Lo strano corso che tenne il cavallo

Lo strano corso che tenne il cavallo
del Saracin pel bosco senza via,
fece ch’Orlando andò duo giorni in fallo,
nè lo trovò, nè potè averne spia.
Giunse ad un tivo che parea cristallo,
nelle cui sponde un bel pratel fioria,
di nativo color vago e dipinto,
e di molti e belli arbori distinto,

CI
Il meriggio facea grato l’orezzo
al duro armento ed al pastore ignudo;
si che nè Orlando sentia alcun ribrezzo,
che la corazza avea, l’elmo e lo scudo.
Quivi egli entrò, per riposarvi, in mezzo:
e v’ebbe travaglioso albergo e crudo,
e più che dir si possa empio soggiorno,
quell’ infelice e sfortunato giorno.

CI

Volgendosi ivi intorno vide scritti
molti arbuscelli in su l’ombrosa riva.
Tosto che fermi v’ebbe gli occhi e fitti,
fu certo esser di man della sua diva.
Questo era un di quei lochi già descritti,
ove sovente con Medor veniva
da casa del pastore indi vicina
la bella donna del Catai Regina.
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