Il dolce stil nuovo
Ma vr s’10 veggio qui colui che fuore
trasse le nuove rime, cominciando:
“ Donne ch’avete intelletto L’Amore.”
Ed io a lui: “Io mi son un che quando
Amore spira, noto, ed a quel modo
che ditta dentro, vo significando.”
“O frate, issa vegg’io,” diss’elli, “il nodo
che il Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil nuovo ch’è’ odo.
Io veggio ben come le vostre penne
diretro al dittator sen vanno strette,
che delle nostre certo non avvenne;
e qual più a riguardar oltre si mette,
non vede più dall’uno all’altro stilo; ”
e quasi contentato, si tacette.
Il paradiso terrestre (Purgatorio, canto XXVIII)
Vago già di cercar dentro e dintorno
la divina foresta spessa e viva,
ch’a li occhi temperava il novo giorno,
sanza più aspettar, lasciai la riva,
prendendo la campagna lento lento
su per lo suol che d’ogne parte auliva.
Un’aura dolce, sanza mutamento
avere in sé, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave vento;
per cui le fronde, tremolando, pronte
tutte quante piegavano a la parte
u’ la prim’ombra gitta il santo monte;
non però dal loro esser dritto sparte
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d’operare ogne lor arte;
ma con piena letizia l’ore prime,
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue rime,
tal qual di ramo in ramo si raccoglie
per la pineta in su ’l lito di Chiassi,
quand’Ëolo scilocco fuor discioglie.
Già m’avean trasportato i lenti passi
dentro a la selva antica tanto, ch’io
non potea rivedere ond’io mi ’ntrassi;
ed ecco più andar mi tolse un rio,
che ’nver’ sinistra con sue picciole onde
piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.
Tutte l’acque che son di qua più monde,
parrieno avere in sé mistura alcuna
verso di quella, che nulla nasconde,
avvegna che si mova bruna bruna
sotto l’ombra perpetüa, che mai
raggiar non lascia sole ivi né luna.
Coi piè ristetti e con li occhi passai
di là dal fiumicello, per mirare
la gran varïazion d’i freschi mai;
e là m’apparve, sì com’elli appare
subitamente cosa che disvia
per maraviglia tutto altro pensare,
una donna soletta che si gia
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond’era pinta tutta la sua via.
"Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore
ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti
che soglion esser testimon del core,
vegnati in voglia di trarreti avanti",
diss’io a lei, "verso questa rivera,
tanto ch’io possa intender che tu canti.
Tu mi fai rimembrar dove e qual era
Proserpina nel tempo che perdette
la madre lei, ed ella primavera".
Come si volge, con le piante strette
a terra e intra sé, donna che balli,
e piede innanzi piede a pena mette,
volsesi in su i vermigli e in su i gialli
fioretti verso me, non altrimenti
che vergine che li occhi onesti avvalli;
e fece i prieghi miei esser contenti,
sì appressando sé, che ’l dolce suono
veniva a me co’ suoi intendimenti.
Tosto che fu là dove l’erbe sono
Il principio del purgatorio
Dorcg color d’oriental zaffiro,
che s’accoglieva nel sereno aspetto
dell’ aer puro infino al primo giro
agli occhi miei ricominciò diletto,
tosto, chi’ uscii fuor dell’aura morta,
che m’avea contristati gli occhi e ’l petto.
Lo bel pianeta che ad amar conforta,
faceva tutto rider l’oriente,
velando i pesci ch’erano in sua scorta.
Io mi volsi a man destra e posi mente
all’altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch’alla prima gente.
Goder pareva il ciel di lor fiammelle.
O settentrional vedovo sito,
poichè privato sei di mirar quelle!
L’Amante
Quand’i’ udi’ quel buon risposto fino
che la gentil rispuose, mi levai
ed a la balestriera m’addrizzai,
ché quel sì era il mi’ dritto cammino,
e sì v’andai come buon pellegrino,
ch’un bordon noderuto v’apportai,
e la scarsella non dimenticai,
la qual v’appiccò buon mastro divino.
Tutto mi’ arnese tal chent’ i’ portava,
s’è di condurl’al porto in mia ventura,
di toccarne le ’rlique i’ pur pensava.
Nel mi’ bordon non avea ferratura,
ché già mai contra pietre no ll’urtava;
la scarsella sì era san costura.
Tant’andai, giorno e notte camminando
col mi’ bordon che non era ferrato,
che ’ntra duo be’ pilastri fu’ arrivato:
molto s’andò il mi’ cuor riconfortando.
Dritt’a le ’rlique venni appressimando,
e ’mmantenente mi fu’ inginocchiato
per adorare quel corpo beato;
po’ venni la coverta sollevando.
E poi provai sed i’ potea il bordone
in quella balestriera, ch’i’ v’ho detto,
metterlo dentro tutto di randone;
ma i’ non potti, ch’ell’era sì stretto
l’entrata, che ’l fatto andò in falligione.
La prima volta i’ vi fu’ ben distretto.
L’apparizione di beatrice
Turrr dicean: Benedictus qui venis!
e, fior gittando di sopra e d’intorno;
Manibus o date lilia plenis!
Io vidi già nel cominciar del giorno
la parte oriental tutta rosata
e l’altro ciel di bel sereno adorno;
e la faccia del sol nascere ombrata
sì che per temperanza di vapori,
l’occhio la sostenea lunga fiata:
così dentro una nuvola di fiori,
che dalle mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fuori,
sopra candido vel cinta d’oliva,
donna m’apparve sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.
E lo spirito mio che già cotanto
tempo era stato, che alla sua presenza
non era di stupor, tremando, affranto,
senza degli occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d’antico amor sentì la gran potenza.
Tosto che nella vista mi percosse
l’alta virtù che già m’avea trafitto
prima chio fuor di puerizia fosse,
volsimi alla sinistra col rispitto
col quale il fantolin corre alla mamma,
quando ha paura, o quando egli è afflitto,
per dicere a Virgilio: “ Men che dramma
di sangue m’è rimaso, che non tremi;
conosco i segni dell’antica fiamma! ”
L’empireo. san bernardo e beatrice
In forma dunque di candida rosa
mi si mostrava la milizia santa
che nel suo sangue Cristo fece sposa;
ma l’altra, che volando vede e canta
la gloria di Colui che la innamora,
e la bontà che la fece cotanta,
sì come schiera d’api che s’infiora
una fiata ed una si ritorna
là dove suo lavoro s’insapora,
nel gran fior discendeva che s’adorna
di tante foglie, e quindi risaliva
là dove il suo Amor sempre soggiorna.
Le facce tutte avean di fiamma viva,
e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco,
che nulla neve a quel termine arriva.
Quando scendean nel fior, di banco in banco,
porgevan della pace e dell’ardore,
ch’egli acquistavan ventilando il fianco.
Nè lo interporsi tra il disopra e il fiore
di tanta plenitudine volante
impediva la vista e lo splendore;
chè la luce divina è penetrante
per l’universo secondo ch’è degno
sì che nulla le puote essere ostante.
Questo sicuro e gaudioso regno,
frequente in gente antica ed in novella,
viso ed amore avea tutto ad un segno.
O Trina Luce, che, in Unica Stella
scintillando a lor vista sì gli appaga,
guarda quaggiuso alla nostra procella!
Se i barbari, venendo da tal plaga,
che ciascun giorno d’Elice si cuopra
rotante col suo figlio ond’ella è vaga,
vedendo Roma e l’ardua sua opra,
stupefaciensi quando Laterano
alle cose mortali andò di sopra;
io, che al divino dall’umano,
all’eterno dal tempo era venuto,
e di Fiorenza in popol giusto e sano,
di che stupor dovea esser compiuto!
Certo tra esso e il gaudio mi facea
libito non udire e starmi muto.
E quasi peregrin che si ricrea
nel tempio del suo voto riguardando,
e spera già ridir convello stea;
sì per la viva luce passeggiando,
menava io gli occhi per li gradi,
mo su, mo giù, e mo ricirculando.
Vedea di carità visi suadi,
d’altrui lume fregiati e del suo riso,
ed atti ornati di tutte onestadi.
La forma general di Paradiso
già tutta mio sguardo avea compresa,
e in nulla parte ancor fermato il viso;
e volgeami con voglia riaccesa
per domandar la mia donna di cose
di che la mente mia era sospesa.
Uno intendea, ed altro mi rispose;
credea veder Beatrice, e vidi un sene
vestito con le genti gloriose.
Diffuso era per gli occhi e per le gene
di benigna letizia, in atto pio,
quale a tenero padre si conviene.
Ed, “ Ella ov’è? ” di subito diss’io;
ond’egli: “A terminar lo tuo disiro
mosse Beatrice me del loco mio;
e se riguardi su nel terzo giro
del sommo grado, tu la rivedrai
nel trono che i suoi merti le sortiro.”
Senza risponder gli occhi su levai,
e vidi lei che si facea corona,
riflettendo da sè gli eterni rai.
Da quella region che più su tuona,
occhio mortale alcun tanto non dista,
qualunque in mare più giù s’abbandona,
quanto Îì da Beatrice la mia vista;
ma nulla mi facea che sua effige
non discendeva a me per mezzo mista.
“O donna in cui la mia speranza vige,
e che soffristi per la mia salute
in Inferno lasciar le tue vestige,
di tante cose quante io ho vedute,
dal tuo potere e dalla tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.
Tu ny’hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutti i modi
che di ciò fare avei la potestate.
La tua magnificenza in me custodi
sì, che l’anima mia, che fatta hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi.”
Così orai; ed ella, sì lontana
come parea, sorrise e riguardommi;
poi si tornò all’Eterna Fontana.
E il santo sene: “ Acciò che tu assommi
perfettamente,” disse, “ il tuo cammino,
a che prego ed amor santo mandommi,
vola con gli occhi per questo giardino;
chè veder lui t’acconcerà lo sguardo
più al montar per lo raggio divino.
E la Regina del cielo, ond’io ardo
tutto d’amor, ne farà ogni grazia;
però chio sono il suo fedel, Bernardo.”
Qual’è colui che forse di Croazia
viene a veder la Veronica nostra,
che per l’antica fama non si sazia,
ma dice nel pensier, finchè si mostra:
“ Signor mio Gesù Cristo, Dio verace,
or fu sì fatta la sembianza vostra?”
Tale era io mirando la vivace
carità di colui, che in questo mondo,
L’invocazione del paradiso
La gloria di Colui che tutto move,
Per l’ Universo penetra e risplende
In una parte più, e meno altrove.
Nel Ciel che più della sua luce prende,
Fu’ io, e vidi cose che ridire
Nè sa, nè può chi di lassù discende;
Perchè, appressando sè al suo disire,
Nostro intelletto si profonda tanto,
Che drieto la memoria non può ire.
Veramente quant’io del regno santo
Nella mia mente potei far tesoro,
Serà ora materia del mio canto.
O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
Fammi del tuo valor sì fatto vaso.
Come dimanda dar l’amato alloro.
Insino a qui l’un giugo di Parnaso
Assai mi fu; ma or con ambedue
M’è uopo entrar ne l’aringo rimaso.
Entra nel petto mio, e spira tue,
Sì come quando Marsia traesti
Della vagina delle membra sue.
O divina virtù, se mi ti presti
Tanto, che l’ombra del beato regno
Segnata nel mio capo manifesti,
Vedra’mi al piè del tuo diletto legno,
Venire e coronarmi delle foglie,
Che la materia e tu mi farai degno.
Sì rade volte, o Padre, se ne coglie,
Per triunfare o Cesari o poeta,
(Colpa e vergogna delle umane voglie)
Che parturir letizia in su la lieta
Delfica deità dovria la fronda
Peneia, quando alcun di sè asseta.
La sua speranza
Se mai continga che il poema sacro,
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che m’ha fatto per molt’anni macro,
vinca la crudeltà che fuor mi serra
del bello ovile ov’io dormii agnello,
nimico ai lupi che gli fanno guerra;
con altra voce omai, con altro vello
ritornerò poeta; ed in sul fonte
del mio battesmo prenderò il cappello.
Manfredi
Come le pecorelle escon dal chiuso
ad una, a due, a tre, e l’altre stanno
timidette atterrando l’occhio e il muso;
e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
semplici e quete, e lo ’mperchè non sanno;
sì vid’io muovere a venir la testa
di quella mandria fortunata allotta,
pudica in faccia e nell’andare onesta.
e
Ed un di loro incominciò: “ Chiunque
tu se’, così andando, volgi il viso!
Pon mente se di là mi vedesti unque.”
To mi volsi vèr lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un dei cigli un colpo avea diviso.
Quand’io mi fui umilmente disdetto
d’averlo visto mai, ei disse: “ Or vedi! ”
e mostrommi una piaga a sommo il petto.
Poi sorridendo disse: “Io son Manfredi,
nipote di Costanza imperatrice;
ond’io ti priego che quando tu riedi,
vadi a mia bella figlia, genitrice
dell’onor di Sicilia e d’Aragona
e dichi a lei il ver, s’altro si dice.
Poscia cli ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo a Quei che volentier perdona.
Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.
Se il pastor di Cosenza, che alla caccia
di me fu messo per Clemente, allora
avesse in Dio ben letta questa faccia,
l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co’ del ponte, presso a Benevento,
sotto la guardia della grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo il Verde,
dov’ei le trasmutò a lume spento.”
Paradiso, canto XXXI
contemplando, gustò di quella pace.
«Figliuol di grazia, quest’esser giocondo»
cominciò elli «non ti sará noto,
tenendo li occhi pur qua giú al fondo;
ma guarda i cerchi infino al piú remoto,
tanto che veggi seder la regina
cui questo regno è suddito e devoto».
Io levai li occhi; e come da mattina
la parte oriental de l’orizzonte
soverchia quella dove ’l sol declina,
cosí, quasi di valle andando a monte
con li occhi, vidi parte ne lo stremo
vincer di lume tutta l’altra fronte.
E come quivi ove s’aspetta il temo
che mal guidò Fetonte, piú s’infiamma,
e quinci e quindi il lume si fa scemo,
cosí quella pacifica oriafiamma
nel mezzo s’avvivava, e d’ogni parte
per igual modo allentava la fiamma:
e a quel mezzo, con le penne sparte,
vid’io piú di mille angeli festanti,
ciascun distinto di fulgore e d’arte.
Vidi a’ lor giochi quivi ed a’ lor canti
ridere una bellezza, che letizia
era ne li occhi a tutti li altri santi;
e s’io avessi in dir tanta divizia
quanta ad imaginar, non ardirei
lo minimo tentar di sua delizia.
Bernardo, come vide li occhi miei
nel caldo suo calor fissi e attenti,
li suoi con tanto affetto volse a lei,
che i miei di rimirar fe’ piú ardenti.