Canto VIII, ottave 51-59

Quando la bella Dea del primo cielo
tutta cinta de’ rai del morto sole,
a la scena del mondo aprendo il velo,
le campagne mirò tacite e sole:
e sparsa la rugiada e scosso il gielo
dal lembo sovra l’erbe e le viole,
a caso il guardo in quella piaggia stese,
e vaga di veder dal ciel discese.

Sparvero i pargoletti a l’apparire
de la Dea spaventati; ed ella, quando
vide il giovane sol quivi dormire,
ritenne il passo e si fermò guardando.
L’onestà virginal frenò l’ardire:
e ne gli atti sospesa, e vergognando,
avea già per tornare il piè rivolto;
ma richiamata fu da quel bel volto.

Sentì per gli occhi al cor passarsi un foco
che d’un dolce desio l’alma conquise:
givasi avicinando a poco a poco,
tanto ch’al fianco del garzon s’assise;
e di que’ vaghi fior, ch’avean per gioco
gli Amoretti intrecciati in mille guise,
s’incoronò la fronte e adornò il seno,
che tutti fur per lei fiamma e veleno.

Trassero i fior la man, la mano i baci
a le guance, a le labbra, a gli occhi, al petto,
che s’impresser sì vivi e sì tenaci,
che si destò smarrito il giovinetto.
Al folgorar de le divine faci
tutto tremò di riverente affetto;
e ad atterrarsi già ratto surgea,
s’ella non l’abbracciava e nol tenea.

Anima bella, disse, e dormigliosa,
che paventi? che miri? I’ son la Luna,
ch’a dormir teco in questa piaggia erbosa
amor, necessità guida e fortuna.
Tu non ti conturbar: siedi e riposa;
e nel silenzio de la notte bruna
pensa occultar l’ardor ch’io ti rivelo,
od isperimentar l’ira del cielo.

O pupilla del mondo, in cui la face
del sol s’impronta, pastorello indegno
son io, disse il garzon: ma se ti piace
trarmi per grazia fuor del mortal segno,
vivi sicura di mia fé verace;
e questo bianco vel te ne sia pegno,
ch’a mia madre Calice Etlio già diede,
mio padre, in segno anch’ei de la sua fede.

Così dicendo, un vel candido schietto,
che di gigli di perle era fregiato,
e ’l tergo in un gli circondava e ’l petto
giù da la spalla destra al manco lato,
porse in dono a la Dea; ch’ogni rispetto
già spinto avea del cor tutto infiammato,
e, come fior che langue allor ch’aggiaccia,
si lasciava cader ne le sue braccia.

Vite così non tien legato e stretto
l’infecondo marito olmo ramoso,
né con sì forte e sì tenace affetto
strigne l’edera torta il pino ombroso;
come strigneansi l’uno a l’altro petto
gli amanti accesi di desio amoroso:
saettavan le lingue in tanto il core
di dolci punte, che temprava Amore.

Così mentre vezzosi atti e parole
guardi, baci, sospiri e abbracciamenti
facean dolcezze inusitate e sole
a gli amanti gustar lieti e contenti;
levò la Diva l’uno e l’altro sole,
accusando le stelle e gli elementi,
poiché con tanti e con sì lunghi errori
seguite avea le fiere e non gli amori.
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