L’invocazione del paradiso
La gloria di Colui che tutto move,
Per l’ Universo penetra e risplende
In una parte più, e meno altrove.
Nel Ciel che più della sua luce prende,
Fu’ io, e vidi cose che ridire
Nè sa, nè può chi di lassù discende;
Perchè, appressando sè al suo disire,
Nostro intelletto si profonda tanto,
Che drieto la memoria non può ire.
Veramente quant’io del regno santo
Nella mia mente potei far tesoro,
Serà ora materia del mio canto.
O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
Fammi del tuo valor sì fatto vaso.
Come dimanda dar l’amato alloro.
Insino a qui l’un giugo di Parnaso
Assai mi fu; ma or con ambedue
M’è uopo entrar ne l’aringo rimaso.
Entra nel petto mio, e spira tue,
Sì come quando Marsia traesti
Della vagina delle membra sue.
O divina virtù, se mi ti presti
Tanto, che l’ombra del beato regno
Segnata nel mio capo manifesti,
Vedra’mi al piè del tuo diletto legno,
Venire e coronarmi delle foglie,
Che la materia e tu mi farai degno.
Sì rade volte, o Padre, se ne coglie,
Per triunfare o Cesari o poeta,
(Colpa e vergogna delle umane voglie)
Che parturir letizia in su la lieta
Delfica deità dovria la fronda
Peneia, quando alcun di sè asseta.
Per l’ Universo penetra e risplende
In una parte più, e meno altrove.
Nel Ciel che più della sua luce prende,
Fu’ io, e vidi cose che ridire
Nè sa, nè può chi di lassù discende;
Perchè, appressando sè al suo disire,
Nostro intelletto si profonda tanto,
Che drieto la memoria non può ire.
Veramente quant’io del regno santo
Nella mia mente potei far tesoro,
Serà ora materia del mio canto.
O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
Fammi del tuo valor sì fatto vaso.
Come dimanda dar l’amato alloro.
Insino a qui l’un giugo di Parnaso
Assai mi fu; ma or con ambedue
M’è uopo entrar ne l’aringo rimaso.
Entra nel petto mio, e spira tue,
Sì come quando Marsia traesti
Della vagina delle membra sue.
O divina virtù, se mi ti presti
Tanto, che l’ombra del beato regno
Segnata nel mio capo manifesti,
Vedra’mi al piè del tuo diletto legno,
Venire e coronarmi delle foglie,
Che la materia e tu mi farai degno.
Sì rade volte, o Padre, se ne coglie,
Per triunfare o Cesari o poeta,
(Colpa e vergogna delle umane voglie)
Che parturir letizia in su la lieta
Delfica deità dovria la fronda
Peneia, quando alcun di sè asseta.