Francesca da Rimini (Inferno, V)

Io cominciai: “ Poeta, volentieri
parlerei a que’ due che insieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri.”
Ed egli a me: “ Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li prega
per quell’amor che i mena; e quei verranno.”
Sì tosto come il vento a noi li piega
mossi la voce; “ O anime affannate,
venite a noi parlar s’altri nol niega.”
Quali colombe dal disio chiamate,
con l’ali alzate e ferme, al dolce nido
vegnon per l’aer dal voler portate:
cotali uscir della schiera ov’è Dido
a noi venendo per l’aer maligno,
sì forte fu l’affettuoso grido.
“O animal grazioso e benigno,
che visitando vai per l’aer perso,
noi che tignemmo il mondo di sanguigno:
se fosse amico il re dell’universo,
noi pregheremmo lui della tua pace,
poi chè hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar ti piace
noi udiremo e parleremo a vui.
Mentre che il vento, come fa, si tace.
Siede la terra dove nata fui,
sulla marina dove il Po discende
per aver pace coi seguaci sui.

Amor, che a cor gentil ratto s’apprende,
prese costui della bella persona
che mi fu tolta, e il modo ancor m’offende.
Amor, che a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi vita ci spense.”
Queste parole da lor ci fur porte.
Da che io intesi quelle anime offense,
chinai il viso, e tanto il tenni basso,
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