L’iridato
getto che il vento obliqua e sfrangia, vela
per un istante il paesaggio,
lo appanna come una memoria.
Poi di colpo s’imprimono
nella stillante aria il fico, il nespolo
del Giappone, arde il chiaro
deliquio delle rose. A sommo
del muro gli archi del loggiato, le
persiane verdi e nere
s’inseguono, più su la fuga ilare
dei meli scende a picco, scendono
monti e ombre di monti.
Bellezza un poco cruda, non mia forse,
e troppo mia,
come una spada lampeggiante un giorno
mi feristi nel sonno adolescente,
dentro t’ebbi a non farmi più dormire.
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