Ah, vagabondo, gli esseri come te!
Con le tue scarpe di tela bianche,
i vasti pantaloni di velluto,
e un sigaro spento che pende
fra le tue labbra
come un proposito dimenticato,
allocco delle città,
cane apata e curioso
che circoli tra la folla
sviato da tutti gli odori,
tu sei capace d’aver visitato
tutti gli scali del mondo.
Hai fatto non una, ma dieci
e dieci spedizioni di Colombo,
tu, per il Globo.
Lo conoscevi tu il mare
prima di percorrerlo?
Sapevi tu l’esistenza
di tante, di tante città?
Su quale atlante hai prescritto,
girando la terra col dito,
gl’itinerari de’ tuoi viaggi?
Eppure, di’, davanti ai continenti
la tua idiota fermezza
di grande esploratore!
Appena sbarcato prendevi
la ruga cieca del bisogno
che ha in qualunque luogo
un’aria di casa tua.
Neanche domandavi: – dove siamo?
Ti buttavan lì. Tu eri subito a posto.
E non ti chieggo i mestieri.
Probabilmente li hai
sofferti tutti e non ne hai nessuno.
Come i fratelli che hai
sopra ogni parallelo,
che ti accolsero senza saluto,
ti conobbero senza stupore,
ti videro partire senza rimpianto
(e tu facevi altrettanto)
o tu, che sei così solo!
La vostra vita era quale
fra gente legata
a una stessa catena.
Nelle fumose osterie
attingevate al piatto comune.
E poi, la sera, comitive in ronda
a godere la gioia delle strade.
Accozzati per pochi dì
su provvisori giacigli,
assieme, nudi, vi coricavate
sotto lo stesso lenzuolo,
vi scambiavate gli oggetti
più aderenti alla carne,
i vostri idiomi aprivate
forzando spalla con spalla,
ma un’intima parola non ve la dicevate.
Perocché la fatica vi crucciava
e l’un nell’altro odiava la sua pena
e ciascuno mordeva il suo silenzio,
e l’uomo era lungi da voi.
Rimanevate a contatto
come la merce che aspetta sui moli
e non sa il lido dove andrà a sboccare.
Di questi neutri soggiorni,
passaggi alieni della salamandra nel fuoco,
a poco a poco, desolatamente,
della tua vita tutto il tempo è pieno.
E adesso ambuli terrorizzato
come il fanciullo che non sa che ha fatto.
E biascichi male la tua cicca!
E vai sbirciando per consolazione
la meretrice che porta,
sul marciapiede opposto,
la sua solitudine parallela
con meno rancore di te.
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