Poesie di questo tema
Tristezza e malinconia
Aldo Palazzeschi
La cena degli infelici
Seduti alla tavola lunga, strettina,
gl’infelici sono undici.
Imbandimento del massimo lusso.
Gran copia di fiori
nei vasi d’oro e d’argento,
cristalli squillanti e lucenti.
Tutti in fila, gli undici,
seggono nella massima rigidità,
senza mai volgersi
di qua o di là.
Han tutti le mani congiunte, compunte,
i gomiti stretti,
la bocca serrata,
inarcate le sopracciglia,
e guardano il piatto di scorcio.
Sol uno,
ch’è intento a ripetere sulla tovaglia,
con la sua forchetta,
instancabilmente la solita lettera:
un’o.
E uno
che rotola rotola il suo legasalvietta
su e giù
giù e su.
I piatti davanti si cambiano in fretta.
Minestre fumanti,
delizia di purè,
centomila saporosi patè.
Non toccano cibo, gli undici,
immobili guardan di scorcio
il passare veloce dei piatti davanti.
Legumi degli orti proibiti
meravigliosamente conditi,
tacchini, beccacce, pernici,
si mutan nei piatti degli infelici.
Tenerissime erbette,
i più ricercati e inverosimili dolci,
biscotti, gelati, sufflè,
rubicondissime frutta.
Si mescono vini di tutti i colori
nei più svariati bicchieri,
champagne, caffè, liquori.
Immobili, gli undici,
le mani congiunte, compunte,
i gomiti stretti
nella massima rigidità,
neppure una volta si volgono
di qua o di là;
la bocca serrata,
inarcate le sopracciglia,
senza mai un cenno di meraviglia
guardano il piatto di scorcio.
gl’infelici sono undici.
Imbandimento del massimo lusso.
Gran copia di fiori
nei vasi d’oro e d’argento,
cristalli squillanti e lucenti.
Tutti in fila, gli undici,
seggono nella massima rigidità,
senza mai volgersi
di qua o di là.
Han tutti le mani congiunte, compunte,
i gomiti stretti,
la bocca serrata,
inarcate le sopracciglia,
e guardano il piatto di scorcio.
Sol uno,
ch’è intento a ripetere sulla tovaglia,
con la sua forchetta,
instancabilmente la solita lettera:
un’o.
E uno
che rotola rotola il suo legasalvietta
su e giù
giù e su.
I piatti davanti si cambiano in fretta.
Minestre fumanti,
delizia di purè,
centomila saporosi patè.
Non toccano cibo, gli undici,
immobili guardan di scorcio
il passare veloce dei piatti davanti.
Legumi degli orti proibiti
meravigliosamente conditi,
tacchini, beccacce, pernici,
si mutan nei piatti degli infelici.
Tenerissime erbette,
i più ricercati e inverosimili dolci,
biscotti, gelati, sufflè,
rubicondissime frutta.
Si mescono vini di tutti i colori
nei più svariati bicchieri,
champagne, caffè, liquori.
Immobili, gli undici,
le mani congiunte, compunte,
i gomiti stretti
nella massima rigidità,
neppure una volta si volgono
di qua o di là;
la bocca serrata,
inarcate le sopracciglia,
senza mai un cenno di meraviglia
guardano il piatto di scorcio.
Aldo Palazzeschi
La fontana malata
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch ...
È giù,
nel cortile,
la povera
fontana
malata;
che spasimo!
sentirla
tossire.
Tossisce,
tossisce,
un poco
si tace ...
di nuovo
tossisce.
Mia povera
fontana,
il male
che hai
il cuore
mi preme.
Si tace,
non getta
più nulla.
Si tace,
non s’ode
romore
di sorta,
che forse ...
che forse
sia morta!
Orrore!
Ah! no.
Rieccola,
ancora
tossisce.
Clof, clop, cloch.
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch ...
La tisi
l’uccide.
Dio santo,
quel suo
eterno
tossire
mi fa
morire,
un poco
va bene,
ma tanto ...
Che lagno!?
Ma Habel!
Vittoria!
Andante,
correte,
chiudete
la fonte,
mi uccide
quel suo
eterno
tossire!
Andate,
mettete
qualcosa
per farla
finire,
magari ...
magari
morire.
Madonna!
Gesù!
Non più!
Non più.
Mia povera
fontana,
col male
che hai,
finisci
vedrai,
che uccidi
me pure.
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch ...
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch ...
È giù,
nel cortile,
la povera
fontana
malata;
che spasimo!
sentirla
tossire.
Tossisce,
tossisce,
un poco
si tace ...
di nuovo
tossisce.
Mia povera
fontana,
il male
che hai
il cuore
mi preme.
Si tace,
non getta
più nulla.
Si tace,
non s’ode
romore
di sorta,
che forse ...
che forse
sia morta!
Orrore!
Ah! no.
Rieccola,
ancora
tossisce.
Clof, clop, cloch.
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch ...
La tisi
l’uccide.
Dio santo,
quel suo
eterno
tossire
mi fa
morire,
un poco
va bene,
ma tanto ...
Che lagno!?
Ma Habel!
Vittoria!
Andante,
correte,
chiudete
la fonte,
mi uccide
quel suo
eterno
tossire!
Andate,
mettete
qualcosa
per farla
finire,
magari ...
magari
morire.
Madonna!
Gesù!
Non più!
Non più.
Mia povera
fontana,
col male
che hai,
finisci
vedrai,
che uccidi
me pure.
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch ...
Alfonso Gatto
Poveri
I poveri hanno il freddo della terra.
Nella città spiovente, ai tetti, al fumo
tranquillo delle case, il giorno migra
nel colore d’oriente: così calma
” la sera agli occhi mesti si fa lume.
Io li ricordo contro un cielo d’aria,
i poveri stupiti, come l’agro
verde dei prati sfiora nella pioggia
una velata eternità di sole.
Nella città spiovente, ai tetti, al fumo
tranquillo delle case, il giorno migra
nel colore d’oriente: così calma
” la sera agli occhi mesti si fa lume.
Io li ricordo contro un cielo d’aria,
i poveri stupiti, come l’agro
verde dei prati sfiora nella pioggia
una velata eternità di sole.
Alfredo Giuliani
Canzonetta
Cara cipollina dei miei occhi
acqua in gola bocca di rimorso
hai paura di alitare nel vuoto
spenzoli i tuoi veli bruciati
soffri le tue radici contorte
scemolina che sei hai voglia di morire
guarda che io brucio e piango
quando piovono sole e acqua
sulla pietra rotta dove siedo
Lascio il dio povero arricchire
gli amici mi amicolano
i nemici mi annemicano
i venti mi avventano
gli albergucci mi albercucciano
i vicoli mi svicolano
i cespugli mi cespugliano
i turchini m’inturchinano
i ruscelli mi ruscellano
le fascine mi affascinano
le vacche mi svaccano
le serpi mi serpeggiano
le talpe mi talpeggiano
i topi mi topolano
gli orizzonti mi orizzontano
le nuvole mi annuvolano
Il cielo sta sulle sue palafitte
il pozzo non cala e non cresce
Lascio il dio povero arricchire
acqua in gola bocca di rimorso
hai paura di alitare nel vuoto
spenzoli i tuoi veli bruciati
soffri le tue radici contorte
scemolina che sei hai voglia di morire
guarda che io brucio e piango
quando piovono sole e acqua
sulla pietra rotta dove siedo
Lascio il dio povero arricchire
gli amici mi amicolano
i nemici mi annemicano
i venti mi avventano
gli albergucci mi albercucciano
i vicoli mi svicolano
i cespugli mi cespugliano
i turchini m’inturchinano
i ruscelli mi ruscellano
le fascine mi affascinano
le vacche mi svaccano
le serpi mi serpeggiano
le talpe mi talpeggiano
i topi mi topolano
gli orizzonti mi orizzontano
le nuvole mi annuvolano
Il cielo sta sulle sue palafitte
il pozzo non cala e non cresce
Lascio il dio povero arricchire
Alfredo Giuliani
Mi piace immalinconirmi
Mi piace immalinconirmi sul materasso della pioggia
mentre il tuono trafelato s’allontana col suo fragore
membra viscere nervi s’abbandonano alla molle pantomina
un soffio salmastro lambisce le ossa che scottano
discontinue venerazioni della pigrizia
gola spellata come un logoro tappeto arido di polvere
niente più presagi la presenza è un sacco bucato
puoi perdere tutto lentamente o scaricarti di colpo
mentre il tuono trafelato s’allontana col suo fragore
membra viscere nervi s’abbandonano alla molle pantomina
un soffio salmastro lambisce le ossa che scottano
discontinue venerazioni della pigrizia
gola spellata come un logoro tappeto arido di polvere
niente più presagi la presenza è un sacco bucato
puoi perdere tutto lentamente o scaricarti di colpo
Amelia Rosselli
C’è come un dolore nella stanza...
C’è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.
C’è come un rosso nell’albero, ma è
l’arancione della base della lampada
comprata in luoghi che non voglio ricordare
perché anch’essi pesano.
Come nulla posso sapere della tua fame
precise nel volere
sono le stilizzate fontane
può ben situarsi un rovescio d’un destino
di uomini separati per obliquo rumore.
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.
C’è come un rosso nell’albero, ma è
l’arancione della base della lampada
comprata in luoghi che non voglio ricordare
perché anch’essi pesano.
Come nulla posso sapere della tua fame
precise nel volere
sono le stilizzate fontane
può ben situarsi un rovescio d’un destino
di uomini separati per obliquo rumore.
Amelia Rosselli
E cosa voleva quella polla dai miei sensi se non
e cosa voleva quella folla dai miei sensi se non
l’arsa mia disfatta, o io che chiedevo
giocare con gli dei e brancolavo
come una povera mignotta su e giù
l’oscuro corridoio—oh! lavatemi gli piedi, scostate
le feroci accuse dal mio
reclino capo, reclinate
le vostre accuse e scombinate ogni
mia viltà!: non volei io rompere il delicato strato di ghiaccio
non volei rompere la battaglia crescente, no, giuro, non volei
irrompere fra le vostre risa
irrisorie!—ma la grandine ha altro scopo che
di servire e l’orientale umido vento della
sera ben si guarda dal portar
guardia ai miei
disincantati singhiozzi da leone: non più io correrò
dietro ogni passaggio di bellezza, —la bellezza è vinta, mai più
smorzerò all’attenti quel fuoco che ora balugina come
un vecchio tronco
del cui cavo le rondinelle fanno deriso nido, gioco d’infanzia,
incalcolante miseria, incalcolante miseria di simpatia.
From DOCUMENTO
l’arsa mia disfatta, o io che chiedevo
giocare con gli dei e brancolavo
come una povera mignotta su e giù
l’oscuro corridoio—oh! lavatemi gli piedi, scostate
le feroci accuse dal mio
reclino capo, reclinate
le vostre accuse e scombinate ogni
mia viltà!: non volei io rompere il delicato strato di ghiaccio
non volei rompere la battaglia crescente, no, giuro, non volei
irrompere fra le vostre risa
irrisorie!—ma la grandine ha altro scopo che
di servire e l’orientale umido vento della
sera ben si guarda dal portar
guardia ai miei
disincantati singhiozzi da leone: non più io correrò
dietro ogni passaggio di bellezza, —la bellezza è vinta, mai più
smorzerò all’attenti quel fuoco che ora balugina come
un vecchio tronco
del cui cavo le rondinelle fanno deriso nido, gioco d’infanzia,
incalcolante miseria, incalcolante miseria di simpatia.
From DOCUMENTO
Amelia Rosselli
I fiori vengono in dono e poi si dilatano
I fiori vengono in dono e poi si dilatano
una sorveglianza acuta li silenzia
non stancarsi mai dei doni.
Il mondo è un dente strappato
non chiedetemi perché
io oggi abbia tanti anni
la pioggia è sterile.
Puntando ai semi distrutti
eri l’unione appassita che cercavo
rubare il cuore d’un altro per poi servirsene.
La speranza è un danno forse definitivo
le monete risuonano crude nel marmo
della mano.
Convincevo il mostro ad appartarsi
nelle stanze pulite d’un albergo immaginario
v’erano nei boschi piccole vipere imbalsamate.
Mi truccai a prete della poesia
ma ero morta alla vita
le viscere che si perdono
in un tafferuglio
ne muori spazzato via dalla scienza.
Il mondo è sottile e piano:
pochi elefanti vi girano, ottusi.
una sorveglianza acuta li silenzia
non stancarsi mai dei doni.
Il mondo è un dente strappato
non chiedetemi perché
io oggi abbia tanti anni
la pioggia è sterile.
Puntando ai semi distrutti
eri l’unione appassita che cercavo
rubare il cuore d’un altro per poi servirsene.
La speranza è un danno forse definitivo
le monete risuonano crude nel marmo
della mano.
Convincevo il mostro ad appartarsi
nelle stanze pulite d’un albergo immaginario
v’erano nei boschi piccole vipere imbalsamate.
Mi truccai a prete della poesia
ma ero morta alla vita
le viscere che si perdono
in un tafferuglio
ne muori spazzato via dalla scienza.
Il mondo è sottile e piano:
pochi elefanti vi girano, ottusi.
Camillo Sbarbaro
Occhi nuovi
Occhi nuovi,
attoniti--che guardano
come una stampa colorata il mondo;
occhi colore d’aria,
anticipi di cielo sulla terra
—il dolore v’è l’ombra d’una rondine,
un’acquata di primavera, il pianto—
occhi cui non ardiscono guardare
altri occhi:
occhi soli
come orfani a mano per la via;
tetri come lo specchio
della camera ad ore? che patì
la ripugnanza d’infiniti volti;
occhi che nessun piangere più lava;
occhi come pozzanghere, miei occhi.
attoniti--che guardano
come una stampa colorata il mondo;
occhi colore d’aria,
anticipi di cielo sulla terra
—il dolore v’è l’ombra d’una rondine,
un’acquata di primavera, il pianto—
occhi cui non ardiscono guardare
altri occhi:
occhi soli
come orfani a mano per la via;
tetri come lo specchio
della camera ad ore? che patì
la ripugnanza d’infiniti volti;
occhi che nessun piangere più lava;
occhi come pozzanghere, miei occhi.
Cino da Pistoia
A dante
Dante, io ho preso l’abito di doglia
e innanzi altrui di lagrimar non curo;
chè ’l vel tinto clio vidi e ’l drappo scuro
d’ogni allegrezza e d’ogni ben mi spoglia;
ed il cor m’arde in desiosa voglia
di pur doler mentre che in vita duro;
tal ch’Amor non può rendermi sicuro,
ch’ogni dolor in me più non s’accoglia.
Dolente vo’ pascendomi sospiri
quanto posso inforzando il mio lamento
IO
per quella in cui son morti i miei disiri.
È però se tu sai nuovo tormento,
mandalo al desioso de’ mattiti,
chè fie albergato di coral talento.
e innanzi altrui di lagrimar non curo;
chè ’l vel tinto clio vidi e ’l drappo scuro
d’ogni allegrezza e d’ogni ben mi spoglia;
ed il cor m’arde in desiosa voglia
di pur doler mentre che in vita duro;
tal ch’Amor non può rendermi sicuro,
ch’ogni dolor in me più non s’accoglia.
Dolente vo’ pascendomi sospiri
quanto posso inforzando il mio lamento
IO
per quella in cui son morti i miei disiri.
È però se tu sai nuovo tormento,
mandalo al desioso de’ mattiti,
chè fie albergato di coral talento.
Cino da Pistoia
Sonetto
Tutto ciò ch’altrui piace, a me disgrada;
ed emmi a noia e spiace tutto il mondo.
Or dunque che ti piace? Io ti rispondo
quando l’un l’altro spessamente agghiada:
e piacemi veder colpi di spada
altrui nel volto, e navi andar al fondo;
e piacemi veder Neron secondo
e che s’ardesse ogni femmina lada.
Molto mi spiace allegrezza e sollazzo
e la malinconia m’aggrada forte,
IO
e tutto ’Î dì vorrei seguire un pazzo,
e far mi piaceria di pianto, corte,
ed ammazzar tutti quei cl’io ammazzo
con l’arme del pensier, w trovo motte.
ed emmi a noia e spiace tutto il mondo.
Or dunque che ti piace? Io ti rispondo
quando l’un l’altro spessamente agghiada:
e piacemi veder colpi di spada
altrui nel volto, e navi andar al fondo;
e piacemi veder Neron secondo
e che s’ardesse ogni femmina lada.
Molto mi spiace allegrezza e sollazzo
e la malinconia m’aggrada forte,
IO
e tutto ’Î dì vorrei seguire un pazzo,
e far mi piaceria di pianto, corte,
ed ammazzar tutti quei cl’io ammazzo
con l’arme del pensier, w trovo motte.
Corrado Govoni
Il palazzo dell’anima
Triste dimora! Aborti nelle fiale,
rachitici e verdastri. Sorridenti
bambole sparse ovunque. Sofferenti
in vasi d’ambra fior di digitale.
Campane di cristallo su agonie
di cera, rosee maschere di seta
annegate nell’acqua ovale inquieta
degli specchi, malinconie impagliate.
Laggiù la città bianca col suo rombo
d’api e il suo fiume di ardente piombo,
come un pallido sogno di morfina.
Oh i crepuscoli tristi d’anilina
sulle mura echeggianti di fanfare!
Da una finestra si scorge il mare.
rachitici e verdastri. Sorridenti
bambole sparse ovunque. Sofferenti
in vasi d’ambra fior di digitale.
Campane di cristallo su agonie
di cera, rosee maschere di seta
annegate nell’acqua ovale inquieta
degli specchi, malinconie impagliate.
Laggiù la città bianca col suo rombo
d’api e il suo fiume di ardente piombo,
come un pallido sogno di morfina.
Oh i crepuscoli tristi d’anilina
sulle mura echeggianti di fanfare!
Da una finestra si scorge il mare.
Dino Campana
L’invetriata
La sera fumosa d’estate
Dall’alta invetriata mesce chiarori nell’ombra
E mi lascia nel cuore un suggello ardente.
Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha
A la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la lampada?
[– c’è
Nella stanza un odor di putredine: c’è
Nella stanza una piaga rossa languente.
Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:
E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c’è,
Nel cuore della sera c’è,
Sempre una piaga rossa languente.
Dall’alta invetriata mesce chiarori nell’ombra
E mi lascia nel cuore un suggello ardente.
Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha
A la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la lampada?
[– c’è
Nella stanza un odor di putredine: c’è
Nella stanza una piaga rossa languente.
Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:
E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c’è,
Nel cuore della sera c’è,
Sempre una piaga rossa languente.
Edoardo Sanguineti
Purgatorio de l’Inferno (10, 17)
Purgatorio de l’Inferno
questo è il gatto con gli stivali? questa è la pace di Barcellona
fra Carlo V e Clemente VII? è la locomotiva, è il pesco
fiorito, è il cavalluccio marino: ma se volti il foglio,
[Alessandro,
ci vedi il denaro:
questi sono i satelliti di Giove,! questa è
[l’autostrada
del Sole, è la lavagna quadrettata, è il primo volume dei Poetae
Latini Aevi Carolini sono le scarpe, sono le bugie, è la Scuola
[d’Atene, è il burro,
è una cartolina che mi è arrivata oggi dalla Finlandia, è il
[muscolo massetere,
è il parto: ma se volti il foglio, Alessandro, ci vedi
il denaro:
e questo è il denaro,
e questi sono i generali con le loro mitragliatrici, e sono
li cimiteri
con le loro tombe, e sono le casse di risparmio con le loro
[cassette
di sicurezza e sono i libri di storia con le loro storie:
ma se volti il foglio, Alessandro, non ci vedi niente:
così, qui (a Cerisy ); (così dicevano): abbiamo, noi, un cinese;
(e il cinese ero io, naturalmente);
e sull’autostrada spiegavo, anche
ìl contraccolpo sopra l’operazione letteraria, radicalmente,
[immediato (e
così via); e si diceva dell’opportunismo trionfante, anche (e
[quando dissi, poi,
riformismo? infatti, volevo proprio dire opportunismo, invece);
perché
la posizione cinese (dissi) giustifica ogni speranza (e che non
[sia questione
di élite operaia, insomma, ma della fine della preistoria,
[davvero,
e così via);
e a mia moglie dicevo della quantità di infelicità,
[intanto (della
qualità; e così via);
e volevo dire: giustifica anche noi; e anche i figli;
e volevo dire: giustifica il momento dell’utopia (ma davvero,
[ma per noi, anche,
ma qui, adesso): questo momento (giustifica);
e volevo dire: per
[sempre;
(ma nel night, a Palermo, li ho sentiti davvero, io, che
[dicevano: perché
vivi, tu? e dicevano: come ti giustifichi?
dicevano: ma ti giustifichi, tu?);
ma adesso, vedi: ma adesso, quale stanchezza? e quale (in questa
[nostra
preistoria), quale tranquillità?
ma vedi il fango che ci sta alle spalle,
e il sole in mezzo agli alberi, e i bambini che dormono:
i bambini
che sognano (che parlano, sognando); (ma i bambini, li vedi, così
linquieti);
(dormendo, i bambini); (sognando, adesso):
From WIRRWARR
questo è il gatto con gli stivali? questa è la pace di Barcellona
fra Carlo V e Clemente VII? è la locomotiva, è il pesco
fiorito, è il cavalluccio marino: ma se volti il foglio,
[Alessandro,
ci vedi il denaro:
questi sono i satelliti di Giove,! questa è
[l’autostrada
del Sole, è la lavagna quadrettata, è il primo volume dei Poetae
Latini Aevi Carolini sono le scarpe, sono le bugie, è la Scuola
[d’Atene, è il burro,
è una cartolina che mi è arrivata oggi dalla Finlandia, è il
[muscolo massetere,
è il parto: ma se volti il foglio, Alessandro, ci vedi
il denaro:
e questo è il denaro,
e questi sono i generali con le loro mitragliatrici, e sono
li cimiteri
con le loro tombe, e sono le casse di risparmio con le loro
[cassette
di sicurezza e sono i libri di storia con le loro storie:
ma se volti il foglio, Alessandro, non ci vedi niente:
così, qui (a Cerisy ); (così dicevano): abbiamo, noi, un cinese;
(e il cinese ero io, naturalmente);
e sull’autostrada spiegavo, anche
ìl contraccolpo sopra l’operazione letteraria, radicalmente,
[immediato (e
così via); e si diceva dell’opportunismo trionfante, anche (e
[quando dissi, poi,
riformismo? infatti, volevo proprio dire opportunismo, invece);
perché
la posizione cinese (dissi) giustifica ogni speranza (e che non
[sia questione
di élite operaia, insomma, ma della fine della preistoria,
[davvero,
e così via);
e a mia moglie dicevo della quantità di infelicità,
[intanto (della
qualità; e così via);
e volevo dire: giustifica anche noi; e anche i figli;
e volevo dire: giustifica il momento dell’utopia (ma davvero,
[ma per noi, anche,
ma qui, adesso): questo momento (giustifica);
e volevo dire: per
[sempre;
(ma nel night, a Palermo, li ho sentiti davvero, io, che
[dicevano: perché
vivi, tu? e dicevano: come ti giustifichi?
dicevano: ma ti giustifichi, tu?);
ma adesso, vedi: ma adesso, quale stanchezza? e quale (in questa
[nostra
preistoria), quale tranquillità?
ma vedi il fango che ci sta alle spalle,
e il sole in mezzo agli alberi, e i bambini che dormono:
i bambini
che sognano (che parlano, sognando); (ma i bambini, li vedi, così
linquieti);
(dormendo, i bambini); (sognando, adesso):
From WIRRWARR
Emilio Cecchi
La capra
Ho parlato a una capra.
Era sola?) sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
dalla pioggia, belava.
Quell’uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
geimere in una capra solitaria.
In una capra dal viso semita
sentivo querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.
Era sola?) sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
dalla pioggia, belava.
Quell’uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
geimere in una capra solitaria.
In una capra dal viso semita
sentivo querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.
Franco Cavallo
È il mare che bussa
è il mare che bussa
alla porta dell’assente — e c’è una
tristezza frammista
a olio & catrame.
il sole esce di pista.
e la nottilùca chiama:
voce chiara e distinta
nella sera che s’oscura.
non c’è dunque un futuro.
non è rimasto più niente.
solo un brusio che si spegne.
solo qualcuno che si pente.
alla porta dell’assente — e c’è una
tristezza frammista
a olio & catrame.
il sole esce di pista.
e la nottilùca chiama:
voce chiara e distinta
nella sera che s’oscura.
non c’è dunque un futuro.
non è rimasto più niente.
solo un brusio che si spegne.
solo qualcuno che si pente.
Franco Cavallo
Il rimbombo è cupo
Il rimbombo è cupo.
Il mattino è nudo.
Il cielo perde colore.
C’è il suono dell’oboe che muore.
Non aspettano il vento.
Non si vedono stelle.
C’è un castello che stride.
Un ruscello che irride.
Non si copre d’asfalto.
Non si tinge di smalto.
Piange il ciliegio che ride.
Gonfia di lattice il fico.
Il mattino è nudo.
Il cielo perde colore.
C’è il suono dell’oboe che muore.
Non aspettano il vento.
Non si vedono stelle.
C’è un castello che stride.
Un ruscello che irride.
Non si copre d’asfalto.
Non si tinge di smalto.
Piange il ciliegio che ride.
Gonfia di lattice il fico.
Franco Loi
Sì, un dì, quajvün dumandarà: perchè?
Sì, un dì, quajvün dumandarà: perchè?
E mì: perchè, perchè a tì, dulur eterna?
E nient pudarù dì, che un gran spiasè
me farà stà ‘me l’aqujla nel verna
che per la famm la massa e, sü nel cel,
la vula e, a l’ala granda, la se sterna
e per amur la rostra i sò fradel,
ma aj croz la se cuvaccia e, sulitaria,
la piang, la se despera e, là, nel gel,
la sculta quel fis’cià de mort ne l’aria
e pensa che sa no respund perchè.
E mì: perchè, perchè a tì, dulur eterna?
E nient pudarù dì, che un gran spiasè
me farà stà ‘me l’aqujla nel verna
che per la famm la massa e, sü nel cel,
la vula e, a l’ala granda, la se sterna
e per amur la rostra i sò fradel,
ma aj croz la se cuvaccia e, sulitaria,
la piang, la se despera e, là, nel gel,
la sculta quel fis’cià de mort ne l’aria
e pensa che sa no respund perchè.
Gabriele D'Annunzio
L’imagine
Tristezza atroce de la carne immonda
quando la fiamma del desìo nel gelo
del disgusto si spegne e nessun velo
d’amor l’inerte nudità circonda!
(E tu sorgi ne l’anima profonda,
pura Imagine. Come su lo stelo
èsile piega un fùnebre asfodelo,
su ’l collo inclini la tua testa bionda.)
Tristezza immensa de la carne bruta
quando nel petto il cor fievole batte
lontano e solo come in una tomba!
(E tu guardi, tu sempre guardi, o muta
Imagine, tu pura come il latte,
con i tuoi teneri occhi di colomba.)
quando la fiamma del desìo nel gelo
del disgusto si spegne e nessun velo
d’amor l’inerte nudità circonda!
(E tu sorgi ne l’anima profonda,
pura Imagine. Come su lo stelo
èsile piega un fùnebre asfodelo,
su ’l collo inclini la tua testa bionda.)
Tristezza immensa de la carne bruta
quando nel petto il cor fievole batte
lontano e solo come in una tomba!
(E tu guardi, tu sempre guardi, o muta
Imagine, tu pura come il latte,
con i tuoi teneri occhi di colomba.)
Giosuè Carducci
Pe ’l Chiarone da Civitavecchia leggendo il Marlowe
Calvi, aggrondati, ricurvi, sí come becchini a la fossa
stan radi alberi in cerchio de la sucida riva.
Stendonsi livide l’acque in linea lunga che trema
sotto squallido cielo per la lugubre macchia.
Bevon le nubi dal mare con pendule trombe, ed il sole
piove sprazzi di riso torbido sovra i poggi.
I poggi sembrano capi di tignosi ne l’ospitale,
l’un fastidisce l’altro da’ finitimi letti.
Scattan su da un cespuglio co ’l guizzo di frecce mancate
due neri uccelli: cala con pigre ruote un falco.
Corrono, mentr’ io leggo Marlowe, le smunte cavalle
de la vettura: il sole scema, la pioggia freme.
Ed ecco a poco a poco la selva infóscasi orrenda,
la selva, o Dante, d’alberi e di spiriti,
dove tra piante strane tu strane ascoltasti querele,
dove troncasti il pruno ch’era Pier de la Vigna.
Io leggo ancora Marlowe. Dal reo verso bieco simíle
a sogno d’uomo cui molta birra gravi,
d’odii et incèsti e morti balzando tra forme angosciose
esala un vapor acre d’orrida tristizïa,
che sale e fuma, e misto a l’aer maligno feconda
di mostri intorno le pendenti nuvole,
crocida in fondo a’ fossi, ferrugigno ghigna ne’ bronchi,
filtra con la pioggia per l’ossa stanche. Io tremo.
Ah quei pini che il vento che il mare curvaron tanti anni
paiono traer guai contro di me: — Che importa
— dicon — tendere a l’alto? che vale combatter? che giova
amare? Il fato passa ed abbassa. — Ma tu,
tu sughero triste che a terra schiacciato rialzi
il capo, reo gobbo, bestemmïando Iddio,
perché mi tendi minaccioso le braccia tue torte?
che colpa ho io ne ’l fato che ti danna?
E voi, lunghe ne ’l mezzo del tetro recinto alberelle,
co’ rami spioventi, quasi canute chiome,
siete alberelle voi? siete le tre fiere sorelle
che aspettar Macbeth su la fatale via?
Odo pauroso carme che voi bisbigliate co’ venti,
di rospi, di serpi, di sanguinanti cuori.
Guglielmo, re de’ poeti da l’ardüa fronte serena,
perché mi mandi lugubri messaggi?
Io non uccisi il sonno, ben gli altri a me spensero il cuore:
non cerco un regno, io solo chieggo al mondo l’oblío.
Oblío? no, vendetta. Cadaveri antichi, pensieri
che tutti una ferita mostrate aperta e tutti
a tradimento, su! su da ’l cimitero del petto,
su date a’ venti i vostri veli funebri.
Qui raduniam consiglio, qui ne l’orribile spazzo,
a l’ombre ignave, su le mortifere acque.
Qui gonfia di serpi tra ’l fior bianco e giallo la terra,
pregna di veleni qui primavera ride.
Rida ubriaco il verso di gioia maligna; com’angue,
strisci, si attorca, snodisi tra i sibili.
Volate, volate, canzoni vampire, cercando
i cuor’ che amammo: sangue per sangue sia.
Ma che? Disvelasi lunge superbo a veder l’Argentaro
lento scendendo ne ’l Tirreno cerulo.
Il sole illustra le cime. Là in fondo sono i miei colli,
con la serena vista, con le memorie pie.
Ivi m’arrise fanciullo la diva sembianza d’Omero.
Via, tu, Marlowe, a l’acque! tu, selva infame, addio.
stan radi alberi in cerchio de la sucida riva.
Stendonsi livide l’acque in linea lunga che trema
sotto squallido cielo per la lugubre macchia.
Bevon le nubi dal mare con pendule trombe, ed il sole
piove sprazzi di riso torbido sovra i poggi.
I poggi sembrano capi di tignosi ne l’ospitale,
l’un fastidisce l’altro da’ finitimi letti.
Scattan su da un cespuglio co ’l guizzo di frecce mancate
due neri uccelli: cala con pigre ruote un falco.
Corrono, mentr’ io leggo Marlowe, le smunte cavalle
de la vettura: il sole scema, la pioggia freme.
Ed ecco a poco a poco la selva infóscasi orrenda,
la selva, o Dante, d’alberi e di spiriti,
dove tra piante strane tu strane ascoltasti querele,
dove troncasti il pruno ch’era Pier de la Vigna.
Io leggo ancora Marlowe. Dal reo verso bieco simíle
a sogno d’uomo cui molta birra gravi,
d’odii et incèsti e morti balzando tra forme angosciose
esala un vapor acre d’orrida tristizïa,
che sale e fuma, e misto a l’aer maligno feconda
di mostri intorno le pendenti nuvole,
crocida in fondo a’ fossi, ferrugigno ghigna ne’ bronchi,
filtra con la pioggia per l’ossa stanche. Io tremo.
Ah quei pini che il vento che il mare curvaron tanti anni
paiono traer guai contro di me: — Che importa
— dicon — tendere a l’alto? che vale combatter? che giova
amare? Il fato passa ed abbassa. — Ma tu,
tu sughero triste che a terra schiacciato rialzi
il capo, reo gobbo, bestemmïando Iddio,
perché mi tendi minaccioso le braccia tue torte?
che colpa ho io ne ’l fato che ti danna?
E voi, lunghe ne ’l mezzo del tetro recinto alberelle,
co’ rami spioventi, quasi canute chiome,
siete alberelle voi? siete le tre fiere sorelle
che aspettar Macbeth su la fatale via?
Odo pauroso carme che voi bisbigliate co’ venti,
di rospi, di serpi, di sanguinanti cuori.
Guglielmo, re de’ poeti da l’ardüa fronte serena,
perché mi mandi lugubri messaggi?
Io non uccisi il sonno, ben gli altri a me spensero il cuore:
non cerco un regno, io solo chieggo al mondo l’oblío.
Oblío? no, vendetta. Cadaveri antichi, pensieri
che tutti una ferita mostrate aperta e tutti
a tradimento, su! su da ’l cimitero del petto,
su date a’ venti i vostri veli funebri.
Qui raduniam consiglio, qui ne l’orribile spazzo,
a l’ombre ignave, su le mortifere acque.
Qui gonfia di serpi tra ’l fior bianco e giallo la terra,
pregna di veleni qui primavera ride.
Rida ubriaco il verso di gioia maligna; com’angue,
strisci, si attorca, snodisi tra i sibili.
Volate, volate, canzoni vampire, cercando
i cuor’ che amammo: sangue per sangue sia.
Ma che? Disvelasi lunge superbo a veder l’Argentaro
lento scendendo ne ’l Tirreno cerulo.
Il sole illustra le cime. Là in fondo sono i miei colli,
con la serena vista, con le memorie pie.
Ivi m’arrise fanciullo la diva sembianza d’Omero.
Via, tu, Marlowe, a l’acque! tu, selva infame, addio.
Giosuè Carducci
Pianto antico
L’albero a cui tendevi
la pargoletta mano,
il verde melograno
da’ bei vermigli fior,
nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora,
e giugno lo ristora
di luce e di calor.
Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
IO
tu de l’inutil vita
estremo unico fior,
sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra;
nè il sol più ti rallegra
nè ti risveglia amor.
la pargoletta mano,
il verde melograno
da’ bei vermigli fior,
nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora,
e giugno lo ristora
di luce e di calor.
Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
IO
tu de l’inutil vita
estremo unico fior,
sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra;
nè il sol più ti rallegra
nè ti risveglia amor.
Giovanni Giudici
Nella taverna venerdì
Nella taverna venerdì sera boati
Di birra e scomposte risa e poi cori di silenzio
Partiti dalla sobria lettura del proclama
Sulla patria divisa
Di lei caducamente già bambina
In lei che morde stretto e si disama —
Stessa crudezza di lacrime
Nel sonno di tarda mattina
Di birra e scomposte risa e poi cori di silenzio
Partiti dalla sobria lettura del proclama
Sulla patria divisa
Di lei caducamente già bambina
In lei che morde stretto e si disama —
Stessa crudezza di lacrime
Nel sonno di tarda mattina
Giuseppe Ungaretti
Agonia
Morire come le allodole assetate
sul miraggio
O come la quaglia
passato il mare
nei primi cespugli
perchè di volare
non ha più voglia
Ma non vivere di lamento
come un cardellino accecato
sul miraggio
O come la quaglia
passato il mare
nei primi cespugli
perchè di volare
non ha più voglia
Ma non vivere di lamento
come un cardellino accecato
Jolanda Insana
Cassa d’ultima amante
e se questi sono i tuoi dei falsi e bugiardi
e a questi sacrifichi non un bue né una giovenca
non un capro né una capretta
ma sacrifichi te stesso e la tua salute
con sacrificio poco ardente
scostandoti dall’aria fresca e chiara sotto la coltre
di questo vuoto di storia
ne vai disperso e ti disperdi dietro a molte cose
non molto necessarie
ma riferisci quanto pensi e quanto parli e quanto sai
e quanti incubi hai
e nel riferire forse troverai il possedimento
perché l’esteriore non s’appicchi al cuore -
e arrampicandosi sulle più insulse cose
discende e stima che nuotare nella sventura
sia il colmo della ventura
perché non imparò mai e mai imparerà
le mortali macchinazioni per lastricare la strada
della vita
molto imparò chi sa quanto basta alla dubbiosa pugna
e in uno stile senza lisciatura tenta le segrete
della mente che punta e stimolata fa il gesto
di rialzarsi
e più spesso accade
che s’infinga di non scorgere la palesità delle cose
e dunque bisogna darle notizia
che in un solo sapore si fondono i succhi
succhiati dalle api
ma io sperimentai con quale ostinato silenzio
preme sul cuore il male
e come più sicuramente danneggia
restando al coperto di tumultuanti affetti
e nessuno da lui si diparte disposto a risanare
e a questi sacrifichi non un bue né una giovenca
non un capro né una capretta
ma sacrifichi te stesso e la tua salute
con sacrificio poco ardente
scostandoti dall’aria fresca e chiara sotto la coltre
di questo vuoto di storia
ne vai disperso e ti disperdi dietro a molte cose
non molto necessarie
ma riferisci quanto pensi e quanto parli e quanto sai
e quanti incubi hai
e nel riferire forse troverai il possedimento
perché l’esteriore non s’appicchi al cuore -
e arrampicandosi sulle più insulse cose
discende e stima che nuotare nella sventura
sia il colmo della ventura
perché non imparò mai e mai imparerà
le mortali macchinazioni per lastricare la strada
della vita
molto imparò chi sa quanto basta alla dubbiosa pugna
e in uno stile senza lisciatura tenta le segrete
della mente che punta e stimolata fa il gesto
di rialzarsi
e più spesso accade
che s’infinga di non scorgere la palesità delle cose
e dunque bisogna darle notizia
che in un solo sapore si fondono i succhi
succhiati dalle api
ma io sperimentai con quale ostinato silenzio
preme sul cuore il male
e come più sicuramente danneggia
restando al coperto di tumultuanti affetti
e nessuno da lui si diparte disposto a risanare
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