Ai lettori
O vor che siete in piccioletta barca,
desiderosi d’ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti,
non vi mettete in pelago, che forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.
L’acqua chio prendo, giammai non si corse;
Minerva spira, e conducemi Apollo,
e nove muse mi dimostran l’Orse.
Voi altri pochi che drizzaste il collo
per tempo al pan degli Angeli, del quale
si vive qui, ma non sen vien satollo,
metter potete ben per l’alto sale
vostro navigio, servando mio solco
dinanzi all’acqua che ritorna equale.
Allor porsi la mano un poco avante
Allor porsi la mano un poco avante,
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e il tronco suo gridò: “ Perchè mi schiante? ”
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: “ Perchè mi scerpi?
Non hai tu spirto di pietà alcuno?
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi;
ben dovrebb’esser la tua man più pia
se state fossimo anime di serpi.”
Come d’un stizzo verde ch’arso sia
da l’un de’ capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via;
sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme.
““ S’egli avesse potuto creder prima,”
rispose il savio mio, “ anima lesa,
ciò ch’ha veduto pur con la mia rima,
non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad opra cla me stesso pesa.
Ma digli chi tu fosti, sì che in vece
d’alcun’ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo su dove tornar gli lece.”
E il tronco: “ Sì col dolce dir m’adeschi,
cl’io non posso tacere; e voi non gravi
perclvio un poco a ragionar m’inveschi.
Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi
serrando e disserrando, sì soavi,
che dal secreto suo quasi ogni uom tolsi:
fede portai al glorioso offizio,
tanto ch’io ne perdei li sonni e i polsi.
La meretrice che mai da l’ospizio
di Cesate non torse gli occhi putti,
morte comune, de le cotti vizio,
inflammò contra me li animi tutti;
e gl’infammati inframmar sì Augusto,
che i lieti onor tornarò in tristi lutti.
L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.
Per le nove radici d’esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio signor, che fu d’onor sì degno.
E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia che giace
ancor del colpo che invidia le diede.”
Da Il fiore (strofe 227-230)
Cortesia e Bellaccoglienza
«Figliuola mia, per Dio e per merzede,
aggie pietà di quel leal amante,
che per te ha sofferte pene tante
che dir nol ti poria, in buona fede!
In nessun altro iddio che te non crede,
e tuttora a ciò è stato fermo e stante:
figliuola mia, or gli fa tal sembiante
che sia certano di ciò ch’or non crede.»
Bellaccoglienza disse: «I’ gli abbandono
e me e ’l fiore e ciò ch’i’ ho ’n podere,
e ched e’ prenda tutto quanto in dono.
Per altre volte avea alcun volere,
ma non era sì agiata com’or sono.
Or ne può fare tutto ’l su’ piacere».
Dal Purgatorio (Canto XIX)
Nell’ora che non può ’1 calor diurno
intepidar più il freddo della luna,
vinto da terra, e talor da Saturno;
quando i geomanti lor Maggior Fortuna
veggiono in oriente, innanzi all’alba,
surger per via che poco le sta bruna;
mi venne in sogno una femmina balba,
nelli occhi guercia, e sovra i piè distorta,
con le man monche, e di colore scialba.
Io la mirava; e come ’l sol conforta
le fredde membra che la notte aggrava,
così lo sguardo mio le facea scorta
la lingua, e poscia tutta la drizzava
in poco d’ora, e lo smarrito volto,
com’amor vuol, così le colorava.
Poi ch’ell’avea il parlar così disciolto,
cominciava a cantar sì, che con pena
da lei avrei mio intento rivolto.
«Io son» cantava, «io son dolce serena,
che’ marinari in mezzo mar dismago;
tanto son di piacere a sentir piena!
Io volsi Ulisse del suo cammin vago
al canto mio; e qual meco si ausa,
rado sen parte; sì tutto l’appago!»
Ancor non era sua bocca richiusa,
quand’una donna apparve santa e presta
lunghesso me per far colei confusa.
«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»
fieramente dicea; ed el venìa
con li occhi fitti pur in quella onesta.
L’altra prendea, e dinanzi l’aprìa
fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre:
quel mi svegliò col puzzo che n’uscìa.
Farinata degli uberti
“O Tosco, che per la città del foco
vivo ten vai, così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.
La tua loguela ti fa manifesto
di quella nobil patria natìo
alla qual, forse, io fui troppo molesto.”
Subitamente questo suono uscìo
d’una dell’arche. Però m’accostai,
temendo, un poco più al duca mio.
Ed ei mi disse: “ Vòlgiti; che fai?
Vedi là Farinata che s’è dritto:
dalla cintola in su tutto il vedrai.”
Francesca da Rimini (Inferno, V)
Io cominciai: “ Poeta, volentieri
parlerei a que’ due che insieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri.”
Ed egli a me: “ Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li prega
per quell’amor che i mena; e quei verranno.”
Sì tosto come il vento a noi li piega
mossi la voce; “ O anime affannate,
venite a noi parlar s’altri nol niega.”
Quali colombe dal disio chiamate,
con l’ali alzate e ferme, al dolce nido
vegnon per l’aer dal voler portate:
cotali uscir della schiera ov’è Dido
a noi venendo per l’aer maligno,
sì forte fu l’affettuoso grido.
“O animal grazioso e benigno,
che visitando vai per l’aer perso,
noi che tignemmo il mondo di sanguigno:
se fosse amico il re dell’universo,
noi pregheremmo lui della tua pace,
poi chè hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar ti piace
noi udiremo e parleremo a vui.
Mentre che il vento, come fa, si tace.
Siede la terra dove nata fui,
sulla marina dove il Po discende
per aver pace coi seguaci sui.
Amor, che a cor gentil ratto s’apprende,
prese costui della bella persona
che mi fu tolta, e il modo ancor m’offende.
Amor, che a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi vita ci spense.”
Queste parole da lor ci fur porte.
Da che io intesi quelle anime offense,
chinai il viso, e tanto il tenni basso,
I1io0
dall’altra già m’avea lasciata Setta.
‘O frati; dissi, che per cento milia
perigli, siete giunti all’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
de’ nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
diretro al Sol del mondo senza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza.’
Li miei compagni feci io sì acuti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che appena poscia li avrei ritenuti.
E volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già dell’altro polo
vedea la notte, e il nostro tanto basso,
che non surgeva fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto dalla luna,
poi che entrati eravam nell’alto passo,
quando n’apparve una montagna bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non n’aveva alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
chè dalla nuova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fè’ gitar con tutte l’acque,
alla quarta levar la poppa in suso,
e la prora ire in giù com’altrui piacque,
infin che il mar fu sopra noi richiuso.”
Iio
finchè il poeta mi disse: “ Che pense?”
Quando risposi, cominciai: “ O lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo! ”
Poi mi rivolsi a loro, e parla’ io,
e cominciai: “ Francesca, i tuoi martiri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo de’ dolci sospiri,
a che e come concedette Amore,
che conosceste i dubbiosi disiri? ”
Ed ella a me: “ Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
nella miseria; e ciò sa il tuo dottore.
Ma se a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
farò come colui che piange e dice.
Noi leggevamo un giorno per diletto
di Lancelotto, come amor lo strinse:
soli eravamo e senza alcun sospetto.
Per più fiate gli occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso:
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi baciò tutto tremante:
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.”
Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangeva sì che di pietade
io venni meno sì com’io morisse;
e caddi, come corpo morto cade.
Iio
di tutto il lume della sfera nostra,
ciò clio dico di me di sè intende:
sorella fu, e così le fu tolta
di capo l’ombra delle sacre bende.
Ma poi che pur al mondo fu rivolta,
contra suo grato e contra buona usanza,
non fu dal vel del cuor giammai disciolta.
Quest’è la luce della gran Costanza,
che del secondo vento di Soave
generò il terzo, e l’ultima possanza.”
Così parlommi, e poi cominciò: Ave
Maria, cantando; e cantando vanìo,
come per acqua cupa cosa grave.
Il conte ugolino
- . . 10 vi due ghiacciati in una buca,
sì che l’un capo a l’altro era cappello;
e come il pan per fame si manduca,
così il sovran li denti a l’altro pose
là °ve il cervel s’aggiunge con la nuca.
Non altrimenti ‘Tideo si rose
le tempie a Menalippo per disdegno
che quei faceva il teschio e l’altre cose.
“O tu che mostri per sì bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi il perchè,” diss’io, per tal convegno,
che se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi
se quella con chio parlo non si secca.”
XXXIII
La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola ai capelli
del capo ch’egli avea di retro guasto.
Poi cominciò: “ Tu vuoi cl’io rinnovelli
disperato dolor che il cor mi preme
già pur pensando pria chio ne favelli.
Ma se le mie parole esser den seme
che frutti infamia al traditor cllio rodo,
parlare e lacrimar vedrai insieme.
To non so chi tu se’ nè per che modo
venuto se’ quaggiù ma fiorentino
mi sembri veramente quand’io t’odo.
Tu dei saper clio fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché’io son tal vicino.
Che per l’effetto dei suoi mai pensieri
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia motto, dir non è mestieri;
però quel che non puoi avere inteso,
ciò è come la morte mia fu cruda,
udirai e saprai s’ei m’ha offeso.
Breve pertugio dentro da la muda,
la qual per me ha il titol de la fame,
e in che conviene ancor ch’altri si chiuda,
m’avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand’io feci il mal sonno
che del futuro mi squarciò il velame.
Questi pareva a me maestro e donno
cacciando il lupo e i lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.
Con cagne magre, studiose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s’avea messi dinanzi da la fronte.
In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e i figli, e con l’acute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.
Quando fui desto innanzi la dimane
pianger sentii fra ’l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco e dimandar del pane.
Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli,
pensando ciò che il mio cor s’annunziava
e se non piangi, di che pianger suoli?
Già eran desti e l’ora s’appressava
che il cibo ne solea esser addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;
e io sentii chiavar l’uscio di sotto,
a l’orribile torre; ond’io guardai
nel viso ai miei figliuoi senza far motto.
To non piangeva, sì dentro impietrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: Tu guardi sì, padre! che hai?’
Perciò non lagrimai nè rispos’io
tutto quel giorno nè la notte appresso,
infin che l’altro sol nel mondo uscio.
Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,
ambo le mani per dolor mi morsi,
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi,
e disser: Padre, assai ci fia men doglia,
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia.’
Queta’ mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro stemmo tutti muti:
ahi, dura terra, perchè non t’apristi?
Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gettò disteso ai piedi
dicendo: Padre mio, chè non m’aiuti?’
Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto, ond’io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti:
poscia più che il dolor, potè il digiuno.”
Quand’ebbe detto ciò, con gli occhi torti,
riprese il teschio misero coi denti
che furo a l’osso, come d’un can, forti.
Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ’l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti
muovasi la Capraia e la Gotrgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’egli anneghi in te ogni persona!