Angelica e Medor con cento nodi
legati insieme, e in cento lochi vede.
Quante lettere son, tanti son chiodi
coi quali Amore il cor gli punge e fiede.
Va col pensier cercando in mille modi
non creder quel ch’al suo dispetto crede:
ch’altra Angelica sia, creder si sforza
ch’abbia scritto il suo nome in quella scorza.
Poi dice: “ Conosco io pur queste note:
di tal’ io n’ho tante vedute e lette.
Finger questo Medoro ella si puote:
forse ch’a me questo cognome mette.”
Con tali opinion dal ver remote
usando fraude a se medesmo, stette
nella speranza il mal contento Orlando,
che si seppe a se stesso ir procacciando.
CV
Ma sempre più raccende più rinnova,
quanto spegner più cerca, il rio sospetto:
come l’incanto augel che si ritrova
in ragno o in visco aver dato di petto,
quanto più batte l’ale e più si prova
di disbrigar, più vi si lega stretto.
Orlando viene ove s’incurva il monte
a guisa d’arco in su la chiara fonte.
CVI
Aveano in su l’entrata il luogo adorno
coi piedi storti edere e viti erranti.
Quivi soleano al più cocente giorno
star abbracciati i due felici amanti.
V’aveano i nomi lor dentro e d’intorno,
più che in altro dei luoghi circostanti,
scritti, qual con carbone e qual con gesso,
e qual con punte di coltelli impresso.
CVII
Il mesto Conte a piè quivi discese;
e vide in su l’entrata della grotta
parole assai, che di sua man distese
Medoro avea, che parean scritte allotta.
Del gran piacer che nella grotta prese,
questa sentenzia in versi avea ridotto.
Che fosse culta in suo linguaggio io penso;
ed era nella nostra tale il senso:
CVIII
fiete piante, verdi erbe, limpide acque,
spelonca opaca e di fredde ombre grata,
dove la bella Angelica che nacque
di Galafron, da molti invano amata,
spesso nelle mie braccia nuda giacque:
della comodità che qui m’è data,
io povero Medor ricompensarvi
d’altro non posso che d’ognor lodarvi:
CIX
e di pregare ogni signore amante,
e cavalieri e damigelle, e ognuna
persona o paesana o viandante,
che qui sua volontà meni o fortuna;
ch’all’erbe, all’ombra, all’antro, al rio, alle piante
dica: “ Benigno abbiate e Sole e Luna
e delle Ninfe il coro che provveggia
che non conduca a voi pastor mai greggia.” — 110
Era scritto in arabico, che ’I Conte
intendea così ben come latino.
Fra molte lingue e molte ch’avea pronte
prontissima avea quella il Paladino;
e gli schivò più volte e danni ed onte,
che si trovò tra il popol saracino.
Ma non si vanti, se già n’ebbe frutto,
ch’un danno or t’ha, che può scontargli il lutto.
CXXI
Tte volte e quattro e sei lesse lo scritto
quello infelice, e pur cercando in vano
che non vi fosse quel che v’era scritto;
e sempre lo vedea più chiaro e piano:
ed ogni volta in mezzo il petto afflitto
stringersi il cor sentia con fredda mano.
Rimase al fin con gli occhi e con la mente
fissi nel sasso, al sasso indifferente.
CXXII
Fu allora per uscir del sentimento;
sì tutto in preda del dolor si lassa.
Credete a chi mha fatto esperimento,
che questo è ’l duol che tutti gli altri passa.
Caduto gli era sopra il petto il mento,
la fronte priva di baldanza, e bassa;
nè puote aver (chè ’l duol l’occupò tanto)
alle querele voce, o umore al pianto.
CXIII
L’impetuosa doglia entro rimase,
che volea tutta uscir con troppa fretta.
Così veggiam restar l’acqua nel vase,
che largo il ventre e la bocca abbia stretta:
chè nel voltar che si fa in su la base,
l’umor che vorria uscir tanto s’affretta,
e nell’angusta via tanto s’intrica,
ch’a goccia a goccia fuore esce a fatica.
CXIV
Poi ritorna in sè alquanto, e pensa come
possa esser che non sia la cosa vera:
che voglia alcun così infamare il nome
della sua donna e crede e brama e spera,
o gravar lui d’insopportabil some
tanto di gelosia, che se ne pera;
ed abbia quel, sia chi si voglia stato,
molto la man di lei bene imitato.
CXV
In così poca, in così debil speme
sveglia gli spirti, e gli rinfranca un poco;
indi al suo Brigliadoro il dosso preme;
dando già il Sole alla sorella loco.
Non molto va, che dalle vie supreme
dei tetti uscir vede il vapor del fuoco,
sente cani abbaiar, muggire armento:
viene alla villa, e piglia alloggiamento.
CXXV
Di pianger mai, mai di gridar non resta;
nè la notte nè 1 dì si dà mai pace:
fugge cittadi e borghi, e alla foresta
sul terren duro al discoperto giace.
Di sè si maraviglia, ch’abbia in testa
una fontana d’acqua sì vivace,
e come sospirar possa mai tanto:
e spesso dice a sè così nel pianto:
CXXVIII
son, non son io quel che paio in viso:
“Non
quel ch’era Orlando, è morto, ed è sotterra;
la sua donna ingratissima l’ha ucciso:
sì, mancando di fè, gli ha fatto guerra.
To son lo spitto suo da lui diviso,
ch’in questo inferno tormentandosi erra
acciò con l’ombra sia, che sola avanza,
esempio a chi in Amor pone speranza.”
CXXIX
Pel bosco errò tutta la notte il Conte;
e allo spuntar della diurna fiamma
lo tornò il suo destin sopra la fonte,
dove Medoro isculse l’epigramma.
Veder l’ingiuria sua scritta nel monte
Pl’accese sì, cl’in lui non restò dramma
che non fosse odio, rabbia, ira e furore;
nè più indugiò, che trasse il brando fuore.
CXXX
Tagliò lo scritto e ’l sasso, e sino al cielo
a volo alzar fè le minute schegge.
Infelice quell’antro, ed ogni stelo
in cui Medoro e Angelica si legge!
Così restàr quel dì, ch’ombra nè gelo
a pastor mai non daran più, nè a gregge:
e quella fonte, già sì chiara e pura,
da cotanta ira fu poco sicura;
CXXXI
chè rami e ceppi e tronchi e sassi e zolle
non cessò di gittar nelle bell’onde,
finchè da sommo ad imo sì turbolle,
che non furo mai più chiare nè monde:
e stanco al fin, e al fin di sudor molle,
poi che la lena vinta non risponde
allo sdegno, al grave odio, all’ardente ira,
cade sul prato, e verso il ciel sospira.
CXXXII
Aflitto e stanco al fin cade nell’erba,
e ficca gli occhi al cielo, e non fa motto.
Senza cibo e dormir così si serba,
CXXXIII
Qui riman l’elmo, e là riman lo scudo;
lontan gli arnesi, e più lontan l’usbergo;
l’arme sue tutte, in somma vi concludo,
avean pel bosco differente albergo
e poi si squarciò i panni, e mostrò ignudo
l’ispido ventre, e tutto ’l petto e ’l tergo;
e cominciò la gran follia, sì orrenda,
che della più non sarà mai chi °ntenda.
CXXXIV
In tanta rabbia, in tanto furor venne,
che rimase offuscato in ogni senso.
Di tor la spada in man non gli sovvenne;
chè fatte avria mirabil cose, penso.
Ma nè quella, nè scure, nè bipenne
era bisogno al suo vigore immenso.
Quivi fe ben delle sue prove eccelse:
ch’un alto pino al primo crollo svelse:
CXXXV
e svelse dopo il primo altri parecchi,
come fosser finocchi, ebuli o aneti;
e fe il simil di querce e d’olmi vecchi,
di faggi e d’orni e d’ilici e d’abeti.
Quel ch’un uccellator, che s’apparecchi
il campo mondo, fa, per por le reti,
dei giunchi e delle stoppie e dell’urtiche,
facea de’ cetri e d’altre piante antiche.
legati insieme, e in cento lochi vede.
Quante lettere son, tanti son chiodi
coi quali Amore il cor gli punge e fiede.
Va col pensier cercando in mille modi
non creder quel ch’al suo dispetto crede:
ch’altra Angelica sia, creder si sforza
ch’abbia scritto il suo nome in quella scorza.
Poi dice: “ Conosco io pur queste note:
di tal’ io n’ho tante vedute e lette.
Finger questo Medoro ella si puote:
forse ch’a me questo cognome mette.”
Con tali opinion dal ver remote
usando fraude a se medesmo, stette
nella speranza il mal contento Orlando,
che si seppe a se stesso ir procacciando.
CV
Ma sempre più raccende più rinnova,
quanto spegner più cerca, il rio sospetto:
come l’incanto augel che si ritrova
in ragno o in visco aver dato di petto,
quanto più batte l’ale e più si prova
di disbrigar, più vi si lega stretto.
Orlando viene ove s’incurva il monte
a guisa d’arco in su la chiara fonte.
CVI
Aveano in su l’entrata il luogo adorno
coi piedi storti edere e viti erranti.
Quivi soleano al più cocente giorno
star abbracciati i due felici amanti.
V’aveano i nomi lor dentro e d’intorno,
più che in altro dei luoghi circostanti,
scritti, qual con carbone e qual con gesso,
e qual con punte di coltelli impresso.
CVII
Il mesto Conte a piè quivi discese;
e vide in su l’entrata della grotta
parole assai, che di sua man distese
Medoro avea, che parean scritte allotta.
Del gran piacer che nella grotta prese,
questa sentenzia in versi avea ridotto.
Che fosse culta in suo linguaggio io penso;
ed era nella nostra tale il senso:
CVIII
fiete piante, verdi erbe, limpide acque,
spelonca opaca e di fredde ombre grata,
dove la bella Angelica che nacque
di Galafron, da molti invano amata,
spesso nelle mie braccia nuda giacque:
della comodità che qui m’è data,
io povero Medor ricompensarvi
d’altro non posso che d’ognor lodarvi:
CIX
e di pregare ogni signore amante,
e cavalieri e damigelle, e ognuna
persona o paesana o viandante,
che qui sua volontà meni o fortuna;
ch’all’erbe, all’ombra, all’antro, al rio, alle piante
dica: “ Benigno abbiate e Sole e Luna
e delle Ninfe il coro che provveggia
che non conduca a voi pastor mai greggia.” — 110
Era scritto in arabico, che ’I Conte
intendea così ben come latino.
Fra molte lingue e molte ch’avea pronte
prontissima avea quella il Paladino;
e gli schivò più volte e danni ed onte,
che si trovò tra il popol saracino.
Ma non si vanti, se già n’ebbe frutto,
ch’un danno or t’ha, che può scontargli il lutto.
CXXI
Tte volte e quattro e sei lesse lo scritto
quello infelice, e pur cercando in vano
che non vi fosse quel che v’era scritto;
e sempre lo vedea più chiaro e piano:
ed ogni volta in mezzo il petto afflitto
stringersi il cor sentia con fredda mano.
Rimase al fin con gli occhi e con la mente
fissi nel sasso, al sasso indifferente.
CXXII
Fu allora per uscir del sentimento;
sì tutto in preda del dolor si lassa.
Credete a chi mha fatto esperimento,
che questo è ’l duol che tutti gli altri passa.
Caduto gli era sopra il petto il mento,
la fronte priva di baldanza, e bassa;
nè puote aver (chè ’l duol l’occupò tanto)
alle querele voce, o umore al pianto.
CXIII
L’impetuosa doglia entro rimase,
che volea tutta uscir con troppa fretta.
Così veggiam restar l’acqua nel vase,
che largo il ventre e la bocca abbia stretta:
chè nel voltar che si fa in su la base,
l’umor che vorria uscir tanto s’affretta,
e nell’angusta via tanto s’intrica,
ch’a goccia a goccia fuore esce a fatica.
CXIV
Poi ritorna in sè alquanto, e pensa come
possa esser che non sia la cosa vera:
che voglia alcun così infamare il nome
della sua donna e crede e brama e spera,
o gravar lui d’insopportabil some
tanto di gelosia, che se ne pera;
ed abbia quel, sia chi si voglia stato,
molto la man di lei bene imitato.
CXV
In così poca, in così debil speme
sveglia gli spirti, e gli rinfranca un poco;
indi al suo Brigliadoro il dosso preme;
dando già il Sole alla sorella loco.
Non molto va, che dalle vie supreme
dei tetti uscir vede il vapor del fuoco,
sente cani abbaiar, muggire armento:
viene alla villa, e piglia alloggiamento.
CXXV
Di pianger mai, mai di gridar non resta;
nè la notte nè 1 dì si dà mai pace:
fugge cittadi e borghi, e alla foresta
sul terren duro al discoperto giace.
Di sè si maraviglia, ch’abbia in testa
una fontana d’acqua sì vivace,
e come sospirar possa mai tanto:
e spesso dice a sè così nel pianto:
CXXVIII
son, non son io quel che paio in viso:
“Non
quel ch’era Orlando, è morto, ed è sotterra;
la sua donna ingratissima l’ha ucciso:
sì, mancando di fè, gli ha fatto guerra.
To son lo spitto suo da lui diviso,
ch’in questo inferno tormentandosi erra
acciò con l’ombra sia, che sola avanza,
esempio a chi in Amor pone speranza.”
CXXIX
Pel bosco errò tutta la notte il Conte;
e allo spuntar della diurna fiamma
lo tornò il suo destin sopra la fonte,
dove Medoro isculse l’epigramma.
Veder l’ingiuria sua scritta nel monte
Pl’accese sì, cl’in lui non restò dramma
che non fosse odio, rabbia, ira e furore;
nè più indugiò, che trasse il brando fuore.
CXXX
Tagliò lo scritto e ’l sasso, e sino al cielo
a volo alzar fè le minute schegge.
Infelice quell’antro, ed ogni stelo
in cui Medoro e Angelica si legge!
Così restàr quel dì, ch’ombra nè gelo
a pastor mai non daran più, nè a gregge:
e quella fonte, già sì chiara e pura,
da cotanta ira fu poco sicura;
CXXXI
chè rami e ceppi e tronchi e sassi e zolle
non cessò di gittar nelle bell’onde,
finchè da sommo ad imo sì turbolle,
che non furo mai più chiare nè monde:
e stanco al fin, e al fin di sudor molle,
poi che la lena vinta non risponde
allo sdegno, al grave odio, all’ardente ira,
cade sul prato, e verso il ciel sospira.
CXXXII
Aflitto e stanco al fin cade nell’erba,
e ficca gli occhi al cielo, e non fa motto.
Senza cibo e dormir così si serba,
CXXXIII
Qui riman l’elmo, e là riman lo scudo;
lontan gli arnesi, e più lontan l’usbergo;
l’arme sue tutte, in somma vi concludo,
avean pel bosco differente albergo
e poi si squarciò i panni, e mostrò ignudo
l’ispido ventre, e tutto ’l petto e ’l tergo;
e cominciò la gran follia, sì orrenda,
che della più non sarà mai chi °ntenda.
CXXXIV
In tanta rabbia, in tanto furor venne,
che rimase offuscato in ogni senso.
Di tor la spada in man non gli sovvenne;
chè fatte avria mirabil cose, penso.
Ma nè quella, nè scure, nè bipenne
era bisogno al suo vigore immenso.
Quivi fe ben delle sue prove eccelse:
ch’un alto pino al primo crollo svelse:
CXXXV
e svelse dopo il primo altri parecchi,
come fosser finocchi, ebuli o aneti;
e fe il simil di querce e d’olmi vecchi,
di faggi e d’orni e d’ilici e d’abeti.
Quel ch’un uccellator, che s’apparecchi
il campo mondo, fa, per por le reti,
dei giunchi e delle stoppie e dell’urtiche,
facea de’ cetri e d’altre piante antiche.