Per specula aenigmatis

VI
Ad meas ripas e longinquo advena
Venit. Navis fuit avis. Alas sonabat.
Alas perdebat. Alas rumpebam.
Alas in vitro spargebam. Me sine
lingua in lingua Lycurgi me exstinguebam
nascentem. Cervi(fe)calia fastigia
advena effundens. O rutilanstygia
sine navis navarco sine magnetico
meos indice fluctus perfide frangens!
Novam in tabulis scientiam Lycurgus
fundabat. Advenam me solum, me dirimentem
linguam de lingua. Noctis de ventre
me sine loco n/avis clam resurgentem
in alas pelagias me sine me inferebat.

Da lontano ai miei lidi lo straniero
approdò. Come un uccello il vascello volò.
Le sue ali il vento suonava. Le sue ali
il vento sbranava. Le sue ali a una a una
nel puro cristallo scioglievo. Senza lingua
nascevo. Licurgo: mio demiurgo. Fastigi
preziosi e ulcerosi lo straniero seminava.
Rutilante la nave che senza bussola e senza
nocchiero - perfida - solca i miei flutti.
Su vergini legni Licurgo una nuova scienza
fondava. Io lo straniero/sperduto che muto
in plaghe di mille favelle affondava. Del mio
smembrato fasciame dai gorghi della notte chissà
in quale luogo schizzato, di me fatalmente
rinato l’uccello/vascello grondava.

XVI
Membra de muco, ungues de manu,
bulbos seminales de atra cervice
dividit securis et ulmos de crocis,
de silvis filices, salsa fragmenta
de undis separavit turbo rugiens,
unus vagabam et nullus membratim
peribam, Naturam fingebam naturae
me iungere, Heraclitum in fluxu
mortalis aquae novissime me anxium
agebat animam orbis aientem me di
videbat, contexte immo vero in
flatum/afflatum naturae membratim
ruentis muculentam salivam et sperma
mentisque mei micas totius tremebundas
contexte traicio: ego scriba membratim
scintillantes latinos reperiens lapillos
se acerrime fingens linguae novissimae
locum contexte construere.

In un folle imbuto cartilagini e muco,
unghie e falangi, bulbi germinali e scuro
cervello, l’ascia d’osso e di rame a
scagliarsi precisa, a staccare l’olmo dal
croco, l’acqua dal fuoco, il sale dall’
onda, sbrandellato andavo sull’ombra e
tutt’intero nell’ombra morivo, amavo
ingannarmi che la Natura in sé mi prendesse,
in sé mi perdesse, sapere che Eraclito aveva af
fermato nel flusso mortale dei fiumi il perno del
Tutto mi strappava ai miei astri, mi sputava nel
vuoto, e ogni pulviscolo di saliva e di sangue e
di sperma si confonde e si fonde nel folle
imbuto dei noviluni, dei giorni, dei venti,
degli aromi emollienti: e sono io
il bricoleur — leggi: scriba — che raccatta
scarti latini e a uno a uno li saggia nell’
attrito infinito di un’altra lingua che mai
vedrà nascere.
Tante lame, migliaia, soavi
crudeli, - quante lame? -, corolle si
gonfiano cancri, altre primavere, altre
sere, sussurrano, per astri: per antri,
“...non ego ma l’Orco, non l’alfa...”, e
gelido 1l sogno scandaglia e fulgido abbaglia,
frammenti roventi, mia forma, e precipita,
il daino la ruota sussulta il girasole per
archi graffiti, tant’erbe la bora rovina,
tante ali, migliaia, e nei vortici,
- quante ali, quant’erbe? - si espandono languono,
“_..non ego ma l’ Alfa, non l’orco...”,
splendida splendidanotte, mia forca, e promana,
il grillo dal Nulla la luna promana e, più
della forma perenne, impazzisce e
impazzisce - mia forma ruotata -:
TANTE LAME: QUANTE LAME?

Di notte io vidi aquiloni e aquiloni tagliare
cimase - non siate increduli - e vidi davvero
lamelle/animelle farsi ombrine farsi oro
gonfiarsi e sfere e sferette di nebbia e di fuoco
annullarsi: code rose licheni deflagravano
sulla luna. Io le mie unghie vidi essere lupo
e le mie mani essere ontani essere crochi
essere steli di neve. Pensavo e dicevo che
il sonno che il sangue oscuro dell’anima
produce/seduce il globo ogni globo: e - non
deridetemi - dico che vidi me stesso incandescente
carambolare nella clessidra glaciale del
nullo tempo e alla luna - solissimo - come
fiato tenue di pioggia che sfiora il deserto
e come sonnambulo mormoravo senza parole
“FERVIDA LUNA, INONDAMI D’ORO”.

’
L’alga: smeraldo del mare. La retrattile
Alga porporina. Nel buio contemplava
la sua fredda luce, succhiava la sua linfa
nella sfera obliqua del mistero. Da immemori
lune, in gara con la squamosa voce porosa
dei pesci che corteggiavano le onde e le notti,
l’alga scioglieva la sua voce stregata
“Le Naiaidi mi fecero dono di bocca, di seni,
di un ombelico di seta e di ghiandole e di orecchie
e narici e mi fecero dono di pupille di latte...
se la Luna sarà brava ruffiana, vi sposerò”.
L’alga sognava l’irriducibile febbre dei pesci.
I pesci filavano lunghi sogni infelici “Come
in tanto faremo ad amare un’alga soltanto?
Potrà mai un’alga sola amare così numerosi e
gelosi spasimanti?”. E - orgiastica - l’alga sognava
e sognava i pesci che il male, il sale bruciava.

Nello specchio l’effigie, per arcani
passaggi luminosi, rifratta dall’ampiezza
del cerchio, dell’ovale, tremava: mezzaluna
vagante, magnolia sognante, topazio, sporgenza
dorata. Il Nome - di giorno - tremava.
Il pioppo Îì e ora il faggio, apparendo e
sparendo, minima bella lamella, stridula
asma - ectoplasma nel muco costretto, dal muco
distrutto —, l’immagine astrale a poco a
poco nello specchio di smagliava. A poco a
poco, per luminosi/arcani paesaggi, si vanificava.
Il Nome - di notte - tremava.
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