Paradiso, canto XXXI

contemplando, gustò di quella pace.
«Figliuol di grazia, quest’esser giocondo»
cominciò elli «non ti sará noto,
tenendo li occhi pur qua giú al fondo;
ma guarda i cerchi infino al piú remoto,
tanto che veggi seder la regina
cui questo regno è suddito e devoto».
Io levai li occhi; e come da mattina
la parte oriental de l’orizzonte
soverchia quella dove ’l sol declina,
cosí, quasi di valle andando a monte
con li occhi, vidi parte ne lo stremo
vincer di lume tutta l’altra fronte.
E come quivi ove s’aspetta il temo
che mal guidò Fetonte, piú s’infiamma,
e quinci e quindi il lume si fa scemo,
cosí quella pacifica oriafiamma
nel mezzo s’avvivava, e d’ogni parte
per igual modo allentava la fiamma:
e a quel mezzo, con le penne sparte,
vid’io piú di mille angeli festanti,
ciascun distinto di fulgore e d’arte.
Vidi a’ lor giochi quivi ed a’ lor canti
ridere una bellezza, che letizia
era ne li occhi a tutti li altri santi;

e s’io avessi in dir tanta divizia
quanta ad imaginar, non ardirei
lo minimo tentar di sua delizia.
Bernardo, come vide li occhi miei
nel caldo suo calor fissi e attenti,
li suoi con tanto affetto volse a lei,
che i miei di rimirar fe’ piú ardenti.
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