Nessuna cosa si può amare, tu lo sai

Nessuna cosa si può amare, tu lo sai,
quando la nostra voce è discorde dalle altre
e ogni musica rovina in un lamento
flebile di strumenti che affannano.

Nessuna cosa ci può essere cara, nulla può vivere,
quando intorno ad un logoro cardine, senza riposo,
stridono le giunture del mondo
e fanno di ogni gesto una vile rinunzia.

Nulla potremo rimpiangere domani
di questa risacca che strepita sulle rive, sulle pietre,
contro le case consumate,
come un pianto di cose che non possono resistere.

Nulla potremo rimpiangere di questa vita che si spezza.

Ognuno cammina turbato, in disparte,
su questa logora terra di esuli
che aspettano favolose partenze.

Una vecchia campana di bronzo
strepita contro le mura delle case
inutilmente chiamando a raccolta
gli uomini che non sanno rispondere.

La vita si consuma troppo in fretta
per poterci lasciare un rimpianto
e i giorni non sembrano ormai
che una fuga scomposta di rimorsi.

Dalle nostre finestre l’orizzonte si vede
come il punto in cui il cielo precipita
crollando sugli abissi marini.

Qui, nessuna cosa ha la forza di resistere.

Le donne maledicono i giorni senza pane
e i figli sputano sulla tomba dei padri.

Così, senza amore e senza odio,
trafitti dal rumore e dal silenzio,
anche noi impariamo a confondere
i confini del bene e del male.

Su questa strada che si divide
tra il purgatorio e l’inferno,
un popolo soffre senza dolore,
ride senza gioia.

Su questo mondo senza memoria
il colpevole giudica l’innocente,
la vittima sacrifica il carnefice,
il patibolo si trasforma in altare.

La vita sbanda acciecata
tra gli abissi del giusto e dell’ingiusto:
noi cerchiamo il peccato nel tempio,
scorgiamo la salvezza nel fango.

Così, dopo secoli e secoli,
abbiamo disimparato a soffrire:
a cosa può servire il dolore
quando la gioia non ha senso?

Senza amore e senza odio,
senza quiete e senza angoscia,
un popolo impara che la speranza
incomincia dalla disperazione.
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