Il giardino della stazione

Giardino della stazione di San Giovanni o San Siro
tutto fiorito all’ingiro di fiori della passione,

chiuso da siepe corrosa di brevi canne sottili
cui s’attorcigliano i fili di bei convolvoli rosa.

Brilla nel mezzo un tranquillo disco di limpida vasca,
oscilla un petalo e casca presso il minuto zampillo;

par che gli zefiri mossi lancin le blande farfalle
su le gaggie, su le palle-di-neve, sui cacti rossi;

che il sole, sceso da un regno d’oro, d’azzurro o d’opale,
entri siccome un mortale dal cancelletto di legno,

mentre la buona stazione che s’alza rosea d’accanto
dice il suo nome di santo quasi con circospezione.
E noi si va chi sa dove, poveri illusi, si va
in cerca di felicità, verso città sempre nuove;

verso l’ignoto e la sera, e invece lì nel giardino
veduta dal finestrino c’è tutta una primavera.

E c’è una gaia fanciulla che ride un riso sereno
e non si cura del treno, e non si cura di nulla.

Giardino della stazione di San Martino o San Celso
con quel cipresso o quel gelso che a lato fa da padrone,

giardino di devozione che ascolti attento e tranquillo
la voce dello zampillo, il rombo del calabrone!

Chi scenderà dal vagone per rimanere ed amare
le tue belle iridi chiare, figlia del capo-stazione?
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