Da La Gerusalemme Liberata (Canto XV, Ottave 55-66)

I cavalier per l’alta aspra salita
sentìansi alquanto affaticati e lassi;
onde ne gìan per quella via fiorita
lenti or movendo ed or fermando i passi:
quando ecco un fonte, che a bagnar gl’invita
l’asciutte labbia, alto cader da’ sassi
e da una larga vena, e con ben mille
zampilletti spruzzar l’erbe di stille.

Ma tutta insieme poi tra verdi sponde
in profondo canal l’acqua s’aduna;
e sotto l’ombra di perpetue fronde
mormorando sen va gelida e bruna,
ma trasparente sì, che non asconde
de l’imo letto suo vaghezza alcuna:
e sovra le sue rive alta s’estolle
l’erbetta, e vi fa seggio fresco e molle.

«Ecco il fonte del riso, ed ecco il rio
che mortali perigli in sé contiene;
or qui tener a fren nostro desio,
ed esser cauti molto a noi conviene;
chiudiam l’orecchie al dolce canto e rio
di queste del piacer false Sirene;
così n’andrem sin dove il fiume vago
si spande in maggior letto, e forma un lago.»

Quivi di cibi prezïosa e cara
apprestata è una mensa in su le rive:
e scherzando sen van per l’acqua chiara
due donzellette garrule e lascive,
ch’or si spruzzano il vólto, or fanno a gara
chi prima a un segno destinato arrive:
si tuffano talora, e ’l capo e ’l dorso
scopron al fin dopo il celato corso.

Mosser le natatrici ignude e belle
de’ duo guerrieri alquanto i duri petti,
sì che fermârsi a riguardarle; ed elle
seguìan pur i lor giuochi e i lor diletti.
Una in tanto drizzossi, e le mammelle
e tutto ciò che più la vista alletti
mostrò, dal seno in suso, aperto al cielo,
e ’l lago a l’ altre membra era un bel velo.

Qual matutina stella da l’onde
rugiadosa e stillante; o come fuore
spuntò, nascendo già da le feconde
spume de l’oceàn, la dea d’amore;
tal apparve costei; tal le sue bionde
chiome stillavan cristallino umore.
Poi girò gli occhi, e pur allor s’infinse
que’ duo vedere, e in sé tutta si strinse:

e ‘l crin, ch’in cima al capo avea raccolto
in un sol nodo, immantinente sciolse,
che lunghissimo in giù cadendo e folto,
d’un aureo manto i molli avori involse.
Oh che vago spettacolo è lor tolto!
Ma non men vago fu chi loro il tolse.
Così da l’acque e da’ capelli ascosa
a lor si volse lieta e vergognosa.

Rideva insieme, e insieme ella arrossìa;
ed era nel rossor più bello il riso,
e nel riso il rossor che le coprìa
in sino al mento il delicato viso.
Mosse la voce poi sì dolce e pia,
che fôra ciascun altro indi conquiso:
«Oh fortunati peregrin, cui lice
giungere in questa sede alma e felice!

Questo è il porto del mondo; e qui è il ristoro
de le sue noie, e quel piacer si sente
che già sentì ne’ secoli de l’oro
l’antica e senza fren libera gente.
L’arme, che sin a qui d’uopo vi fôro,
potete omai depor securamente,
e sacrarle in quest’ombra a la quïete:
ché guerrier qui solo d’Amor sarete;

E dolce campo di battaglia il letto
fiavi, e l’erbetta morbida de’ prati.
Noi menaremvi anzi il regale aspetto
di lei che qui fa i servi suoi beati,
che v’accôrrà nel bel numero eletto
di quei ch’a le sue gioie ha destinati.
Ma pria la polve in queste acque deporre
vi piaccia, e ‘l cibo a quella mensa tôrre».

L’una disse così: l’altra concorde
l’ ’invito accompagnò d’atti e di sguardi,
sì come al suon de le canore corde
s’accompagnano i passi or presti or tardi.
Ma i cavalieri hanno indurate e sorde
l’alme a que’ vezzi perfidi e bugiardi;
e ’l lusinghiero aspetto e ’l parlar dolce
di fuor s’aggira, e solo i sensi molce.

E se di tal dolcezza entro transfusa
parte penètra, onde il desio germoglie,
tosto ragion, ne l’arme sue rinchiusa,
sterpa e riseca le nascenti voglie.
L’una coppia riman vinta e delusa;
l’altra sen va, né pur congedo toglie.
Essi entrâr nel palagio: esse ne l’acque
tuffârsi; la repulsa a lor sì spiacque.
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