Da Nisida la Dea spedisce un messo
al principe Manfredi, e ’n terra scende;
e cangia volto, e ’l bel sembiante espresso
de la contessa di Caserta prende.
Il principe e costei d’un padre stesso
nacquero, se la fama il vero intende,
ma di madri diverse; e fur nudriti
per alcun tempo in differenti liti.

Condotti in corte poi fanciulli ancora,
ne l’albergo real crebbero insieme
senza riguardo, infin che venne l’ora
che ’l fior di nostra età spunta col seme.
Erano gli anni quasi uguali, e allora
de l’uno e l’altro le bellezze estreme;
onde il fraterno amor, non so dir come,
strano incendio divenne, e cangiò nome.

Sospettonne, osservando i gesti e i visi,
il padre; e maritò la giovinetta:
ma i corpi fur, non gli animi divisi,
e restò l’alma in servitù ristretta.
Or che vede venir con lieti avisi
Manfredi il messaggier da l’isoletta,
cuopre la poppa d’una navicella;
e solo e chiuso va da la sorella.

Trovolla a piè d’una distrutta ròcca,
che passeggiava in un giardino ameno.
Subito scende; e, come Amore il tocca,
corre e l’abbraccia e la si strigne al seno,
e la bacia ne gli occhi e ne la bocca:
e da la Dea d’amor tanto veleno
con que’ baci rapisce e tanto foco,
che tutto avvampa e non ritrova loco.

Volea iterar gli abbracciamenti e i baci,
ma con la bella man la Dea s’oppose;
e respignendo l’avide e mordaci
labbia, si tinse di color di rose.
«Frenate, signor mio, le mani audaci
e le voglie» dicea «libidinose;
ché non son questi a gli andamenti, a i cenni
baci fraterni: e udite perch’io venni.»
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