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La secchia rapita
Alessandro Tassoni
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La secchia rapita

Canto VIII, ottave 51-59

Quando la bella Dea del primo cielo
tutta cinta de’ rai del morto sole,
a la scena del mondo aprendo il velo,
le campagne mirò tacite e sole:
e sparsa la rugiada e scosso il gielo
dal lembo sovra l’erbe e le viole,
a caso il guardo in quella piaggia stese,
e vaga di veder dal ciel discese.

Sparvero i pargoletti a l’apparire
de la Dea spaventati; ed ella, quando
vide il giovane sol quivi dormire,
ritenne il passo e si fermò guardando.
L’onestà virginal frenò l’ardire:
e ne gli atti sospesa, e vergognando,
avea già per tornare il piè rivolto;
ma richiamata fu da quel bel volto.

Sentì per gli occhi al cor passarsi un foco
che d’un dolce desio l’alma conquise:
givasi avicinando a poco a poco,
tanto ch’al fianco del garzon s’assise;
e di que’ vaghi fior, ch’avean per gioco
gli Amoretti intrecciati in mille guise,
s’incoronò la fronte e adornò il seno,
che tutti fur per lei fiamma e veleno.

Trassero i fior la man, la mano i baci
a le guance, a le labbra, a gli occhi, al petto,
che s’impresser sì vivi e sì tenaci,
che si destò smarrito il giovinetto.
Al folgorar de le divine faci
tutto tremò di riverente affetto;
e ad atterrarsi già ratto surgea,
s’ella non l’abbracciava e nol tenea.

Anima bella, disse, e dormigliosa,
che paventi? che miri? I’ son la Luna,
ch’a dormir teco in questa piaggia erbosa
amor, necessità guida e fortuna.
Tu non ti conturbar: siedi e riposa;
e nel silenzio de la notte bruna
pensa occultar l’ardor ch’io ti rivelo,
od isperimentar l’ira del cielo.

O pupilla del mondo, in cui la face
del sol s’impronta, pastorello indegno
son io, disse il garzon: ma se ti piace
trarmi per grazia fuor del mortal segno,
vivi sicura di mia fé verace;
e questo bianco vel te ne sia pegno,
ch’a mia madre Calice Etlio già diede,
mio padre, in segno anch’ei de la sua fede.

Così dicendo, un vel candido schietto,
che di gigli di perle era fregiato,
e ’l tergo in un gli circondava e ’l petto
giù da la spalla destra al manco lato,
porse in dono a la Dea; ch’ogni rispetto
già spinto avea del cor tutto infiammato,
e, come fior che langue allor ch’aggiaccia,
si lasciava cader ne le sue braccia.

Vite così non tien legato e stretto
l’infecondo marito olmo ramoso,
né con sì forte e sì tenace affetto
strigne l’edera torta il pino ombroso;
come strigneansi l’uno a l’altro petto
gli amanti accesi di desio amoroso:
saettavan le lingue in tanto il core
di dolci punte, che temprava Amore.

Così mentre vezzosi atti e parole
guardi, baci, sospiri e abbracciamenti
facean dolcezze inusitate e sole
a gli amanti gustar lieti e contenti;
levò la Diva l’uno e l’altro sole,
accusando le stelle e gli elementi,
poiché con tanti e con sì lunghi errori
seguite avea le fiere e non gli amori.

Canto X, ottave 27-31

Da Nisida la Dea spedisce un messo
al principe Manfredi, e ’n terra scende;
e cangia volto, e ’l bel sembiante espresso
de la contessa di Caserta prende.
Il principe e costei d’un padre stesso
nacquero, se la fama il vero intende,
ma di madri diverse; e fur nudriti
per alcun tempo in differenti liti.

Condotti in corte poi fanciulli ancora,
ne l’albergo real crebbero insieme
senza riguardo, infin che venne l’ora
che ’l fior di nostra età spunta col seme.
Erano gli anni quasi uguali, e allora
de l’uno e l’altro le bellezze estreme;
onde il fraterno amor, non so dir come,
strano incendio divenne, e cangiò nome.

Sospettonne, osservando i gesti e i visi,
il padre; e maritò la giovinetta:
ma i corpi fur, non gli animi divisi,
e restò l’alma in servitù ristretta.
Or che vede venir con lieti avisi
Manfredi il messaggier da l’isoletta,
cuopre la poppa d’una navicella;
e solo e chiuso va da la sorella.

Trovolla a piè d’una distrutta ròcca,
che passeggiava in un giardino ameno.
Subito scende; e, come Amore il tocca,
corre e l’abbraccia e la si strigne al seno,
e la bacia ne gli occhi e ne la bocca:
e da la Dea d’amor tanto veleno
con que’ baci rapisce e tanto foco,
che tutto avvampa e non ritrova loco.

Volea iterar gli abbracciamenti e i baci,
ma con la bella man la Dea s’oppose;
e respignendo l’avide e mordaci
labbia, si tinse di color di rose.
«Frenate, signor mio, le mani audaci
e le voglie» dicea «libidinose;
ché non son questi a gli andamenti, a i cenni
baci fraterni: e udite perch’io venni.»

Canto X, ottave 58-60

Già pria la nuova in casa era venuta,
che ’l conte si moriva avvelenato:
onde la moglie accorta e proveduta
aveva in fretta il suo destrier sellato;
e in abito virile e sconosciuta
con un cappello in testa da soldato
tacitamente già s’era partita,
e a trovar Titta al campo era fuggita.

A cui fatto saper con lieto aviso
che l’attendea del conte un paggio in sella
per cosa di suo gusto, a l’improviso
l’avea fatto venir dove stav’ella.
Com’egli alzò le luci al vago viso,
tosto conobbe la sua donna bella;
onde s’avventa, e de l’arcion la prende,
e la si porta in braccio a le sue tende.

E baciandola in bocca avidamente,
or la strigne, or la morde, or la rimira;
ed ella in lui, fra cupida e dolente,
le belle luci sue languida gira.
Parve l’atto ad alcun poco decente,
ché l’ebbero per maschio a prima mira:
né distinguendo ben dal pèsco il fico,
dicevano di lui quel ch’io non dico.

Da La Secchia rapita (Canto II, ottave 56-58)

Citerea, che si vide a mal partito,
per una porticella di nascosto
da lo sdegno del padre e del marito,
mentre questi piagnea, s’involò tosto:
e dietro a lei, senza aspettar invito,
corsero il Dio de l’armi e ’l Dio del mosto:
ella in terra con lor prese la via,
e in mezzo a lor dormì su l’osteria.

Gli abbracciamenti, i baci e i colpi lieti
tace la casta Musa e vergognosa;
da la congiunzion di que’ pianeti
ritorce il plettro, e di cantar non osa;
mormora sol fra sé detti segreti,
ch’al fuggir de la notte umida ombrosa
fatto avean Marte e ’l giovane tebano
trenta volte cornuto il dio Vulcano.

L’oste di Castelfranco un gran pollaio
con uova fresche avea quanto la rena:
ne bebbero i due amanti un centinaio,
che smidollata si sentian la schiena;
ma la Diva ne volle solo un paio,
che d’altro forse avea la pancia piena.
❦ La secchia rapita · Alessandro Tassoni
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