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Poesie di questo tema

Disillusione e amore perduto

Guittone d'Arezzo

Guittone d'Arezzo

O tu, de nome Amor, guerra de fatto

O tu, de nome Amor, guerra de fatto,
segondo i toi cortesi eo villaneggio,
ma segondo ragion cortesia veggio
s’eo blasmo te, o chi tec’ ha contratto.
Per che seguo ragion, non lecciaria,
und’ho già mante via
portato in loco di gran ver menzogna
ed in loco d’onor propia vergogna,
in loco di saver rabbi’ e follia;
or torno de tesia
in dritta ed in verace oppinione;
e, se mostranza di viva ragione
valer potesse ai guerrer ditti amanti,
credo varraggio lor, ché ‘n modi manti
demosterrò la lor condizion rea.

Peggio che guerra, Amor, omo te lauda,
tal perché fort’ hailo ’ngegnato tanto
cl’ello te crede dio potente e santo,
e tal però ch’altrui ingegna e frauda.
Lo vil pro’, parladore lo nisciente
e lo scarso mettente
e leial lo truiante e ’l folle saggio
dicon che fai, e palese ’l selvaggio;
ma chi ben sente, el contrar vede aperto.
E, se fuss’esso certo,
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onta gli è, perché foll’è la cagione,
perché non misur’’ha ei né ragione;
e s’ei fusse ch’al ben far non soggiorna,
‘ma parte Amor, partendo onta li torna,
ché, fallendo ben far, pregio è disetrto.

Dicon anche di te, guerra, nescienti
che ben li è troppo, e s’è mal, sì mè bono:
ciò che non per ragion defender pòno,
ma fai lor sì parer, tant’haili venti.
Ché ‘I principio n’è reo: ch’attende e brama
ciò che maggiormente ama;
mangiar, dormir, posar non può, pensando
pur di veder lei che lo stringe amando;
e ’l mezzo è reo, ch’adessa el fa geloso;
afamat’ e bramoso
sta manti giorni, e poi pascesi un’ora
u pogo u troppo in angostia e in paura;
e se bon fusse el primo, el mezzo e tutto,
la fine è pur rea: per che, destrutto
principio e mezzo, reo te solo coso.

Peggio che guerra, via reo se’ più ch’omo:
ché l’omo perde in te discrezione
e la razionale operazione,
per che non poi tra gli animali è omo;
ch’el mesconosce Dio, e crede e chiama
sol dio la donna ch’ama;
con magna gioia el suo strugge, e li pare
ricco conquisto e onorato fare,
consummdtr sé, che men pote e men vive;
e gire ove receve
morte, talor sembra i tornar più verde.
Adonque Dio, onor, pro e sé perde;
e, poi perduto ha ciò, però’ ogni amico:
procaccia che? ch’un denaio falso, dico,
chi l’avesse, faria’l forte più dive.

O ver destruggitor, guerra mortale,
nato di quello unde mal tutto vene,
como s’apprende il tuo laccio, e si tene!
Che grave forzo e saver contra i vale?
Ché Sanson decedesti e Salamone;
ma lor non-defensione,
ahi, che grand’onor porge a chi defende!
Donque miri om che reo mal di te scende,
e pensi ben lo valor de la cosa
che gli è tanto amorosa:
ché schifo e conoscente omo dovria
volere desmembrato essere pria;
ch’è però tanto mal per te bailito,
che peggio val che morto om vivo aunito,
e morto onrato mei’ ch’en vita posa.

Peggio che guerra, Amor, non t’ho blasmato
perché m’ai’ affannato
più ch’altro, o meno messo in tuo van bene:
ch’oltra merto e ragion, quasi for pene,
me desti più ch’a omo altro vivente.
Ma ragion non consente
ch’om laudi el reo perché ben lui n’avegna:
e, quand’eo penso ben, saver m’asegna
che ciò che l’om di te pregia, ben maggio
è, segondo ragione, ont’e dannaggio,
per che te blasmo e pregio ormai neiente.

Canzone mia, tutto che poco vaglia,
demonstrar te travaglia
lo periglioso mal del detto Amore,
e di’ che scusa alcun’ha de follore
omo de folleggiare appoderato;
ma quelli è senza scusa assai colpato
che no li tocca guerra e cher battaglia.
Guittone d'Arezzo

Guittone d'Arezzo

Tutto ’l dolor, ch’eo mai portai, fu gioia

Tutto ’l dolor, ch’eo mai portai, fu gioia,
e la gioia neente apo ’l dolore
del meo cor, lasso, a cui morte socorga,
ch’altro non vegio ormai sia validore.
5 Ché, prima del piacer, poco pò noia,
ma poi, pò forte troppo om dar tristore:
maggio conven che povertà si porga
a lo ritornador, ch’a l’entradore.
Adonqua eo, lasso, in povertà tornato
del più ricco acquistato
che mai facesse alcun del meo paraggio,
sofferrà Deo ch’eo pur viva ad oltraggio
di tutta gente e del meo for sennato?
Non credo già, se non vol meo dannaggio.

Ahi, lasso, co mal vidi, amaro amore,
la sovra natoral vostra bellezza
e l’onorato piacenter piacere
e tutto ben ch’è ’n voi somma grandezza!
E vidi peggio il dibonaire core
ch’umiliò la vostra altera altezza
a far noi due d’un core e d’un volere,
perché’eo più ch’omo mai portai ricchezza,
Ch’a lo riccor d’amor null’altro è pare,
né raina pò fare
ricco re, como né quanto omo basso,
né vostra par raina amor è passo.
Donqua chi ’l meo dolor pò pareggiare?
Ché qual più perde acquista in ver me, lasso.

Ahi, con pot’om, che non ha vita fiore,
durar contra di mal tutto for grato,
si com eo, lasso, ostal d’ogne tormento?
Ché se ’n lo più fort’om fosse amassato
sì forte e si coralmente dolzore,
com’è dolore in me, già trapassato
fora de vita, contra ogne argomento.
Come, lasso, viv’eo de vita fore?
Ahi morte, villania fai e peccato,
che sì m’hai desdegnato,
perché vedi morir opo mi fora
e perché’io più sovente e forte mora!
Mal ho più ch’altro, e men, lasso, conforto:
ché s’eo perdesse onor tutto ed avere
e tutti amici e de le membra parte,
sì mi conforteria per vita avere;
ma qui non posso, poi ho di me torto
e ritornato in voi forzo e savere,
che non fue, amor meo, già d’altra parte.
Donqua di confortar com ho podere?
E poi saver non m’aiuta, e dolore
me pur istringe il core,
pur conven ch’eo matteggi; e si faccf’eo;
perché’om mi mostra a dito e del mal meo
se gabba; ed eo pur vivo a disinore,
credo, a mal grado del mondo e di Deo.

Ahi, bella gioia, noia e dolor meo,
che punto fortunal, lasso, fue quello
de vostro dipartir, crude] mia morte,
che doblo mal tornò tutto meo bello!
Si del meo mal mi dol; ma più per Deo
ème lo vostro, amor, crudele e fello;
ca s’eo tormento d’una parte forte,
e voi da l’altra più strigne ’l chiavello,
como la più distretta enamorata
che mai fosse aprovata;
ché ben fa forza dimession d’avere
talor bass’omo in donn’alta capere;
ma ciò non v’agradio già né v’agrata:
donque d’amor coral fu ’l ben volere.
Amor, merzé, per Deo, vi confortate,
ed a me non guardate,
ché picciol è per mia morte dannaggio,
ma per la vostra, amor, senza paraggio.
E forse anche però mi ritornate,
se mai tornare deggio, in allegraggio.
Amore, Amor, più che veneno amaro,
non già ben vede chiaro
chi se mette in poder tuo volontero:
ché ’l primo e ’l mezzo mè gravoso e feto
e la fine di ben tutto ’l contraro,
o’ prende laude e blasmo onne mistero.
Ludovico Ariosto

Ludovico Ariosto

Chi

Angelica e Medor con cento nodi
legati insieme, e in cento lochi vede.
Quante lettere son, tanti son chiodi
coi quali Amore il cor gli punge e fiede.
Va col pensier cercando in mille modi
non creder quel ch’al suo dispetto crede:
ch’altra Angelica sia, creder si sforza
ch’abbia scritto il suo nome in quella scorza.
Poi dice: “ Conosco io pur queste note:
di tal’ io n’ho tante vedute e lette.
Finger questo Medoro ella si puote:
forse ch’a me questo cognome mette.”
Con tali opinion dal ver remote
usando fraude a se medesmo, stette
nella speranza il mal contento Orlando,
che si seppe a se stesso ir procacciando.

CV

Ma sempre più raccende più rinnova,
quanto spegner più cerca, il rio sospetto:
come l’incanto augel che si ritrova
in ragno o in visco aver dato di petto,
quanto più batte l’ale e più si prova
di disbrigar, più vi si lega stretto.
Orlando viene ove s’incurva il monte
a guisa d’arco in su la chiara fonte.

CVI

Aveano in su l’entrata il luogo adorno
coi piedi storti edere e viti erranti.
Quivi soleano al più cocente giorno
star abbracciati i due felici amanti.
V’aveano i nomi lor dentro e d’intorno,
più che in altro dei luoghi circostanti,
scritti, qual con carbone e qual con gesso,
e qual con punte di coltelli impresso.

CVII
Il mesto Conte a piè quivi discese;
e vide in su l’entrata della grotta
parole assai, che di sua man distese
Medoro avea, che parean scritte allotta.
Del gran piacer che nella grotta prese,
questa sentenzia in versi avea ridotto.
Che fosse culta in suo linguaggio io penso;
ed era nella nostra tale il senso:

CVIII

fiete piante, verdi erbe, limpide acque,
spelonca opaca e di fredde ombre grata,
dove la bella Angelica che nacque
di Galafron, da molti invano amata,
spesso nelle mie braccia nuda giacque:
della comodità che qui m’è data,
io povero Medor ricompensarvi
d’altro non posso che d’ognor lodarvi:

CIX

e di pregare ogni signore amante,
e cavalieri e damigelle, e ognuna
persona o paesana o viandante,
che qui sua volontà meni o fortuna;
ch’all’erbe, all’ombra, all’antro, al rio, alle piante
dica: “ Benigno abbiate e Sole e Luna
e delle Ninfe il coro che provveggia
che non conduca a voi pastor mai greggia.” — 110
Era scritto in arabico, che ’I Conte
intendea così ben come latino.
Fra molte lingue e molte ch’avea pronte
prontissima avea quella il Paladino;
e gli schivò più volte e danni ed onte,
che si trovò tra il popol saracino.
Ma non si vanti, se già n’ebbe frutto,
ch’un danno or t’ha, che può scontargli il lutto.

CXXI

Tte volte e quattro e sei lesse lo scritto
quello infelice, e pur cercando in vano
che non vi fosse quel che v’era scritto;
e sempre lo vedea più chiaro e piano:
ed ogni volta in mezzo il petto afflitto
stringersi il cor sentia con fredda mano.
Rimase al fin con gli occhi e con la mente
fissi nel sasso, al sasso indifferente.

CXXII

Fu allora per uscir del sentimento;
sì tutto in preda del dolor si lassa.
Credete a chi mha fatto esperimento,
che questo è ’l duol che tutti gli altri passa.
Caduto gli era sopra il petto il mento,
la fronte priva di baldanza, e bassa;
nè puote aver (chè ’l duol l’occupò tanto)
alle querele voce, o umore al pianto.

CXIII
L’impetuosa doglia entro rimase,
che volea tutta uscir con troppa fretta.
Così veggiam restar l’acqua nel vase,
che largo il ventre e la bocca abbia stretta:
chè nel voltar che si fa in su la base,
l’umor che vorria uscir tanto s’affretta,
e nell’angusta via tanto s’intrica,
ch’a goccia a goccia fuore esce a fatica.

CXIV

Poi ritorna in sè alquanto, e pensa come
possa esser che non sia la cosa vera:
che voglia alcun così infamare il nome
della sua donna e crede e brama e spera,
o gravar lui d’insopportabil some
tanto di gelosia, che se ne pera;
ed abbia quel, sia chi si voglia stato,
molto la man di lei bene imitato.

CXV

In così poca, in così debil speme
sveglia gli spirti, e gli rinfranca un poco;
indi al suo Brigliadoro il dosso preme;
dando già il Sole alla sorella loco.
Non molto va, che dalle vie supreme
dei tetti uscir vede il vapor del fuoco,
sente cani abbaiar, muggire armento:
viene alla villa, e piglia alloggiamento.

CXXV
Di pianger mai, mai di gridar non resta;
nè la notte nè 1 dì si dà mai pace:
fugge cittadi e borghi, e alla foresta
sul terren duro al discoperto giace.
Di sè si maraviglia, ch’abbia in testa
una fontana d’acqua sì vivace,
e come sospirar possa mai tanto:
e spesso dice a sè così nel pianto:

CXXVIII
son, non son io quel che paio in viso:
“Non
quel ch’era Orlando, è morto, ed è sotterra;
la sua donna ingratissima l’ha ucciso:
sì, mancando di fè, gli ha fatto guerra.
To son lo spitto suo da lui diviso,
ch’in questo inferno tormentandosi erra
acciò con l’ombra sia, che sola avanza,
esempio a chi in Amor pone speranza.”

CXXIX

Pel bosco errò tutta la notte il Conte;
e allo spuntar della diurna fiamma
lo tornò il suo destin sopra la fonte,
dove Medoro isculse l’epigramma.
Veder l’ingiuria sua scritta nel monte
Pl’accese sì, cl’in lui non restò dramma
che non fosse odio, rabbia, ira e furore;
nè più indugiò, che trasse il brando fuore.

CXXX
Tagliò lo scritto e ’l sasso, e sino al cielo
a volo alzar fè le minute schegge.
Infelice quell’antro, ed ogni stelo
in cui Medoro e Angelica si legge!
Così restàr quel dì, ch’ombra nè gelo
a pastor mai non daran più, nè a gregge:
e quella fonte, già sì chiara e pura,
da cotanta ira fu poco sicura;

CXXXI

chè rami e ceppi e tronchi e sassi e zolle
non cessò di gittar nelle bell’onde,
finchè da sommo ad imo sì turbolle,
che non furo mai più chiare nè monde:
e stanco al fin, e al fin di sudor molle,
poi che la lena vinta non risponde
allo sdegno, al grave odio, all’ardente ira,
cade sul prato, e verso il ciel sospira.

CXXXII

Aflitto e stanco al fin cade nell’erba,
e ficca gli occhi al cielo, e non fa motto.
Senza cibo e dormir così si serba,
CXXXIII

Qui riman l’elmo, e là riman lo scudo;
lontan gli arnesi, e più lontan l’usbergo;
l’arme sue tutte, in somma vi concludo,
avean pel bosco differente albergo
e poi si squarciò i panni, e mostrò ignudo
l’ispido ventre, e tutto ’l petto e ’l tergo;
e cominciò la gran follia, sì orrenda,
che della più non sarà mai chi °ntenda.

CXXXIV

In tanta rabbia, in tanto furor venne,
che rimase offuscato in ogni senso.
Di tor la spada in man non gli sovvenne;
chè fatte avria mirabil cose, penso.
Ma nè quella, nè scure, nè bipenne
era bisogno al suo vigore immenso.
Quivi fe ben delle sue prove eccelse:
ch’un alto pino al primo crollo svelse:

CXXXV

e svelse dopo il primo altri parecchi,
come fosser finocchi, ebuli o aneti;
e fe il simil di querce e d’olmi vecchi,
di faggi e d’orni e d’ilici e d’abeti.
Quel ch’un uccellator, che s’apparecchi
il campo mondo, fa, per por le reti,
dei giunchi e delle stoppie e dell’urtiche,
facea de’ cetri e d’altre piante antiche.
Piero Jahier

Piero Jahier

Canto della sposa

Se i pavimenti odorano di ragia
se splende in ordine la sua povera casa
se respira nei fiori
se gli salta in collo il più chiaro bambino
se riposa
la gota fresca di bagno contro la sua mascella dura

forse m’incoronerà di uno sguardo
forse scioglierà in un sorriso la sua cura.
Ma chi conosce il suo pensiero
forse il suo desiderio si è già allontanato.
*
Voltati e ricevi la casa dell’amore
tutta ricordi di anima che quando li abbiamo portati
Per un’amara parola che ci hai lasciato stamani

tutt’oggi non mi sono seduta.

Ma ci nega uno sguardo la sera
ma anche questa giornata è perduta.
*
Se non si dimentica, se non si consola
se non si rasserena
se la sua carezza è mancata
se non confida la sua pena
allora questa casa è sbagliata
allora la vecchia fede è vilipesa.
Sei un uomo, e forse volevi una donna di gioia

non una fedeltà, ma una sorpresa.
O se non mi avesse sposata!
almeno sarebbe durato l’amore
un poco per giorno te l’avrei misurato.

Ma chi conosce il suo pensiero
il suo desiderio si è allontanato.
*
Mi sono aperta troppo, mi sono sfogliata
son brutta e non ho più nulla da dare;
nessuno mi ha insegnato a vestire
e perché mi levavano i fiocchi quand’ero piccina.

Allora la vecchia fede mi ha ingannata
Allora non gli son più vicina.

Sei brutta e hai perso il suo pensiero
il suo desiderio si è allontanato.
*
Ma dicevi che è bello il viso più usato
dolce carezza la mano operosa:

ora ti aspetta la mano ruvida
ora ti aspetta il viso scavato
ora, finita la donna
ti aspetta la tua sposa.
*
Ritorna, te che sei stato il mio fidanzato

quando camminavamo sulle cime
la strada d’oro che solo insieme possiamo scoprire.
Quel che ti manca in me, l’amore te lo fa mancare.

Amami e sono vergine ancora
tanto bene nuovo ti debbo ancora dare.

Ma solo cose assenti lo fanno amare
cose invisibili lo fanno soffrire
non è per me che sono sempre uguale
io che sono tanto noiosa, vero

allora se fossi lontana

allora se potessi morire
ma chi conosce il suo pensiero...
Raimbaut de Vaqueiras

Raimbaut de Vaqueiras

Contrasto bilingue

— Domna, tant vos ai preiada,
si’"us plaz, qu’amar me voillaz,
qu’eu sui vostr’endomenjatz
car es pros et enseignada
e toz bos prez autreiaz;
per que’m plai vostr’amistaz.
Car es en toz faiz cottesa,
ses mos cors en vos fermaz
plus qu’en nulla Genoesa,
per qu’er merces si m’amaz;
e pois serai meilz pagatz
que s’era mia-ill ciutaz
ab l’aver qu’es ajostaz
dels Genoes.
— Jujar, voi no sei corteso
que me chaidejai de zo,
que negota no farò.
Ance fossi voi apeso!
Vostr’amia non serò.
Certo ja ve scanerò,
provenzal malaurao!
Tal enojo ve dirò:
sozo mozo escalvao!
Ni ja voi non amerò
qu’eu chu bello marì ò
que voi no sei, ben lo so.
Andai via, frar’, eu temp’ò
meill aurà.
— Domna gent’et essernida,
gai’e pros e conoissenz,
valla:m vostr’ensegnamenz,
car joi e joivenz vos guida,
cortesi’e prez e senz
e toz bos captenemenz,
per que-us sui fidelz amaire
senes toz retenemenz,
— Donna, tanto v’ho pregata,
se vi piace che amar mi vogliate,
chio sono servo vostro,
poiché siete onesta e bennata
e tutti i pregi confermate;
perciò da voi mi piace esser amato.
Perché siete in tutto cortese,
s’è il mio cuore in voi fermato
più che in alcun’altra genovese, -
dunque avrò grazia se m’amate;
e poi sarò meglio pagato
che se fosse mia la città
con l’avere che v’è ammassato
dei genovesi.
— Giullare, non siete cortese,
che mi affliggete per ciò
ch’io punto non farò.
Piuttosto foste impiccato!
Vostra amica non sarò.
Certo piuttosto vi scannerò,
malabbiato provenzale!
Senti quel che ti dico:
sozzo pazzo rapato!
Mai e poi mai vi amerò,
ché ho un marito più bello
di quanto voi siate, e lo so.
Sgombrate, fratello, che ho
di meglio da fare.
— Donna gentile e discreta,
gaia, onesta e sensata,
mi valga il vostro ritegno,
ché giovane gioia vi guida,
cortesia e pregio e senno
e ogni buon contegno,
perciò vi son fedele amatore,
senza un po’ di ritegno,
francs, humils e merceiaire,
tant fort me destreing e-m venz
vostr’amors, que m’es plasenz;
per que sera chausimenz,
s’eu sui vostre benvolenz
e vostr’amics.

— Jujar, voi semellai mato,
que cotal razon tegnei.
Mal vignai e mal andei!
Non avei sen per un gato,
per que trop me deschasei,
que mala cosa parei;
né no faria tal cosa
si fossi fillol de rei.
Credi voi qu’e’ sia mosa?
mia fé, no m’averei!
Si per m’amor ve chevei,
oguano motrei de frei:
tropo son de mala lei
li Proenzal!

— Domna, no’m siaz tan fera,
que no’s cove ni s’eschai;
ainz taing ben, si a vos plai,
que de mo sen vos enquera
e que’us am ab cor vetrai,
e vos quem gitez d’esmai,
qu’eu vos sui hom e servire,
car vei e cognosc e sai,
quant vostra beutat remire
fresca cum rosa en mai,
qu’el mont plus bella no-n sai,
per que‘us am et amatrai,
e si bona fes mi trai,
sera pechaz.

— Jujar, to proenzalesco,
s’eu aja gauzo de mi,
non prezo un genoî.
schietto, umile e implorante,
tanto forte mi distringe e vince
amor di voi, che mi smammola;
perciò sarà una buona scelta
essere il vostro coccolo
e vostro amante.
— Giullare, sembrate proprio matto,
a far di queste scilinguate.
Malvenuto e che il male vi porti.
Non avete il cervello d’un gatto,
e perciò troppo mi spiacete,
che sembrate uno spavento;
e nemmeno farei cosa con voi
se foste figlio del re.
Credete ch’io sia tonta?
Gnaffe, non m’avrete!
Se per amor mio v’impegnate,
quest’anno gelato morrete:
son troppo di malafede
i provenzali!

— Donna, non siate tanto cruda,
non vi si addice né sta bene;
invece ben si conviene, se vi piace,
che di buon senno io vi preghi
e di buon cuore vi ami,
e che mi togliate la pena,
e ch’io vi sia vassallo e servo,
perché vedo e conosco e so,
quando fisso la vostra beltà
fresca tosa di maggio,
che al mondo più bella non so;
perciò v’amo e v’amerò,
e se buonafede mi manchi,
in peccato sarò.

— Giullare, il tuo provenzalesco,
ch’io crepi se non godo,
non stimo un genovino.
No t’entend plui d’un Toesco
o Sardo o Barbari,
ni non ò cura de ti.
Voi t’acaveilar co mego?
Si:1 saverà me’ matri,
mal plait averai, con sego.
Bel messer, ver e’ ve di:
no vollo questo lati;
fraello, zo ve aff;
Proenzal, va, mal vesti,
largaime star!

— Domna, en estraing cossire
m’avez mes et en esmai;
mas enquera‘us. preiarai
que voillaz qu’eu vos essai
si cum Provenzals o fai,
quant es pojatz.

— Jujar, no serò con tego,
poss’asì te cal de mi:
meill varà, per sant Matti,
s’andai a ser Opeti
que dar v’à fors’un ronci
car sei jujar.
Non ti capisco più d’un tedesco,
o sardo o barbaresco,
e di te non m’importa un fico.
Vuoi far briga con me?
Se lo saprà mio marito,
avrai con lui mal partito.
Credimi, bel messere:
non ti voglio neppure ascoltare;
fratello, te l’assicuro.
Vattene, provenzale sdrucito,
lasciami stare!

— Donna, uno strano affanno
e pena m’hai procurato;
ma ancora vi pregherò
che vogliate io vi provi
di che è capace un provenzale,
quando è montato.

— Giullare, con te non ci sto
perché così pensi di me;
meglio varrà, per san Martino,
che tu vada da ser Obizzino:
dato che sei giullare,
ti darà forse un ronzino.
Re Enzo

Re Enzo

S’eo trovasse Pietanza

S’eo trovasse Pietanza
incarnata figura,
merzé li chereria
ch’a lo meo male desse alleggiamento;
e ben fazo accordanza
infra la mente pura
ca pregar mi vatrtia,
vedendo l’umil meo agecchimento.
E dico: oi me lasso,
spero in trovar merzede?
Certo meo cor non crede,
ch’eo sono isventurato
plui d’omo che sia nato;
so che ’nver mi Pietà verria crudele.

Crudele e spietata
seria per me Pietate
e contra sua natura,
i
secondo zo che mostra meo distino,
e Merzede adirata
plena d’impietate;
che ò tale vintura,
ca pur diservo a cui servir non fino.
Per meo servir non vio
che gioi mi si n’acresca,
nanti mi si rifresca
pena doglios’a morte
ciascun giorno più fotte,
und’eo morir sento lo meo sanare.

Ecco pena dogliosa
che ’nfra ’°I meo cor abonda
e spande per li membri
sì C’a ciascun nde ven soperchia parte,
Giorno non ò di posa
si non come ’n mar l’onda.
Core, che non ti smembri?
Esci di pene e da mi ti diparte,
c’assai val meglio un’ora
motir, ca pur penare,
poi che non pò campare
omo che vive in peni
nì gaugio li s’aveni,
ni pensamento ca di ben s’apprenda.

Tutti quei pensamenti
ca spirto meo divisa,
sunu pen’e duluri
senz’alligrar chi nu Ili s’accumpagna;
e di manti tormenti ”
abundu in mala guisa,
chi ’l natural caluri
perdo, tantu lu cori sbatti e sagna.
Or si pò dir da manti:
“chi è zo chi nu mori
poi c’ài sagnatu ’l cori?”
Rispundo: “chi lu sagna
in quil mumentu ’l stagna,
nu per meu ben, ma proba sua virtuti.”

La virtuti ch’ill’avi
d’alcirim’ e guariri
a lingua dir nu l’ausu,
pir gran timenza c’agiu nu lli sdigni;
però prego suavi
Piatà chi mov’a giri
e faza in lei ripausu
sì chi sia piatusa
ver mi, che non m’è noia
morir, s’illa nd’à gioia:
ché sol vivri mi placi
per lei servir viraci,
plu chi per altru beni chi m’avegna.
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