Poesie di questo tema
Letteratura e parole
Alberto Cappi
Giochi
tèma téma
lappà orlo
la parola
terra trema
trina trama
parla pura
rima rema
la paura
Da IL SERENO UNTORE
lappà orlo
la parola
terra trema
trina trama
parla pura
rima rema
la paura
Da IL SERENO UNTORE
Alberto Cappi
Incantamenti
è una sera di poesia
devo pensarti suono
devo abitarti
è come pesare
cosa sarà della scia
di ogni incantamento
cosa come il momento
del mio sortilegio
di poeta
l’avvio di un documento
un bozzolo di seta
devo pensarti suono
devo abitarti
è come pesare
cosa sarà della scia
di ogni incantamento
cosa come il momento
del mio sortilegio
di poeta
l’avvio di un documento
un bozzolo di seta
Alfredo Giuliani
Le radici dei segni
a Gastone Novelli
Come sono in pericolo tutti i segni,
AA A ABBBSSO O!
la mano non puoi lasciarla sui giri dell’ottovolante, sui
[turchini?
del mare, le culture sono alfabeti, le linee frecce e
[seni tremanti
bersagli, bisognava prepararsi un metodo: poi verificare:
[per ex.
sole giallo sole arancio sole rosa e il blu nero dell’eclisse,
senza dominare veramente i corpi, questa saggezza è inutile per
l’arte;
bisognava inventare questa appresentazione dei segni che la
vita lascia
sugli alberi e sui monumenti, è un meccano di elementi naturali
per la fantastica ingegneria dei vini e delle vene conduttrici? (si
vede
benissimo dagli appunti dei viaggi in Grecia), recuperare queste
zone
saltate dalla nettezza, sulla spiaggia, di giorno, di notte,
[da una
gamba
ferita, smuovere le parole così sicure di se stesse
lintersecando
linee
da lettere? seguendo le vibrazioni verso colori esattamente sem-
plici e
ridurle? al S EN XG NIO 123 o tirando le verticali PUPU PUS
TU
DADA LILLI
POP che ne risulta quale gioco di prova per radici
[pittografiche;’
la mimica’° minuziosa dei segni linguistici che coprono la terra,
umani e
From IL TAUTOFONO
Come sono in pericolo tutti i segni,
AA A ABBBSSO O!
la mano non puoi lasciarla sui giri dell’ottovolante, sui
[turchini?
del mare, le culture sono alfabeti, le linee frecce e
[seni tremanti
bersagli, bisognava prepararsi un metodo: poi verificare:
[per ex.
sole giallo sole arancio sole rosa e il blu nero dell’eclisse,
senza dominare veramente i corpi, questa saggezza è inutile per
l’arte;
bisognava inventare questa appresentazione dei segni che la
vita lascia
sugli alberi e sui monumenti, è un meccano di elementi naturali
per la fantastica ingegneria dei vini e delle vene conduttrici? (si
vede
benissimo dagli appunti dei viaggi in Grecia), recuperare queste
zone
saltate dalla nettezza, sulla spiaggia, di giorno, di notte,
[da una
gamba
ferita, smuovere le parole così sicure di se stesse
lintersecando
linee
da lettere? seguendo le vibrazioni verso colori esattamente sem-
plici e
ridurle? al S EN XG NIO 123 o tirando le verticali PUPU PUS
TU
DADA LILLI
POP che ne risulta quale gioco di prova per radici
[pittografiche;’
la mimica’° minuziosa dei segni linguistici che coprono la terra,
umani e
From IL TAUTOFONO
Alfredo Giuliani
Partiture (2)
Si fa per allegria I malinconia
scherzo e furore
o quel che sia
stupidità
non cambia vita la poesia
forma di bugia che include il vero
arte del dire sghembo innominando
ritmo del premonire
pensieri girano nel nonsono
va’là
Oilallà
pensare non ha fondamento
si sa
pazzo che sei
tutta la metafisica stride su una corda
(a Tokjo
nel giardino dell’Istituto
ho scodinzolato dietro il tocco di un do
sfiorato con brio sulla tavola “marciante naturale”
dal musico Sanzò)
Parole-sassolini nella mente
se tintinnano va
se sciacquano
inghiottono le onde del sentire
si rompono nell’eco stinta di un grido
son qua a illuminare
cra cra dei corvi
ma strano
curiosità
Segno non trova fondamento
è ciò che fa
oinoilà
fondamento crolla e noi bravi a crollare
studiando magie archeologie
abisso senza fondo
non è cosa di macerie
morte sarà risposta voilà inaudita
aldilà
Festa di morte il vero e altro non sia
scherzo e furore
o quel che sia
stupidità
non cambia vita la poesia
forma di bugia che include il vero
arte del dire sghembo innominando
ritmo del premonire
pensieri girano nel nonsono
va’là
Oilallà
pensare non ha fondamento
si sa
pazzo che sei
tutta la metafisica stride su una corda
(a Tokjo
nel giardino dell’Istituto
ho scodinzolato dietro il tocco di un do
sfiorato con brio sulla tavola “marciante naturale”
dal musico Sanzò)
Parole-sassolini nella mente
se tintinnano va
se sciacquano
inghiottono le onde del sentire
si rompono nell’eco stinta di un grido
son qua a illuminare
cra cra dei corvi
ma strano
curiosità
Segno non trova fondamento
è ciò che fa
oinoilà
fondamento crolla e noi bravi a crollare
studiando magie archeologie
abisso senza fondo
non è cosa di macerie
morte sarà risposta voilà inaudita
aldilà
Festa di morte il vero e altro non sia
Andrea Zanzotto
Alto, altro linguaggio, fuori idioma?
Lingue fioriscono affascinano
inselvano e tradiscono in mille
aghi di mutismi e sordità
sprofondano e aguzzano in tanti e tantissimi idioti
Lingue tra i cui baratri invano
si crede passare— fioriti, fioriti, in altissimi
sapori e odori, ma sono idiozia
Idioma, non altro, è ciò che mi attraversa
in persecuzioni e aneliti h j k ch ch ch
idioma
è quel gesto ingessato
che accumula
sere sforbiciate via verso il niente. Ma
pare che da rocks crudelmente franti tra
i denti diamantiferi, in
ebbri liquori vengano gl’idiomi!
Pare, ognuno, residuo di sé, di
io-lingua, ridotto a seduzione!
Ma vedi come—in idioma—corra i più orribili rischi
la stessa nebbia fatata del mondo, stock
di ogni estatico scegliere, di ogni devozione
E là mi trascino, all’intraducibile perché
fuori-idioma, al qui, al sùbito,
al circuito chiuso che pulsa,
al grumo, al giro di guizzi in un monitor
Non vi siano idiomi, né traduzioni, ora
entro il disperso
il multivirato sperperarsi in sé
di questo ritornante attacco dell’autunno.
«Attacco», «traduzioni», che dissi? O
altri sinonimi h j k ch ch ch
sempre più nervosamente adatti, in altri idiomi?
Ma che m’interessa ormai degli idiomi?
Ma sì, invece, di qualche
piccola poesia, che non vorrebbe saperne
ma pur vive e muore in essi—di ciò m’interessa
e del foglio di carta
per sempre rapinato dall’oscurità
ventosa di una ValPiave
davvero definitivamente
canadese o australiana
o aldilà.
inselvano e tradiscono in mille
aghi di mutismi e sordità
sprofondano e aguzzano in tanti e tantissimi idioti
Lingue tra i cui baratri invano
si crede passare— fioriti, fioriti, in altissimi
sapori e odori, ma sono idiozia
Idioma, non altro, è ciò che mi attraversa
in persecuzioni e aneliti h j k ch ch ch
idioma
è quel gesto ingessato
che accumula
sere sforbiciate via verso il niente. Ma
pare che da rocks crudelmente franti tra
i denti diamantiferi, in
ebbri liquori vengano gl’idiomi!
Pare, ognuno, residuo di sé, di
io-lingua, ridotto a seduzione!
Ma vedi come—in idioma—corra i più orribili rischi
la stessa nebbia fatata del mondo, stock
di ogni estatico scegliere, di ogni devozione
E là mi trascino, all’intraducibile perché
fuori-idioma, al qui, al sùbito,
al circuito chiuso che pulsa,
al grumo, al giro di guizzi in un monitor
Non vi siano idiomi, né traduzioni, ora
entro il disperso
il multivirato sperperarsi in sé
di questo ritornante attacco dell’autunno.
«Attacco», «traduzioni», che dissi? O
altri sinonimi h j k ch ch ch
sempre più nervosamente adatti, in altri idiomi?
Ma che m’interessa ormai degli idiomi?
Ma sì, invece, di qualche
piccola poesia, che non vorrebbe saperne
ma pur vive e muore in essi—di ciò m’interessa
e del foglio di carta
per sempre rapinato dall’oscurità
ventosa di una ValPiave
davvero definitivamente
canadese o australiana
o aldilà.
Clemente Rebora
O poesia, nel lucido verso
O poesia, nel lucido verso
che l’ansietà di primavera esalta
che la vittoria dell’estate assalta
che speranze nell’occhio del cielo divampa
che tripudi sul cuor della terra conflagra,
o poesia, nel livido verso
che sguazza fanghiglia d’autunno
che spezza ghiaccioli d’inverno
che schizza veleno nell’occhio del cielo
che strizza ferite sul cuor della terra,
o poesia nel verso inviolabile
tu stringi le forme che dentro
malvive svanivan nel labile
gesto vigliacco, nell’aria
senza respiro, nel varco
indefinito e deserto
del sogno disperso,
nell’orgia senza piacere
dell’ebbra fantasia;
e mentre ti levi a tacere
sulla cagnara di chi legge e scrive
sulla malizia di chi lucra e svaria
sulla tristezza di chi soffre e accieca,
tu sei cagnara e malizia e tristezza,
ma sei la fanfara
che ritma il cammino,
ma sei la letizia
che incuora il vicino,
ma sei la certezza
del grande destino,
o poesia di sterco e di fiori,
terror della vita, presenza di Dio,
o morta e rinata
cittadina del mondo catenata!
che l’ansietà di primavera esalta
che la vittoria dell’estate assalta
che speranze nell’occhio del cielo divampa
che tripudi sul cuor della terra conflagra,
o poesia, nel livido verso
che sguazza fanghiglia d’autunno
che spezza ghiaccioli d’inverno
che schizza veleno nell’occhio del cielo
che strizza ferite sul cuor della terra,
o poesia nel verso inviolabile
tu stringi le forme che dentro
malvive svanivan nel labile
gesto vigliacco, nell’aria
senza respiro, nel varco
indefinito e deserto
del sogno disperso,
nell’orgia senza piacere
dell’ebbra fantasia;
e mentre ti levi a tacere
sulla cagnara di chi legge e scrive
sulla malizia di chi lucra e svaria
sulla tristezza di chi soffre e accieca,
tu sei cagnara e malizia e tristezza,
ma sei la fanfara
che ritma il cammino,
ma sei la letizia
che incuora il vicino,
ma sei la certezza
del grande destino,
o poesia di sterco e di fiori,
terror della vita, presenza di Dio,
o morta e rinata
cittadina del mondo catenata!
Dante Alighieri
Ai lettori
O vor che siete in piccioletta barca,
desiderosi d’ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti,
non vi mettete in pelago, che forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.
L’acqua chio prendo, giammai non si corse;
Minerva spira, e conducemi Apollo,
e nove muse mi dimostran l’Orse.
Voi altri pochi che drizzaste il collo
per tempo al pan degli Angeli, del quale
si vive qui, ma non sen vien satollo,
metter potete ben per l’alto sale
vostro navigio, servando mio solco
dinanzi all’acqua che ritorna equale.
desiderosi d’ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti,
non vi mettete in pelago, che forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.
L’acqua chio prendo, giammai non si corse;
Minerva spira, e conducemi Apollo,
e nove muse mi dimostran l’Orse.
Voi altri pochi che drizzaste il collo
per tempo al pan degli Angeli, del quale
si vive qui, ma non sen vien satollo,
metter potete ben per l’alto sale
vostro navigio, servando mio solco
dinanzi all’acqua che ritorna equale.
Dante Alighieri
Il dolce stil nuovo
Ma vr s’10 veggio qui colui che fuore
trasse le nuove rime, cominciando:
“ Donne ch’avete intelletto L’Amore.”
Ed io a lui: “Io mi son un che quando
Amore spira, noto, ed a quel modo
che ditta dentro, vo significando.”
“O frate, issa vegg’io,” diss’elli, “il nodo
che il Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil nuovo ch’è’ odo.
Io veggio ben come le vostre penne
diretro al dittator sen vanno strette,
che delle nostre certo non avvenne;
e qual più a riguardar oltre si mette,
non vede più dall’uno all’altro stilo; ”
e quasi contentato, si tacette.
trasse le nuove rime, cominciando:
“ Donne ch’avete intelletto L’Amore.”
Ed io a lui: “Io mi son un che quando
Amore spira, noto, ed a quel modo
che ditta dentro, vo significando.”
“O frate, issa vegg’io,” diss’elli, “il nodo
che il Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil nuovo ch’è’ odo.
Io veggio ben come le vostre penne
diretro al dittator sen vanno strette,
che delle nostre certo non avvenne;
e qual più a riguardar oltre si mette,
non vede più dall’uno all’altro stilo; ”
e quasi contentato, si tacette.
Dante Alighieri
L’invocazione del paradiso
La gloria di Colui che tutto move,
Per l’ Universo penetra e risplende
In una parte più, e meno altrove.
Nel Ciel che più della sua luce prende,
Fu’ io, e vidi cose che ridire
Nè sa, nè può chi di lassù discende;
Perchè, appressando sè al suo disire,
Nostro intelletto si profonda tanto,
Che drieto la memoria non può ire.
Veramente quant’io del regno santo
Nella mia mente potei far tesoro,
Serà ora materia del mio canto.
O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
Fammi del tuo valor sì fatto vaso.
Come dimanda dar l’amato alloro.
Insino a qui l’un giugo di Parnaso
Assai mi fu; ma or con ambedue
M’è uopo entrar ne l’aringo rimaso.
Entra nel petto mio, e spira tue,
Sì come quando Marsia traesti
Della vagina delle membra sue.
O divina virtù, se mi ti presti
Tanto, che l’ombra del beato regno
Segnata nel mio capo manifesti,
Vedra’mi al piè del tuo diletto legno,
Venire e coronarmi delle foglie,
Che la materia e tu mi farai degno.
Sì rade volte, o Padre, se ne coglie,
Per triunfare o Cesari o poeta,
(Colpa e vergogna delle umane voglie)
Che parturir letizia in su la lieta
Delfica deità dovria la fronda
Peneia, quando alcun di sè asseta.
Per l’ Universo penetra e risplende
In una parte più, e meno altrove.
Nel Ciel che più della sua luce prende,
Fu’ io, e vidi cose che ridire
Nè sa, nè può chi di lassù discende;
Perchè, appressando sè al suo disire,
Nostro intelletto si profonda tanto,
Che drieto la memoria non può ire.
Veramente quant’io del regno santo
Nella mia mente potei far tesoro,
Serà ora materia del mio canto.
O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
Fammi del tuo valor sì fatto vaso.
Come dimanda dar l’amato alloro.
Insino a qui l’un giugo di Parnaso
Assai mi fu; ma or con ambedue
M’è uopo entrar ne l’aringo rimaso.
Entra nel petto mio, e spira tue,
Sì come quando Marsia traesti
Della vagina delle membra sue.
O divina virtù, se mi ti presti
Tanto, che l’ombra del beato regno
Segnata nel mio capo manifesti,
Vedra’mi al piè del tuo diletto legno,
Venire e coronarmi delle foglie,
Che la materia e tu mi farai degno.
Sì rade volte, o Padre, se ne coglie,
Per triunfare o Cesari o poeta,
(Colpa e vergogna delle umane voglie)
Che parturir letizia in su la lieta
Delfica deità dovria la fronda
Peneia, quando alcun di sè asseta.
Dante Alighieri
La sua speranza
Se mai continga che il poema sacro,
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che m’ha fatto per molt’anni macro,
vinca la crudeltà che fuor mi serra
del bello ovile ov’io dormii agnello,
nimico ai lupi che gli fanno guerra;
con altra voce omai, con altro vello
ritornerò poeta; ed in sul fonte
del mio battesmo prenderò il cappello.
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che m’ha fatto per molt’anni macro,
vinca la crudeltà che fuor mi serra
del bello ovile ov’io dormii agnello,
nimico ai lupi che gli fanno guerra;
con altra voce omai, con altro vello
ritornerò poeta; ed in sul fonte
del mio battesmo prenderò il cappello.
Elio Pagliarani
XVIII L’eternità non ha termine
L’eternità non ha termine o fine alcuno.
E però le poesie non hanno senso allegorico.
E però le poesie non hanno senso allegorico.
Franco Fortini
Traducendo Brecht
Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.
Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.
Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.
Gabriele Frasca
Non i versi
vano desiderare un vuoto, un vuoto
per cui tornare dove già s’è stati,
per risarcirne i danni, acché al moto
che muto spinge s’oppongano fiati,
verbi, sintassi, Come fosse in questo
un senso che travalichi le estati,
gl’inverni, i sogni, i furti, e tutto il mesto
deluso, stanco, caravanserraglio,
da cui, coi propri passi, troppo presto
ci si separerà, sottratto il caglio
del cuore alle parole, senza trarne
versi, piuttosto il mondo, spento abbaglio,
detto comè, solo carcasse e carne
per cui tornare dove già s’è stati,
per risarcirne i danni, acché al moto
che muto spinge s’oppongano fiati,
verbi, sintassi, Come fosse in questo
un senso che travalichi le estati,
gl’inverni, i sogni, i furti, e tutto il mesto
deluso, stanco, caravanserraglio,
da cui, coi propri passi, troppo presto
ci si separerà, sottratto il caglio
del cuore alle parole, senza trarne
versi, piuttosto il mondo, spento abbaglio,
detto comè, solo carcasse e carne
Giulia Niccolai
Il soggetto è il linguaggio
Un’idea di rivalsa: la rappresaglia
o la vendetta della parola pensata
(compiere il gesto di inventarsi una lingua
compiere l’atto con cui ci si appropria del linguaggio).
Anche se contigui o sovrapposti vicendevolmente
individuo e parola sussistono come soggetti separati:
non un reciproco accordo di parole e di cose
ma il gusto della manomissione.
Le cose esistono per essere dette
e la lingua racconta. Oltraggia a sua volta
in un linguaggio già violato da altri
avere il linguaggio è un modo di essere.
Il soggetto è dunque il linguaggio
con cui perpetrare una personale violazione.
From GREENWICH
o la vendetta della parola pensata
(compiere il gesto di inventarsi una lingua
compiere l’atto con cui ci si appropria del linguaggio).
Anche se contigui o sovrapposti vicendevolmente
individuo e parola sussistono come soggetti separati:
non un reciproco accordo di parole e di cose
ma il gusto della manomissione.
Le cose esistono per essere dette
e la lingua racconta. Oltraggia a sua volta
in un linguaggio già violato da altri
avere il linguaggio è un modo di essere.
Il soggetto è dunque il linguaggio
con cui perpetrare una personale violazione.
From GREENWICH
Giuliano Gramigna
14 (le sentenze di Sibilla)
le parole impossibili dico da pronunciare
perché troppo grandi troppo scottanti veloci, troppo
in che bocca in che lingua?
Stavano dolci come stelle
che non sa maneggiare. Tutto l’anno
tutto il secolo a rilavorarle, col piede gonfio
il dito nel costato l’acqua non più dolce
che esce dal naso via portando
il seme mentale.
Sull’orlo prenatale sussiste
qualcosa che si formi in viscere si faccia aria
si faccia quel fruscio raso terra
della porta dell’office che s’apre
a fine estate sul giardino
e disperde le sentenze di Sibilla.
perché troppo grandi troppo scottanti veloci, troppo
in che bocca in che lingua?
Stavano dolci come stelle
che non sa maneggiare. Tutto l’anno
tutto il secolo a rilavorarle, col piede gonfio
il dito nel costato l’acqua non più dolce
che esce dal naso via portando
il seme mentale.
Sull’orlo prenatale sussiste
qualcosa che si formi in viscere si faccia aria
si faccia quel fruscio raso terra
della porta dell’office che s’apre
a fine estate sul giardino
e disperde le sentenze di Sibilla.
Giuseppe Ungaretti
Commiato
Gentile
Ettore Serra
poesia
è il mondo l’umanità
° la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento
Quando trovo
e
/
1° in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso
Locvizza il 2 Ottobre 1916.
Ettore Serra
poesia
è il mondo l’umanità
° la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento
Quando trovo
e
/
1° in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso
Locvizza il 2 Ottobre 1916.
Giuseppe Ungaretti
Il porto sepolto
Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde
Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto
Mariano il 29 giugno 1916.
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde
Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto
Mariano il 29 giugno 1916.
Chandra Livia Candiani
La morte della poesia
dolci poesie
che ricamavano
bellissime emozioni
che mi portavano
lente e musicali
in atmosfere viola
nella magia
delle cose senza storia
il vostro tempo è finito—
sono morta
piano piano
insieme a voi—
immobile
e zitta
sono rimasta sospesa
in una morte non immobile
ma neanche apparente
ho viaggiato
in una bara
dentro al mio corpo
ho conosciuto
i fiumi mestruali
i contatti nervosi
dello stomaco
gli antri abbandonati
dell’intestino
e ho avuto
ancora
fame di parole emotive
magari meno dolci
ma più sanguigne
intestinali
uterine—
sul mio carro funebre?
sono passata
dal mio cervello
l’ho visto gonfio
di idee stracciate
eppure lucidissime
e ho visto
lunghe file
di specchi
in cui lui si rifletteva
e discuteva
con le immagini di sé
che gli davano sempre ragione
e ho visto
i suoi occhi
diventati ciechi
ribaltarsi all’indietro
per vedere solo se stesso
e mostrare al resto
una bianca
stupida
apparenza ferma
razionale—
e sono stata per le strade
e ho visto
tanta gente
tutta con quello stesso
sguardo bianco
idiota
e perfetto
senza urti
lo sguardo cerebrale—
e ho sentito
le urla grige
che escono da ogni carcere
e ho visto gli occhi
di ogni carcerato
non più bianchi
ma rossi
stanchi
forti
vitali
occhi che hanno viaggiato
dentro e fuori
di loro—
e ho sentito
il cigolare
e poi il lento
ma sicuro spezzarsi
delle catene femminili
e sulle loro facce
nessuna immagine riflessa
e nella loro voce
i discorsi di un cervello
e la musica di un corpo—
e sono stata nelle piazze
nelle case
nelle scuole
nei prati
e nei boschi
e ho visto
in mezzo a
mucchi di cadaveri
e di moribondi
che barcollavano urlando
ho visto gente
e bella
camminare
con le mani legate
e la bocca imbavagliata
e a Ogni passo
Ja catena ai loro polsi
si macchiava di sangue
ma si consumava
e il bavaglio sulle loro bocche
era sporco di bile
ma scendeva—
lentamente
la mia bara si è aperta
la mia morte
ha smesso di viaggiare
io sono uscita
da una nuova placenta
più grossa e pesante
la placenta storica
e ho cominciato a gridare
col rosso della mia rabbia
che ricamavano
bellissime emozioni
che mi portavano
lente e musicali
in atmosfere viola
nella magia
delle cose senza storia
il vostro tempo è finito—
sono morta
piano piano
insieme a voi—
immobile
e zitta
sono rimasta sospesa
in una morte non immobile
ma neanche apparente
ho viaggiato
in una bara
dentro al mio corpo
ho conosciuto
i fiumi mestruali
i contatti nervosi
dello stomaco
gli antri abbandonati
dell’intestino
e ho avuto
ancora
fame di parole emotive
magari meno dolci
ma più sanguigne
intestinali
uterine—
sul mio carro funebre?
sono passata
dal mio cervello
l’ho visto gonfio
di idee stracciate
eppure lucidissime
e ho visto
lunghe file
di specchi
in cui lui si rifletteva
e discuteva
con le immagini di sé
che gli davano sempre ragione
e ho visto
i suoi occhi
diventati ciechi
ribaltarsi all’indietro
per vedere solo se stesso
e mostrare al resto
una bianca
stupida
apparenza ferma
razionale—
e sono stata per le strade
e ho visto
tanta gente
tutta con quello stesso
sguardo bianco
idiota
e perfetto
senza urti
lo sguardo cerebrale—
e ho sentito
le urla grige
che escono da ogni carcere
e ho visto gli occhi
di ogni carcerato
non più bianchi
ma rossi
stanchi
forti
vitali
occhi che hanno viaggiato
dentro e fuori
di loro—
e ho sentito
il cigolare
e poi il lento
ma sicuro spezzarsi
delle catene femminili
e sulle loro facce
nessuna immagine riflessa
e nella loro voce
i discorsi di un cervello
e la musica di un corpo—
e sono stata nelle piazze
nelle case
nelle scuole
nei prati
e nei boschi
e ho visto
in mezzo a
mucchi di cadaveri
e di moribondi
che barcollavano urlando
ho visto gente
e bella
camminare
con le mani legate
e la bocca imbavagliata
e a Ogni passo
Ja catena ai loro polsi
si macchiava di sangue
ma si consumava
e il bavaglio sulle loro bocche
era sporco di bile
ma scendeva—
lentamente
la mia bara si è aperta
la mia morte
ha smesso di viaggiare
io sono uscita
da una nuova placenta
più grossa e pesante
la placenta storica
e ho cominciato a gridare
col rosso della mia rabbia
Maria Luisa Spaziani
Crisi
La parola che odio se il ferro non si piega,
se la fucina interna langue,
la parola che transita, cadavere
sopra l’acqua stagnante —
la parola, la figlia notarile
di cento dizionari, la farina
verginale d’acqua e lievito, lontana
da farsi pane —
se la fucina interna langue,
la parola che transita, cadavere
sopra l’acqua stagnante —
la parola, la figlia notarile
di cento dizionari, la farina
verginale d’acqua e lievito, lontana
da farsi pane —
Maria Luisa Spaziani
Il calore giusto
Fa’ lievitare il verso come il pane
nel forno al suo giusto calore. Senti
che anche il verso emette il misterioso
profumo della cosa riuscita.
Vocali e consonanti si alleano,
s’incatenano e fondono. Ne esce
lo spiritello d’ Aladino e danza
su e giù per la stanza.
nel forno al suo giusto calore. Senti
che anche il verso emette il misterioso
profumo della cosa riuscita.
Vocali e consonanti si alleano,
s’incatenano e fondono. Ne esce
lo spiritello d’ Aladino e danza
su e giù per la stanza.
Maria Luisa Spaziani
L’auriga
Auriga ritto sul suo carro, tiene
le redini la mano del poeta,
quella mano che scrive, che capta
le quattro direzioni dello spirito.
Lo spirito è un ossigeno, s’insinua
In ogni virgola, atomo o parola.
Non ha bei sentimenti, non consola.
Talvolta è pura polvere da sparo.
le redini la mano del poeta,
quella mano che scrive, che capta
le quattro direzioni dello spirito.
Lo spirito è un ossigeno, s’insinua
In ogni virgola, atomo o parola.
Non ha bei sentimenti, non consola.
Talvolta è pura polvere da sparo.
Maria Luisa Spaziani
Le vibrazioni più profonde
Le vibrazioni più profonde, eccole
affidate ad arpeggi di otto versi.
Tutto quanto è profondo ha la maschera.
Chi non gioca non prega.
Stiamo andando a una festa brillante,
il veglione dei grandi ricordi.
Ben quattro re, del resto, hanno accettato
Di rompere su carte da gioco.
affidate ad arpeggi di otto versi.
Tutto quanto è profondo ha la maschera.
Chi non gioca non prega.
Stiamo andando a una festa brillante,
il veglione dei grandi ricordi.
Ben quattro re, del resto, hanno accettato
Di rompere su carte da gioco.
Paolo Ruffilli
La parola, per me
veniva da distante.
Un apriori, quasi,
l’avvertivo. Un eccitante.
In un processo in
qualche modo inverso.
Nel darle per riscontro
una realtà che invece,
più toccata e presa, più
sfuggiva inconsistente
ai cinque sensi.
Con l’effetto di essere
lanciata contro un corpo
pronunciato e, nel
suo dirlo, di colpo
riafferrato.
Un apriori, quasi,
l’avvertivo. Un eccitante.
In un processo in
qualche modo inverso.
Nel darle per riscontro
una realtà che invece,
più toccata e presa, più
sfuggiva inconsistente
ai cinque sensi.
Con l’effetto di essere
lanciata contro un corpo
pronunciato e, nel
suo dirlo, di colpo
riafferrato.
Torquato Tasso
Il principio della gerusalemme liberata
Canto l’armi pietose e "I Capitano
che ’l gran sepolcro liberò di Cristo:
molto egli oprò col senno e con la mano;
molto soffrì nel glorioso acquisto:
e invan l’inferno a lui s’oppose e invano
s’armò d’Asia e di Libia il popol misto;
chè il ciel gli diè favore, e sotto i santi
segni ridusse i suoi compagni erranti.
I”
O Musa, tu che di caduchi allori
non circondi la fronte in Elicona,
ima su nel cielo infra i beati cori
hai di stelle immortali aurea corona,
tu spira al petto mio celesti ardori,
tu rischiara il mio canto e tu perdona
se intesso fregi al ver, se adorno in parte
d’altri diletti che de’ tuoi le carte.
pesi
Sai che là corre il mondo ove più versi
di sue dolcezze il lusinghier Parnaso;
e che il vero condito in molli versi,
i più schivi allettando ha persuaso:
così all’egro fanciul porgiamo asperso
di soave licor gli orli del vaso:
succhi amari ingannato intanto ei beve,
e dall’inganno suo vita riceve.
che ’l gran sepolcro liberò di Cristo:
molto egli oprò col senno e con la mano;
molto soffrì nel glorioso acquisto:
e invan l’inferno a lui s’oppose e invano
s’armò d’Asia e di Libia il popol misto;
chè il ciel gli diè favore, e sotto i santi
segni ridusse i suoi compagni erranti.
I”
O Musa, tu che di caduchi allori
non circondi la fronte in Elicona,
ima su nel cielo infra i beati cori
hai di stelle immortali aurea corona,
tu spira al petto mio celesti ardori,
tu rischiara il mio canto e tu perdona
se intesso fregi al ver, se adorno in parte
d’altri diletti che de’ tuoi le carte.
pesi
Sai che là corre il mondo ove più versi
di sue dolcezze il lusinghier Parnaso;
e che il vero condito in molli versi,
i più schivi allettando ha persuaso:
così all’egro fanciul porgiamo asperso
di soave licor gli orli del vaso:
succhi amari ingannato intanto ei beve,
e dall’inganno suo vita riceve.
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