Poesie di questo tema
Viaggio e orizzonti
Aldo Palazzeschi
Sole
Vorrei girar la Spagna
sotto un ombrello rosso.
Vorrei girar l’Italia
sotto un ombrello verde.
Con una barchettina,
sotto un ombrello azzurro,
vorrei passare il mare:
giungere al Partenone
sotto un ombrello rosa
cadente di viole.
sotto un ombrello rosso.
Vorrei girar l’Italia
sotto un ombrello verde.
Con una barchettina,
sotto un ombrello azzurro,
vorrei passare il mare:
giungere al Partenone
sotto un ombrello rosa
cadente di viole.
Antonio Porta
Meridiani e paralleli
1
L’esplosione dell’albero, estate, il castello carico di storia:
la passeggiata del granduca, libri, umanisti; cani
corrono il gran parco,
un alterco più dietro...
Per la strada al passaggio impietrì
della giovane musa, ostinato
l’inseguì, poi, sicuro di non raggiungerla.
Tentò un camion di travolgerlo,
sparì al di là del traffico
e una ferita nel dolente capo
attraversato da un’escavatrice. È vero,
raggiungere voleva il filo dell’Adriatico
e scovare lì notizie,
come chi su di una nuvola scruta la trascrizione di sé.
Sembrò per un momento l’appagasse
il mare di tulipani, il prato del castello tenuto verde al mattino
dove di sé tutto obliò.
L’autore del delitto rimase sconosciuto: e la sega
partendo di fianco riesce a lacerare, il tutto
abbandonando nell’ombra.
2
Salito a bordo si avvia: senza intoppi il motore lo conduce
nell’aria di un aperto mare trapassato
da alti pali di ronzanti telegrafi.
Fermo ad ascoltare. L’onda leggera risciacqua.
Ormai in navigazione, coperto di sale, prosegue
e pensa intanto a una terra
come l’antico folle scopritore:
d’alberi nuovi si vela l’orizzonte,
di uccelli. Galleggiano gusci scagliati da un vento.
E là doveva giungere e approdare? Eretta
nell’isola rapidamente una tenda,
visse per anni, impazzito.
Sparsi, attorno, cadaveri a migliaia, di pappagalli.
L’esplosione dell’albero, estate, il castello carico di storia:
la passeggiata del granduca, libri, umanisti; cani
corrono il gran parco,
un alterco più dietro...
Per la strada al passaggio impietrì
della giovane musa, ostinato
l’inseguì, poi, sicuro di non raggiungerla.
Tentò un camion di travolgerlo,
sparì al di là del traffico
e una ferita nel dolente capo
attraversato da un’escavatrice. È vero,
raggiungere voleva il filo dell’Adriatico
e scovare lì notizie,
come chi su di una nuvola scruta la trascrizione di sé.
Sembrò per un momento l’appagasse
il mare di tulipani, il prato del castello tenuto verde al mattino
dove di sé tutto obliò.
L’autore del delitto rimase sconosciuto: e la sega
partendo di fianco riesce a lacerare, il tutto
abbandonando nell’ombra.
2
Salito a bordo si avvia: senza intoppi il motore lo conduce
nell’aria di un aperto mare trapassato
da alti pali di ronzanti telegrafi.
Fermo ad ascoltare. L’onda leggera risciacqua.
Ormai in navigazione, coperto di sale, prosegue
e pensa intanto a una terra
come l’antico folle scopritore:
d’alberi nuovi si vela l’orizzonte,
di uccelli. Galleggiano gusci scagliati da un vento.
E là doveva giungere e approdare? Eretta
nell’isola rapidamente una tenda,
visse per anni, impazzito.
Sparsi, attorno, cadaveri a migliaia, di pappagalli.
Dante Alighieri
Ulisse
“O vor che siete due dentro ad un foco,
sio meritai di voi, mentre ch’io vissi,
sio metritai di voi assai o poco,
quando nel mondo gli alti versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi dica
dove per lui perduto a morir gissi.”
Lo maggior corno della fiamma antica
cominciò a crollarsi, mormorando,
pur come quella cui vento affatica;
indi, la cima qua e [là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: “ Quando
mi dipartì da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enea la nominasse;
94
nè dolcezza di figlio, nè la pieta
del vecchio padre, nè il debito amore,
lo qual dovea Penelope far lieta,
vincer potero dentro me l’ardore
ch’?’ ebbi a divenir del mondo esperto,
e degli vizii umani e del valore:
ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola, dalla qual non fui deserto.
L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola de’ Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.
lo e i compagni eravam vecchi e tardi,
quando venimmo a quella foce stretta
ov’Ercole segnò li suoi riguardi,
acciocchè l’uom più oltre non si metta:
dalla man destra mi lasciai Sibilia,
sio meritai di voi, mentre ch’io vissi,
sio metritai di voi assai o poco,
quando nel mondo gli alti versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi dica
dove per lui perduto a morir gissi.”
Lo maggior corno della fiamma antica
cominciò a crollarsi, mormorando,
pur come quella cui vento affatica;
indi, la cima qua e [là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: “ Quando
mi dipartì da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enea la nominasse;
94
nè dolcezza di figlio, nè la pieta
del vecchio padre, nè il debito amore,
lo qual dovea Penelope far lieta,
vincer potero dentro me l’ardore
ch’?’ ebbi a divenir del mondo esperto,
e degli vizii umani e del valore:
ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola, dalla qual non fui deserto.
L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola de’ Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.
lo e i compagni eravam vecchi e tardi,
quando venimmo a quella foce stretta
ov’Ercole segnò li suoi riguardi,
acciocchè l’uom più oltre non si metta:
dalla man destra mi lasciai Sibilia,
Dino Campana
Buenos Aires
Il bastimento avanza lentamente
Nel grigio del mattino tra la nebbia
Sull’acqua gialla d’un mare fluviale
Appare la città grigia e velata.
Si entra in un porto strano. Gli emigranti
Impazzano e inferocian accalcandosi
Nell’aspra ebbrezza d’imminente lotta.
Da un gruppo d’italiani ch’è vestito
In un modo ridicolo alla moda
Bonearense si gettano arance
Ai paesani stralunati e urlanti.
Un ragazzo dal porto leggerissimo
Prole di libertà, pronto allo slancio
Li guarda colle mani nella fascia
Variopinta ed accenna ad un saluto.
Ma ringhiano feroci gli italiani.
Nel grigio del mattino tra la nebbia
Sull’acqua gialla d’un mare fluviale
Appare la città grigia e velata.
Si entra in un porto strano. Gli emigranti
Impazzano e inferocian accalcandosi
Nell’aspra ebbrezza d’imminente lotta.
Da un gruppo d’italiani ch’è vestito
In un modo ridicolo alla moda
Bonearense si gettano arance
Ai paesani stralunati e urlanti.
Un ragazzo dal porto leggerissimo
Prole di libertà, pronto allo slancio
Li guarda colle mani nella fascia
Variopinta ed accenna ad un saluto.
Ma ringhiano feroci gli italiani.
Dino Campana
Viaggio a Montevideo
Io vidi dal ponte della nave
I colli di Spagna
Svanire, nel verde
Dentro il crepuscolo d’oro la bruna terra celando
Come una melodia:
D’ignota scena fanciulla sola
Come una melodia
Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola....
Illanguidiva la sera celeste sul mare:
Pure i dorati silenzii ad ora ad ora dell’ale
Varcaron lentamente in un azzurreggiare: ...
Lontani tinti dei varii colori
Dai più lontani silenzii
Ne la celeste sera varcaron gli uccelli d’oro: la nave
Già cieca varcando battendo la tenebra
Coi nostri naufraghi cuori
Battendo la tenebra l’ale celeste sul mare.
Ma un giorno
Salirono sopra la nave le gravi matrone di Spagna
Da gli occhi torbidi e angelici
Dai seni gravidi di vertigine. Quando
In una baia profonda di un’isola equatoriale
In una baia tranquilla e profonda assai più del cielo notturno
Noi vedemmo sorgere nella luce incantata
Una bianca città addormentata
Ai piedi dei picchi altissimi dei vulcani spenti
Nel soffio torbido dell’equatore: finché
Dopo molte grida e molte ombre di un paese ignoto,
Dopo molto cigolìo di catene e molto acceso fervore
Noi lasciammo la città equatoriale
Verso l’inquieto mare notturno.
Andavamo andavamo, per giorni e per giorni: le navi
Gravi di vele molli di caldi soffi incontro passavano lente:
Sì presso di sul cassero a noi ne appariva bronzina
Una fanciulla della razza nuova,
Occhi lucenti e le vesti al vento! ed ecco: selvaggia a la fine di un
[giorno che apparve
La riva selvaggia là giù sopra la sconfinata marina:
E vidi come cavalle
Vertiginose che si scioglievano le dune
Verso la prateria senza fine
Deserta senza le case umane
E noi volgemmo fuggendo le dune che apparve
Su un mare giallo de la portentosa dovizia del fiume,
Del continente nuovo la capitale marina.
Limpido fresco ed elettrico era il lume
Della sera e là le alte case parevan deserte
Laggiù sul mar del pirata
De la città abbandonata
Tra il mare giallo e le dune . . .
. . . . . . . . . . . . . .
I colli di Spagna
Svanire, nel verde
Dentro il crepuscolo d’oro la bruna terra celando
Come una melodia:
D’ignota scena fanciulla sola
Come una melodia
Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola....
Illanguidiva la sera celeste sul mare:
Pure i dorati silenzii ad ora ad ora dell’ale
Varcaron lentamente in un azzurreggiare: ...
Lontani tinti dei varii colori
Dai più lontani silenzii
Ne la celeste sera varcaron gli uccelli d’oro: la nave
Già cieca varcando battendo la tenebra
Coi nostri naufraghi cuori
Battendo la tenebra l’ale celeste sul mare.
Ma un giorno
Salirono sopra la nave le gravi matrone di Spagna
Da gli occhi torbidi e angelici
Dai seni gravidi di vertigine. Quando
In una baia profonda di un’isola equatoriale
In una baia tranquilla e profonda assai più del cielo notturno
Noi vedemmo sorgere nella luce incantata
Una bianca città addormentata
Ai piedi dei picchi altissimi dei vulcani spenti
Nel soffio torbido dell’equatore: finché
Dopo molte grida e molte ombre di un paese ignoto,
Dopo molto cigolìo di catene e molto acceso fervore
Noi lasciammo la città equatoriale
Verso l’inquieto mare notturno.
Andavamo andavamo, per giorni e per giorni: le navi
Gravi di vele molli di caldi soffi incontro passavano lente:
Sì presso di sul cassero a noi ne appariva bronzina
Una fanciulla della razza nuova,
Occhi lucenti e le vesti al vento! ed ecco: selvaggia a la fine di un
[giorno che apparve
La riva selvaggia là giù sopra la sconfinata marina:
E vidi come cavalle
Vertiginose che si scioglievano le dune
Verso la prateria senza fine
Deserta senza le case umane
E noi volgemmo fuggendo le dune che apparve
Su un mare giallo de la portentosa dovizia del fiume,
Del continente nuovo la capitale marina.
Limpido fresco ed elettrico era il lume
Della sera e là le alte case parevan deserte
Laggiù sul mar del pirata
De la città abbandonata
Tra il mare giallo e le dune . . .
. . . . . . . . . . . . . .
Franco Cavallo
L’alba odora
L’alba odora di bitume —
qualche specola d’azzurro —
il convoglio è scortato —
c’è un sapore d’argilla
che si posa sulla lingua
Da Hurghada a Luxor
la sabbia entra nelle orecchie
fuoriesce dal naso
si addensa sulle palpebre
la Toyota ne è invasa
cammelli annoiati
masticano lentamente
sul ciglio della strada
il fieno che hanno mangiato
dieci giorni fa
qualche specola d’azzurro —
il convoglio è scortato —
c’è un sapore d’argilla
che si posa sulla lingua
Da Hurghada a Luxor
la sabbia entra nelle orecchie
fuoriesce dal naso
si addensa sulle palpebre
la Toyota ne è invasa
cammelli annoiati
masticano lentamente
sul ciglio della strada
il fieno che hanno mangiato
dieci giorni fa
Giacomo Noventa
Portème vìa, portème vìa...
Portème vìa, portème vìa, toseti!
Alzé i remi, voghé, portème vìa!
Più in là ve butaré, toseti e tose,
Tuti nùi, par nüar, no’ par vardarve.
Ve vardarò ben mì, credo, e un fià più
Le tose che i tosi. Ma no’ sarò
El vecio che son. Nel gran mar de sti ani
Cussì presto passai, ritornarò
El toseto che gero.
No’ saré vù, no’ saré vù, in quel mar!
Alzé i remi, voghé, portème vìa!
Più in là ve butaré, toseti e tose,
Tuti nùi, par nüar, no’ par vardarve.
Ve vardarò ben mì, credo, e un fià più
Le tose che i tosi. Ma no’ sarò
El vecio che son. Nel gran mar de sti ani
Cussì presto passai, ritornarò
El toseto che gero.
No’ saré vù, no’ saré vù, in quel mar!
Immanuel Romano
Bisbidis a messer Cane della Scala
Del mondo ho cetcato,
per lungo e per lato,
con caro mercato,
per terra e per mare.
Vedut’ho Soria
in fin Erminia,
e di Romania
gran parte mi pare.
Vedut’ho ’1 Soldano,
per monte e per piano;
e sì del Gran Cano
porfa novellare.
Di quel ch’aggio inteso,
veduto e compreso,
mi sono ora acceso
a volerlo contare:
che pur la corona
ne porta Verona,
per quel che si suona
del dire e del fare.
Desttier e cotrsiere,
masnate e bandiere,
corazze e lamiere
vedrai remutare.
Sentirai poi li giach
che fan quei pedacbh,
giach giach giach giach giach
quando gli odi andare.
Ma pur li tormenti
mi fan li strumenti,
ché mille ne senti
in un punto sonare.
Duduf dududuf
duduf dududuf
duduf dududuf
bandiere sventare.
Qui vengon poi feste,
con le bionde teste:
qui son le tempeste
d’amore e d’amare.
Le donne: — muz muz —.
Le donzelle: — usu usu —.
Le vedove: — sciuvi uu —...
che ti possa annegare!
Poi trovan fantesche
tuttora più fresche
a menar le tresche,
trottare ed ambiare.
L’una fa: — Così? —
E l’altra: — Pur si —.
E l’altra: — Sta qui
chio vo per tornare —.
In quell’acqua chiara,
che *l bel fiume schiara,
la mia donna cara
vertà fa regnare:
ch’Amor è ’n la sala
del Sir de la Scala.
Quivi senza ala
mi parea volare;
ch’io non mi credea
di quel ch’ vedea,
ma pur mi parea
in gran mare stare,
Baroni e Marchesi
di tutti i paesi,
gentili e cortesi
qui veddi arrivare,
Quivi astrologia
con filosofia
e di teologia
udrai disputare.
Quivi Tedeschi
Latini e Franceschi
Fiamenghi e Ingheleschi
insieme parlare;
e fanno un trombombe
che par che rimbombe
a guisa di trombe
che pian vol sonare,
Chitarre e liuti
viole e flauti
voci alt’ed acute,
qui s’odon cantare.
Stututià ifid
stututà ifia
stututià ifid
tamburar, suffolare.
Qui boni cantori
con intonatori
e qui trovatori
udrai concordare.
Quivi si ritrova
mangiatori a prova,
che par cosa nova
a vederli golare.
Intarlatitim
intarlatitim
intarlatitim
ghirbare e danzare.
Li falconi cui cu
li bracchetti gu ga,
li levrieri giu già,
per volersi sfugare.
Qui, con falconieti,
maestri e scudieri,
ragazzi e corrieri,
ciascun per sé andare.
E quanto e quanto
e quanto e quanto
e quanto e quanto
li vedi spaziare!
E P’uno va su
e l’altro va giù:
tal donna ven giù,
che non lassa passare:
— Bisbis bisbidis
bisbis bisbidis
‘ bisbis bisbidis —
l’udrai consigliare.
Quivi babbuini,
romei, peregrini,
giudei, sarracini
vedrai capitare.
“Tatim tatatim
tatim tatatim
tatim tatatim”
sentirai trombettare.
“Baluf balauf
baluf balauf
baluf balauf”
udrai tringuigliare.
Di giù li cavalli,
di su i papagalli,
in la sala i balli
insieme operare.
dudu dududu
“Dudu dududu
dudu dududu”
sentitai naccherare.
Ma quel che più vale
ìe al sir non ne cale)
veder per le scale
taglier trasfugare,
con quel pottinaro
che sta tanto chiaro,
che me’ ne sa fare!
Qui de li ragazzi
vedut’ho sollazzi,
che mai cotal pazzi
non vidi muffare.
Qui non son minazze
ma pugna e mostazze;
e visi con strazze
e occhi ambugliare.
“Gegi gegegi
gegi gegegi
gegi gegegi”
gli uccelli sbernare,
Istruzzi e buovi
selvaggi ritrovi
ed animai novi
quant’uom pò contare.
Qui sono leoni
e gatti mammoni;
e grossi montoni
vedut’ho cozzare.
“Bobò bobobò
bottombò bobò
bobò bottombò
le trombe trombare.
Quivi è un vecchiume
che non vede lume,
che largo costume
gli fa governare:
qui ven poverame
con si fatte brame,
che ’l brodo col rame
si vol trangugiare.
Quivi è una schiera
di bordon di cera
che l’aere la sera
si crede abbruciare.
“Tatam tatatam
tatam tatatam
tatam tatatam”
gli liuti tubare.
Qui son grandi giochi
di molti e di pochi:
con brandon di fochi
vedut’ho giostrare.
Qui vengon villani
con sì fatte mani,
che paiono alani
di Spagna abbaiare.
Quivi son le simie,
con le molte alchimie,
a grattarsi le timie
e voler digrignare;
e d’un riso; — Che c’è?
che c’è? che c’è? c’è?
bhe bhe bhe bhe he —
ogni uomo crepare.
Qui son altri stati
sì ben divisati,
ai
che tra li beati
sen può ragionare;
e questo è ’] Signore
*
con tanto valore,
che ’l suo grande onore
va per terra e mare.
Pietro de’ Faitinelli
per lungo e per lato,
con caro mercato,
per terra e per mare.
Vedut’ho Soria
in fin Erminia,
e di Romania
gran parte mi pare.
Vedut’ho ’1 Soldano,
per monte e per piano;
e sì del Gran Cano
porfa novellare.
Di quel ch’aggio inteso,
veduto e compreso,
mi sono ora acceso
a volerlo contare:
che pur la corona
ne porta Verona,
per quel che si suona
del dire e del fare.
Desttier e cotrsiere,
masnate e bandiere,
corazze e lamiere
vedrai remutare.
Sentirai poi li giach
che fan quei pedacbh,
giach giach giach giach giach
quando gli odi andare.
Ma pur li tormenti
mi fan li strumenti,
ché mille ne senti
in un punto sonare.
Duduf dududuf
duduf dududuf
duduf dududuf
bandiere sventare.
Qui vengon poi feste,
con le bionde teste:
qui son le tempeste
d’amore e d’amare.
Le donne: — muz muz —.
Le donzelle: — usu usu —.
Le vedove: — sciuvi uu —...
che ti possa annegare!
Poi trovan fantesche
tuttora più fresche
a menar le tresche,
trottare ed ambiare.
L’una fa: — Così? —
E l’altra: — Pur si —.
E l’altra: — Sta qui
chio vo per tornare —.
In quell’acqua chiara,
che *l bel fiume schiara,
la mia donna cara
vertà fa regnare:
ch’Amor è ’n la sala
del Sir de la Scala.
Quivi senza ala
mi parea volare;
ch’io non mi credea
di quel ch’ vedea,
ma pur mi parea
in gran mare stare,
Baroni e Marchesi
di tutti i paesi,
gentili e cortesi
qui veddi arrivare,
Quivi astrologia
con filosofia
e di teologia
udrai disputare.
Quivi Tedeschi
Latini e Franceschi
Fiamenghi e Ingheleschi
insieme parlare;
e fanno un trombombe
che par che rimbombe
a guisa di trombe
che pian vol sonare,
Chitarre e liuti
viole e flauti
voci alt’ed acute,
qui s’odon cantare.
Stututià ifid
stututà ifia
stututià ifid
tamburar, suffolare.
Qui boni cantori
con intonatori
e qui trovatori
udrai concordare.
Quivi si ritrova
mangiatori a prova,
che par cosa nova
a vederli golare.
Intarlatitim
intarlatitim
intarlatitim
ghirbare e danzare.
Li falconi cui cu
li bracchetti gu ga,
li levrieri giu già,
per volersi sfugare.
Qui, con falconieti,
maestri e scudieri,
ragazzi e corrieri,
ciascun per sé andare.
E quanto e quanto
e quanto e quanto
e quanto e quanto
li vedi spaziare!
E P’uno va su
e l’altro va giù:
tal donna ven giù,
che non lassa passare:
— Bisbis bisbidis
bisbis bisbidis
‘ bisbis bisbidis —
l’udrai consigliare.
Quivi babbuini,
romei, peregrini,
giudei, sarracini
vedrai capitare.
“Tatim tatatim
tatim tatatim
tatim tatatim”
sentirai trombettare.
“Baluf balauf
baluf balauf
baluf balauf”
udrai tringuigliare.
Di giù li cavalli,
di su i papagalli,
in la sala i balli
insieme operare.
dudu dududu
“Dudu dududu
dudu dududu”
sentitai naccherare.
Ma quel che più vale
ìe al sir non ne cale)
veder per le scale
taglier trasfugare,
con quel pottinaro
che sta tanto chiaro,
che me’ ne sa fare!
Qui de li ragazzi
vedut’ho sollazzi,
che mai cotal pazzi
non vidi muffare.
Qui non son minazze
ma pugna e mostazze;
e visi con strazze
e occhi ambugliare.
“Gegi gegegi
gegi gegegi
gegi gegegi”
gli uccelli sbernare,
Istruzzi e buovi
selvaggi ritrovi
ed animai novi
quant’uom pò contare.
Qui sono leoni
e gatti mammoni;
e grossi montoni
vedut’ho cozzare.
“Bobò bobobò
bottombò bobò
bobò bottombò
le trombe trombare.
Quivi è un vecchiume
che non vede lume,
che largo costume
gli fa governare:
qui ven poverame
con si fatte brame,
che ’l brodo col rame
si vol trangugiare.
Quivi è una schiera
di bordon di cera
che l’aere la sera
si crede abbruciare.
“Tatam tatatam
tatam tatatam
tatam tatatam”
gli liuti tubare.
Qui son grandi giochi
di molti e di pochi:
con brandon di fochi
vedut’ho giostrare.
Qui vengon villani
con sì fatte mani,
che paiono alani
di Spagna abbaiare.
Quivi son le simie,
con le molte alchimie,
a grattarsi le timie
e voler digrignare;
e d’un riso; — Che c’è?
che c’è? che c’è? c’è?
bhe bhe bhe bhe he —
ogni uomo crepare.
Qui son altri stati
sì ben divisati,
ai
che tra li beati
sen può ragionare;
e questo è ’] Signore
*
con tanto valore,
che ’l suo grande onore
va per terra e mare.
Pietro de’ Faitinelli
Maria Luisa Spaziani
La nave per l’Australia
Il gabbiano minuscolo sulla nave che gli somiglia
(un puntino sull’i della chiglia)
per gli emigrati è solo un fazzoletto,
un altro addio che sventola a lungo.
Nei loro occhi a lungo sventolante
per anni durerà: struggente candidezza
contro quel nero di scialli allineati
nel paradiso terrestre della riva che s’allontana.
(un puntino sull’i della chiglia)
per gli emigrati è solo un fazzoletto,
un altro addio che sventola a lungo.
Nei loro occhi a lungo sventolante
per anni durerà: struggente candidezza
contro quel nero di scialli allineati
nel paradiso terrestre della riva che s’allontana.
Marino Moretti
Il giardino della stazione
Giardino della stazione di San Giovanni o San Siro
tutto fiorito all’ingiro di fiori della passione,
chiuso da siepe corrosa di brevi canne sottili
cui s’attorcigliano i fili di bei convolvoli rosa.
Brilla nel mezzo un tranquillo disco di limpida vasca,
oscilla un petalo e casca presso il minuto zampillo;
par che gli zefiri mossi lancin le blande farfalle
su le gaggie, su le palle-di-neve, sui cacti rossi;
che il sole, sceso da un regno d’oro, d’azzurro o d’opale,
entri siccome un mortale dal cancelletto di legno,
mentre la buona stazione che s’alza rosea d’accanto
dice il suo nome di santo quasi con circospezione.
E noi si va chi sa dove, poveri illusi, si va
in cerca di felicità, verso città sempre nuove;
verso l’ignoto e la sera, e invece lì nel giardino
veduta dal finestrino c’è tutta una primavera.
E c’è una gaia fanciulla che ride un riso sereno
e non si cura del treno, e non si cura di nulla.
Giardino della stazione di San Martino o San Celso
con quel cipresso o quel gelso che a lato fa da padrone,
giardino di devozione che ascolti attento e tranquillo
la voce dello zampillo, il rombo del calabrone!
Chi scenderà dal vagone per rimanere ed amare
le tue belle iridi chiare, figlia del capo-stazione?
tutto fiorito all’ingiro di fiori della passione,
chiuso da siepe corrosa di brevi canne sottili
cui s’attorcigliano i fili di bei convolvoli rosa.
Brilla nel mezzo un tranquillo disco di limpida vasca,
oscilla un petalo e casca presso il minuto zampillo;
par che gli zefiri mossi lancin le blande farfalle
su le gaggie, su le palle-di-neve, sui cacti rossi;
che il sole, sceso da un regno d’oro, d’azzurro o d’opale,
entri siccome un mortale dal cancelletto di legno,
mentre la buona stazione che s’alza rosea d’accanto
dice il suo nome di santo quasi con circospezione.
E noi si va chi sa dove, poveri illusi, si va
in cerca di felicità, verso città sempre nuove;
verso l’ignoto e la sera, e invece lì nel giardino
veduta dal finestrino c’è tutta una primavera.
E c’è una gaia fanciulla che ride un riso sereno
e non si cura del treno, e non si cura di nulla.
Giardino della stazione di San Martino o San Celso
con quel cipresso o quel gelso che a lato fa da padrone,
giardino di devozione che ascolti attento e tranquillo
la voce dello zampillo, il rombo del calabrone!
Chi scenderà dal vagone per rimanere ed amare
le tue belle iridi chiare, figlia del capo-stazione?
Michele Sovente
Per specula aenigmatis
VI
Ad meas ripas e longinquo advena
Venit. Navis fuit avis. Alas sonabat.
Alas perdebat. Alas rumpebam.
Alas in vitro spargebam. Me sine
lingua in lingua Lycurgi me exstinguebam
nascentem. Cervi(fe)calia fastigia
advena effundens. O rutilanstygia
sine navis navarco sine magnetico
meos indice fluctus perfide frangens!
Novam in tabulis scientiam Lycurgus
fundabat. Advenam me solum, me dirimentem
linguam de lingua. Noctis de ventre
me sine loco n/avis clam resurgentem
in alas pelagias me sine me inferebat.
Da lontano ai miei lidi lo straniero
approdò. Come un uccello il vascello volò.
Le sue ali il vento suonava. Le sue ali
il vento sbranava. Le sue ali a una a una
nel puro cristallo scioglievo. Senza lingua
nascevo. Licurgo: mio demiurgo. Fastigi
preziosi e ulcerosi lo straniero seminava.
Rutilante la nave che senza bussola e senza
nocchiero - perfida - solca i miei flutti.
Su vergini legni Licurgo una nuova scienza
fondava. Io lo straniero/sperduto che muto
in plaghe di mille favelle affondava. Del mio
smembrato fasciame dai gorghi della notte chissà
in quale luogo schizzato, di me fatalmente
rinato l’uccello/vascello grondava.
XVI
Membra de muco, ungues de manu,
bulbos seminales de atra cervice
dividit securis et ulmos de crocis,
de silvis filices, salsa fragmenta
de undis separavit turbo rugiens,
unus vagabam et nullus membratim
peribam, Naturam fingebam naturae
me iungere, Heraclitum in fluxu
mortalis aquae novissime me anxium
agebat animam orbis aientem me di
videbat, contexte immo vero in
flatum/afflatum naturae membratim
ruentis muculentam salivam et sperma
mentisque mei micas totius tremebundas
contexte traicio: ego scriba membratim
scintillantes latinos reperiens lapillos
se acerrime fingens linguae novissimae
locum contexte construere.
In un folle imbuto cartilagini e muco,
unghie e falangi, bulbi germinali e scuro
cervello, l’ascia d’osso e di rame a
scagliarsi precisa, a staccare l’olmo dal
croco, l’acqua dal fuoco, il sale dall’
onda, sbrandellato andavo sull’ombra e
tutt’intero nell’ombra morivo, amavo
ingannarmi che la Natura in sé mi prendesse,
in sé mi perdesse, sapere che Eraclito aveva af
fermato nel flusso mortale dei fiumi il perno del
Tutto mi strappava ai miei astri, mi sputava nel
vuoto, e ogni pulviscolo di saliva e di sangue e
di sperma si confonde e si fonde nel folle
imbuto dei noviluni, dei giorni, dei venti,
degli aromi emollienti: e sono io
il bricoleur — leggi: scriba — che raccatta
scarti latini e a uno a uno li saggia nell’
attrito infinito di un’altra lingua che mai
vedrà nascere.
Tante lame, migliaia, soavi
crudeli, - quante lame? -, corolle si
gonfiano cancri, altre primavere, altre
sere, sussurrano, per astri: per antri,
“...non ego ma l’Orco, non l’alfa...”, e
gelido 1l sogno scandaglia e fulgido abbaglia,
frammenti roventi, mia forma, e precipita,
il daino la ruota sussulta il girasole per
archi graffiti, tant’erbe la bora rovina,
tante ali, migliaia, e nei vortici,
- quante ali, quant’erbe? - si espandono languono,
“_..non ego ma l’ Alfa, non l’orco...”,
splendida splendidanotte, mia forca, e promana,
il grillo dal Nulla la luna promana e, più
della forma perenne, impazzisce e
impazzisce - mia forma ruotata -:
TANTE LAME: QUANTE LAME?
Di notte io vidi aquiloni e aquiloni tagliare
cimase - non siate increduli - e vidi davvero
lamelle/animelle farsi ombrine farsi oro
gonfiarsi e sfere e sferette di nebbia e di fuoco
annullarsi: code rose licheni deflagravano
sulla luna. Io le mie unghie vidi essere lupo
e le mie mani essere ontani essere crochi
essere steli di neve. Pensavo e dicevo che
il sonno che il sangue oscuro dell’anima
produce/seduce il globo ogni globo: e - non
deridetemi - dico che vidi me stesso incandescente
carambolare nella clessidra glaciale del
nullo tempo e alla luna - solissimo - come
fiato tenue di pioggia che sfiora il deserto
e come sonnambulo mormoravo senza parole
“FERVIDA LUNA, INONDAMI D’ORO”.
’
L’alga: smeraldo del mare. La retrattile
Alga porporina. Nel buio contemplava
la sua fredda luce, succhiava la sua linfa
nella sfera obliqua del mistero. Da immemori
lune, in gara con la squamosa voce porosa
dei pesci che corteggiavano le onde e le notti,
l’alga scioglieva la sua voce stregata
“Le Naiaidi mi fecero dono di bocca, di seni,
di un ombelico di seta e di ghiandole e di orecchie
e narici e mi fecero dono di pupille di latte...
se la Luna sarà brava ruffiana, vi sposerò”.
L’alga sognava l’irriducibile febbre dei pesci.
I pesci filavano lunghi sogni infelici “Come
in tanto faremo ad amare un’alga soltanto?
Potrà mai un’alga sola amare così numerosi e
gelosi spasimanti?”. E - orgiastica - l’alga sognava
e sognava i pesci che il male, il sale bruciava.
Nello specchio l’effigie, per arcani
passaggi luminosi, rifratta dall’ampiezza
del cerchio, dell’ovale, tremava: mezzaluna
vagante, magnolia sognante, topazio, sporgenza
dorata. Il Nome - di giorno - tremava.
Il pioppo Îì e ora il faggio, apparendo e
sparendo, minima bella lamella, stridula
asma - ectoplasma nel muco costretto, dal muco
distrutto —, l’immagine astrale a poco a
poco nello specchio di smagliava. A poco a
poco, per luminosi/arcani paesaggi, si vanificava.
Il Nome - di notte - tremava.
Ad meas ripas e longinquo advena
Venit. Navis fuit avis. Alas sonabat.
Alas perdebat. Alas rumpebam.
Alas in vitro spargebam. Me sine
lingua in lingua Lycurgi me exstinguebam
nascentem. Cervi(fe)calia fastigia
advena effundens. O rutilanstygia
sine navis navarco sine magnetico
meos indice fluctus perfide frangens!
Novam in tabulis scientiam Lycurgus
fundabat. Advenam me solum, me dirimentem
linguam de lingua. Noctis de ventre
me sine loco n/avis clam resurgentem
in alas pelagias me sine me inferebat.
Da lontano ai miei lidi lo straniero
approdò. Come un uccello il vascello volò.
Le sue ali il vento suonava. Le sue ali
il vento sbranava. Le sue ali a una a una
nel puro cristallo scioglievo. Senza lingua
nascevo. Licurgo: mio demiurgo. Fastigi
preziosi e ulcerosi lo straniero seminava.
Rutilante la nave che senza bussola e senza
nocchiero - perfida - solca i miei flutti.
Su vergini legni Licurgo una nuova scienza
fondava. Io lo straniero/sperduto che muto
in plaghe di mille favelle affondava. Del mio
smembrato fasciame dai gorghi della notte chissà
in quale luogo schizzato, di me fatalmente
rinato l’uccello/vascello grondava.
XVI
Membra de muco, ungues de manu,
bulbos seminales de atra cervice
dividit securis et ulmos de crocis,
de silvis filices, salsa fragmenta
de undis separavit turbo rugiens,
unus vagabam et nullus membratim
peribam, Naturam fingebam naturae
me iungere, Heraclitum in fluxu
mortalis aquae novissime me anxium
agebat animam orbis aientem me di
videbat, contexte immo vero in
flatum/afflatum naturae membratim
ruentis muculentam salivam et sperma
mentisque mei micas totius tremebundas
contexte traicio: ego scriba membratim
scintillantes latinos reperiens lapillos
se acerrime fingens linguae novissimae
locum contexte construere.
In un folle imbuto cartilagini e muco,
unghie e falangi, bulbi germinali e scuro
cervello, l’ascia d’osso e di rame a
scagliarsi precisa, a staccare l’olmo dal
croco, l’acqua dal fuoco, il sale dall’
onda, sbrandellato andavo sull’ombra e
tutt’intero nell’ombra morivo, amavo
ingannarmi che la Natura in sé mi prendesse,
in sé mi perdesse, sapere che Eraclito aveva af
fermato nel flusso mortale dei fiumi il perno del
Tutto mi strappava ai miei astri, mi sputava nel
vuoto, e ogni pulviscolo di saliva e di sangue e
di sperma si confonde e si fonde nel folle
imbuto dei noviluni, dei giorni, dei venti,
degli aromi emollienti: e sono io
il bricoleur — leggi: scriba — che raccatta
scarti latini e a uno a uno li saggia nell’
attrito infinito di un’altra lingua che mai
vedrà nascere.
Tante lame, migliaia, soavi
crudeli, - quante lame? -, corolle si
gonfiano cancri, altre primavere, altre
sere, sussurrano, per astri: per antri,
“...non ego ma l’Orco, non l’alfa...”, e
gelido 1l sogno scandaglia e fulgido abbaglia,
frammenti roventi, mia forma, e precipita,
il daino la ruota sussulta il girasole per
archi graffiti, tant’erbe la bora rovina,
tante ali, migliaia, e nei vortici,
- quante ali, quant’erbe? - si espandono languono,
“_..non ego ma l’ Alfa, non l’orco...”,
splendida splendidanotte, mia forca, e promana,
il grillo dal Nulla la luna promana e, più
della forma perenne, impazzisce e
impazzisce - mia forma ruotata -:
TANTE LAME: QUANTE LAME?
Di notte io vidi aquiloni e aquiloni tagliare
cimase - non siate increduli - e vidi davvero
lamelle/animelle farsi ombrine farsi oro
gonfiarsi e sfere e sferette di nebbia e di fuoco
annullarsi: code rose licheni deflagravano
sulla luna. Io le mie unghie vidi essere lupo
e le mie mani essere ontani essere crochi
essere steli di neve. Pensavo e dicevo che
il sonno che il sangue oscuro dell’anima
produce/seduce il globo ogni globo: e - non
deridetemi - dico che vidi me stesso incandescente
carambolare nella clessidra glaciale del
nullo tempo e alla luna - solissimo - come
fiato tenue di pioggia che sfiora il deserto
e come sonnambulo mormoravo senza parole
“FERVIDA LUNA, INONDAMI D’ORO”.
’
L’alga: smeraldo del mare. La retrattile
Alga porporina. Nel buio contemplava
la sua fredda luce, succhiava la sua linfa
nella sfera obliqua del mistero. Da immemori
lune, in gara con la squamosa voce porosa
dei pesci che corteggiavano le onde e le notti,
l’alga scioglieva la sua voce stregata
“Le Naiaidi mi fecero dono di bocca, di seni,
di un ombelico di seta e di ghiandole e di orecchie
e narici e mi fecero dono di pupille di latte...
se la Luna sarà brava ruffiana, vi sposerò”.
L’alga sognava l’irriducibile febbre dei pesci.
I pesci filavano lunghi sogni infelici “Come
in tanto faremo ad amare un’alga soltanto?
Potrà mai un’alga sola amare così numerosi e
gelosi spasimanti?”. E - orgiastica - l’alga sognava
e sognava i pesci che il male, il sale bruciava.
Nello specchio l’effigie, per arcani
passaggi luminosi, rifratta dall’ampiezza
del cerchio, dell’ovale, tremava: mezzaluna
vagante, magnolia sognante, topazio, sporgenza
dorata. Il Nome - di giorno - tremava.
Il pioppo Îì e ora il faggio, apparendo e
sparendo, minima bella lamella, stridula
asma - ectoplasma nel muco costretto, dal muco
distrutto —, l’immagine astrale a poco a
poco nello specchio di smagliava. A poco a
poco, per luminosi/arcani paesaggi, si vanificava.
Il Nome - di notte - tremava.
Paolo Buzzi
Cammino astrale
Si andava a cento chilometri l’ora.
La sera avanzava a miliardi di miglia il minuto.
Tutte le globaglie del piombo fuso erano in cielo.
I monti rizzavano falesie d’antracite.
° Il lago era un bacino prolisso d’inchiostro di seppia.
Le prime vite dei lumi lucciolavano per le costiere.
Si andava, si andava come entro un’acqua forte
velati dai tratteggi fittissimi della penombra
le nari ebbre d’un effluvio di ragia pluviosa.
1° Il paesaggio sonava nell’ansito folle della macchina.
Cantava il mio cuore un’ode al motore, inenarrabile.
Dietro, le signore felici chioccolavano come le fonti.
Il profumo de’ lor veli fuggiva coi morsi del turbine.
Spazzammo, cometa mostruosa caudata di petto,
la via, gli abissi di pietra e d’acqua e d’aria,
col prisma satanico dei riflettori.
La pioggia crosciò tempestando diamanti.
L’eretta coperta parve un ciel buio sotto il cielo buio.
Gli occhi delle signore sprizzaron scintille sul fondo.
Ed ebbimo, nell’orbita libera luminosa,
la grande vertigine a vortici
dell’anime strane ch’esistono
in fuoco ai sistemi cosmici sospesi.
2° Più tardi, l’ossa imbevute
del metafisico liquido asteroidale,
divino - nell’intima pace d’un ciborio d’anime -
scaldar e tibie e sogni
alla meteora d’un grande focolare acceso!
La sera avanzava a miliardi di miglia il minuto.
Tutte le globaglie del piombo fuso erano in cielo.
I monti rizzavano falesie d’antracite.
° Il lago era un bacino prolisso d’inchiostro di seppia.
Le prime vite dei lumi lucciolavano per le costiere.
Si andava, si andava come entro un’acqua forte
velati dai tratteggi fittissimi della penombra
le nari ebbre d’un effluvio di ragia pluviosa.
1° Il paesaggio sonava nell’ansito folle della macchina.
Cantava il mio cuore un’ode al motore, inenarrabile.
Dietro, le signore felici chioccolavano come le fonti.
Il profumo de’ lor veli fuggiva coi morsi del turbine.
Spazzammo, cometa mostruosa caudata di petto,
la via, gli abissi di pietra e d’acqua e d’aria,
col prisma satanico dei riflettori.
La pioggia crosciò tempestando diamanti.
L’eretta coperta parve un ciel buio sotto il cielo buio.
Gli occhi delle signore sprizzaron scintille sul fondo.
Ed ebbimo, nell’orbita libera luminosa,
la grande vertigine a vortici
dell’anime strane ch’esistono
in fuoco ai sistemi cosmici sospesi.
2° Più tardi, l’ossa imbevute
del metafisico liquido asteroidale,
divino - nell’intima pace d’un ciborio d’anime -
scaldar e tibie e sogni
alla meteora d’un grande focolare acceso!
Sandro Penna
Il viaggiatore insonne
Il viaggiatore insonne
se il treno si è fermato
un attimo in attesa
di riprendere il fiato
ha sentito il sospiro
di quel buio paese
in un accordo breve...
se il treno si è fermato
un attimo in attesa
di riprendere il fiato
ha sentito il sospiro
di quel buio paese
in un accordo breve...
Torquato Tasso
Tempo verrà che fian d’Ercole i segni
Tempo verrà che fian d’Ercole i segni
favola vile ai naviganti industri;
favola vile ai naviganti industri;
Torquato Tasso
Tu spiegherai, Colombo, a un novo polo
Tu spiegherai, Colombo, a un novo polo
lontano sì le fortunate antenne,
ch’a pena seguirà con gli occhi il volo
la fama ch’ha mille occhi e mille penne.
Canti ella Alcide e Bacco, e di te solo
basti ai posteri tuoi ch’alquanto accenne;
che quel poco darà lunga memoria
di poema dignissima e d’istoria.
lontano sì le fortunate antenne,
ch’a pena seguirà con gli occhi il volo
la fama ch’ha mille occhi e mille penne.
Canti ella Alcide e Bacco, e di te solo
basti ai posteri tuoi ch’alquanto accenne;
che quel poco darà lunga memoria
di poema dignissima e d’istoria.
Vincenzo Cardarelli
Incontro notturno
Ah, vagabondo, gli esseri come te!
Con le tue scarpe di tela bianche,
i vasti pantaloni di velluto,
e un sigaro spento che pende
fra le tue labbra
come un proposito dimenticato,
allocco delle città,
cane apata e curioso
che circoli tra la folla
sviato da tutti gli odori,
tu sei capace d’aver visitato
tutti gli scali del mondo.
Hai fatto non una, ma dieci
e dieci spedizioni di Colombo,
tu, per il Globo.
Lo conoscevi tu il mare
prima di percorrerlo?
Sapevi tu l’esistenza
di tante, di tante città?
Su quale atlante hai prescritto,
girando la terra col dito,
gl’itinerari de’ tuoi viaggi?
Eppure, di’, davanti ai continenti
la tua idiota fermezza
di grande esploratore!
Appena sbarcato prendevi
la ruga cieca del bisogno
che ha in qualunque luogo
un’aria di casa tua.
Neanche domandavi: – dove siamo?
Ti buttavan lì. Tu eri subito a posto.
E non ti chieggo i mestieri.
Probabilmente li hai
sofferti tutti e non ne hai nessuno.
Come i fratelli che hai
sopra ogni parallelo,
che ti accolsero senza saluto,
ti conobbero senza stupore,
ti videro partire senza rimpianto
(e tu facevi altrettanto)
o tu, che sei così solo!
La vostra vita era quale
fra gente legata
a una stessa catena.
Nelle fumose osterie
attingevate al piatto comune.
E poi, la sera, comitive in ronda
a godere la gioia delle strade.
Accozzati per pochi dì
su provvisori giacigli,
assieme, nudi, vi coricavate
sotto lo stesso lenzuolo,
vi scambiavate gli oggetti
più aderenti alla carne,
i vostri idiomi aprivate
forzando spalla con spalla,
ma un’intima parola non ve la dicevate.
Perocché la fatica vi crucciava
e l’un nell’altro odiava la sua pena
e ciascuno mordeva il suo silenzio,
e l’uomo era lungi da voi.
Rimanevate a contatto
come la merce che aspetta sui moli
e non sa il lido dove andrà a sboccare.
Di questi neutri soggiorni,
passaggi alieni della salamandra nel fuoco,
a poco a poco, desolatamente,
della tua vita tutto il tempo è pieno.
E adesso ambuli terrorizzato
come il fanciullo che non sa che ha fatto.
E biascichi male la tua cicca!
E vai sbirciando per consolazione
la meretrice che porta,
sul marciapiede opposto,
la sua solitudine parallela
con meno rancore di te.
Con le tue scarpe di tela bianche,
i vasti pantaloni di velluto,
e un sigaro spento che pende
fra le tue labbra
come un proposito dimenticato,
allocco delle città,
cane apata e curioso
che circoli tra la folla
sviato da tutti gli odori,
tu sei capace d’aver visitato
tutti gli scali del mondo.
Hai fatto non una, ma dieci
e dieci spedizioni di Colombo,
tu, per il Globo.
Lo conoscevi tu il mare
prima di percorrerlo?
Sapevi tu l’esistenza
di tante, di tante città?
Su quale atlante hai prescritto,
girando la terra col dito,
gl’itinerari de’ tuoi viaggi?
Eppure, di’, davanti ai continenti
la tua idiota fermezza
di grande esploratore!
Appena sbarcato prendevi
la ruga cieca del bisogno
che ha in qualunque luogo
un’aria di casa tua.
Neanche domandavi: – dove siamo?
Ti buttavan lì. Tu eri subito a posto.
E non ti chieggo i mestieri.
Probabilmente li hai
sofferti tutti e non ne hai nessuno.
Come i fratelli che hai
sopra ogni parallelo,
che ti accolsero senza saluto,
ti conobbero senza stupore,
ti videro partire senza rimpianto
(e tu facevi altrettanto)
o tu, che sei così solo!
La vostra vita era quale
fra gente legata
a una stessa catena.
Nelle fumose osterie
attingevate al piatto comune.
E poi, la sera, comitive in ronda
a godere la gioia delle strade.
Accozzati per pochi dì
su provvisori giacigli,
assieme, nudi, vi coricavate
sotto lo stesso lenzuolo,
vi scambiavate gli oggetti
più aderenti alla carne,
i vostri idiomi aprivate
forzando spalla con spalla,
ma un’intima parola non ve la dicevate.
Perocché la fatica vi crucciava
e l’un nell’altro odiava la sua pena
e ciascuno mordeva il suo silenzio,
e l’uomo era lungi da voi.
Rimanevate a contatto
come la merce che aspetta sui moli
e non sa il lido dove andrà a sboccare.
Di questi neutri soggiorni,
passaggi alieni della salamandra nel fuoco,
a poco a poco, desolatamente,
della tua vita tutto il tempo è pieno.
E adesso ambuli terrorizzato
come il fanciullo che non sa che ha fatto.
E biascichi male la tua cicca!
E vai sbirciando per consolazione
la meretrice che porta,
sul marciapiede opposto,
la sua solitudine parallela
con meno rancore di te.