Ariette
Quando sarà quel dì
ch’io non ti senta in sen
sempre tremar così,
povero core!
Stelle, che crudeltà!
un sol piacer non v’è,
che quando mio si fa
non sia dolore.
L’onpa dal mar divisa
bagna la valle — e ’l monte:
va passeggiera in fiume
va prigioniera — in fonte,
fin che non torna al mar:
al mar, dov’ella nacque
dove acquistò gli umori,
dove dai lunghi errori
spera di riposar.
E’ la fede degli amanti
E’ la fede degli amanti
come l’araba fenice:
che vi sia ciascun lo dice;
dove sia nessun Îo sa.
Se tu sai dov’ha ricetto,
dove muore e torna in vita,
me l’addita, — e ti prometto
di serbar la fedeltà.
Il sogno
Pur nel sonno almen talora
vien colei, che m’innamora,
le mie pene a consolar.
Rendi amor, se giusto sei,
più veraci i sogni miei,
o non farmi risvegliar.
Di solitaria fonte
sul margo assiso al primo albore, o Fille,
sognai d’esser con te. Sognai, ma in guisa
che sognar non credei. Garrir gli augelli,
frangersi l’acque, e susurrar le foglie
pareami udir. De’ tuoi begli occhi al lume,
come suol per costume,
fra’ suoi palpiti usati era il cor mio.
Sol nel vederti, oh Dio!
Pietosa a me, qual non ti vidi mai,
di sognar qualche volta io dubitai.
Quai voci udii! Che dolci nomi ottenni,
cara, da’ labbri tuoi! Quali in quei molli
tremuli rai teneri sensi io lessi!
Ah se mirar potessi,
quanto splendan più belle
fra i lampi di pietà le tue pupille,
mai più crudel non mi saresti, o Fille.
Qual io divenni allora,
quel che allora io pensai, ciò che allor dissi,
ridir non so. So che sul vivo latte
della tua mano io mille baci impressi;
tu d’un vago rossor tingesti il volto.
Quando improvviso ascolto
d’un cespuglio vicin scuoter le fronde:
mi volgo, e mezzo ascoso
scopro il rivai Fileno,
che d’invido veleno
livido in faccia i furti miei rimira.
Fra la sorpresa, e l’ira
avvampai, mi riscossi in un momento,
e fu breve anche in sogno il mio contento.
Partì con l’ombra, è ver,
l’inganno, ed il piacer;
ma la mia fiamma, oh Dio!
idolo del cor mio,
con l’ombra non partì.
Se mai per un momento
sognando io son felice,
poi cresce il mio tormento,
quando ritorna il dì.
La libertà
Grazie agl’inganni tuoi,
Al fin respiro, o Nice,
Al fin d’un infelice
Ebber gli dei pietà:
Sento da’ lacci suoi,
Sento che l’alma è sciolta;
Non sogno questa volta,
Non sogno libertà.
Mancò l’antico ardore,
E son tranquillo a segno,
Che in me non trova sdegno
Per mascherarsi Amor.
Non cangio più colore
Quando il tuo nome ascolto;
Quando ti miro in volto
Più non mi batte il cor.
Sogno, ma te non miro
Sempre ne’ sogni miei;
Mi desto, e tu non sei
Il primo mio pensier.
Lungi da te m’aggiro
Senza bramarti mai;
Son teco, e non mi fai
Nè pena nè piacer.
Di tua beltà ragiono.
Nè intenerir mi sento;
I torti miei rammento,
E non mi so sdegnar.
Confuso più non sono
Quando mi vieni appresso;
Col mio rivale istesso
Posso di te parlar.
Volgimi il guardo altero,
Parlami in volto umano;
Il tuo disprezzo è vano,
È vano il tuo favor;
Chè più l’usato impero
Quei labbri in me non hanno;
Quegli occhi più non sanno
La via di questo cor.
Quel che or m’alletta o spiace,
Se lieto o mesto or sono,
Già non è più tuo dono,
Già colpa tua non è;
Chè senza te mi piace
La selva, il colle, il prato;
Ogni soggiorno ingrato
M’annoia ancor con te.
Odi s’io son sincero;
Ancor mi sembri bella,
Ma non mi sembri quella
Che paragon non ha.
E (non t’offenda il vero)
Nel tuo leggiadro aspetto
Or vedo alcun difetto
Che mi parea beltà.
Quando lo stral spezzai
(Confesso il mio rossore)
Spezzar m’intesi il core,
Mi parve di morir.
Ma per uscir di guai,
Per non vedersi oppresso,
Per racquistar sè stesso
Tutto si puo soffrir.
Nel visco, in cui s’avvenne
Quell’augellin talora,
Lascia le penne ancora,
Ma torna in libertà:
Poi le perdute penne
In pochi dì rinnova;
Cauto divien per prova,
Nè più tradir si fa.
So che non credi estinto
In me l’incendio antico,
Perchè si spesso il dico,
Perchè tacer non so:
Quel naturale istinto,
Nice, a parlar mi sprona,
Per cui ciascun ragiona
De’ rischi che passò.
Dopo il crudel cimento
Narra i passati sdegni,
Di sue ferite i segni
Mostra il guerrier così.
Mostra così contento
Schiavo, che uscì di pena,
La barbara catena
Che strascinava un dì.
Parlo, ma sol parlando
Me soddisfar procuro;
Parlo, ma nulla io curo
Che tu mi presti fè;
Parlo, ma non dimando
Se approvi i detti miei,
Nè se tranquilla sei
Nel ragionar di me.
Io lascio un’incostante;
Tu perdi un cor sincero;
Non so di noi primiero
Chi s’abbia a consolar.
So che un sì fido amante
Non troverà più Nice,
Che un’altra ingannatrice
È facile a trovar.
La tempesta
No, non turbarti, o Nice; io non ritorno
a parlarti d’amor. So che ti spiace;
basta così. Vedi, che il Ciel minaccia
improvvisa tempesta: alle capanne
se vuoi ridurre il gregge, io vengo solo
ad offrir l’opra mia. Che! Non paventi?
Osserva, che a momenti
tutto s’oscura il Ciel, che il vento in giro
la polve innalza, e le cadute foglie.
Al fremer della selva, al volo incerto
degli augelli smarriti, a queste rare,
che ci cadon sul volto, umide stille,
Nice, io preveggo… Ah, non tel dissi, o Nice?
Ecco il lampo, ecco il tuono. Or che farai?
Vieni, senti; ove vai? Non è più tempo
di pensare alla greggia. In questo speco
riparati frattanto, io sarò teco.
Ma tu tremi, o mio tesoro!
Ma tu palpiti, cor mio!
Non temer; con te son io,
né d’amor ti parlerò.
Mentre folgori, e baleni,
sarò teco, amata Nice;
quando il Ciel si rassereni,
Nice ingrata, io partirò.
Siedi, sicura sei. Nel sen di quella
concava rupe in fin ad or giammai
fulmine non percosse,
lampo non penetrò. L’adombra intorno
folta selva d’allori
che prescrive del Ciel limiti all’ira.
Siedi, bell’idol mio, siedi, e respira.
Ma tu pure al mio fianco
timorosa ti stringi, e, come io voglia
fuggir da te, per trattenermi annodi
fra le tue la mia man? Rovini il Cielo,
non dubitar, non partirò. Bramai
sempre un sì dolce istante. Ah così fosse
frutto dell’amor tuo, non del timore!
Ah lascia, o Nice, ah lascia
lusingarmene almen. Chi sa? Mi amasti
sempre forse fin or. Fu il tuo rigore
modestia e non disprezzo; e forse questo
eccessivo spavento
è pretesto all’amor. Parla, che dici?
M’appongo al ver? Tu non rispondi? Abbassi
vergognosa lo sguardo!
Arrossisci? Sorridi? Intendo, intendo.
Non parlar, mia speranza;
quel riso, quel rossor dice abbastanza.
E pur fra le tempeste
la calma ritrovai.
Ah non ritorni mai,
mai più sereno il dì!
Questo de’ giorni miei,
questo è il più chiaro giorno.
Viver così vorrei,
vorrei morir così.
Scherzo estemporaneo
Regina superba
de’ fiori è la rosa,
regina d’ogn’erba
l’ortica spinosa
diviene oggidì;
ché il bel piè di Venere
se quella piagò,
il bel cul di Fillide
or questa ferì.
Cantando ognun dica:
«Evviva l’ortica
e ’l cul che toccò».
Fu bianco qual giglio
quel fior; ma si crede
che il rese vermiglio
col sangue del piede
la madre d’Amor.
Così per memoria
quest’erba immortal
del cul ch’ebbe a tangere
ritiene l’odor.
Dell’arabe rive
le piante native
non danno l’ugual.
Col dolce suo canto
destando ne’ cuori
un nobile incanto,
fra ninfe e pastori
sedea Fille un dì.
Poi tacque e a nascondere
nel bosco s’andò,
le gonne dal margine
sul fianco riunì,
e quel che si mangia
in ciò che si cangia
a luce tornò.
La ninfa gentile
due scogli ha di neve,
che come è suo stile
da macchia ancor lieve
suol netti serbar.
Ricerca, ma inutile,
con che si forbir,
né vuol così sordida
frattanto restar.
Ond’ella raccoglie
a ciò varie foglie
per farle servir.
La rosa vermiglia,
il bel gelsomino,
la vaga giunchiglia
del nobil destino
gelosi ne fur.
D’invidia il cocomero
diviene maggior,
la rapa ed il ravano
s’accrebbero pur.
La fava ed il gionco,
il palo e ogni tronco
bramò quell’onor.
Ma Fille fra tante
di fiori e di foglie
degnissime piante
incauta raccoglie
l’ortica crudel.
E dove stropiccia
s’accende un ardor,
per cui se n’arriccia
il prossimo pel,
e grida: «Un cotale
prurito mortale
non diedesi ancor».
Ai noti clamori
lasciar la capanna
le ninfe e i pastori,
e ognuno s’affanna
a chieder che fu.
Il caso non solito
la bella narrò,
il culo ad un albero
strisciando su e giù.
Quel fatto curioso,
quell’atto grazioso
quai risa destò!
Allora un bifolco
propose alla bella
che debba in un solco
d’erbetta novella
la parte fregar.
Qual vista piacevole
vederla infuriata,
sospesa su i gomiti
il culo a girar!
«Oh erbette felici!»
a Fille gli amici
gridavano allor.
E Tirsi suo nume,
su l’Istro adorato,
dal dolce costume
di Fille allettato,
sì mesto ne fu,
poiché refrigerio
la bella trovò,
esclama con giubilo:
«Pastori, via su,
cantando ognun dica:
‘Evviva l’ortica
e ’l cul che toccò!’»