Tommaso Crudeli

Tommaso Crudeli

1702–1745 · visse 42 anni IT IT

n. 1702-12-21, Poppi · m. 1745-03-27, Poppi

A Clori vicina a uscire di monastero un frate suo direttore

Clori bella, ed io potei
passar tristi i giorni miei
rammentando a te d’accanto
di rigor l’indocil vanto,
mentre celava in cuore
tutto il fuoco dell’amore!
Vidi indarno a me davante
nel leggiadro tuo sembiante,
nelle fresche tue gotuzze
due rosette vermigliuzze,
né giammai in quei labbretti
porporini tumidetti,
chiesi imprimer d’un vivace
caro bacio, orma tenace.
Crescer vidi turgidette,
le due poma rotondette,
candidissime qual latte!
E potei lasciarle intatte?
Udii pure che biondetta
nascondevi una selvetta
educata, intorno a un foro,
ch’è d’amor regno e decoro,
e che vaga si avvicina
e internandosi confina
con due globi alabastrini
risaltanti, porporini,
da far nascere il prurito,
da destar grande appetito
nella verga ancor più cheta
del fin vecchio anacoreta;
e fra tanti bei tesori
ostentar seppi i rigori
di un socratico contegno,
di un inutile disegno.
Or veduto ho alfin tai pregi
ma non fia che ancor mi pregi
di goder cose sì belle,
di una truppa di donzelle
e una grata mal discreta
di poterlo ancor mi vieta.
Quando fia che spunti il giorno
d’amorosa luce adorno,
in cui mano e petto a petto
io mi vegga teco astretto,
e colà per quella valle
dolcemente m’apra il calle
al suonar di più vivaci
iterati e caldi baci?
Deh, ne affrettino i momenti
al mio amor gli astri clementi!
Tu frattanto, o Clori bella,
non ti fare a me rubella,
se non vuoi che tristi e rei
passi tutti i giorni miei.
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Poesie

2

A Clori vicina a uscire di monastero un frate suo direttore

Clori bella, ed io potei
passar tristi i giorni miei
rammentando a te d’accanto
di rigor l’indocil vanto,
mentre celava in cuore
tutto il fuoco dell’amore!
Vidi indarno a me davante
nel leggiadro tuo sembiante,
nelle fresche tue gotuzze
due rosette vermigliuzze,
né giammai in quei labbretti
porporini tumidetti,
chiesi imprimer d’un vivace
caro bacio, orma tenace.
Crescer vidi turgidette,
le due poma rotondette,
candidissime qual latte!
E potei lasciarle intatte?
Udii pure che biondetta
nascondevi una selvetta
educata, intorno a un foro,
ch’è d’amor regno e decoro,
e che vaga si avvicina
e internandosi confina
con due globi alabastrini
risaltanti, porporini,
da far nascere il prurito,
da destar grande appetito
nella verga ancor più cheta
del fin vecchio anacoreta;
e fra tanti bei tesori
ostentar seppi i rigori
di un socratico contegno,
di un inutile disegno.
Or veduto ho alfin tai pregi
ma non fia che ancor mi pregi
di goder cose sì belle,
di una truppa di donzelle
e una grata mal discreta
di poterlo ancor mi vieta.
Quando fia che spunti il giorno
d’amorosa luce adorno,
in cui mano e petto a petto
io mi vegga teco astretto,
e colà per quella valle
dolcemente m’apra il calle
al suonar di più vivaci
iterati e caldi baci?
Deh, ne affrettino i momenti
al mio amor gli astri clementi!
Tu frattanto, o Clori bella,
non ti fare a me rubella,
se non vuoi che tristi e rei
passi tutti i giorni miei.

La notatrice

Io me ne stava in fondo
d’una cava spelonca al mare in riva,
e dell’ondoso mondo
al popol notatore
con amo adescatore
la dolce vita insidiando giva,
e già traeva fuore
dall’umido elemento
colla squamma d’argento
un pesce palpitante:
quand’ecco a me davante
vergine comparire
di grazia e di beltà fresca e ridente,
che sì mi prese a dire.

Tu pescatore, intanto
che io mi bagno in quell’onda,
serbami sulla sponda
questo serico manto.

Sì disse; e lieta colle man di rose
in bel nodo compose
l’inanellato crine,
che nero nel confine
di quel volto nevoso
con risalto grazioso
spargea luce e vivezza
sull’opposta bianchezza.
Poi si sciolse la vesta, che ristretto
tien l’avorio gentil dell’alto petto:
tolse al collo il monile:
poi sull’algoso masso
lasciò cadere abbasso
la veste più sottile.

Qual nella selva Idea
all’antica tenzone
apparve Citerea
con Pallade e Giunone;
tale a questi occhi miei
si fe’ veder costei,
che si gettò repente
entro del sen marino,
dove velocemente
colle candide braccia
ella spumoso si facea cammino.

Or in mar nascondea
fresche rose del volto,
or veder mi facea
vivace avorio in molle spuma avvolto.
Alto battea talora
Coll’una e l’altra mano
sopra il ceruleo piano;
e l’onda ne gemea bianca e sonora.
Notava ella ridente
con occhio nero, e verso il ciel sereno
volgea soavemente
i candori del seno.
Se mai l’onda marina
il volto le copriva,
ella subito apriva
la bocca porporina;
e ’l mar scendea contento
nella conca amorosa:
ma per breve momento
egli colà si posa;
perché la bella Notatrice in alto
il fa volar colle gonfiate gote
fuor delle rose, onde fiorisce il labro;
e ’l flutto innamorato
ricade in stille più minute e chiare,
e ritorna a bagnare
i fiori di quel volto delicato.

Poiché stanco e leggiero,
dall’umido sentiero
il piè rimosse al fine;
e le tenere brine,
le rose, le viole, e l’infinito
suo tesor di bellezza
nudo apparve sul lito,
pien d’alta maraviglia,
io dicea nel mio core:
certo costei somiglia
l’alma madre d’Amore,
quando dall’onde uscita
con le candide dita
spremea l’umide chiome.
Oh! come presto, oh come
verso la bella io corsi,
e pure, e pur le porsi
la custodita veste,
che quel candor celeste,
spettacolo d’amor, tosto coprìo:
poi le dissi, idol mio,
vedi, che noi siam soli in questo scoglio,
e che il Sol sotto l’onde
del mare omai s’asconde:
oi, bella Ninfa, io voglio…
Non mi lasciò seguir, che ella sdegnati
occhi girommi altera,
occhi nell’ira ancor soavi e grati;
poi mi ruppe la canna pescatrice,
e ’l pesce moribondo
gettò nel mar profondo,
me lasciando infelice,
e piangente nel cuor la doppia offesa
d’aver perduto il pesce, e Lei non presa.

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