Poesie di questo tema
Disillusione e amore perduto
Alda Merini
Era, Titano
Era, Titano,
simile al giorno e alla notte
e alle domande inutili
del nostro destino.
Aveva paura di tutto,
del fuoco, del ferro e delle misure
di avena.
Era, Titano,
un lido asciutto e un mosto
facile da pigiare,
facile da lasciare,
ma soprattutto era una calda vena
di menzogna.
Ti potevi trovare poeta
soltanto tra le sue donne
e io ero ruvida come il suo dire,
dolcissima al mio pensiero,
ruvida di panni e chimere.
Ma il negriero ossuto della vecchia capanna
e la schiavitù di luoghi lontani
mi avevano circondata di acqua
sorda come paura.
simile al giorno e alla notte
e alle domande inutili
del nostro destino.
Aveva paura di tutto,
del fuoco, del ferro e delle misure
di avena.
Era, Titano,
un lido asciutto e un mosto
facile da pigiare,
facile da lasciare,
ma soprattutto era una calda vena
di menzogna.
Ti potevi trovare poeta
soltanto tra le sue donne
e io ero ruvida come il suo dire,
dolcissima al mio pensiero,
ruvida di panni e chimere.
Ma il negriero ossuto della vecchia capanna
e la schiavitù di luoghi lontani
mi avevano circondata di acqua
sorda come paura.
Alda Merini
Mancava un palloncino
Mancava un palloncino nella mia vita
da appendere ai muri
da tenere come un gioco di carta
mancava un palloncino
che mi scoppiasse tra i denti
mancava l’onda di un vecchio mare perduto
mancava l’ombra, la sconclusione
il vile ricatto della vita.
Poi sei venuto tu che sei un amore
e mi hai lasciata sola.
da appendere ai muri
da tenere come un gioco di carta
mancava un palloncino
che mi scoppiasse tra i denti
mancava l’onda di un vecchio mare perduto
mancava l’ombra, la sconclusione
il vile ricatto della vita.
Poi sei venuto tu che sei un amore
e mi hai lasciata sola.
Alda Merini
Non mettetemi accanto
Non mettetemi accanto alle donne
che amano il loro pianto
più ancora dei loro figli
e che dei tradimenti maritali
hanno fatto un vessillo di guerra,
alle donne che accendono le pareti
degli altri
con i loro lunghi lamenti di affitto
tradendo tempo e sostanze.
Non mettetemi accanto a queste civette dolci
che usano le loro penne
per trascrivere annali di guerra
e che proteggono i forti
sol perché fan loro donazioni.
L’amore è uno spirito svelto
che se ne va via, tradisce
purtroppo i traditori.
che amano il loro pianto
più ancora dei loro figli
e che dei tradimenti maritali
hanno fatto un vessillo di guerra,
alle donne che accendono le pareti
degli altri
con i loro lunghi lamenti di affitto
tradendo tempo e sostanze.
Non mettetemi accanto a queste civette dolci
che usano le loro penne
per trascrivere annali di guerra
e che proteggono i forti
sol perché fan loro donazioni.
L’amore è uno spirito svelto
che se ne va via, tradisce
purtroppo i traditori.
Amelia Rosselli
E poi si adatterà...
E poi si adatterà, alle mie cambiate contingenze, car
io ho cambiato residenza, non son più il fiore
timido appeso dove erano i salici e non voglio le tue tenerezze
che crudele combatto perché io non ho più
tenerezza. Se tu la mia tomba vorrai sfiorare con le delicate mani
poni una pietra di ferro e di peso sulla bianca lastra che mi
copre, e tu scriverai
il verso che chiude
l’intenso paragone. Non ho più la lana nel fosso, e non ho
nemmeno la tenera fede di chi ti toccava la mano per la
comprensione ora non rivoglio, la luna è piena abbastanza, e fa lei
da grande sorella, e il suo micidiale raggio io per diavoleria ora
seguo, che m’illumini gli spigoli dell’essere, su di un tenerello
[prato
dove remano in un modo sofferente e cauto
i morti di domani. Non più camminerò con
te le tue strade ben ricolte fra le tombe vasarie, e la
rugiada può pur bruciare i miei piedi, io m’assiedo e
rido e sputo sui franchi visi dei giovinotti ammazzati dal tuo
ordine. Non vi fosse questa mia e di altri crudeltà non vi
fossero quelle allungate gambe, quei dorsi nudi e gracili
sotto la erba. L’intento tuo non raggiungerai, prima che tu
passi per i miei canali stretti e duri.
io ho cambiato residenza, non son più il fiore
timido appeso dove erano i salici e non voglio le tue tenerezze
che crudele combatto perché io non ho più
tenerezza. Se tu la mia tomba vorrai sfiorare con le delicate mani
poni una pietra di ferro e di peso sulla bianca lastra che mi
copre, e tu scriverai
il verso che chiude
l’intenso paragone. Non ho più la lana nel fosso, e non ho
nemmeno la tenera fede di chi ti toccava la mano per la
comprensione ora non rivoglio, la luna è piena abbastanza, e fa lei
da grande sorella, e il suo micidiale raggio io per diavoleria ora
seguo, che m’illumini gli spigoli dell’essere, su di un tenerello
[prato
dove remano in un modo sofferente e cauto
i morti di domani. Non più camminerò con
te le tue strade ben ricolte fra le tombe vasarie, e la
rugiada può pur bruciare i miei piedi, io m’assiedo e
rido e sputo sui franchi visi dei giovinotti ammazzati dal tuo
ordine. Non vi fosse questa mia e di altri crudeltà non vi
fossero quelle allungate gambe, quei dorsi nudi e gracili
sotto la erba. L’intento tuo non raggiungerai, prima che tu
passi per i miei canali stretti e duri.
Amelia Rosselli
Nell’antica Cina vi erano fiori d’andalusa...
Nell’antica Cina vi erano fiori d’andalusa. Tu non fischi
per me. Il ramo storto della tua vigliaccheria non era che
la bellezza! nel mare lisciato e pettinato in un nodoso cranio.
La scultura del tuo amore era un ritornello, sapiente virgola
del maestro che sa sparire dalla tavola sparecchiata.
Il Giappone crudele e distante è la tua patria.
Il Giappone nodoso ed inestricabile è il viaggio che mi
procurerò con la tua assenza.
per me. Il ramo storto della tua vigliaccheria non era che
la bellezza! nel mare lisciato e pettinato in un nodoso cranio.
La scultura del tuo amore era un ritornello, sapiente virgola
del maestro che sa sparire dalla tavola sparecchiata.
Il Giappone crudele e distante è la tua patria.
Il Giappone nodoso ed inestricabile è il viaggio che mi
procurerò con la tua assenza.
Amelia Rosselli
Non da vicino ti guarderò in faccia, né da
Non da vicino ti guarderò in faccia, né da
quella lontana piega della collina tu chiami
la tua bruciata esperienza. Colmo di rimpianto tu
continui a vivere, io brucio in un ardore che non
può sorridersi. E le gioconde terrazze dell’invernale
rissa di vento, grandine, e soffio di mista primavera
solcheranno il suolo della loro riga cruente. lo
intanto guarderò te piangere, per i valli
del tuo istante non goduto, la preghiera getta tutto
nelle sozze lavanderie di chi fugge: prega tu: sarcastica
ti livello al suolo raso della rosa città di cui
tu conosci solo il risparmiato ardore che la tua viltà
scambiò.
quella lontana piega della collina tu chiami
la tua bruciata esperienza. Colmo di rimpianto tu
continui a vivere, io brucio in un ardore che non
può sorridersi. E le gioconde terrazze dell’invernale
rissa di vento, grandine, e soffio di mista primavera
solcheranno il suolo della loro riga cruente. lo
intanto guarderò te piangere, per i valli
del tuo istante non goduto, la preghiera getta tutto
nelle sozze lavanderie di chi fugge: prega tu: sarcastica
ti livello al suolo raso della rosa città di cui
tu conosci solo il risparmiato ardore che la tua viltà
scambiò.
Anônimo
Tapina ahimè, ch’amava uno sparvero
Tapina ahimè, ch’amava uno spatvero:
amaval tanto ch’io me ne motia:
a lo richiamo ben m’era manero,
4 e dunque troppo pascer nol dovia.
Or è montato e salito sì altero,
assai più alto che far non solia,
ed è asiso dentro uno verzero:
8 un’altra donna lo tene in balia.
Isparvero mio, ch’io t’avea nodrito,
sonaglio d’oro ti facea portare
11 perché dell’uccellar fosse più ardito:
or se’ salito sì come lo mare,
ed ha’ rotti li geti e se’ fuggito,
14 quando eri fermo nel tuo uccellare.
Dante da Maiano
amaval tanto ch’io me ne motia:
a lo richiamo ben m’era manero,
4 e dunque troppo pascer nol dovia.
Or è montato e salito sì altero,
assai più alto che far non solia,
ed è asiso dentro uno verzero:
8 un’altra donna lo tene in balia.
Isparvero mio, ch’io t’avea nodrito,
sonaglio d’oro ti facea portare
11 perché dell’uccellar fosse più ardito:
or se’ salito sì come lo mare,
ed ha’ rotti li geti e se’ fuggito,
14 quando eri fermo nel tuo uccellare.
Dante da Maiano
Camillo Sbarbaro
La trama delle lucciole ricordi
La trama delle lucciole ricordi
sul mar di Nervi, mia dolcezza prima?
(trasognato paese dove fui
ieri e che già non riconosce il cuore).
Forse. Ma il gesto che ti incise dentro,
io non ricordo; e stillano in me dolce
parole che non sai d’aver dette.
Estrema delusione degli amanti!
invano mescolarono le vite
s’anche il bene superstite, i ricordi,
son mani che non giungono a toccarsi.
Ognuno resta con la sua perduta
felicità, un po’ stupito e solo,
pel mondo vuoto di significato.
Miele segreto di che s’alimenta;
fin che sino il ricordo ne consuma
e tutto è come se non fosse stato.
Oh come poca cosa quel che fu
da quello che non fu divide!
Meno
che la scia della nave acqua da acqua.
Saranno state
le lucciole di Nervi, le cicale
e la casa sul mare di Loano,
e tutta la mia poca gioia – e tu –
fin che mi strazi questo ricordare.
sul mar di Nervi, mia dolcezza prima?
(trasognato paese dove fui
ieri e che già non riconosce il cuore).
Forse. Ma il gesto che ti incise dentro,
io non ricordo; e stillano in me dolce
parole che non sai d’aver dette.
Estrema delusione degli amanti!
invano mescolarono le vite
s’anche il bene superstite, i ricordi,
son mani che non giungono a toccarsi.
Ognuno resta con la sua perduta
felicità, un po’ stupito e solo,
pel mondo vuoto di significato.
Miele segreto di che s’alimenta;
fin che sino il ricordo ne consuma
e tutto è come se non fosse stato.
Oh come poca cosa quel che fu
da quello che non fu divide!
Meno
che la scia della nave acqua da acqua.
Saranno state
le lucciole di Nervi, le cicale
e la casa sul mare di Loano,
e tutta la mia poca gioia – e tu –
fin che mi strazi questo ricordare.
Carlo Porta
La povera moje
E otto: ott’ora. E nun ritorna! e intanto
me lassa qui a spirà sur una sedia.
Oh che vita! Si Iddio nun ciarimedia,
è mejo de morì che penà tanto.
Ma Gesù mio, ma Crocifisso santo!
lui co’ l’amichi a cena e a la commedia,
e io, sola, tra er zonno e tra l’inedia
nun avé antro che lavoro e pianto!
E a che serveno mai tanti lamenti?
Ah! me l’aveva detto mammà mia:
«Fija, nu’ lo pijà, ché te ne penti ».
Ecco cosa vò dì la fernesia
de nun volé dà retta a li parenti
pe’ sposà un omo e nun zapé chi sia.
me lassa qui a spirà sur una sedia.
Oh che vita! Si Iddio nun ciarimedia,
è mejo de morì che penà tanto.
Ma Gesù mio, ma Crocifisso santo!
lui co’ l’amichi a cena e a la commedia,
e io, sola, tra er zonno e tra l’inedia
nun avé antro che lavoro e pianto!
E a che serveno mai tanti lamenti?
Ah! me l’aveva detto mammà mia:
«Fija, nu’ lo pijà, ché te ne penti ».
Ecco cosa vò dì la fernesia
de nun volé dà retta a li parenti
pe’ sposà un omo e nun zapé chi sia.
Cesare Viviani
La volta che
La volta che cominciasti a scuotere la villa
e nel salone delle feste cadde il lampadario e lo stucco,
grida furiose, due ospiti
la Cresci e il suo amico finirono sotto, morirono,
e si schiantò la parete di destra si lacerò come carta...
Corsi da te, in fondo al parco volai dalla porticina
a cercarti nella casina nella tua stanza. Dicesti:
“Ma come fai ad amare una che disfa tutto”.
e nel salone delle feste cadde il lampadario e lo stucco,
grida furiose, due ospiti
la Cresci e il suo amico finirono sotto, morirono,
e si schiantò la parete di destra si lacerò come carta...
Corsi da te, in fondo al parco volai dalla porticina
a cercarti nella casina nella tua stanza. Dicesti:
“Ma come fai ad amare una che disfa tutto”.
Chiaro Davanzati
I’ mi disdico ch’i’ non ho tuo core
(MADONNA)
I’ mi disdico ch’i’ non ho tuo core,
e s’io l’avesse, io lo ti renderia;
ma poi no-ll’ho, richerilo ad amore,
a cui lo desti per la tua follia;
e se mi se’ offerto servidore,
io non ti voglio per mia villania;
ma quando fosse in servigio d’onore,
i’ son certa ch’assai mi piaceria.
Ma tu mi cheri cosa ch’io non voglio,
e tu medesmo so ben che lo credi:
dunque l’amenda solo il disvolere.
Ed uno esempro dicere ti voglio
(se se’ sentito, pensalo e provedi):
ch’esser non pò amor sanza piacere.
I’ mi disdico ch’i’ non ho tuo core,
e s’io l’avesse, io lo ti renderia;
ma poi no-ll’ho, richerilo ad amore,
a cui lo desti per la tua follia;
e se mi se’ offerto servidore,
io non ti voglio per mia villania;
ma quando fosse in servigio d’onore,
i’ son certa ch’assai mi piaceria.
Ma tu mi cheri cosa ch’io non voglio,
e tu medesmo so ben che lo credi:
dunque l’amenda solo il disvolere.
Ed uno esempro dicere ti voglio
(se se’ sentito, pensalo e provedi):
ch’esser non pò amor sanza piacere.
Chiaro Davanzati
lo son certa, messer, che voi m’amaste
(MADONNA)
To son certa, messer, che voi m’amaste
di pura ed incarnata benvoglienza,
e sovra tutte cose disiaste
a me servire e stare ad ubidenza:
e nulla cosa, credo, riserbaste
8 ch’io no la desse ’n la vostra potenza.
Ed or ch’avete d’altra segnoria,
non mi dispiace certo, ma talenta,
ché ’l vostro onor n’acresce tuttavia:
‘11
ma lo mio cor non par che m’aconsenta
ch’io v’ami più per nulla villania:
14 di quel ch’è suto non vuol ch’io mi penta.
To son certa, messer, che voi m’amaste
di pura ed incarnata benvoglienza,
e sovra tutte cose disiaste
a me servire e stare ad ubidenza:
e nulla cosa, credo, riserbaste
8 ch’io no la desse ’n la vostra potenza.
Ed or ch’avete d’altra segnoria,
non mi dispiace certo, ma talenta,
ché ’l vostro onor n’acresce tuttavia:
‘11
ma lo mio cor non par che m’aconsenta
ch’io v’ami più per nulla villania:
14 di quel ch’è suto non vuol ch’io mi penta.
Chiaro Davanzati
Madonna, or provedete ad una cosa
(MESSERE)
Madonna, or provedete ad una cosa,
ché lungiamente l’aggio udito dire,
che buono amor non fu néd essere osa
4 s’unque già mai da-llui nacque partire:
onde, se voi di me foste amorosa
ed io di voi, e presine disire,
greve pena con morte dolorosa
8 volete a quella gioia convenire?
Ch’al primo ch’altra donna disposasse,
richiesine primier vostra lecenza;
dissi che ’l vostro cor, bella, pensasse:
mostraste che non vi fosse a spiagenza;
parve perciò lo mio s’asicurasse:
I
però, s’io pecco, fue vostra fallenza.
Madonna, or provedete ad una cosa,
ché lungiamente l’aggio udito dire,
che buono amor non fu néd essere osa
4 s’unque già mai da-llui nacque partire:
onde, se voi di me foste amorosa
ed io di voi, e presine disire,
greve pena con morte dolorosa
8 volete a quella gioia convenire?
Ch’al primo ch’altra donna disposasse,
richiesine primier vostra lecenza;
dissi che ’l vostro cor, bella, pensasse:
mostraste che non vi fosse a spiagenza;
parve perciò lo mio s’asicurasse:
I
però, s’io pecco, fue vostra fallenza.
Chiaro Davanzati
Madonna, or veggio che poco vi cale
(MESSERE)
Madonna, or veggio che poco vi cale
di me, che vostro servo sono stato:
si diletate forte lo mio male
come nemico fossevi colpato.
Ché la mia vita sanza voi non vale:
dunque, se mi fallite, son passato
di questo mondo, ’ve gio’ son mortale:
da poi che piace a voi, sone invogliato.
Ma avanti chio di donna m’apigliasse,
savete, donna, ch’io v’adimandai
se ’l vostro amore per ciò mi fallasse;
diceste: “Cresceràne più che mai”
e di quella credenza non dottasse:
presi dunque consiglio de’ miei guai.
Madonna, or veggio che poco vi cale
di me, che vostro servo sono stato:
si diletate forte lo mio male
come nemico fossevi colpato.
Ché la mia vita sanza voi non vale:
dunque, se mi fallite, son passato
di questo mondo, ’ve gio’ son mortale:
da poi che piace a voi, sone invogliato.
Ma avanti chio di donna m’apigliasse,
savete, donna, ch’io v’adimandai
se ’l vostro amore per ciò mi fallasse;
diceste: “Cresceràne più che mai”
e di quella credenza non dottasse:
presi dunque consiglio de’ miei guai.
Corrado Govoni
Confronto
La bella donna che mi apparve in sogno,
nota nel sogno e ignota nella veglia,
mi fa ancor la tua perdita più cruda.
Tanto più bionda quanto tu sei bruna;
quanto più chiusa tu, tanto lei nuda;
e quanto lei fu a cedere ladina,
tu fosti nel resistermi felina.
nota nel sogno e ignota nella veglia,
mi fa ancor la tua perdita più cruda.
Tanto più bionda quanto tu sei bruna;
quanto più chiusa tu, tanto lei nuda;
e quanto lei fu a cedere ladina,
tu fosti nel resistermi felina.
Dino Campana
In un momento
In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perchè io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose
P. S. E così dimenticammo le rose.
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perchè io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose
P. S. E così dimenticammo le rose.
Edoardo Sanguineti
Reisebilder (31)
durante una conversazione serale, piuttosto squallida (non
[ricordo i particolari,
ormai), e a tratti astrattamente teorica, ho sentito che eravamo
[segnati
da una mortale malattia morale:
è stato quando ho parlato della degra-
[dazione
della quotidianità privata: (e dovevo insistere meglio sopra
[questo nostro
lasciarci andare così, schiacciati tra il patetico e il volgare,
[chiusi
nel deforme dell’esperienza borghese):
non so se esagero: ma c’è
[qualcosa
che non funziona anche nei nostri gesti (guarda come stai seduta,
[per esempio,
in questo momento):
e anche quando ti racconto che il giovane
[Goethe,
a Lipsia? tormentava tutti per sapere che cosa fosse
[quell’Erfahrung che tutti
gli dicevano che gli mancava:
(e come gli rispose un ufficiale in congedo):
[ricordo i particolari,
ormai), e a tratti astrattamente teorica, ho sentito che eravamo
[segnati
da una mortale malattia morale:
è stato quando ho parlato della degra-
[dazione
della quotidianità privata: (e dovevo insistere meglio sopra
[questo nostro
lasciarci andare così, schiacciati tra il patetico e il volgare,
[chiusi
nel deforme dell’esperienza borghese):
non so se esagero: ma c’è
[qualcosa
che non funziona anche nei nostri gesti (guarda come stai seduta,
[per esempio,
in questo momento):
e anche quando ti racconto che il giovane
[Goethe,
a Lipsia? tormentava tutti per sapere che cosa fosse
[quell’Erfahrung che tutti
gli dicevano che gli mancava:
(e come gli rispose un ufficiale in congedo):
Gabriele D'Annunzio
L’imagine
Tristezza atroce de la carne immonda
quando la fiamma del desìo nel gelo
del disgusto si spegne e nessun velo
d’amor l’inerte nudità circonda!
(E tu sorgi ne l’anima profonda,
pura Imagine. Come su lo stelo
èsile piega un fùnebre asfodelo,
su ’l collo inclini la tua testa bionda.)
Tristezza immensa de la carne bruta
quando nel petto il cor fievole batte
lontano e solo come in una tomba!
(E tu guardi, tu sempre guardi, o muta
Imagine, tu pura come il latte,
con i tuoi teneri occhi di colomba.)
quando la fiamma del desìo nel gelo
del disgusto si spegne e nessun velo
d’amor l’inerte nudità circonda!
(E tu sorgi ne l’anima profonda,
pura Imagine. Come su lo stelo
èsile piega un fùnebre asfodelo,
su ’l collo inclini la tua testa bionda.)
Tristezza immensa de la carne bruta
quando nel petto il cor fievole batte
lontano e solo come in una tomba!
(E tu guardi, tu sempre guardi, o muta
Imagine, tu pura come il latte,
con i tuoi teneri occhi di colomba.)
Giacomo Noventa
Dei so amanti passài...
Dei so amanti passài ela me parla
Come dei sogni sui farìa ‘na vergine.
No’ xé par ela più che ombre e nomi
I so amanti passài e ognun de lori
Me tol a mi ‘na so parola o un gesto
Che più la esprime e che credevo mii.
Xé ben del so pitor ‘sto voler essar
Subito nùa.
No’ la conosce mai quel vergognarse
Che prepara a l’amor –
Dei altri, altro.
Poco ben me resta –
O pur me metarò a volerghe ben
Ai so amanti passài.
Come dei sogni sui farìa ‘na vergine.
No’ xé par ela più che ombre e nomi
I so amanti passài e ognun de lori
Me tol a mi ‘na so parola o un gesto
Che più la esprime e che credevo mii.
Xé ben del so pitor ‘sto voler essar
Subito nùa.
No’ la conosce mai quel vergognarse
Che prepara a l’amor –
Dei altri, altro.
Poco ben me resta –
O pur me metarò a volerghe ben
Ai so amanti passài.
Giacomo Noventa
Gò lassà cascar...
Gò lassà cascar una rosa nel mar,
Stravià che gèro!
La gò çercada po’ un toco e vardando
Ogni giossa portava una rosa,
Tuto el mar me se xé parfumà.
Ah el profumo del mar no’ se pol
Portarselo via!
Forse più me valeva una rosa.
Forse i omeni ingenui val più
Che un poeta.
Mi son l’amigo de tuti nel mondo,
E de tuto.
De mi stesso, no.
Stravià che gèro!
La gò çercada po’ un toco e vardando
Ogni giossa portava una rosa,
Tuto el mar me se xé parfumà.
Ah el profumo del mar no’ se pol
Portarselo via!
Forse più me valeva una rosa.
Forse i omeni ingenui val più
Che un poeta.
Mi son l’amigo de tuti nel mondo,
E de tuto.
De mi stesso, no.
Giorgio Caproni
Hai lasciato dite . ..
Hai lasciato di te solo il dolore
chiuso nell’ossa dei giorni cui manchi
così improvvisa—il velo di sudore
che soffoca le piazze, ove già stanchi
allentasti i tuoi passi al disamore
eterno. E ai nostri ponti, e agli atrii, e ai bianchi
archi travolti in un cielo incolore
più dell’ultimo viso, i cari fianchi
spezzati tanto giovani al ricordo
nessuno sosterrà: come la cera
se la mano la stringe—come il sordo
suono del sangue, se cade la sera
che non s’appoggia più al trafitto accordo
della tua spalla crollata leggera.
Basterà un soffio d’erba, un agitato
moto dell’aria serale, e il tuo nome
più non resisterà, già dissipato
col sospiro del giorno. Sarà come
quando, per giuoco, cedevi l’amato
calore della mano al marmo—come
quando il tuo sangue leggero, alitato
appena dal tuo labbro, sulle chiome
dei pioppi s’esauriva in un rossore
vago di brezza: e io sentivo la pena
di quel lungo tuo eccedere in amore
disilluso e lontano, tu la pena
di non essere sola nel nitore
d’un presagio d’addio—tu già serena.
chiuso nell’ossa dei giorni cui manchi
così improvvisa—il velo di sudore
che soffoca le piazze, ove già stanchi
allentasti i tuoi passi al disamore
eterno. E ai nostri ponti, e agli atrii, e ai bianchi
archi travolti in un cielo incolore
più dell’ultimo viso, i cari fianchi
spezzati tanto giovani al ricordo
nessuno sosterrà: come la cera
se la mano la stringe—come il sordo
suono del sangue, se cade la sera
che non s’appoggia più al trafitto accordo
della tua spalla crollata leggera.
Basterà un soffio d’erba, un agitato
moto dell’aria serale, e il tuo nome
più non resisterà, già dissipato
col sospiro del giorno. Sarà come
quando, per giuoco, cedevi l’amato
calore della mano al marmo—come
quando il tuo sangue leggero, alitato
appena dal tuo labbro, sulle chiome
dei pioppi s’esauriva in un rossore
vago di brezza: e io sentivo la pena
di quel lungo tuo eccedere in amore
disilluso e lontano, tu la pena
di non essere sola nel nitore
d’un presagio d’addio—tu già serena.
Giovanni Giudici
Storia
Ho avuto sì una storia — quel tale del treno
Mais sans jouir e una volta soltanto
E sul sofà — nemmeno
Proprio nudi benché l’atto fu quello —
Macché giovane e bello: basso, grasso
Pieno di boria tra il furbo e lo scemo
Quando racconta che ha molto vissuto
Però era stato gentile una sera di neve
Io tutta lieve e te lontano un abisso
Da tanti pianti che mi avevi fatto fare —
Volevo cancellare le mie pene
Volerti non troppo bene:
Anche se intanto tu eri tornato esemplare
Mio solo tutto amore al mio servizio
Ma il ricordo mordeva come un vizio
Quando è successo a marzo una mattina
Alle cinque nel buio graffiata da uno squillo:
Ti piacerebbe un giretto d’oblìo?
Non dirmi cosa avresti risposto tu
Perché a rispondere c’ero io —
Alles Gute, mi vesto e sono giù
Mais sans jouir e una volta soltanto
E sul sofà — nemmeno
Proprio nudi benché l’atto fu quello —
Macché giovane e bello: basso, grasso
Pieno di boria tra il furbo e lo scemo
Quando racconta che ha molto vissuto
Però era stato gentile una sera di neve
Io tutta lieve e te lontano un abisso
Da tanti pianti che mi avevi fatto fare —
Volevo cancellare le mie pene
Volerti non troppo bene:
Anche se intanto tu eri tornato esemplare
Mio solo tutto amore al mio servizio
Ma il ricordo mordeva come un vizio
Quando è successo a marzo una mattina
Alle cinque nel buio graffiata da uno squillo:
Ti piacerebbe un giretto d’oblìo?
Non dirmi cosa avresti risposto tu
Perché a rispondere c’ero io —
Alles Gute, mi vesto e sono giù
Guido Gozzano
Fe’ una Signora vestita di nulla e che non ha forma
Fe’ una Signora vestita di nulla e che non ha forma.
Protende su tutto le dita, e tutto che tocca trasforma.
Tu senti un benessere come un incubo senza dolori;
ti svegli mutato di fuori, nel volto nel pelo nel nome.
Trasumanate già, senza persone,
sorgono tutte. . . . E quelle più lontane,
e le compagne di speranze buone
e le piccole, ancora, e le più vane:
mime crestaie fanti cortigiane
argute come in un decamerone. . . .
Tra le faville e il crepitio dei ceppi
sorgono tutte, pallida falange. . . .
Amore no! Amore no! non seppi
il vero Amor per cui si ride e piange;
IO
Amore non mi tanse e non mi tange;
invan nyvoffersi alle catene e ai ceppi.
O non amate che mi amaste, a Lui
invan proffersi il cuor che non s’appaga.
Amor non mi piagò di quella piaga
che mi parve dolcissima in altrui. . . .
A quale gelo condannato fui?
Non varrà succo d’erbe o l’arte maga?
MM
“Un maleficio fu dalla tua culla,
nè varrà l’arte maga, o sognatore!
Fino alla tomba il tuo gelido cuore
potterai con la tua sete fanciulla,
fanciullo triste che sapesti nulla,
chè ben sa nulla chi non sa l’Amore.
Una ti bacerà con la sua bocca,
forzando il chiuso cuore che resiste;
e quell’una verrà, fratello triste,
forse l’uscio picchiò con la sua nocca,
IO
forse alle spalle già ti sta, ti tocca;
già ti cinge di sue chiome non viste. . . ”
Si dilegua con occhi di sorella
indi ciascuna. E si riprende il cuore.
“ Fratello triste, cui mentì ’Amore,
che non ti menta l’altra cosa bella! ”
Protende su tutto le dita, e tutto che tocca trasforma.
Tu senti un benessere come un incubo senza dolori;
ti svegli mutato di fuori, nel volto nel pelo nel nome.
Trasumanate già, senza persone,
sorgono tutte. . . . E quelle più lontane,
e le compagne di speranze buone
e le piccole, ancora, e le più vane:
mime crestaie fanti cortigiane
argute come in un decamerone. . . .
Tra le faville e il crepitio dei ceppi
sorgono tutte, pallida falange. . . .
Amore no! Amore no! non seppi
il vero Amor per cui si ride e piange;
IO
Amore non mi tanse e non mi tange;
invan nyvoffersi alle catene e ai ceppi.
O non amate che mi amaste, a Lui
invan proffersi il cuor che non s’appaga.
Amor non mi piagò di quella piaga
che mi parve dolcissima in altrui. . . .
A quale gelo condannato fui?
Non varrà succo d’erbe o l’arte maga?
MM
“Un maleficio fu dalla tua culla,
nè varrà l’arte maga, o sognatore!
Fino alla tomba il tuo gelido cuore
potterai con la tua sete fanciulla,
fanciullo triste che sapesti nulla,
chè ben sa nulla chi non sa l’Amore.
Una ti bacerà con la sua bocca,
forzando il chiuso cuore che resiste;
e quell’una verrà, fratello triste,
forse l’uscio picchiò con la sua nocca,
IO
forse alle spalle già ti sta, ti tocca;
già ti cinge di sue chiome non viste. . . ”
Si dilegua con occhi di sorella
indi ciascuna. E si riprende il cuore.
“ Fratello triste, cui mentì ’Amore,
che non ti menta l’altra cosa bella! ”
Guido Gozzano
L’onesto rifiuto
Un mio gioco di sillabe t’illuse.
Tu verrai nella mia casa deserta:
lo stuolo accrescerai delle deluse.
So che sei bella e folle nell’offerta
5 di te. Te stessa, bella preda certa,
già quasi m’offri nelle palme schiuse.
Ma prima di conoscerti, con gesto
franco t’arresto sulle soglie, amica,
e ti rifiuto come una mendica.
1° Non sono lui, non sono lui! Sì, questo
voglio gridarti nel rifiuto onesto,
perché più tardi tu non maledica.
Non sono lui! Non quello che t’appaio,
quello che sogni spirito fraterno!
15 Sotto il verso che sai, tenero e gaio,
arido è il cuore, stridulo di scherno
come siliqua stridula d’inverno,
vòta di semi, pendula al rovaio....
Per te serbare immune da pensieri
2° bassi, la coscienza ti congeda
onestamente, in versi più sinceri....
Ma (tu sei bella) fa ch’io non ti veda:
il desiderio della bella preda
mentirebbe l’amore che tu speti.
Non posso amare, illusa! Non ho amato
mai! Questa è la sciagura che nascondo.
Triste cercai l’amore per il mondo,
triste pellegrinai pel mio passato,
vizioso fanciullo viziato,
sull’orme del piacere vagabondo....
è
Ah! Non volgere i tuoi piccoli piedi
verso l’anima buia di chi tace!
Non mi tentare, pallida seguace!...
Pel tuo sogno, pel sogno che ti diedi,
Tu verrai nella mia casa deserta:
lo stuolo accrescerai delle deluse.
So che sei bella e folle nell’offerta
5 di te. Te stessa, bella preda certa,
già quasi m’offri nelle palme schiuse.
Ma prima di conoscerti, con gesto
franco t’arresto sulle soglie, amica,
e ti rifiuto come una mendica.
1° Non sono lui, non sono lui! Sì, questo
voglio gridarti nel rifiuto onesto,
perché più tardi tu non maledica.
Non sono lui! Non quello che t’appaio,
quello che sogni spirito fraterno!
15 Sotto il verso che sai, tenero e gaio,
arido è il cuore, stridulo di scherno
come siliqua stridula d’inverno,
vòta di semi, pendula al rovaio....
Per te serbare immune da pensieri
2° bassi, la coscienza ti congeda
onestamente, in versi più sinceri....
Ma (tu sei bella) fa ch’io non ti veda:
il desiderio della bella preda
mentirebbe l’amore che tu speti.
Non posso amare, illusa! Non ho amato
mai! Questa è la sciagura che nascondo.
Triste cercai l’amore per il mondo,
triste pellegrinai pel mio passato,
vizioso fanciullo viziato,
sull’orme del piacere vagabondo....
è
Ah! Non volgere i tuoi piccoli piedi
verso l’anima buia di chi tace!
Non mi tentare, pallida seguace!...
Pel tuo sogno, pel sogno che ti diedi,
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