè sorgerà coi fulgidi
Color del lembo sciolto,
Se fuso a lui nell’etere
Non tornerà quel mite
Lume, dator di vite,
E infaticato altor.
Noi T’imploriam! Ne’ languidi
Pensier dell’infelice
Scendi piacevol alito,
Aura consolatrice:
Scendi bufera ai tumidi
Pensier del violento;
Vi spira uno sgomento
Che insegni la pietà.
Per Te sollevi il povero
Al ciel, ch’è suo, le ciglia,
Volga i lamenti in giubilo,
Pensando a Cui somiglia:
Cui fu donato in copia,
Doni con volto amico,
Con quel tacer pudico,
Che accetto il don ti fa.
Spira de’ nostri bamboli
Nell’ineffabil riso:
Spargi la casta porpora
Alle donzelle in viso;
Manda alle ascose vergini
Le pure gioie ascose,
Consacra delle spose
Il verecondo amor.
Tempra de’ baldi giovani
Il confidente ingegno;
Reggi il viril proposito
Ad infallibil segno;
Adorna la canizie
Di liete voglie sante;
Brilla nel guardo errante
Di chi sperando muor.
Carlo Betocchi
A mani giunte
Ma si è già nel Vangelo quando
non se ne può più uscire:
e vi si è ancora quando,
stanati dalle mura della sua Chiesa
per impossibilità di restarvi,
u
allora il Vangelo ci insegue
come il veltro la preda agognata.
II
Fra te e la salvezza non
altre vie che quelle segnate
dal Vangelo; ma in quelle che vedi
vanno, fra sciami d’innocenti,
turbe d’ignavi e d’ipocriti.
u
E dunque fra te e il Vangelo
non c’è che il nasconderti
dentro e sotto di lui come gramigna
nel suolo, a far speco terroso
in cui si realizza, come si può,
quel che non esiste che nei fatti:
qui in terra, e nella carità.
non se ne può più uscire:
e vi si è ancora quando,
stanati dalle mura della sua Chiesa
per impossibilità di restarvi,
u
allora il Vangelo ci insegue
come il veltro la preda agognata.
II
Fra te e la salvezza non
altre vie che quelle segnate
dal Vangelo; ma in quelle che vedi
vanno, fra sciami d’innocenti,
turbe d’ignavi e d’ipocriti.
u
E dunque fra te e il Vangelo
non c’è che il nasconderti
dentro e sotto di lui come gramigna
nel suolo, a far speco terroso
in cui si realizza, come si può,
quel che non esiste che nei fatti:
qui in terra, e nella carità.
Corrado Govoni
Convento in miniatura
E una candida clausura
tutta allegra di tenera verzura,
con le stanzucce come un gineceo
di trine.
° E un piccolo convento silenzioso
in un viottolo erboso,
ricoperto d’un conopeo
di rose marzoline.
V’abitano tre suore
10° tutte tre de la stessa età,
nitide nitide come il fiore
de la loro castità.
Anno il loro giardino
pieno di dolci gigli;
ne la gabbiuzza tinta di turchino
ànno i loro bisbigli.
Nel corto dormitorio
tengono a capo del letto
la pila e il crocefisso d’avorio,
° il mingherlino cero benedetto.
I loro sguardi mesti
sembrano sguardi passati;
i loro ingenui gesti
sembrano imbalsamati.
? È un piccolo convento solitario
placido come un reliquiario
sopra i cui vetri s’animi un corteo
di sordine.
E una candida clausura
in miniatura,
simile a un monastero del museo
di beghine.
15. gabbiuzza: degli uccelli.
genarie»,
19. pila: vasca del lavan-
dino.
28. sordine: archi, raro nella forma femminile.
31-32. mu-
tutta allegra di tenera verzura,
con le stanzucce come un gineceo
di trine.
° E un piccolo convento silenzioso
in un viottolo erboso,
ricoperto d’un conopeo
di rose marzoline.
V’abitano tre suore
10° tutte tre de la stessa età,
nitide nitide come il fiore
de la loro castità.
Anno il loro giardino
pieno di dolci gigli;
ne la gabbiuzza tinta di turchino
ànno i loro bisbigli.
Nel corto dormitorio
tengono a capo del letto
la pila e il crocefisso d’avorio,
° il mingherlino cero benedetto.
I loro sguardi mesti
sembrano sguardi passati;
i loro ingenui gesti
sembrano imbalsamati.
? È un piccolo convento solitario
placido come un reliquiario
sopra i cui vetri s’animi un corteo
di sordine.
E una candida clausura
in miniatura,
simile a un monastero del museo
di beghine.
15. gabbiuzza: degli uccelli.
genarie»,
19. pila: vasca del lavan-
dino.
28. sordine: archi, raro nella forma femminile.
31-32. mu-
Dante Alighieri
Iio
di tutto il lume della sfera nostra,
ciò clio dico di me di sè intende:
sorella fu, e così le fu tolta
di capo l’ombra delle sacre bende.
Ma poi che pur al mondo fu rivolta,
contra suo grato e contra buona usanza,
non fu dal vel del cuor giammai disciolta.
Quest’è la luce della gran Costanza,
che del secondo vento di Soave
generò il terzo, e l’ultima possanza.”
Così parlommi, e poi cominciò: Ave
Maria, cantando; e cantando vanìo,
come per acqua cupa cosa grave.
ciò clio dico di me di sè intende:
sorella fu, e così le fu tolta
di capo l’ombra delle sacre bende.
Ma poi che pur al mondo fu rivolta,
contra suo grato e contra buona usanza,
non fu dal vel del cuor giammai disciolta.
Quest’è la luce della gran Costanza,
che del secondo vento di Soave
generò il terzo, e l’ultima possanza.”
Così parlommi, e poi cominciò: Ave
Maria, cantando; e cantando vanìo,
come per acqua cupa cosa grave.
Dante Alighieri
L’empireo. san bernardo e beatrice
In forma dunque di candida rosa
mi si mostrava la milizia santa
che nel suo sangue Cristo fece sposa;
ma l’altra, che volando vede e canta
la gloria di Colui che la innamora,
e la bontà che la fece cotanta,
sì come schiera d’api che s’infiora
una fiata ed una si ritorna
là dove suo lavoro s’insapora,
nel gran fior discendeva che s’adorna
di tante foglie, e quindi risaliva
là dove il suo Amor sempre soggiorna.
Le facce tutte avean di fiamma viva,
e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco,
che nulla neve a quel termine arriva.
Quando scendean nel fior, di banco in banco,
porgevan della pace e dell’ardore,
ch’egli acquistavan ventilando il fianco.
Nè lo interporsi tra il disopra e il fiore
di tanta plenitudine volante
impediva la vista e lo splendore;
chè la luce divina è penetrante
per l’universo secondo ch’è degno
sì che nulla le puote essere ostante.
Questo sicuro e gaudioso regno,
frequente in gente antica ed in novella,
viso ed amore avea tutto ad un segno.
O Trina Luce, che, in Unica Stella
scintillando a lor vista sì gli appaga,
guarda quaggiuso alla nostra procella!
Se i barbari, venendo da tal plaga,
che ciascun giorno d’Elice si cuopra
rotante col suo figlio ond’ella è vaga,
vedendo Roma e l’ardua sua opra,
stupefaciensi quando Laterano
alle cose mortali andò di sopra;
io, che al divino dall’umano,
all’eterno dal tempo era venuto,
e di Fiorenza in popol giusto e sano,
di che stupor dovea esser compiuto!
Certo tra esso e il gaudio mi facea
libito non udire e starmi muto.
E quasi peregrin che si ricrea
nel tempio del suo voto riguardando,
e spera già ridir convello stea;
sì per la viva luce passeggiando,
menava io gli occhi per li gradi,
mo su, mo giù, e mo ricirculando.
Vedea di carità visi suadi,
d’altrui lume fregiati e del suo riso,
ed atti ornati di tutte onestadi.
La forma general di Paradiso
già tutta mio sguardo avea compresa,
e in nulla parte ancor fermato il viso;
e volgeami con voglia riaccesa
per domandar la mia donna di cose
di che la mente mia era sospesa.
Uno intendea, ed altro mi rispose;
credea veder Beatrice, e vidi un sene
vestito con le genti gloriose.
Diffuso era per gli occhi e per le gene
di benigna letizia, in atto pio,
quale a tenero padre si conviene.
Ed, “ Ella ov’è? ” di subito diss’io;
ond’egli: “A terminar lo tuo disiro
mosse Beatrice me del loco mio;
e se riguardi su nel terzo giro
del sommo grado, tu la rivedrai
nel trono che i suoi merti le sortiro.”
Senza risponder gli occhi su levai,
e vidi lei che si facea corona,
riflettendo da sè gli eterni rai.
Da quella region che più su tuona,
occhio mortale alcun tanto non dista,
qualunque in mare più giù s’abbandona,
quanto Îì da Beatrice la mia vista;
ma nulla mi facea che sua effige
non discendeva a me per mezzo mista.
“O donna in cui la mia speranza vige,
e che soffristi per la mia salute
in Inferno lasciar le tue vestige,
di tante cose quante io ho vedute,
dal tuo potere e dalla tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.
Tu ny’hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutti i modi
che di ciò fare avei la potestate.
La tua magnificenza in me custodi
sì, che l’anima mia, che fatta hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi.”
Così orai; ed ella, sì lontana
come parea, sorrise e riguardommi;
poi si tornò all’Eterna Fontana.
E il santo sene: “ Acciò che tu assommi
perfettamente,” disse, “ il tuo cammino,
a che prego ed amor santo mandommi,
vola con gli occhi per questo giardino;
chè veder lui t’acconcerà lo sguardo
più al montar per lo raggio divino.
E la Regina del cielo, ond’io ardo
tutto d’amor, ne farà ogni grazia;
però chio sono il suo fedel, Bernardo.”
Qual’è colui che forse di Croazia
viene a veder la Veronica nostra,
che per l’antica fama non si sazia,
ma dice nel pensier, finchè si mostra:
“ Signor mio Gesù Cristo, Dio verace,
or fu sì fatta la sembianza vostra?”
Tale era io mirando la vivace
carità di colui, che in questo mondo,
mi si mostrava la milizia santa
che nel suo sangue Cristo fece sposa;
ma l’altra, che volando vede e canta
la gloria di Colui che la innamora,
e la bontà che la fece cotanta,
sì come schiera d’api che s’infiora
una fiata ed una si ritorna
là dove suo lavoro s’insapora,
nel gran fior discendeva che s’adorna
di tante foglie, e quindi risaliva
là dove il suo Amor sempre soggiorna.
Le facce tutte avean di fiamma viva,
e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco,
che nulla neve a quel termine arriva.
Quando scendean nel fior, di banco in banco,
porgevan della pace e dell’ardore,
ch’egli acquistavan ventilando il fianco.
Nè lo interporsi tra il disopra e il fiore
di tanta plenitudine volante
impediva la vista e lo splendore;
chè la luce divina è penetrante
per l’universo secondo ch’è degno
sì che nulla le puote essere ostante.
Questo sicuro e gaudioso regno,
frequente in gente antica ed in novella,
viso ed amore avea tutto ad un segno.
O Trina Luce, che, in Unica Stella
scintillando a lor vista sì gli appaga,
guarda quaggiuso alla nostra procella!
Se i barbari, venendo da tal plaga,
che ciascun giorno d’Elice si cuopra
rotante col suo figlio ond’ella è vaga,
vedendo Roma e l’ardua sua opra,
stupefaciensi quando Laterano
alle cose mortali andò di sopra;
io, che al divino dall’umano,
all’eterno dal tempo era venuto,
e di Fiorenza in popol giusto e sano,
di che stupor dovea esser compiuto!
Certo tra esso e il gaudio mi facea
libito non udire e starmi muto.
E quasi peregrin che si ricrea
nel tempio del suo voto riguardando,
e spera già ridir convello stea;
sì per la viva luce passeggiando,
menava io gli occhi per li gradi,
mo su, mo giù, e mo ricirculando.
Vedea di carità visi suadi,
d’altrui lume fregiati e del suo riso,
ed atti ornati di tutte onestadi.
La forma general di Paradiso
già tutta mio sguardo avea compresa,
e in nulla parte ancor fermato il viso;
e volgeami con voglia riaccesa
per domandar la mia donna di cose
di che la mente mia era sospesa.
Uno intendea, ed altro mi rispose;
credea veder Beatrice, e vidi un sene
vestito con le genti gloriose.
Diffuso era per gli occhi e per le gene
di benigna letizia, in atto pio,
quale a tenero padre si conviene.
Ed, “ Ella ov’è? ” di subito diss’io;
ond’egli: “A terminar lo tuo disiro
mosse Beatrice me del loco mio;
e se riguardi su nel terzo giro
del sommo grado, tu la rivedrai
nel trono che i suoi merti le sortiro.”
Senza risponder gli occhi su levai,
e vidi lei che si facea corona,
riflettendo da sè gli eterni rai.
Da quella region che più su tuona,
occhio mortale alcun tanto non dista,
qualunque in mare più giù s’abbandona,
quanto Îì da Beatrice la mia vista;
ma nulla mi facea che sua effige
non discendeva a me per mezzo mista.
“O donna in cui la mia speranza vige,
e che soffristi per la mia salute
in Inferno lasciar le tue vestige,
di tante cose quante io ho vedute,
dal tuo potere e dalla tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.
Tu ny’hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutti i modi
che di ciò fare avei la potestate.
La tua magnificenza in me custodi
sì, che l’anima mia, che fatta hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi.”
Così orai; ed ella, sì lontana
come parea, sorrise e riguardommi;
poi si tornò all’Eterna Fontana.
E il santo sene: “ Acciò che tu assommi
perfettamente,” disse, “ il tuo cammino,
a che prego ed amor santo mandommi,
vola con gli occhi per questo giardino;
chè veder lui t’acconcerà lo sguardo
più al montar per lo raggio divino.
E la Regina del cielo, ond’io ardo
tutto d’amor, ne farà ogni grazia;
però chio sono il suo fedel, Bernardo.”
Qual’è colui che forse di Croazia
viene a veder la Veronica nostra,
che per l’antica fama non si sazia,
ma dice nel pensier, finchè si mostra:
“ Signor mio Gesù Cristo, Dio verace,
or fu sì fatta la sembianza vostra?”
Tale era io mirando la vivace
carità di colui, che in questo mondo,
Dante Alighieri
Paradiso, canto XXXI
contemplando, gustò di quella pace.
«Figliuol di grazia, quest’esser giocondo»
cominciò elli «non ti sará noto,
tenendo li occhi pur qua giú al fondo;
ma guarda i cerchi infino al piú remoto,
tanto che veggi seder la regina
cui questo regno è suddito e devoto».
Io levai li occhi; e come da mattina
la parte oriental de l’orizzonte
soverchia quella dove ’l sol declina,
cosí, quasi di valle andando a monte
con li occhi, vidi parte ne lo stremo
vincer di lume tutta l’altra fronte.
E come quivi ove s’aspetta il temo
che mal guidò Fetonte, piú s’infiamma,
e quinci e quindi il lume si fa scemo,
cosí quella pacifica oriafiamma
nel mezzo s’avvivava, e d’ogni parte
per igual modo allentava la fiamma:
e a quel mezzo, con le penne sparte,
vid’io piú di mille angeli festanti,
ciascun distinto di fulgore e d’arte.
Vidi a’ lor giochi quivi ed a’ lor canti
ridere una bellezza, che letizia
era ne li occhi a tutti li altri santi;
e s’io avessi in dir tanta divizia
quanta ad imaginar, non ardirei
lo minimo tentar di sua delizia.
Bernardo, come vide li occhi miei
nel caldo suo calor fissi e attenti,
li suoi con tanto affetto volse a lei,
che i miei di rimirar fe’ piú ardenti.
«Figliuol di grazia, quest’esser giocondo»
cominciò elli «non ti sará noto,
tenendo li occhi pur qua giú al fondo;
ma guarda i cerchi infino al piú remoto,
tanto che veggi seder la regina
cui questo regno è suddito e devoto».
Io levai li occhi; e come da mattina
la parte oriental de l’orizzonte
soverchia quella dove ’l sol declina,
cosí, quasi di valle andando a monte
con li occhi, vidi parte ne lo stremo
vincer di lume tutta l’altra fronte.
E come quivi ove s’aspetta il temo
che mal guidò Fetonte, piú s’infiamma,
e quinci e quindi il lume si fa scemo,
cosí quella pacifica oriafiamma
nel mezzo s’avvivava, e d’ogni parte
per igual modo allentava la fiamma:
e a quel mezzo, con le penne sparte,
vid’io piú di mille angeli festanti,
ciascun distinto di fulgore e d’arte.
Vidi a’ lor giochi quivi ed a’ lor canti
ridere una bellezza, che letizia
era ne li occhi a tutti li altri santi;
e s’io avessi in dir tanta divizia
quanta ad imaginar, non ardirei
lo minimo tentar di sua delizia.
Bernardo, come vide li occhi miei
nel caldo suo calor fissi e attenti,
li suoi con tanto affetto volse a lei,
che i miei di rimirar fe’ piú ardenti.
Dante Alighieri
Piccarda
Quali per vetri trasparenti e tersi,
o ver per acque nitide e tranquille,
non sì profonde che i fondi sien persi,
tornan dei nostri visi le postille
debili sì, che perla in bianca fronte,
non vien men tosto alle nostre pupille;
tali vid’io più facce a parlar pronte:
per chio dentro all’error contrario corsi
a quel ch’accese amor tra l’uomo e il fonte.
Subito sì comvio di lor m’accorsi,
quelle stimando specchiati sembianti,
per veder di cui fosser gli occhi torsi;
e nulla vidi e ritorsili avanti
dritti nel lume della dolce guida,
che, sorridendo, ardea negli occhi santi.
“Non ti maravigliar perché’io sorrida,”
mi disse, “ appresso il tuo pueril coto,
poi sopra il ver ancor lo piè non fida,
ma ti rivolve, come suole, a voto;
vere sustanzie son ciò che tu vedi,
qui rilegate per manco di voto.
Però parla con esse, ed odi, e credi;
chè la Verace Luce che le appaga,
da sè non lascia lor torcere i piedi.”
Ed io all’ombra che parea più vaga
di ragionar, drizza’ mi, e cominciai,
quasi com’uom cui troppa voglia smaga:
“O ben creato spirito, che a’ rai
di vita eterna la dolcezza senti,
che, non gustata, non s’intende mai,
grazioso mi fia, se mi contenti
del nome tuo e della vostra sorte.”
Ond’ella pronta e con occhi ridenti:
“La nostra carità non serra porte
a giusta voglia, se non come Quella
che vuol simile a Sè tutta sua cotte.
To fui nel mondo vergine sorella;
e se la mente tua ben si riguarda,
non mi ti celerà l’esser più bella;
ma riconoscerai ch’io son Piccarda,
che, posta qui con questi altri beati,
beata sono in la spera più tarda.
Li nostri affetti, che solo infiammati
son nel piacer dello Spirito Santo,
letizian del suo ordine formati.
E questa sorte che par giù cotanto
però n’è data, perchè fur negletti
li nostri voti, e voti in alcun canto.”
Ond’io a lei: “Nei mirabili aspetti
vostri risplende non so che divino,
che vi tramuta dai primi concetti.
Però non fui a rimembrar festino;
ma or m’aiuta ciò che tu mi dici,
sì che raffigurar m’è più latino.
Ma dimmi: Voi, che siete qui felici,
desiderate voi più alto loco
per più vedere, o per più farvi amici? ”
Con quell’alt’ombre pria sorrise un poco;
da indi mi rispose tanto lieta,
ch’arder parea d’amor nel primo foco:
“Frate, la nostra volontà quieta
virtù di carità, che fa volerne
sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.
Se disiassimo esser più superne,
foran discordi li nostri disiri
dal voler di Colui che qui ne cerne;
che vedrai non capere in questi giri,
s’essere in caritade è qui necesse,
e se la sua natura ben rimiri;
anzi è formale ad esto beato esse
tenersi dentro alla divina voglia,
perché’una fansi nostre voglie stesse,
Sì che, come noi sem di soglia in soglia
per questo regno, a tutto il regno piace,
com’allo re che ’n suo voler ne invoglia.
In la sua voluntade è nostra pace:
ella è quel mare al qual tutto si muove
ciò cl’ella cria e che natura face.”
Chiaro mi fu allor com’ogni dove
in cielo è paradiso, e sì la grazia
del sommo ben d’un modo non vi piove.
Ma sì com’egli avvien che un cibo sazia,
e d’un altro rimane ancor la gola,
che quel si chere e di quel si ringrazia;
così fec’io con atto e con parola,
per apprender da lei qual fu la tela
onde non trasse insino al cò la spola.
“ Perfetta vita ed alto metto inciela
donna più su,” mi disse, “alla cui norma
nel vostro mondo giù si veste e vela,
perchè infino al morir si vegli e dorma
con quello sposo ch’ogni voto accetta
che caritate a suo piacer conforma.
Dal mondo, per seguirla, giovinetta
fuggi’ mi, e nel suo abito mi chiusi,
e promisi la via della sua setta.
Uomini poi, a mal più ch’a ben usi,
fuor mi rapiron della dolce chiostra;
Dio lo si sa qual poi mia vita fusi.
E quest’altro splendor, che ti si mostra
dalla mia destra patte, e che s’accende
o ver per acque nitide e tranquille,
non sì profonde che i fondi sien persi,
tornan dei nostri visi le postille
debili sì, che perla in bianca fronte,
non vien men tosto alle nostre pupille;
tali vid’io più facce a parlar pronte:
per chio dentro all’error contrario corsi
a quel ch’accese amor tra l’uomo e il fonte.
Subito sì comvio di lor m’accorsi,
quelle stimando specchiati sembianti,
per veder di cui fosser gli occhi torsi;
e nulla vidi e ritorsili avanti
dritti nel lume della dolce guida,
che, sorridendo, ardea negli occhi santi.
“Non ti maravigliar perché’io sorrida,”
mi disse, “ appresso il tuo pueril coto,
poi sopra il ver ancor lo piè non fida,
ma ti rivolve, come suole, a voto;
vere sustanzie son ciò che tu vedi,
qui rilegate per manco di voto.
Però parla con esse, ed odi, e credi;
chè la Verace Luce che le appaga,
da sè non lascia lor torcere i piedi.”
Ed io all’ombra che parea più vaga
di ragionar, drizza’ mi, e cominciai,
quasi com’uom cui troppa voglia smaga:
“O ben creato spirito, che a’ rai
di vita eterna la dolcezza senti,
che, non gustata, non s’intende mai,
grazioso mi fia, se mi contenti
del nome tuo e della vostra sorte.”
Ond’ella pronta e con occhi ridenti:
“La nostra carità non serra porte
a giusta voglia, se non come Quella
che vuol simile a Sè tutta sua cotte.
To fui nel mondo vergine sorella;
e se la mente tua ben si riguarda,
non mi ti celerà l’esser più bella;
ma riconoscerai ch’io son Piccarda,
che, posta qui con questi altri beati,
beata sono in la spera più tarda.
Li nostri affetti, che solo infiammati
son nel piacer dello Spirito Santo,
letizian del suo ordine formati.
E questa sorte che par giù cotanto
però n’è data, perchè fur negletti
li nostri voti, e voti in alcun canto.”
Ond’io a lei: “Nei mirabili aspetti
vostri risplende non so che divino,
che vi tramuta dai primi concetti.
Però non fui a rimembrar festino;
ma or m’aiuta ciò che tu mi dici,
sì che raffigurar m’è più latino.
Ma dimmi: Voi, che siete qui felici,
desiderate voi più alto loco
per più vedere, o per più farvi amici? ”
Con quell’alt’ombre pria sorrise un poco;
da indi mi rispose tanto lieta,
ch’arder parea d’amor nel primo foco:
“Frate, la nostra volontà quieta
virtù di carità, che fa volerne
sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.
Se disiassimo esser più superne,
foran discordi li nostri disiri
dal voler di Colui che qui ne cerne;
che vedrai non capere in questi giri,
s’essere in caritade è qui necesse,
e se la sua natura ben rimiri;
anzi è formale ad esto beato esse
tenersi dentro alla divina voglia,
perché’una fansi nostre voglie stesse,
Sì che, come noi sem di soglia in soglia
per questo regno, a tutto il regno piace,
com’allo re che ’n suo voler ne invoglia.
In la sua voluntade è nostra pace:
ella è quel mare al qual tutto si muove
ciò cl’ella cria e che natura face.”
Chiaro mi fu allor com’ogni dove
in cielo è paradiso, e sì la grazia
del sommo ben d’un modo non vi piove.
Ma sì com’egli avvien che un cibo sazia,
e d’un altro rimane ancor la gola,
che quel si chere e di quel si ringrazia;
così fec’io con atto e con parola,
per apprender da lei qual fu la tela
onde non trasse insino al cò la spola.
“ Perfetta vita ed alto metto inciela
donna più su,” mi disse, “alla cui norma
nel vostro mondo giù si veste e vela,
perchè infino al morir si vegli e dorma
con quello sposo ch’ogni voto accetta
che caritate a suo piacer conforma.
Dal mondo, per seguirla, giovinetta
fuggi’ mi, e nel suo abito mi chiusi,
e promisi la via della sua setta.
Uomini poi, a mal più ch’a ben usi,
fuor mi rapiron della dolce chiostra;
Dio lo si sa qual poi mia vita fusi.
E quest’altro splendor, che ti si mostra
dalla mia destra patte, e che s’accende
Elio Pagliarani
Ancora da Savonarola. Le cose spirituali
Le cose spirituali
Le cose spirituali non hanno bisogno del corpo
in quanto all’essere, come l’ Angelo e l’anima dell’uomo
non hanno bisogno del corpo in quanto all’essere;
ma gli animali hanno bisogno del corpo in quanto all’essere
perché è in loro morto il corpo morta l’anima;
l’anima dell’uomo ha bisogno del corpo in quanto
all’operare, benché non in quanto all’essere.
Iddio adunque a chi ha bisogno di corpo gli dà el corpo.
Adunque hanno bisogno di corpo gli operai.
Le cose spirituali non hanno bisogno del corpo
in quanto all’essere, come l’ Angelo e l’anima dell’uomo
non hanno bisogno del corpo in quanto all’essere;
ma gli animali hanno bisogno del corpo in quanto all’essere
perché è in loro morto il corpo morta l’anima;
l’anima dell’uomo ha bisogno del corpo in quanto
all’operare, benché non in quanto all’essere.
Iddio adunque a chi ha bisogno di corpo gli dà el corpo.
Adunque hanno bisogno di corpo gli operai.
Elio Pagliarani
Paulo fu in pericolo
Paulo fu in pericolo perché guardava le sue rivelazioni grandi
ma dall’altra parte guardando la sua fragilità si umiliava.
Però el predicatore che ha grande officio alle mani è difficile cosa
che non cada in vana gloria in tante laude. Guarda li tempi nostri
quanti si sono potuti contenere alle laude. Egli vuole qua uno gran
[lume
e mettere la vita in abbandono.
ma dall’altra parte guardando la sua fragilità si umiliava.
Però el predicatore che ha grande officio alle mani è difficile cosa
che non cada in vana gloria in tante laude. Guarda li tempi nostri
quanti si sono potuti contenere alle laude. Egli vuole qua uno gran
[lume
e mettere la vita in abbandono.
Eugenio Montale
Canto di Simeone
Signore, i giacinti romani fioriscono nei vasi
e il sole d’inverno rade i colli nevicati:
l’ostinata stagione si diffonde...
La mia vita leggera attende il vento di morte
come piuma nel dorso della mano.
La polvere del sole e il ricordo negli angoli
attendono il vento che corre freddo alla terra deserta.
Accordaci la pace.
Molti anni camminai tra queste mura,
serbai fede e digiuno, provvedetti
ai poveri, ebbi e resi onori ed agi.
Nessuno fu respinto alla mia porta.
Chi penserà al mio tetto, dove vivranno i figli dei miei figli
quando arriverà il giorno del dolore?
Prenderanno il sentiero delle capre, la tana delle volpi
fuggendo i volti ignoti e le spade straniere.
Prima che tempo sia di corde verghe e lamenti
dacci la pace tua.
Prima che sia la sosta nei monti desolati,
prima che giunga l’ora di un materno dolore,
in quest’età di nascita e di morte
possa il Figliuolo, il Verbo non pronunciante ancora e impronunciato
dar la consolazione d’Israele
a un uomo che ha ottant’anni e che non ha domani.
Secondo la promessa
soffrirà chi Ti loda a ogni generazione,
tra gloria e scherno, luce sopra luce,
e la scala dei santi ascenderà.
Non martirio per me – estasi di pensiero e di preghiera
né la visione estrema.
Concedimi la pace.
(Ed una spada passerà il tuo cuore,
anche il tuo cuore.)
Sono stanco della mia vita e di quella di chi verrà.
Muoio della mia morte e di quella di chi poi morrà.
Fa’ che il tuo servo partendo
veda la tua salvezza.
e il sole d’inverno rade i colli nevicati:
l’ostinata stagione si diffonde...
La mia vita leggera attende il vento di morte
come piuma nel dorso della mano.
La polvere del sole e il ricordo negli angoli
attendono il vento che corre freddo alla terra deserta.
Accordaci la pace.
Molti anni camminai tra queste mura,
serbai fede e digiuno, provvedetti
ai poveri, ebbi e resi onori ed agi.
Nessuno fu respinto alla mia porta.
Chi penserà al mio tetto, dove vivranno i figli dei miei figli
quando arriverà il giorno del dolore?
Prenderanno il sentiero delle capre, la tana delle volpi
fuggendo i volti ignoti e le spade straniere.
Prima che tempo sia di corde verghe e lamenti
dacci la pace tua.
Prima che sia la sosta nei monti desolati,
prima che giunga l’ora di un materno dolore,
in quest’età di nascita e di morte
possa il Figliuolo, il Verbo non pronunciante ancora e impronunciato
dar la consolazione d’Israele
a un uomo che ha ottant’anni e che non ha domani.
Secondo la promessa
soffrirà chi Ti loda a ogni generazione,
tra gloria e scherno, luce sopra luce,
e la scala dei santi ascenderà.
Non martirio per me – estasi di pensiero e di preghiera
né la visione estrema.
Concedimi la pace.
(Ed una spada passerà il tuo cuore,
anche il tuo cuore.)
Sono stanco della mia vita e di quella di chi verrà.
Muoio della mia morte e di quella di chi poi morrà.
Fa’ che il tuo servo partendo
veda la tua salvezza.
Giacomino da Verona
De Babilonia civitate infernali
La cità è granda et alta e longa e spessa,
plena d’ogna mal e d’ognunca grameça:
li sancti tuti el diso, per fermo e per certeça,
ka ki là dentro à entrar, no ’d’ àlo ensiro en freça.
En l{o} profundo de inferno sì e colocaa,
de raxa e de solfero sempro sta abrasaa:
se quanta aqua è en maro entro ge fos çetaa,
encontinento ardria sì com’ cera colaa.
Per meço ge corro aque entorbolae,
amare plui ke fel e de venen mesclae,
d’ortig[h]e e de spine tute circundae,
agute cum’ cortegi e taient plu ke spae.
Sovra la cità è fato un cel reondo
d’açal e de ferro, d’andranego e de bronço,
de saxi e de monti tuta muraa d’atorno
açò k’el peccaor çamai no se’n retorno.
Sovra sì è una porta cun quatro guardïan,
Trifon e Macometo, Barachin e Sathàn,
li quali è tanto enoiusi e crudeli e vilan
ke dolentri quelor ke g’andarà per man.
Ancora su la porta sì è una tor molt alta,
su la quala sì sta una soa scaraguaita,
la qual nui’ om ke sia çamai trapassar laga
per tute le contrae, ke lì venir no’l faça.
E ben è fera consa e granda meraveia
k’ella no dormo mai, mo tuto ’l tempo veia,
façando dì e noito a li porter ensegna
k’igi no laxo andar la soa çento ramenga.
E po’ da l’altra parto sempro ge dis e cria:
"Guardai ke entro vui no regno traitoria.
Tegnì seraa la porta e ben guardaa la via,
ke de la nostra çente nexun se’n scampo via.
Mo ki verà a vui, com’el fos un gran conto,
encontro ge corì con molto alegro fronto,
la porta ge sia averta et abassao lo ponto,
e poi el metì en cità cun canti e cun trïumpho.
Mai al re Lucifèr sì lo fai asaver,
açò k’el se percaço de farge proveer
d’un tenebroso logo là o’ ’l deba çaser,
segundo k’el è degno e merito d’aver".
O miser si cativo, dolento, maleeto,
quelui ch’a tal onor firà là dentro meso!
De vui no voio dir, mo eo ben ge’l prometo,
k’eo no de’ lo laudar s’el no se lauda ensteso.
Mo ben me’l manifesta la mento e lo cor meo,
s’el no mento la leço de l’alto segnor Deo,
k’el g’à parir quel logo tanto crudel e reo
k’el no se n’à laudar a le fine de dreo.
K’el no serà çà dentro uncana tanto tosto
cum’ igi g’à ligar le mane e {l}i pei poi el doso,
e poi l’à presentaro a lo re de la morto,
sença remissïon batandol molto forto;
lo qual s’à far veniro un perfido ministro,
ke l’à metro in prexon, segundo k’el è scrito,
en un poço plui alto k’el cel n’è da l’abisso,
per esro lì tutore tormentao et aflicto.
La puça e sì granda ke n’exo per la boca,
ka eo volervel dir tuto seria negota,
ké l’om ke solamentre l’aproxima né ’l toca
çamai per nexun tempo non è livro d’angossa.
Mai no fo veçù unca per nexun tempo
logo né altra consa cotanto puçolento,
ké millo meia e plu da la longa se sento
la puça e lo fetor ke d’entro quel poço enxo.
Asai g’è là çó bisse, liguri, roschi e serpenti,
vipere e basalischi e dragoni mordenti:
agui plui ke rasuri taia l’ong[l]e e li denti,
e tuto ’l tempo manja e sempr’ è famolenti.
Lì è li demonii cun li grandi bastoni,
ke ge speça li ossi, le spalle e li galoni,
li quali è cento tanto plu nigri de carboni,
s’el no mento li diti de li sancti sermoni.
Tant à orribel volto quella crudel compagna,
k’el n’ave plu plaser per valle e per montagna
esro scovai de spine da Roma enfin en Spagna
enanço k’encontrarne un sol en la campagna.
Ked i çeta tutore, la sera e la doman,
fora per mei’ la boca crudel fogo çamban,
la testa igi à cornua e pelose le man,
et urla como luvi e baia como can.
Ma poi ke l’omo è lì e igi l’à en soa cura,
en un’aqua lo meto k’è de sì gran fredura
ke un dì ge par un anno, segundo la scriptura,
enanço k’eli el meta en logo de calura.
E quand ell’ è al caldo, al fredo el voravo esro,
tanto ge pare ’l dur, fer, forto et agresto,
dond el non è mai livro per nexun tempo adeso
de planto e de grameça e de gran pena apresso.
Staganto en quel tormento, sovra ge ven un cogo,
çoè Balçabù, de li peçor del logo,
ke lo meto a rostir, com’un bel porco, al fogo,
en un gran spe’ de fer per farlo tosto cosro.
E po’ prendo aqua e sal e caluçen e vin
e fel e fort aseo e tosego e venin
e sì ne faso un solso ke tant e bon e fin
ca ognunca cristïan sì ’n guardo el Re divin.
A lo re de l’inferno per gran don lo trameto,
et el lo guarda dentro e molto cria al messo:
"E’ no ge ne daria" ço diso "un figo seco,
ké la carno è crua e ’l sango è bel e fresco.
Mo tornagel endreo vïaçament e tosto,
e dige a quel fel cogo k’el no me par ben coto,
e k’el lo debia metro col cavo en çó stravolto
entro quel fogo ch’ardo sempromai çorno e noito.
E stretament ancor dige da la mia parto
k’el no me’l mando plui, mo sempro lì lo lasso,
né no sia negligento né pegro en questo fato,
k’el sì è ben degno d’aver quel mal et altro".
De ço k’el g’e mandà no ge desplase ’l miga,
mai en un fogo lo meto, ch’ardo de sì fer’ guisa
ke quanta çent è al mondo ke soto lo cel viva,
no ne poria amorçar pur sol una faliva.
Mai no fo veçù, né mai no se verà,
sì grando né sì fer cum’ quel fogo serà:
aoro né arçento né castel né cità
non à scampar quelor k’en li peccai morà.
plena d’ogna mal e d’ognunca grameça:
li sancti tuti el diso, per fermo e per certeça,
ka ki là dentro à entrar, no ’d’ àlo ensiro en freça.
En l{o} profundo de inferno sì e colocaa,
de raxa e de solfero sempro sta abrasaa:
se quanta aqua è en maro entro ge fos çetaa,
encontinento ardria sì com’ cera colaa.
Per meço ge corro aque entorbolae,
amare plui ke fel e de venen mesclae,
d’ortig[h]e e de spine tute circundae,
agute cum’ cortegi e taient plu ke spae.
Sovra la cità è fato un cel reondo
d’açal e de ferro, d’andranego e de bronço,
de saxi e de monti tuta muraa d’atorno
açò k’el peccaor çamai no se’n retorno.
Sovra sì è una porta cun quatro guardïan,
Trifon e Macometo, Barachin e Sathàn,
li quali è tanto enoiusi e crudeli e vilan
ke dolentri quelor ke g’andarà per man.
Ancora su la porta sì è una tor molt alta,
su la quala sì sta una soa scaraguaita,
la qual nui’ om ke sia çamai trapassar laga
per tute le contrae, ke lì venir no’l faça.
E ben è fera consa e granda meraveia
k’ella no dormo mai, mo tuto ’l tempo veia,
façando dì e noito a li porter ensegna
k’igi no laxo andar la soa çento ramenga.
E po’ da l’altra parto sempro ge dis e cria:
"Guardai ke entro vui no regno traitoria.
Tegnì seraa la porta e ben guardaa la via,
ke de la nostra çente nexun se’n scampo via.
Mo ki verà a vui, com’el fos un gran conto,
encontro ge corì con molto alegro fronto,
la porta ge sia averta et abassao lo ponto,
e poi el metì en cità cun canti e cun trïumpho.
Mai al re Lucifèr sì lo fai asaver,
açò k’el se percaço de farge proveer
d’un tenebroso logo là o’ ’l deba çaser,
segundo k’el è degno e merito d’aver".
O miser si cativo, dolento, maleeto,
quelui ch’a tal onor firà là dentro meso!
De vui no voio dir, mo eo ben ge’l prometo,
k’eo no de’ lo laudar s’el no se lauda ensteso.
Mo ben me’l manifesta la mento e lo cor meo,
s’el no mento la leço de l’alto segnor Deo,
k’el g’à parir quel logo tanto crudel e reo
k’el no se n’à laudar a le fine de dreo.
K’el no serà çà dentro uncana tanto tosto
cum’ igi g’à ligar le mane e {l}i pei poi el doso,
e poi l’à presentaro a lo re de la morto,
sença remissïon batandol molto forto;
lo qual s’à far veniro un perfido ministro,
ke l’à metro in prexon, segundo k’el è scrito,
en un poço plui alto k’el cel n’è da l’abisso,
per esro lì tutore tormentao et aflicto.
La puça e sì granda ke n’exo per la boca,
ka eo volervel dir tuto seria negota,
ké l’om ke solamentre l’aproxima né ’l toca
çamai per nexun tempo non è livro d’angossa.
Mai no fo veçù unca per nexun tempo
logo né altra consa cotanto puçolento,
ké millo meia e plu da la longa se sento
la puça e lo fetor ke d’entro quel poço enxo.
Asai g’è là çó bisse, liguri, roschi e serpenti,
vipere e basalischi e dragoni mordenti:
agui plui ke rasuri taia l’ong[l]e e li denti,
e tuto ’l tempo manja e sempr’ è famolenti.
Lì è li demonii cun li grandi bastoni,
ke ge speça li ossi, le spalle e li galoni,
li quali è cento tanto plu nigri de carboni,
s’el no mento li diti de li sancti sermoni.
Tant à orribel volto quella crudel compagna,
k’el n’ave plu plaser per valle e per montagna
esro scovai de spine da Roma enfin en Spagna
enanço k’encontrarne un sol en la campagna.
Ked i çeta tutore, la sera e la doman,
fora per mei’ la boca crudel fogo çamban,
la testa igi à cornua e pelose le man,
et urla como luvi e baia como can.
Ma poi ke l’omo è lì e igi l’à en soa cura,
en un’aqua lo meto k’è de sì gran fredura
ke un dì ge par un anno, segundo la scriptura,
enanço k’eli el meta en logo de calura.
E quand ell’ è al caldo, al fredo el voravo esro,
tanto ge pare ’l dur, fer, forto et agresto,
dond el non è mai livro per nexun tempo adeso
de planto e de grameça e de gran pena apresso.
Staganto en quel tormento, sovra ge ven un cogo,
çoè Balçabù, de li peçor del logo,
ke lo meto a rostir, com’un bel porco, al fogo,
en un gran spe’ de fer per farlo tosto cosro.
E po’ prendo aqua e sal e caluçen e vin
e fel e fort aseo e tosego e venin
e sì ne faso un solso ke tant e bon e fin
ca ognunca cristïan sì ’n guardo el Re divin.
A lo re de l’inferno per gran don lo trameto,
et el lo guarda dentro e molto cria al messo:
"E’ no ge ne daria" ço diso "un figo seco,
ké la carno è crua e ’l sango è bel e fresco.
Mo tornagel endreo vïaçament e tosto,
e dige a quel fel cogo k’el no me par ben coto,
e k’el lo debia metro col cavo en çó stravolto
entro quel fogo ch’ardo sempromai çorno e noito.
E stretament ancor dige da la mia parto
k’el no me’l mando plui, mo sempro lì lo lasso,
né no sia negligento né pegro en questo fato,
k’el sì è ben degno d’aver quel mal et altro".
De ço k’el g’e mandà no ge desplase ’l miga,
mai en un fogo lo meto, ch’ardo de sì fer’ guisa
ke quanta çent è al mondo ke soto lo cel viva,
no ne poria amorçar pur sol una faliva.
Mai no fo veçù, né mai no se verà,
sì grando né sì fer cum’ quel fogo serà:
aoro né arçento né castel né cità
non à scampar quelor k’en li peccai morà.
Giacomino da Verona
Gerusalemme celeste
Tuta emprimament, de cerca è muraa,
e ’n quatro cantoni la terra edificaa;
tant è alti li muri com’è longa e laa,
de prée preciose de soto è fundaa.
Per zascaun canton sí è tre belle porte,
clare plu ke stelle et alte, longhe e grosse;
de margarite e d’or ornae è le soe volte,
né peccaor no g’entra, sí grand è le soe forze,
Li merli è de cristallo, li corraor d’or fin,
e li su sta per guarda un angel kerubin
cun una spaa en man k’è de fogo divin,
e corona à en cò tuta de iacentin:
lo qual no ge lassa andar là nuia zent,
vegnir tavan né mosca né bixa né serpent,
né losco né asirao né alguna altra zent
ke a quella cità pos’esro nociment.
Le vie e le plaze, li senteri e le strae,
d’oro e d’ariento e de cristallo è solae;
alleluia canta per tute le contrae
li angeli del celo cun le Vertú beae.
La scritura el diso, lo testo e la glosa,
ke le case e li alberghi ke là dentro se trova
tant è-gi preciosi et amirabel ovra
ke nexun lo pò dir ke soto ’l cel se trova;
La clarità è tanta k’Elo reten en si,
ke noito no ge ven, mo sempro ge sta dí:
né nuvolo né nebla, segundo ke fa qui,
zamai no pò oscurar la clarità de lí.
Le aque e le fontane ke cor per la cità
plu è belle d’arzent e ke n’è or colà;
per fermo l’abiai: quelor ke ne bevrà
zamai no à morir, né seo plui no avrà.
Ancora: per mezo un bel flumo ge cór,
lo qual è circundao de molto gran verdor,
d’àlbori e de zigi e d’altre belle flor,
de rose e de viole, ke rendo grando odor.
Clare è le soe unde plu de lo sol lucento,
menando margarite ed or fin ed arzento
e prée preciose sempromai tuto ’l tempo,
someiente a stelle k’è poste él fermamento.
De le qual zascauna sí à tanta vertú
k’ele fa retornar l’om veclo en zoventú,
e l’omo k’è mil’ agni él monument giasú
a lo so tocamento vivo e san leva su.
Ancora: li fruiti de li àlbori e dei prai
li quai da pe’ del flumo per la riva è plantai,
a lo so gustamento se sana li amalai;
e plu è dulzi ke mel né altra consa mai.
D’oro e d’ariento è le foie e li fusti
de li àlbori ke porta quisti sí dulzi fruiti,
floriscando en l’ano doxo vexende tuti,
né mai no perdo foia né no deventa suti.
Zascaun per sí è tanto redolento
ke millo meia e plu lo so odor se sento,
dondo la cità, tuta, de fora e dentro,
par che sia plena de cendamo e de mento.
Kalandrie e risignoli et altri begi oxegi
zorno e noito canta sovra quigi arboselli,
fazando li versi plu preciosi e begi
ke no fa viole, trote né celamelli.
Lasú è sempro virdi li broli e li verzer
en li quai se deporta li sancti cavaler,
li quali no à mai cura né lagno né penser
se non de benedir lo Creator del cel;
lo qualo è ’n mezo lor sí se’ su un tron reondo,
e li angeli e li santi tuti Ge sta de longo,
laudando dí e noito lo So amirabel nomo
per lo qual se sosten la zent en questo mondo.
e ’n quatro cantoni la terra edificaa;
tant è alti li muri com’è longa e laa,
de prée preciose de soto è fundaa.
Per zascaun canton sí è tre belle porte,
clare plu ke stelle et alte, longhe e grosse;
de margarite e d’or ornae è le soe volte,
né peccaor no g’entra, sí grand è le soe forze,
Li merli è de cristallo, li corraor d’or fin,
e li su sta per guarda un angel kerubin
cun una spaa en man k’è de fogo divin,
e corona à en cò tuta de iacentin:
lo qual no ge lassa andar là nuia zent,
vegnir tavan né mosca né bixa né serpent,
né losco né asirao né alguna altra zent
ke a quella cità pos’esro nociment.
Le vie e le plaze, li senteri e le strae,
d’oro e d’ariento e de cristallo è solae;
alleluia canta per tute le contrae
li angeli del celo cun le Vertú beae.
La scritura el diso, lo testo e la glosa,
ke le case e li alberghi ke là dentro se trova
tant è-gi preciosi et amirabel ovra
ke nexun lo pò dir ke soto ’l cel se trova;
La clarità è tanta k’Elo reten en si,
ke noito no ge ven, mo sempro ge sta dí:
né nuvolo né nebla, segundo ke fa qui,
zamai no pò oscurar la clarità de lí.
Le aque e le fontane ke cor per la cità
plu è belle d’arzent e ke n’è or colà;
per fermo l’abiai: quelor ke ne bevrà
zamai no à morir, né seo plui no avrà.
Ancora: per mezo un bel flumo ge cór,
lo qual è circundao de molto gran verdor,
d’àlbori e de zigi e d’altre belle flor,
de rose e de viole, ke rendo grando odor.
Clare è le soe unde plu de lo sol lucento,
menando margarite ed or fin ed arzento
e prée preciose sempromai tuto ’l tempo,
someiente a stelle k’è poste él fermamento.
De le qual zascauna sí à tanta vertú
k’ele fa retornar l’om veclo en zoventú,
e l’omo k’è mil’ agni él monument giasú
a lo so tocamento vivo e san leva su.
Ancora: li fruiti de li àlbori e dei prai
li quai da pe’ del flumo per la riva è plantai,
a lo so gustamento se sana li amalai;
e plu è dulzi ke mel né altra consa mai.
D’oro e d’ariento è le foie e li fusti
de li àlbori ke porta quisti sí dulzi fruiti,
floriscando en l’ano doxo vexende tuti,
né mai no perdo foia né no deventa suti.
Zascaun per sí è tanto redolento
ke millo meia e plu lo so odor se sento,
dondo la cità, tuta, de fora e dentro,
par che sia plena de cendamo e de mento.
Kalandrie e risignoli et altri begi oxegi
zorno e noito canta sovra quigi arboselli,
fazando li versi plu preciosi e begi
ke no fa viole, trote né celamelli.
Lasú è sempro virdi li broli e li verzer
en li quai se deporta li sancti cavaler,
li quali no à mai cura né lagno né penser
se non de benedir lo Creator del cel;
lo qualo è ’n mezo lor sí se’ su un tron reondo,
e li angeli e li santi tuti Ge sta de longo,
laudando dí e noito lo So amirabel nomo
per lo qual se sosten la zent en questo mondo.
Giacomo Noventa
Gh’è nei to grandi...
Gh’è nei to grandi – Oci de ebrea
Come una luse – Che me consuma;
No’ ti-ssì bèla – Ma nei to oci
Mi me vergogno – De aver vardà.
Par ogni vizio – Mio ti-me doni
Tuta la grazia – Del to bon cuor,
A le me vogie – Tì ti-rispondi,
Come le vogie – Mie fusse amor.
Sistu ‘na serva – No’ altro o pur
Xé de una santa – ‘Sta devozion?
Mi me credevo – Un òmo libero
E sento nascer – In mi el paron.
Vero xé forse – Che in tuti i santi
Gh’è un fià de l’ànema – Del servidor,
Ma forse, proprio – Par questo, i santi
No’ se pardona – Nel mondo amor;
No’ i canta, insieme – Co’ done e fioi,
Intorno ai foghi, – «El pan! El vin!»,
Co’ more l’anno – Nei me paesi,
Se prega un altro – Anno al destin;
Secondo el fumo – Che va col vento,
Scominzia i vèci – A profetar...
«O scarso, o grando, – Ne sia el racolto,
Sperar xé tuto – E laòrar».
Cussì mi vivo – Zòrno par zòrno,
Come un alegro – Agricoltor,
Vùi destraviarme – Vardarme intorno,
Méter un voto – Fra mi e ‘l Signor...
Ma nei to grandi – Oci de ebrea
Ghe xé una luse – Che no’ pardona;
Tì-ssì una santa – E nei to oci
No’ vùi più creder – Che gò vardà.
Come una luse – Che me consuma;
No’ ti-ssì bèla – Ma nei to oci
Mi me vergogno – De aver vardà.
Par ogni vizio – Mio ti-me doni
Tuta la grazia – Del to bon cuor,
A le me vogie – Tì ti-rispondi,
Come le vogie – Mie fusse amor.
Sistu ‘na serva – No’ altro o pur
Xé de una santa – ‘Sta devozion?
Mi me credevo – Un òmo libero
E sento nascer – In mi el paron.
Vero xé forse – Che in tuti i santi
Gh’è un fià de l’ànema – Del servidor,
Ma forse, proprio – Par questo, i santi
No’ se pardona – Nel mondo amor;
No’ i canta, insieme – Co’ done e fioi,
Intorno ai foghi, – «El pan! El vin!»,
Co’ more l’anno – Nei me paesi,
Se prega un altro – Anno al destin;
Secondo el fumo – Che va col vento,
Scominzia i vèci – A profetar...
«O scarso, o grando, – Ne sia el racolto,
Sperar xé tuto – E laòrar».
Cussì mi vivo – Zòrno par zòrno,
Come un alegro – Agricoltor,
Vùi destraviarme – Vardarme intorno,
Méter un voto – Fra mi e ‘l Signor...
Ma nei to grandi – Oci de ebrea
Ghe xé una luse – Che no’ pardona;
Tì-ssì una santa – E nei to oci
No’ vùi più creder – Che gò vardà.
Giaime Pintor
Annunciazione. Le parole dell’Angelo
Tu non sei più vicina a Dio
di noi; siamo lontani
tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare a te dal manto,
luminoso contorno:
Io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.
Sono stanco ora, la strada è lunga,
perdonami, ho scordato
quello che il Grande alto sul sole
e sul trono gemmato,
manda a te, meditante
(mi ha vinto la vertigine).
Vedi: io sono l’origine,
ma tu, tu sei la pianta.
Ho steso ora le ali, sono
nella casa modesta
immenso; quasi manca lo spazio
alla mia grande veste.
Pur non mai fosti tanto sola,
vedi: appena mi senti;
nel bosco io sono un mite vento,
ma tu, tu sei la pianta.
Gli angeli tutti sono presi
da un nuovo turbamento:
certo non fu mai così intenso
e vago il desiderio.
Forse qualcosa ora s’annunzia
che in sogno tu comprendi.
Salute a te, l’anima vede:
ora sei pronta e attendi.
Tu sei la grande, eccelsa porta,
verranno a aprirti presto.
Tu che il mio canto intendi sola:
in te si perde la mia parola
come nella foresta.
Sono venuto a compiere
la visione santa.
Dio mi guarda, mi abbacina...
Ma tu, tu sei la pianta.
di noi; siamo lontani
tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare a te dal manto,
luminoso contorno:
Io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.
Sono stanco ora, la strada è lunga,
perdonami, ho scordato
quello che il Grande alto sul sole
e sul trono gemmato,
manda a te, meditante
(mi ha vinto la vertigine).
Vedi: io sono l’origine,
ma tu, tu sei la pianta.
Ho steso ora le ali, sono
nella casa modesta
immenso; quasi manca lo spazio
alla mia grande veste.
Pur non mai fosti tanto sola,
vedi: appena mi senti;
nel bosco io sono un mite vento,
ma tu, tu sei la pianta.
Gli angeli tutti sono presi
da un nuovo turbamento:
certo non fu mai così intenso
e vago il desiderio.
Forse qualcosa ora s’annunzia
che in sogno tu comprendi.
Salute a te, l’anima vede:
ora sei pronta e attendi.
Tu sei la grande, eccelsa porta,
verranno a aprirti presto.
Tu che il mio canto intendi sola:
in te si perde la mia parola
come nella foresta.
Sono venuto a compiere
la visione santa.
Dio mi guarda, mi abbacina...
Ma tu, tu sei la pianta.
Giovanni Dominici
Dr, Maria dolce, con quanto disio
Dr, Maria dolce, con quanto disio
miravi il tuo figliuol, Cristo mio Dio.
Quando tu il partoristi senza pena,
la prima cosa, credo, che facesti,
tu l’adorasti, o di grazia piena,
poi sopra il fien nel presepio il ponesti;
con pochi e pover panni lo involgesti,
maravigliando e godendo, cred’io.
Oh quanto gaudio avevi, o quanto bene
quando tu lo tenevi nelle braccia!
Dimmi, Maria, che forse si conviene
che un poco per pietà mi sadisfaccia.
Baciavilo tu allora nella faccia?
Sì ben, cred’io, e dicei: “ O figliuol mio! ”
Quando figliuol, quando padre e signore,
quando Iddio, quando Gesù il chiamavi;
oh quanto dolce amor sentivi al core
quando il grembo il tenevi e lattavi!
Oh, quanti atti d’amore soavi
avesti, essendo col tuo figliuol pio!
Quando talora un poco il dì dormia,
e tu, destar volendo il paradiso,
pian piano andavi, che non ti sentia,
e poi ponevi il viso al santo viso;
poi gli dicevi con materno riso:
“Non dormir più che ti sarebbe rio.”
Quando tu ti sentivi chiamar mamma,
come non ti morivi di dolcezza?
Come d’amor non t’ardeva una fiamma,
che t’avessi scoppiata d’allegrezza?
Da ver che grande fu la tua fortezza
poichè la vita allor non ti finio.
E la figlia del sommo eterno padre,
e lo signor la sua umile ancilla
pietosamente la chiamava madre,
che sol pensando il cor mi si distilla.
Chi vuol sentir qualche dolce favilla
ponga nel buon Gesù ogni desio.
miravi il tuo figliuol, Cristo mio Dio.
Quando tu il partoristi senza pena,
la prima cosa, credo, che facesti,
tu l’adorasti, o di grazia piena,
poi sopra il fien nel presepio il ponesti;
con pochi e pover panni lo involgesti,
maravigliando e godendo, cred’io.
Oh quanto gaudio avevi, o quanto bene
quando tu lo tenevi nelle braccia!
Dimmi, Maria, che forse si conviene
che un poco per pietà mi sadisfaccia.
Baciavilo tu allora nella faccia?
Sì ben, cred’io, e dicei: “ O figliuol mio! ”
Quando figliuol, quando padre e signore,
quando Iddio, quando Gesù il chiamavi;
oh quanto dolce amor sentivi al core
quando il grembo il tenevi e lattavi!
Oh, quanti atti d’amore soavi
avesti, essendo col tuo figliuol pio!
Quando talora un poco il dì dormia,
e tu, destar volendo il paradiso,
pian piano andavi, che non ti sentia,
e poi ponevi il viso al santo viso;
poi gli dicevi con materno riso:
“Non dormir più che ti sarebbe rio.”
Quando tu ti sentivi chiamar mamma,
come non ti morivi di dolcezza?
Come d’amor non t’ardeva una fiamma,
che t’avessi scoppiata d’allegrezza?
Da ver che grande fu la tua fortezza
poichè la vita allor non ti finio.
E la figlia del sommo eterno padre,
e lo signor la sua umile ancilla
pietosamente la chiamava madre,
che sol pensando il cor mi si distilla.
Chi vuol sentir qualche dolce favilla
ponga nel buon Gesù ogni desio.
Giovanni Giudici
Aspirazioni
Poi che non scorgo via d’uscita
Nel lume di questa vita
In te rifugio il triste orgoglio
Spessore di questo foglio
E nella mente mi assottiglio?
Microbo figlio di figlia d’un figlio
Specchio del nostro doppio io
Ti dò del tu ti chiamo dio?
Dio del fratto e dell’intero
Dio del rotondo zero
Dio della lingua dio del muto
Dio del groppo e dio del buco
Dio del suo gelo dio del sole
Dio delle nelle mie parole
Dio dell’acme e del declino
Dio che viaggi il mio destino
Dio del no dio che si dona
Dio ragione che sragiona
Dio del suo cuore e dio del ventre
Dio che il mio pregare offende
Dio del nada dio del todo
Dio del muro e dio del chiodo
Dio che cammini la tua ombra
Dio che cresci nella tomba
Dio della pasqua sola e stretta
Nella remota cameretta
Dio d’ogni tenero interstizio
Dio del canto nel supplizio?
Dio della carne dio scarnito
Dio fiore dio ermafrodito
Dio del pistillo e dello stame
Dio dell’essenza e del letame
Dio neoplasma dio del corpo
Dio dello spermio e dell’aborto
Dio del molle e dio del duro
Dio borsa e coda del canguro
Dio del latte e di taverna
Mi deus pax sempiterna?
Dio del fiele e della panna
Dio della monna e della mamma
Dio del bel pianto traditore
Dio della bocca dio d’afrore!
Dio del suo vello’ che nascondi
L’opposta luna dei suoi lombi
Dio del grembo dio del mare
Che mi guidasti a navigare
Dio nostra stella solitaria
E dio del fumo dio dell’aria
Dio con te stesso ricongiunto
Nel vano punto del tuo punto?
O via improbabile d’uscita
Dal buio d’una scissa vita
Tra recto e verso in te filtrando
Nel deserto del tuo bianco
Portaci al tuo riposto covo
Tra guscio e pelle intatto uovo
Dove di noi sorride e sta
La minima tua verità
Nel lume di questa vita
In te rifugio il triste orgoglio
Spessore di questo foglio
E nella mente mi assottiglio?
Microbo figlio di figlia d’un figlio
Specchio del nostro doppio io
Ti dò del tu ti chiamo dio?
Dio del fratto e dell’intero
Dio del rotondo zero
Dio della lingua dio del muto
Dio del groppo e dio del buco
Dio del suo gelo dio del sole
Dio delle nelle mie parole
Dio dell’acme e del declino
Dio che viaggi il mio destino
Dio del no dio che si dona
Dio ragione che sragiona
Dio del suo cuore e dio del ventre
Dio che il mio pregare offende
Dio del nada dio del todo
Dio del muro e dio del chiodo
Dio che cammini la tua ombra
Dio che cresci nella tomba
Dio della pasqua sola e stretta
Nella remota cameretta
Dio d’ogni tenero interstizio
Dio del canto nel supplizio?
Dio della carne dio scarnito
Dio fiore dio ermafrodito
Dio del pistillo e dello stame
Dio dell’essenza e del letame
Dio neoplasma dio del corpo
Dio dello spermio e dell’aborto
Dio del molle e dio del duro
Dio borsa e coda del canguro
Dio del latte e di taverna
Mi deus pax sempiterna?
Dio del fiele e della panna
Dio della monna e della mamma
Dio del bel pianto traditore
Dio della bocca dio d’afrore!
Dio del suo vello’ che nascondi
L’opposta luna dei suoi lombi
Dio del grembo dio del mare
Che mi guidasti a navigare
Dio nostra stella solitaria
E dio del fumo dio dell’aria
Dio con te stesso ricongiunto
Nel vano punto del tuo punto?
O via improbabile d’uscita
Dal buio d’una scissa vita
Tra recto e verso in te filtrando
Nel deserto del tuo bianco
Portaci al tuo riposto covo
Tra guscio e pelle intatto uovo
Dove di noi sorride e sta
La minima tua verità
Giovanni Pascoli
E lontanando si gettava avanti
E lontanando si gettava avanti,
a mo’ di pio seminator, le brice
cadute al vostro desco, angeli santi.
Paulo guardava, timido, in tralice.
Le miche egli attingeva dallo scollo
del cappuccio, e spargea per la pendice.
Ecco avveniva un murmure, uno sgrollo
di foglie, come un soffio di libeccio.
Scattò il colombo mollemente il collo.
Si levava un sommesso cicaleccio,
fin che sonò la dolce voce mesta
delle fedeli tortole del Greccio.
Dal campo, dal verzier, dalla foresta
scesero a lui gli uccelli, ai piedi, ai fianchi,
in grembo, sulle braccia, sulla testa.
Vennero a lui le quaglie coi lor branchi
di piccolini, a lui vennero a schiera
sull’acque azzurre i grandi cigni bianchi.
E sminuiva, e già di lui non c’era,
sui monti, che cinque stelline d’oro.
E, come bruscinar di primavera,
rimase un trito becchettìo sonoro.
a mo’ di pio seminator, le brice
cadute al vostro desco, angeli santi.
Paulo guardava, timido, in tralice.
Le miche egli attingeva dallo scollo
del cappuccio, e spargea per la pendice.
Ecco avveniva un murmure, uno sgrollo
di foglie, come un soffio di libeccio.
Scattò il colombo mollemente il collo.
Si levava un sommesso cicaleccio,
fin che sonò la dolce voce mesta
delle fedeli tortole del Greccio.
Dal campo, dal verzier, dalla foresta
scesero a lui gli uccelli, ai piedi, ai fianchi,
in grembo, sulle braccia, sulla testa.
Vennero a lui le quaglie coi lor branchi
di piccolini, a lui vennero a schiera
sull’acque azzurre i grandi cigni bianchi.
E sminuiva, e già di lui non c’era,
sui monti, che cinque stelline d’oro.
E, come bruscinar di primavera,
rimase un trito becchettìo sonoro.
Giovanni Pascoli
E’ bramerebbe sempre il suo Mugnone
E’ bramerebbe sempre il suo Mugnone
o il suo Galluzzo, in cui vivea mendico
dando per ogni bruco una canzone.
O frate Paulo, in verità ti dico
che meglio al bosco un vermicciòl gli aggrada
che in gabbia un alberello di panico.
Lasciali andare per la loro strada
cantando laudi, il bel mese di maggio,
odorati di sole e di rugiada!
A’ miei frati minori il mio retaggio
lascia! la dolce vita solitaria,
i monti, la celluzza sur un faggio,
il chiostro con la gran cupola d’aria! ”
(Cap. VIII)
Come il Santo partendosi da Paulo,
che pur bramava sì piccola cosa, disse a lui
una grande parola.
Partiva, rialzando ora il cappuccio:
chè con l’ignuda Povertà tranquilla
Paulo avea pace dopo il breve cruccio.
Lasciava Paulo, al suono d’una squilla
lontana, quando quel tremolìo d’ale
d’uccello vide nella sua pupilla.
Ne lagrimò, chè ben sapea che male
non era in quel desìo povero e vano,
ch’unico aveva il fratel suo mortale.
Venìa quel suono fievole e lontano
di squilla, lì dai monti, da un convento
che Paulo vi avea messo di sua mano.
Veniva il suono or sì or no col vento,
dai monti azzurri, per le valli cave;
e cullava il paese sonnolento.
Santo Francesco sussurrò: “ Di’ Ave
Maria”; poi senza ripiegar gli steli
movea sull’erba, e pur dicea soave:
“ Sei come uccello ch’uomini crudeli
hanno accecato, o dolce frate uccello!
E cerchi il sole, e ne son pieni i cieli,
e cerchi un chicco, e pieno è l’alberello.”
(Cap. IX)
Come il Santo gli mostrò
che gli uccelli che Paulo aveva dipinti, erano veri
e vivi anch’essi, e suoi sol essi.
o il suo Galluzzo, in cui vivea mendico
dando per ogni bruco una canzone.
O frate Paulo, in verità ti dico
che meglio al bosco un vermicciòl gli aggrada
che in gabbia un alberello di panico.
Lasciali andare per la loro strada
cantando laudi, il bel mese di maggio,
odorati di sole e di rugiada!
A’ miei frati minori il mio retaggio
lascia! la dolce vita solitaria,
i monti, la celluzza sur un faggio,
il chiostro con la gran cupola d’aria! ”
(Cap. VIII)
Come il Santo partendosi da Paulo,
che pur bramava sì piccola cosa, disse a lui
una grande parola.
Partiva, rialzando ora il cappuccio:
chè con l’ignuda Povertà tranquilla
Paulo avea pace dopo il breve cruccio.
Lasciava Paulo, al suono d’una squilla
lontana, quando quel tremolìo d’ale
d’uccello vide nella sua pupilla.
Ne lagrimò, chè ben sapea che male
non era in quel desìo povero e vano,
ch’unico aveva il fratel suo mortale.
Venìa quel suono fievole e lontano
di squilla, lì dai monti, da un convento
che Paulo vi avea messo di sua mano.
Veniva il suono or sì or no col vento,
dai monti azzurri, per le valli cave;
e cullava il paese sonnolento.
Santo Francesco sussurrò: “ Di’ Ave
Maria”; poi senza ripiegar gli steli
movea sull’erba, e pur dicea soave:
“ Sei come uccello ch’uomini crudeli
hanno accecato, o dolce frate uccello!
E cerchi il sole, e ne son pieni i cieli,
e cerchi un chicco, e pieno è l’alberello.”
(Cap. IX)
Come il Santo gli mostrò
che gli uccelli che Paulo aveva dipinti, erano veri
e vivi anch’essi, e suoi sol essi.
Giovanni Pascoli
Suor Virginia
Dormivano. Sì: anche la sorella
piccina. Era composta, era coperta.
Suor Virginia tornò nella sua cella.
Tornò lasciando la finestra aperta
a quel lontano canto, a quel lontano
bau bau di cane ch’era sempre all’erta;
aperta a quello scalpicciar pian piano
d’uomini o foglie, a quel trillar d’un grillo,
che poi taceva sotto un piede umano...
Dormivano. Il lor cuore era tranquillo.
La suora si svestì, così leggiera,
ch’udì per terra il picchio d’uno spillo.
S’addormentava. - Tum tum tum... Che era?
E suor Virginia si levò seduta
sul letto, mormorando una preghiera.
Ella ascoltò: la piccola battuta
venìa di là. Si mise anche una volta
lo scapolare. Entrò. Riguardò muta.
No. L’una e l’altra si tenea raccolta
al dolce sonno. Non avean bisogno
di lei. La bimba s’era, sì, rivolta
sul cuore; all’altra; a ragionarci in sogno.
iv
Tornò, comprese. Avea bussato il Santo.
Era venuto il tempo di lasciare
il suo cantuccio in questa Val di pianto.
A quel Santo ogni sera essa all’altare
dicea tre pater. Egli non ignora
nell’ampia terra il nostro limitare.
Poi ch’egli va, pascendo il gregge ancora,
come allora; e devia dalla sua strada
per dire a questo o quello ospite: È l’ora.
Egli è notturno come la rugiada.
E viene, e bussa fin che il sonnolento
pellegrino non s’alza e non gli bada.
Egli era, dunque, entrato nel convento
per rivelarle l’ora del trapasso.
Picchiò. Poi stava ad aspettare attento.
Ella sentito non ne aveva il passo,
perchè va scalzo. Su la soglia trita
certo aspettava col cappuccio basso.
Suor Virginia il fardello della vita
doveva fare: il cielo era già rosso:
il suo fardello. Tra le ceree dita
prese il rosario col suo teschio d’osso.
v
E vennero le morte undicimila
vergini, con le lampade fornite
d’olio odoroso; camminando in fila;
di bianco lino, come lei, vestite;
nelle pallide conche d’alabastro
portando accese le lor dolci vite;
passando, sì che in breve erano un nastro
bianco, ondeggiante, a un alito, pian piano,
nel cielo azzurro tra la terra e un astro;
passando, come gli Ave a grano a grano
d’una corona. E le dicean parole
di sotto il giglio che teneano in mano.
Aveva ognuna, su le bianche stole,
l’orma di sangue della sua tortura.
Anch’ella, al cuore. Le dicean: Non duole.
Era, la prima d’esse, Ursula pura,
lassù, che tuttavia lampade accese
splendeano in fila per la terra oscura.
Le vergini non tutte erano ascese.
Quella picchiò tre volte con lo stelo
del giglio. E in terra Suor Virginia intese
quei colpettini al grande uscio del cielo.
vi
Tum tum... Di là, con tutto quel gran cielo
alla finestra, oh! trema come foglia
secca che prilla intorno a un ragnatelo,
la bimba, e bussa, e par ch’ora, sì, voglia
dirglielo: “Madre, c’è uno laggiù:
chiuda!„ E volge gli aperti occhi alla soglia
dell’uscio: aspetta. Ella non venne più.
piccina. Era composta, era coperta.
Suor Virginia tornò nella sua cella.
Tornò lasciando la finestra aperta
a quel lontano canto, a quel lontano
bau bau di cane ch’era sempre all’erta;
aperta a quello scalpicciar pian piano
d’uomini o foglie, a quel trillar d’un grillo,
che poi taceva sotto un piede umano...
Dormivano. Il lor cuore era tranquillo.
La suora si svestì, così leggiera,
ch’udì per terra il picchio d’uno spillo.
S’addormentava. - Tum tum tum... Che era?
E suor Virginia si levò seduta
sul letto, mormorando una preghiera.
Ella ascoltò: la piccola battuta
venìa di là. Si mise anche una volta
lo scapolare. Entrò. Riguardò muta.
No. L’una e l’altra si tenea raccolta
al dolce sonno. Non avean bisogno
di lei. La bimba s’era, sì, rivolta
sul cuore; all’altra; a ragionarci in sogno.
iv
Tornò, comprese. Avea bussato il Santo.
Era venuto il tempo di lasciare
il suo cantuccio in questa Val di pianto.
A quel Santo ogni sera essa all’altare
dicea tre pater. Egli non ignora
nell’ampia terra il nostro limitare.
Poi ch’egli va, pascendo il gregge ancora,
come allora; e devia dalla sua strada
per dire a questo o quello ospite: È l’ora.
Egli è notturno come la rugiada.
E viene, e bussa fin che il sonnolento
pellegrino non s’alza e non gli bada.
Egli era, dunque, entrato nel convento
per rivelarle l’ora del trapasso.
Picchiò. Poi stava ad aspettare attento.
Ella sentito non ne aveva il passo,
perchè va scalzo. Su la soglia trita
certo aspettava col cappuccio basso.
Suor Virginia il fardello della vita
doveva fare: il cielo era già rosso:
il suo fardello. Tra le ceree dita
prese il rosario col suo teschio d’osso.
v
E vennero le morte undicimila
vergini, con le lampade fornite
d’olio odoroso; camminando in fila;
di bianco lino, come lei, vestite;
nelle pallide conche d’alabastro
portando accese le lor dolci vite;
passando, sì che in breve erano un nastro
bianco, ondeggiante, a un alito, pian piano,
nel cielo azzurro tra la terra e un astro;
passando, come gli Ave a grano a grano
d’una corona. E le dicean parole
di sotto il giglio che teneano in mano.
Aveva ognuna, su le bianche stole,
l’orma di sangue della sua tortura.
Anch’ella, al cuore. Le dicean: Non duole.
Era, la prima d’esse, Ursula pura,
lassù, che tuttavia lampade accese
splendeano in fila per la terra oscura.
Le vergini non tutte erano ascese.
Quella picchiò tre volte con lo stelo
del giglio. E in terra Suor Virginia intese
quei colpettini al grande uscio del cielo.
vi
Tum tum... Di là, con tutto quel gran cielo
alla finestra, oh! trema come foglia
secca che prilla intorno a un ragnatelo,
la bimba, e bussa, e par ch’ora, sì, voglia
dirglielo: “Madre, c’è uno laggiù:
chiuda!„ E volge gli aperti occhi alla soglia
dell’uscio: aspetta. Ella non venne più.
Giovanni Pascoli
Suor Virginia
Tum tum... tum tum... - Ell’era stata in chiesa
a pregar sola, a dir la sua corona
sotto la sola lampadina accesa.
Avea chiesto perdono a chi perdona
tutto, di nulla; simile ad ancella
ch’ha gli occhi in mano della sua padrona;
a una che su l’uscio di sorella
ricca, socchiuso, prega piano, a volo;
ch’altri non oda. Era tornata in cella.
E ora avanti il Cristo morto solo,
avanti l’agonia di Santa Rita,
si toglieva il suo velo, il suo soggólo.
Il cingolo a tre nodi dalla vita
poi si scioglieva: un giallo teschio d’osso
girò tre volte nelle ceree dita.
Tum tum... - Chi picchia? Si rimise in dosso
lo scapolare. Forse alla parete
dell’altra stanza. L’uscio non s’è mosso.
Forse qualche educanda. Una ch’ha sete,
ch’ha male... Aprì soavemente l’uscio.
Entrò. Niente. I capelli nella rete,
le braccia in croce, gli occhi nel lor guscio...
ii
dormivano, composte, accomodate,
le due bambine. Aperta la finestra
era a una gran serenità d’estate.
L’avea lasciata aperta la maestra
per via del caldo. Un alito di vento
recava odor d’acacia e di ginestra.
Ma che frufrù nell’orto del convento!
Passava, ora d’un gufo, ora d’un gatto,
un sordo sgnaulìo subito spento.
Un grillo ora trillava, ora d’un tratto
taceva: come? Come se lì presso
fosse venuto chi sa chi, d’appiatto.
Un fischiettare, un camminar represso,
un raspare, un frugare, uno sfrascare
improvviso su su per il cipresso...
Brillavan qua e là lucciole rare,
come spiando. Un ululo ogni tanto
veniva da un lontano casolare.
L’urlo d’un cane alla catena, e il canto
più lontano d’un rauco vagabondo,
nell’alta notte, era la gioia e il pianto
che al monastero pervenìa, dal mondo.
a pregar sola, a dir la sua corona
sotto la sola lampadina accesa.
Avea chiesto perdono a chi perdona
tutto, di nulla; simile ad ancella
ch’ha gli occhi in mano della sua padrona;
a una che su l’uscio di sorella
ricca, socchiuso, prega piano, a volo;
ch’altri non oda. Era tornata in cella.
E ora avanti il Cristo morto solo,
avanti l’agonia di Santa Rita,
si toglieva il suo velo, il suo soggólo.
Il cingolo a tre nodi dalla vita
poi si scioglieva: un giallo teschio d’osso
girò tre volte nelle ceree dita.
Tum tum... - Chi picchia? Si rimise in dosso
lo scapolare. Forse alla parete
dell’altra stanza. L’uscio non s’è mosso.
Forse qualche educanda. Una ch’ha sete,
ch’ha male... Aprì soavemente l’uscio.
Entrò. Niente. I capelli nella rete,
le braccia in croce, gli occhi nel lor guscio...
ii
dormivano, composte, accomodate,
le due bambine. Aperta la finestra
era a una gran serenità d’estate.
L’avea lasciata aperta la maestra
per via del caldo. Un alito di vento
recava odor d’acacia e di ginestra.
Ma che frufrù nell’orto del convento!
Passava, ora d’un gufo, ora d’un gatto,
un sordo sgnaulìo subito spento.
Un grillo ora trillava, ora d’un tratto
taceva: come? Come se lì presso
fosse venuto chi sa chi, d’appiatto.
Un fischiettare, un camminar represso,
un raspare, un frugare, uno sfrascare
improvviso su su per il cipresso...
Brillavan qua e là lucciole rare,
come spiando. Un ululo ogni tanto
veniva da un lontano casolare.
L’urlo d’un cane alla catena, e il canto
più lontano d’un rauco vagabondo,
nell’alta notte, era la gioia e il pianto
che al monastero pervenìa, dal mondo.
Giuseppe Ungaretti
Dannazione
Come il sasso aspro del vulcano,
Come il logoro sasso del torrente,
Come la notte sola e nuda,
Anima da fionda e da terrori
Perché non ti raccatta
La mano ferma del Signore?
Quest’anima
Che sa le vanità del cuore
E perfide ne sa le tentazioni
E del mondo conosce la misura
E i piani della nostra mente
Giudica tracotanza,
Perché non può soffrire
Se non rapimenti terreni?
Tu non mi guardi più, Signore...
E non cerco se non oblio
Nella cecità della carne.
Come il logoro sasso del torrente,
Come la notte sola e nuda,
Anima da fionda e da terrori
Perché non ti raccatta
La mano ferma del Signore?
Quest’anima
Che sa le vanità del cuore
E perfide ne sa le tentazioni
E del mondo conosce la misura
E i piani della nostra mente
Giudica tracotanza,
Perché non può soffrire
Se non rapimenti terreni?
Tu non mi guardi più, Signore...
E non cerco se non oblio
Nella cecità della carne.
Giuseppe Ungaretti
La preghiera
Come dolce prima dell’uomo
Doveva andare il mondo.
L’uomo ne cavò beffe di demoni,
La sua lussuria disse cielo,
La sua illusione decretò creatrice,
Suppose immortale il momento.
La vita gli è di peso enorme
Come liggiù quell’ale d’ape morta
Alla formicola che la trascina.
Da ciò che dura a ciò che passa,
Signore, sogno fermo,
Fa’ che torni a correre un patto.
Oh! rasserena questi figli.
Fa’ che l’uomo torni a sentire
Che, uomo, fino a te salisti
Per l’infinita sofferenza.
Sii la misura, sii il mistero.
Purificante amore,
Fa’ ancora che sia scala di riscatto
La carne ingannatrice.
Vorrei di nuovo udirti dire
Che in te finalmente annullate
Le anime s’uniranno
E lassù formeranno,
Eterna umanità,
Il tuo sonno felice.
Doveva andare il mondo.
L’uomo ne cavò beffe di demoni,
La sua lussuria disse cielo,
La sua illusione decretò creatrice,
Suppose immortale il momento.
La vita gli è di peso enorme
Come liggiù quell’ale d’ape morta
Alla formicola che la trascina.
Da ciò che dura a ciò che passa,
Signore, sogno fermo,
Fa’ che torni a correre un patto.
Oh! rasserena questi figli.
Fa’ che l’uomo torni a sentire
Che, uomo, fino a te salisti
Per l’infinita sofferenza.
Sii la misura, sii il mistero.
Purificante amore,
Fa’ ancora che sia scala di riscatto
La carne ingannatrice.
Vorrei di nuovo udirti dire
Che in te finalmente annullate
Le anime s’uniranno
E lassù formeranno,
Eterna umanità,
Il tuo sonno felice.
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