Da La Secchia rapita (Canto II, ottave 56-58)
Citerea, che si vide a mal partito,
per una porticella di nascosto
da lo sdegno del padre e del marito,
mentre questi piagnea, s’involò tosto:
e dietro a lei, senza aspettar invito,
corsero il Dio de l’armi e ’l Dio del mosto:
ella in terra con lor prese la via,
e in mezzo a lor dormì su l’osteria.
Gli abbracciamenti, i baci e i colpi lieti
tace la casta Musa e vergognosa;
da la congiunzion di que’ pianeti
ritorce il plettro, e di cantar non osa;
mormora sol fra sé detti segreti,
ch’al fuggir de la notte umida ombrosa
fatto avean Marte e ’l giovane tebano
trenta volte cornuto il dio Vulcano.
L’oste di Castelfranco un gran pollaio
con uova fresche avea quanto la rena:
ne bebbero i due amanti un centinaio,
che smidollata si sentian la schiena;
ma la Diva ne volle solo un paio,
che d’altro forse avea la pancia piena.
per una porticella di nascosto
da lo sdegno del padre e del marito,
mentre questi piagnea, s’involò tosto:
e dietro a lei, senza aspettar invito,
corsero il Dio de l’armi e ’l Dio del mosto:
ella in terra con lor prese la via,
e in mezzo a lor dormì su l’osteria.
Gli abbracciamenti, i baci e i colpi lieti
tace la casta Musa e vergognosa;
da la congiunzion di que’ pianeti
ritorce il plettro, e di cantar non osa;
mormora sol fra sé detti segreti,
ch’al fuggir de la notte umida ombrosa
fatto avean Marte e ’l giovane tebano
trenta volte cornuto il dio Vulcano.
L’oste di Castelfranco un gran pollaio
con uova fresche avea quanto la rena:
ne bebbero i due amanti un centinaio,
che smidollata si sentian la schiena;
ma la Diva ne volle solo un paio,
che d’altro forse avea la pancia piena.