Poesie di questo tema
Tristezza e malinconia
Marino Moretti
La domenica di Bruggia
Chinar la testa che vale?
e che val nova fermezza?
Io sento in me la tristezza
del giorno domenicale;
del giorno crepuscolare
nel quale l’anima prova
il bisogno d’una nuova
solitudine e d’andare...
sì, di andare fino a Bruggia
fino al vecchio beghinaggio
per vedere un paesaggio
lagunare che si aduggia.
Qui nessun ti vuol più bene,
qui nessuno ti vuol più
e tu, dolce anima, tu
va’ pur dove ti conviene:
ti convien fare un vïaggio
per cacciare un poco l’uggia
ed andare fino a Bruggia,
fino al vecchio beghinaggio.
Oh dolcezza del mio cuore,
dei miei sensi un poco stanchi.
Vanno i cigni i cigni bianchi;
van sul pio Lago d’Amore;
van gli uccelli frettolosi
frettolosi sui canali,
vanno insieme uguali uguali
sotto cieli freddolosi;
nel mattino che par sera,
tra la nebbia fine fine
vanno insieme le beghine
le beghine alla preghiera,
vanno là presso l’altare
del dolcissimo convento
mentre io sento sento sento
un desìo folle d’andare...
sì, di andare fino a Bruggia,
fino al vecchio beghinaggio
per vedere un paesaggio
lagunare che si aduggia.
Oh dolcezza del mio cuore!
Tra la nebbia fine fine
vagan meste pellegrine
presso il pio Lago d’Amore;
e guardando il bel paese
che di nebbie ancor s’ammanta
pregano pregano Santa
Elisabetta ungherese.
Lenta lenta lenta va
nei canali l’acqua verde
e co’ suoi cigni si perde
nella grigia immensità,
nell’eterno mezzo lutto
mentre il giunco tristemente
s’è chinato a bere il flutto
della placida corrente.
Il tintinno d’una folla
di campane fa tremare
lievemente la corolla
d’uno smorto nenufare;
scioglie il salcio la sua chioma
e il suo pianto nel canale
e diffondesi un aroma
pio d’incenso e di messale...
Oh dolcezza del mio cuore,
dei miei sensi un poco stanchi!
Vanno i cigni i cigni bianchi
sullo specchio dell’Amore;
lenta lenta lenta va
nei canali l’acqua verde
e coi suoi cigni si perde
nella grigia immensità;
e sull’umile città
che dal tempo s’allontana
piange piange la campana
dall’alto del Beffroi;
e nell’aria che s’annera
al cader del vecchio giorno
piangon essi tutt’intorno
i carillons della sera...
È, sì, in questo crepuscolare
giorno che l’anima prova
il bisogno di una nuova
solitudine e d’andare...
sì, d’andare fino a Bruggia,
fino al vecchio beghinaggio
per vedere un paesaggio
lagunare che si aduggia,
sì, di far questo vïaggio
per cacciare un poco l’uggia,
fino a Bruggia, fino a Bruggia,
fino al vecchio beghinaggio.
e che val nova fermezza?
Io sento in me la tristezza
del giorno domenicale;
del giorno crepuscolare
nel quale l’anima prova
il bisogno d’una nuova
solitudine e d’andare...
sì, di andare fino a Bruggia
fino al vecchio beghinaggio
per vedere un paesaggio
lagunare che si aduggia.
Qui nessun ti vuol più bene,
qui nessuno ti vuol più
e tu, dolce anima, tu
va’ pur dove ti conviene:
ti convien fare un vïaggio
per cacciare un poco l’uggia
ed andare fino a Bruggia,
fino al vecchio beghinaggio.
Oh dolcezza del mio cuore,
dei miei sensi un poco stanchi.
Vanno i cigni i cigni bianchi;
van sul pio Lago d’Amore;
van gli uccelli frettolosi
frettolosi sui canali,
vanno insieme uguali uguali
sotto cieli freddolosi;
nel mattino che par sera,
tra la nebbia fine fine
vanno insieme le beghine
le beghine alla preghiera,
vanno là presso l’altare
del dolcissimo convento
mentre io sento sento sento
un desìo folle d’andare...
sì, di andare fino a Bruggia,
fino al vecchio beghinaggio
per vedere un paesaggio
lagunare che si aduggia.
Oh dolcezza del mio cuore!
Tra la nebbia fine fine
vagan meste pellegrine
presso il pio Lago d’Amore;
e guardando il bel paese
che di nebbie ancor s’ammanta
pregano pregano Santa
Elisabetta ungherese.
Lenta lenta lenta va
nei canali l’acqua verde
e co’ suoi cigni si perde
nella grigia immensità,
nell’eterno mezzo lutto
mentre il giunco tristemente
s’è chinato a bere il flutto
della placida corrente.
Il tintinno d’una folla
di campane fa tremare
lievemente la corolla
d’uno smorto nenufare;
scioglie il salcio la sua chioma
e il suo pianto nel canale
e diffondesi un aroma
pio d’incenso e di messale...
Oh dolcezza del mio cuore,
dei miei sensi un poco stanchi!
Vanno i cigni i cigni bianchi
sullo specchio dell’Amore;
lenta lenta lenta va
nei canali l’acqua verde
e coi suoi cigni si perde
nella grigia immensità;
e sull’umile città
che dal tempo s’allontana
piange piange la campana
dall’alto del Beffroi;
e nell’aria che s’annera
al cader del vecchio giorno
piangon essi tutt’intorno
i carillons della sera...
È, sì, in questo crepuscolare
giorno che l’anima prova
il bisogno di una nuova
solitudine e d’andare...
sì, d’andare fino a Bruggia,
fino al vecchio beghinaggio
per vedere un paesaggio
lagunare che si aduggia,
sì, di far questo vïaggio
per cacciare un poco l’uggia,
fino a Bruggia, fino a Bruggia,
fino al vecchio beghinaggio.
Mario Lunetta
La velocità della luce
; tra le macerie un altro monco vero, manica vuota della giacca
infilata in tasca (Karmelitow Bosych, o lì nei pressi), accende
la sigaretta nevroticamente, veloce come un gatto. Si rompe
un piatto, poco più in là (la vecchia piange, poi ride ancora):
questa certo è aria di neve, di nuova neve neutronica, senza
carica elettrica, di peso atomico tremendo, e lievissima al
tatto: quest’aria, dico, addensata contro la casa piena di curve
peggio di una soubrette, finestre verdi con tende a strisce.
Magnolie lucide, tamarindi, corbezzoli. Tutto decisamente
sorprendente (e altrettanto caduco). Al muro, una sciabola della
guerra di Libia accanto a un bossolo di mortaio e un puff
di vimini. Carte da parati di una delicatezza trasparente:
niente più ormai ci stupisce, enfin, in questo stupefatto
camminare dentro la neve e l’ombra alla velocità della luce.
; fuori, una luce bianca di neve (e la neve accecante che copre
tutto): io leggo certe lettere del Tasso che toccano il fondo
di una disperazione che non si dà ragione delle sue cause
(perché, enfin, ragione non c’è — e forse cause neppure): ed è
- sì che lo è - una prosa tra le più grandi e spregiudicate
che conosca (pur nel groviglio dei suoi pregiudizi e delle sue
pregiudiziali), io che (ohimè) ho — anche per dovere diciamo
così professionale, lunga e esercitata esperienza di prosa
italiana (di pane & salame c’est- à- dire, pizza & ricotta e pizza
& fichi e tarallucci & vino: e assai più di rado pandispagna):
e la vestaglia è lì da un bel pezzo, da quanto non saprei dire:
magari in attesa (la cagna) che l’indossi per resuscitarla, nel
mentre che io muoio di lei, dentro di lei: perché - poco
da fare - ancora e sempre (comme on dit) la mort saisit le vif.
Da CATASTROFETTE
infilata in tasca (Karmelitow Bosych, o lì nei pressi), accende
la sigaretta nevroticamente, veloce come un gatto. Si rompe
un piatto, poco più in là (la vecchia piange, poi ride ancora):
questa certo è aria di neve, di nuova neve neutronica, senza
carica elettrica, di peso atomico tremendo, e lievissima al
tatto: quest’aria, dico, addensata contro la casa piena di curve
peggio di una soubrette, finestre verdi con tende a strisce.
Magnolie lucide, tamarindi, corbezzoli. Tutto decisamente
sorprendente (e altrettanto caduco). Al muro, una sciabola della
guerra di Libia accanto a un bossolo di mortaio e un puff
di vimini. Carte da parati di una delicatezza trasparente:
niente più ormai ci stupisce, enfin, in questo stupefatto
camminare dentro la neve e l’ombra alla velocità della luce.
; fuori, una luce bianca di neve (e la neve accecante che copre
tutto): io leggo certe lettere del Tasso che toccano il fondo
di una disperazione che non si dà ragione delle sue cause
(perché, enfin, ragione non c’è — e forse cause neppure): ed è
- sì che lo è - una prosa tra le più grandi e spregiudicate
che conosca (pur nel groviglio dei suoi pregiudizi e delle sue
pregiudiziali), io che (ohimè) ho — anche per dovere diciamo
così professionale, lunga e esercitata esperienza di prosa
italiana (di pane & salame c’est- à- dire, pizza & ricotta e pizza
& fichi e tarallucci & vino: e assai più di rado pandispagna):
e la vestaglia è lì da un bel pezzo, da quanto non saprei dire:
magari in attesa (la cagna) che l’indossi per resuscitarla, nel
mentre che io muoio di lei, dentro di lei: perché - poco
da fare - ancora e sempre (comme on dit) la mort saisit le vif.
Da CATASTROFETTE
Mario Luzi
Giorno di vento
E sono senza pietà per questo
mio cuore denudato;
come un giorno di vento
un albero batteva alla finestra
con braccia dementi
il mare era tutto un pianto;
e giù alla riva appena
respiravano le pietre
coperte di schiuma,
e c’erano rottami
di barche e di rami
e una scarpa gettata tra i sassi .
e un lembo di veste;
ed io guardavo ridendo
ai vetri della cella.
mio cuore denudato;
come un giorno di vento
un albero batteva alla finestra
con braccia dementi
il mare era tutto un pianto;
e giù alla riva appena
respiravano le pietre
coperte di schiuma,
e c’erano rottami
di barche e di rami
e una scarpa gettata tra i sassi .
e un lembo di veste;
ed io guardavo ridendo
ai vetri della cella.
Mario Luzi
Tra le cliniche
Lucciole! nel buio, nel frondoso
di città, com’è questa, rare di case, dolorose d’ospedali,
bucano la tenebra insidiosa, lampeggiano
più nitide che altrove, più crudeli si perdono alla vista
[inquieta
dei degenti. «Dove stavi di casa?
dove? T’ho cercato lontano non da meno
della rondine quando vola alta
che esplora le regioni bianche della pioggia
e le invadono intanto il nido le zecche»
mormora qualcuno tra sé e sé
mentre franano lucciole e risalgono
il nero di voragini, di buche
oscuramente note ai sensi,
mentre danza svegliata dal letargo
la farfalla del sangue su per i pensieri malfermi brulicando.
«Ero poco lontana,
ero dentro di te
quando tu ne uscivi alla cerca»
risponde qualche larva
dai cunicoli della notte non si sa se piangendo o irridendo;
e intanto s’alzano dalla loro quiete infida,
per nulla rassegnata, anni d’oscurità e di passione,
mettono in croce anima e corpo tra rimpianti e smanie.
Qui presso queste cliniche,
nell’ora che le lucciole piluccano
la zocca d’uva della notte e tracce
d’una felicità non mai raggiunta
o fuggita di mano s’inseguono, diventano cocenti
per i deboli, per i male in salute,
m’unisco a tutta questa forza instabile
di cruccio e d’inappagamento, tocco
l’elemento insociabile che tiene sospeso il mondo.
Salute e malattia, s’affretta a distinguere la mente,
salute e malattia, ripete
fin quando non combacino le parti
di questa conoscenza avuta a sprazzi nel buio.
di città, com’è questa, rare di case, dolorose d’ospedali,
bucano la tenebra insidiosa, lampeggiano
più nitide che altrove, più crudeli si perdono alla vista
[inquieta
dei degenti. «Dove stavi di casa?
dove? T’ho cercato lontano non da meno
della rondine quando vola alta
che esplora le regioni bianche della pioggia
e le invadono intanto il nido le zecche»
mormora qualcuno tra sé e sé
mentre franano lucciole e risalgono
il nero di voragini, di buche
oscuramente note ai sensi,
mentre danza svegliata dal letargo
la farfalla del sangue su per i pensieri malfermi brulicando.
«Ero poco lontana,
ero dentro di te
quando tu ne uscivi alla cerca»
risponde qualche larva
dai cunicoli della notte non si sa se piangendo o irridendo;
e intanto s’alzano dalla loro quiete infida,
per nulla rassegnata, anni d’oscurità e di passione,
mettono in croce anima e corpo tra rimpianti e smanie.
Qui presso queste cliniche,
nell’ora che le lucciole piluccano
la zocca d’uva della notte e tracce
d’una felicità non mai raggiunta
o fuggita di mano s’inseguono, diventano cocenti
per i deboli, per i male in salute,
m’unisco a tutta questa forza instabile
di cruccio e d’inappagamento, tocco
l’elemento insociabile che tiene sospeso il mondo.
Salute e malattia, s’affretta a distinguere la mente,
salute e malattia, ripete
fin quando non combacino le parti
di questa conoscenza avuta a sprazzi nel buio.
Maurizio Cucchi
Rutebeuf
*
Così mi verso nel niente
scorro via nelle strade e nei mercati
come piscia di cane.
*
Il pensiero come lampo d’istante
che comunica con l’infinito
e degenera nella parola.
La prosa è infida: nasconde
confini traboccanti d’insignificanza.
se
Perché portiamo addosso
questa materia cotta
o questa roba da macelleria?
*
All’alba sono ancora al primo sonno
e ho fatto il sogno
di questa povera pietanza.
*
Il sole era già alto
e lei nella discesa oltre il cancello
così vecchina e piccola
infagottata nel suo cappotto blu.
Non potrò più dimenticare questi pomeriggi
seduto al tavolino col tuo vermut
a vederti mangiare
*
Vedevo nella stanza buia
tutte le luci del firmamento.
Il tuono mi faceva galleggiare
in squarci di vertigine e terrore
davanti all’orizzonte del mio vuoto.
sie
Ho rotto il mio bicchiere,
tutti i bei giorni sono già passati.
Da L’ultimo viaggio di Glenn
Così mi verso nel niente
scorro via nelle strade e nei mercati
come piscia di cane.
*
Il pensiero come lampo d’istante
che comunica con l’infinito
e degenera nella parola.
La prosa è infida: nasconde
confini traboccanti d’insignificanza.
se
Perché portiamo addosso
questa materia cotta
o questa roba da macelleria?
*
All’alba sono ancora al primo sonno
e ho fatto il sogno
di questa povera pietanza.
*
Il sole era già alto
e lei nella discesa oltre il cancello
così vecchina e piccola
infagottata nel suo cappotto blu.
Non potrò più dimenticare questi pomeriggi
seduto al tavolino col tuo vermut
a vederti mangiare
*
Vedevo nella stanza buia
tutte le luci del firmamento.
Il tuono mi faceva galleggiare
in squarci di vertigine e terrore
davanti all’orizzonte del mio vuoto.
sie
Ho rotto il mio bicchiere,
tutti i bei giorni sono già passati.
Da L’ultimo viaggio di Glenn
Nelo Risi
Il poeta è un prodotto autunnale
Il poeta è un prodotto autunnale
di vena malinconica, schietto genuino
frizzante quando è giovane, diventa veleno
se prende a inacidire, perbacco, come il vino.
di vena malinconica, schietto genuino
frizzante quando è giovane, diventa veleno
se prende a inacidire, perbacco, come il vino.
Pier Paolo Pasolini
Nessuna cosa si può amare, tu lo sai
Nessuna cosa si può amare, tu lo sai,
quando la nostra voce è discorde dalle altre
e ogni musica rovina in un lamento
flebile di strumenti che affannano.
Nessuna cosa ci può essere cara, nulla può vivere,
quando intorno ad un logoro cardine, senza riposo,
stridono le giunture del mondo
e fanno di ogni gesto una vile rinunzia.
Nulla potremo rimpiangere domani
di questa risacca che strepita sulle rive, sulle pietre,
contro le case consumate,
come un pianto di cose che non possono resistere.
Nulla potremo rimpiangere di questa vita che si spezza.
Ognuno cammina turbato, in disparte,
su questa logora terra di esuli
che aspettano favolose partenze.
Una vecchia campana di bronzo
strepita contro le mura delle case
inutilmente chiamando a raccolta
gli uomini che non sanno rispondere.
La vita si consuma troppo in fretta
per poterci lasciare un rimpianto
e i giorni non sembrano ormai
che una fuga scomposta di rimorsi.
Dalle nostre finestre l’orizzonte si vede
come il punto in cui il cielo precipita
crollando sugli abissi marini.
Qui, nessuna cosa ha la forza di resistere.
Le donne maledicono i giorni senza pane
e i figli sputano sulla tomba dei padri.
Così, senza amore e senza odio,
trafitti dal rumore e dal silenzio,
anche noi impariamo a confondere
i confini del bene e del male.
Su questa strada che si divide
tra il purgatorio e l’inferno,
un popolo soffre senza dolore,
ride senza gioia.
Su questo mondo senza memoria
il colpevole giudica l’innocente,
la vittima sacrifica il carnefice,
il patibolo si trasforma in altare.
La vita sbanda acciecata
tra gli abissi del giusto e dell’ingiusto:
noi cerchiamo il peccato nel tempio,
scorgiamo la salvezza nel fango.
Così, dopo secoli e secoli,
abbiamo disimparato a soffrire:
a cosa può servire il dolore
quando la gioia non ha senso?
Senza amore e senza odio,
senza quiete e senza angoscia,
un popolo impara che la speranza
incomincia dalla disperazione.
quando la nostra voce è discorde dalle altre
e ogni musica rovina in un lamento
flebile di strumenti che affannano.
Nessuna cosa ci può essere cara, nulla può vivere,
quando intorno ad un logoro cardine, senza riposo,
stridono le giunture del mondo
e fanno di ogni gesto una vile rinunzia.
Nulla potremo rimpiangere domani
di questa risacca che strepita sulle rive, sulle pietre,
contro le case consumate,
come un pianto di cose che non possono resistere.
Nulla potremo rimpiangere di questa vita che si spezza.
Ognuno cammina turbato, in disparte,
su questa logora terra di esuli
che aspettano favolose partenze.
Una vecchia campana di bronzo
strepita contro le mura delle case
inutilmente chiamando a raccolta
gli uomini che non sanno rispondere.
La vita si consuma troppo in fretta
per poterci lasciare un rimpianto
e i giorni non sembrano ormai
che una fuga scomposta di rimorsi.
Dalle nostre finestre l’orizzonte si vede
come il punto in cui il cielo precipita
crollando sugli abissi marini.
Qui, nessuna cosa ha la forza di resistere.
Le donne maledicono i giorni senza pane
e i figli sputano sulla tomba dei padri.
Così, senza amore e senza odio,
trafitti dal rumore e dal silenzio,
anche noi impariamo a confondere
i confini del bene e del male.
Su questa strada che si divide
tra il purgatorio e l’inferno,
un popolo soffre senza dolore,
ride senza gioia.
Su questo mondo senza memoria
il colpevole giudica l’innocente,
la vittima sacrifica il carnefice,
il patibolo si trasforma in altare.
La vita sbanda acciecata
tra gli abissi del giusto e dell’ingiusto:
noi cerchiamo il peccato nel tempio,
scorgiamo la salvezza nel fango.
Così, dopo secoli e secoli,
abbiamo disimparato a soffrire:
a cosa può servire il dolore
quando la gioia non ha senso?
Senza amore e senza odio,
senza quiete e senza angoscia,
un popolo impara che la speranza
incomincia dalla disperazione.
Pietro Metastasio
Ariette
Quando sarà quel dì
ch’io non ti senta in sen
sempre tremar così,
povero core!
Stelle, che crudeltà!
un sol piacer non v’è,
che quando mio si fa
non sia dolore.
L’onpa dal mar divisa
bagna la valle — e ’l monte:
va passeggiera in fiume
va prigioniera — in fonte,
fin che non torna al mar:
al mar, dov’ella nacque
dove acquistò gli umori,
dove dai lunghi errori
spera di riposar.
ch’io non ti senta in sen
sempre tremar così,
povero core!
Stelle, che crudeltà!
un sol piacer non v’è,
che quando mio si fa
non sia dolore.
L’onpa dal mar divisa
bagna la valle — e ’l monte:
va passeggiera in fiume
va prigioniera — in fonte,
fin che non torna al mar:
al mar, dov’ella nacque
dove acquistò gli umori,
dove dai lunghi errori
spera di riposar.
Sergio Corazzini
Desolazione del povero poeta sentimentale
I
Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?
II
Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le mie gioie furono semplici,
semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.
Oggi io penso a morire.
III
Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;
solamente perché i grandi angioli
su le vetrate delle catedrali
mi fanno tremare d’amore e di angoscia;
solamente perché, io sono, oramai,
rassegnato come uno specchio,
come un povero specchio melanconico.
Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.
IV
Oh, non maravigliarti della mia tristezza!
E non domandarmi;
io non saprei dirti che parole così vane,
Dio mio, così vane,
che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire.
Le mie lagrime avrebbero l’aria
di sgranare un rosario di tristezza
davanti alla mia anima sette volte dolente
ma io non sarei un poeta;
sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo
cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme.
V
Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù,
E i sacerdoti del silenzio sono i romori,
poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.
VI
Questa notte ho dormito con le mani in croce.
Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo
dimenticato da tutti gli umani,
povera tenera preda del primo venuto;
e desiderai di essere venduto,
di essere battuto
di essere costretto a digiunare
per potermi mettere a piangere tutto solo,
disperatamente triste,
in un angolo oscuro.
VII
Io amo la vita semplice delle cose.
Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,
per ogni cosa che se ne andava!
Ma tu non mi comprendi e sorridi.
E pensi che io sia malato.
VIII
Oh, io sono, veramente malato!
E muoio, un poco, ogni giorno.
Vedi: come le cose.
Non sono, dunque, un poeta:
io so che per esser detto: poeta, conviene
viver ben altra vita!
Io non so, Dio mio, che morire.
Amen.
Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?
II
Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le mie gioie furono semplici,
semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.
Oggi io penso a morire.
III
Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;
solamente perché i grandi angioli
su le vetrate delle catedrali
mi fanno tremare d’amore e di angoscia;
solamente perché, io sono, oramai,
rassegnato come uno specchio,
come un povero specchio melanconico.
Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.
IV
Oh, non maravigliarti della mia tristezza!
E non domandarmi;
io non saprei dirti che parole così vane,
Dio mio, così vane,
che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire.
Le mie lagrime avrebbero l’aria
di sgranare un rosario di tristezza
davanti alla mia anima sette volte dolente
ma io non sarei un poeta;
sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo
cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme.
V
Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù,
E i sacerdoti del silenzio sono i romori,
poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.
VI
Questa notte ho dormito con le mani in croce.
Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo
dimenticato da tutti gli umani,
povera tenera preda del primo venuto;
e desiderai di essere venduto,
di essere battuto
di essere costretto a digiunare
per potermi mettere a piangere tutto solo,
disperatamente triste,
in un angolo oscuro.
VII
Io amo la vita semplice delle cose.
Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,
per ogni cosa che se ne andava!
Ma tu non mi comprendi e sorridi.
E pensi che io sia malato.
VIII
Oh, io sono, veramente malato!
E muoio, un poco, ogni giorno.
Vedi: come le cose.
Non sono, dunque, un poeta:
io so che per esser detto: poeta, conviene
viver ben altra vita!
Io non so, Dio mio, che morire.
Amen.
Sergio Corazzini
L’ultimo sogno
Io sono giunto alla città
nel mezzo del bosco.
Batto alla porta, nessuno domanda,
batto a tutte le porte
° della città muta; non odo
che fontane cantare
canzoni senza ritornelli
a la Monotonia.
To grido: «non saprò
‘° domani tornare
per la stessa via!
Sono un fanciullo bianco
ed è fiorita per i miei capelli
una ghirlanda!
Le mie piccole mani sono pure
come quelle dei santi di cera;
amo le creature
non so che una povera preghiera».
Le fontane cantano sempre
2° nella città muta dei sogni.
lo mi allontano
e la mia veste bianca
se la dividono i rovi,
e la mia ghirlanda s’è mutata
?” in una corona di spine,
le mie piccole mani sanguinano
senza fine
e l’anima è triste come
li occhi
% di un agnello che sia per morire.
E le fontane cantano
dietro le bianche porte.
Ah! sono io dunque colui
che non dormirà più
” che non sognerà più
fino alla morte?
nel mezzo del bosco.
Batto alla porta, nessuno domanda,
batto a tutte le porte
° della città muta; non odo
che fontane cantare
canzoni senza ritornelli
a la Monotonia.
To grido: «non saprò
‘° domani tornare
per la stessa via!
Sono un fanciullo bianco
ed è fiorita per i miei capelli
una ghirlanda!
Le mie piccole mani sono pure
come quelle dei santi di cera;
amo le creature
non so che una povera preghiera».
Le fontane cantano sempre
2° nella città muta dei sogni.
lo mi allontano
e la mia veste bianca
se la dividono i rovi,
e la mia ghirlanda s’è mutata
?” in una corona di spine,
le mie piccole mani sanguinano
senza fine
e l’anima è triste come
li occhi
% di un agnello che sia per morire.
E le fontane cantano
dietro le bianche porte.
Ah! sono io dunque colui
che non dormirà più
” che non sognerà più
fino alla morte?
Sergio Corazzini
La finestra aperta sul mare
Non rammento. Io la vidi
aperta sul mare,
come un occhio a guardare
coronata di nidi.
Ma non so né dove, né quando,
mi apparve; tenebrosa
come il cuore di un usuraio,
canora come l’anima
di un fanciullo. Era
la finestra di una torre in mezzo al mare, desolata
terribile nel crepuscolo,
spaventosa nella notte,
triste cancellatura
nella chiarità dell’alba.
Le antichissime sale morivano
di noia: solamente l’eco delle gavotte,
ballate in tempi lontani
da piccole folli signore incipriate,
le confortava un poco.
Qualche gufo co’i tristi
occhi, dall’alto nido
scricchiolante incantava
l’ombra vergine di stelle.
E non c’era più nessuno
da tanti anni, nella torre,
come nel mio cuore.
Sotto la polvere ancora,
un odore appassito, indefinito,
esalavano le cose,
come se le ultime rose
dell’ultima lontana primavera
fossero tutte morte
in quella torre triste, in una sera triste.
E lacrimava per i soffitti
pallidi, il cielo, talvolta
sopra lo sfacelo delle cose.
Lacrimava dolcemente
quietamente per ore
e ore, come un piccolo fanciullo malato.
Dopo, per la finestra
veniva il sole, e il mare,
sotto, cantava.
Cantava l’azzurro amante,
cingendo la torre tristissima
di tenerezze improvvise,
e il canto del titano
aveva dolcezze, sconforti,
malinconie, tristezze
profonde, nostalgie
terribili... Ed egli le offriva i suoi morti
tutte le navi infrante,
naufragate lontano.
Una sera per la malinconia
di un cielo che invano
chiamava da ore e ore
le stelle, volarono via
con il cuore
pieno di tremore
le ultime rondini e a poco
a poco nel mare
caddero i nidi: un giorno
non vi fu più nulla intorno
alla finestra. Allora
qualche cosa tremò
si spezzò
nella torre e, quasi
in un inginocchiarsi lento
di rassegnazione
davanti al grigio altare
dell’aurora,
la torre
si donò al mare.
aperta sul mare,
come un occhio a guardare
coronata di nidi.
Ma non so né dove, né quando,
mi apparve; tenebrosa
come il cuore di un usuraio,
canora come l’anima
di un fanciullo. Era
la finestra di una torre in mezzo al mare, desolata
terribile nel crepuscolo,
spaventosa nella notte,
triste cancellatura
nella chiarità dell’alba.
Le antichissime sale morivano
di noia: solamente l’eco delle gavotte,
ballate in tempi lontani
da piccole folli signore incipriate,
le confortava un poco.
Qualche gufo co’i tristi
occhi, dall’alto nido
scricchiolante incantava
l’ombra vergine di stelle.
E non c’era più nessuno
da tanti anni, nella torre,
come nel mio cuore.
Sotto la polvere ancora,
un odore appassito, indefinito,
esalavano le cose,
come se le ultime rose
dell’ultima lontana primavera
fossero tutte morte
in quella torre triste, in una sera triste.
E lacrimava per i soffitti
pallidi, il cielo, talvolta
sopra lo sfacelo delle cose.
Lacrimava dolcemente
quietamente per ore
e ore, come un piccolo fanciullo malato.
Dopo, per la finestra
veniva il sole, e il mare,
sotto, cantava.
Cantava l’azzurro amante,
cingendo la torre tristissima
di tenerezze improvvise,
e il canto del titano
aveva dolcezze, sconforti,
malinconie, tristezze
profonde, nostalgie
terribili... Ed egli le offriva i suoi morti
tutte le navi infrante,
naufragate lontano.
Una sera per la malinconia
di un cielo che invano
chiamava da ore e ore
le stelle, volarono via
con il cuore
pieno di tremore
le ultime rondini e a poco
a poco nel mare
caddero i nidi: un giorno
non vi fu più nulla intorno
alla finestra. Allora
qualche cosa tremò
si spezzò
nella torre e, quasi
in un inginocchiarsi lento
di rassegnazione
davanti al grigio altare
dell’aurora,
la torre
si donò al mare.
Sergio Corazzini
Per organo di barberia
pi
‘
Elemosina triste
di vecchie arie sperdute,
vanità di un’offerta
che nessuno raccoglie!
Primavera di foglie
in una via diserta!
Poveri ritornelli
che passano e ripassano
e sono come uccelli
di un cielo musicale!
Ariette d’ospedale
che ci sembra domandino
un’eco in elemosina!
II
Vedi: nessuno ascolta.
Sfogli la tua tristezza
monotona davanti
alla piccola casa
provinciale che dorme;
singhiozzi quel tuo brindisi
2° folle di agonizzanti
una seconda volta,
ritorni su’ tuoi pianti
ostinati di povero
fanciullo incontentato,
* e nessuno ti ascolta
‘
Elemosina triste
di vecchie arie sperdute,
vanità di un’offerta
che nessuno raccoglie!
Primavera di foglie
in una via diserta!
Poveri ritornelli
che passano e ripassano
e sono come uccelli
di un cielo musicale!
Ariette d’ospedale
che ci sembra domandino
un’eco in elemosina!
II
Vedi: nessuno ascolta.
Sfogli la tua tristezza
monotona davanti
alla piccola casa
provinciale che dorme;
singhiozzi quel tuo brindisi
2° folle di agonizzanti
una seconda volta,
ritorni su’ tuoi pianti
ostinati di povero
fanciullo incontentato,
* e nessuno ti ascolta
Sergio Corazzini
Spleen
Che cosa mi canterai tu
questa sera?
Amica, non voglio pensare
troppo: la prima canzone
che ricordi, antica,
non importa;
una di quelle canzoni
che non si cantano più
da tanto,
che non fanno più schiuder balconi
da un secolo. Vuoi
darmi la nostalgia
di una canzone morta?
Sei triste, mi dai pena
questa sera; non canti, non mi parli ...
Che hai? malinconia
di morire? Ti duoli
perché siamo soli?
Ricordi l’ultimo ballo
nel tuo salotto giallo
roso dai tarli?
Sai che è primavera?
Io non me n’era accorto;
non ho rosai,
non ne ho avuto mai
nel mio triste orto.
Perché non suoni? Langue
di desiderio
quel tuo piccolo pianoforte esangue,
nell’ombra; o non così,
amica,
l’anima ci sospira nell’attesa
di chi
sappia farla vibrare?
Oh, che tristezza! Pare,
nel biancore lunare,
malata di etisia,
con tutte le sue porte
chiuse, la nostra via
diserta e quel fanale
solo e torbido pare
che attendendo la morte
ne vegli l’agonia.
questa sera?
Amica, non voglio pensare
troppo: la prima canzone
che ricordi, antica,
non importa;
una di quelle canzoni
che non si cantano più
da tanto,
che non fanno più schiuder balconi
da un secolo. Vuoi
darmi la nostalgia
di una canzone morta?
Sei triste, mi dai pena
questa sera; non canti, non mi parli ...
Che hai? malinconia
di morire? Ti duoli
perché siamo soli?
Ricordi l’ultimo ballo
nel tuo salotto giallo
roso dai tarli?
Sai che è primavera?
Io non me n’era accorto;
non ho rosai,
non ne ho avuto mai
nel mio triste orto.
Perché non suoni? Langue
di desiderio
quel tuo piccolo pianoforte esangue,
nell’ombra; o non così,
amica,
l’anima ci sospira nell’attesa
di chi
sappia farla vibrare?
Oh, che tristezza! Pare,
nel biancore lunare,
malata di etisia,
con tutte le sue porte
chiuse, la nostra via
diserta e quel fanale
solo e torbido pare
che attendendo la morte
ne vegli l’agonia.
Umberto Saba
La capra
Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
dalla pioggia, belava.
Quell’uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.
In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
dalla pioggia, belava.
Quell’uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.
In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.
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