A Clori vicina a uscire di monastero un frate suo direttore

Clori bella, ed io potei
passar tristi i giorni miei
rammentando a te d’accanto
di rigor l’indocil vanto,
mentre celava in cuore
tutto il fuoco dell’amore!
Vidi indarno a me davante
nel leggiadro tuo sembiante,
nelle fresche tue gotuzze
due rosette vermigliuzze,
né giammai in quei labbretti
porporini tumidetti,
chiesi imprimer d’un vivace
caro bacio, orma tenace.
Crescer vidi turgidette,
le due poma rotondette,
candidissime qual latte!
E potei lasciarle intatte?
Udii pure che biondetta
nascondevi una selvetta
educata, intorno a un foro,
ch’è d’amor regno e decoro,
e che vaga si avvicina
e internandosi confina
con due globi alabastrini
risaltanti, porporini,
da far nascere il prurito,
da destar grande appetito
nella verga ancor più cheta
del fin vecchio anacoreta;
e fra tanti bei tesori
ostentar seppi i rigori
di un socratico contegno,
di un inutile disegno.
Or veduto ho alfin tai pregi
ma non fia che ancor mi pregi
di goder cose sì belle,
di una truppa di donzelle
e una grata mal discreta
di poterlo ancor mi vieta.
Quando fia che spunti il giorno
d’amorosa luce adorno,
in cui mano e petto a petto
io mi vegga teco astretto,
e colà per quella valle
dolcemente m’apra il calle
al suonar di più vivaci
iterati e caldi baci?
Deh, ne affrettino i momenti
al mio amor gli astri clementi!
Tu frattanto, o Clori bella,
non ti fare a me rubella,
se non vuoi che tristi e rei
passi tutti i giorni miei.
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