L’un l’altro guarda, e del suo corpo esangue
sul pomo della spada appoggia il peso.
Già dell’ultima stella il raggio langue
al primo albor ch’è in oriente acceso.
Vede Tancredi in maggior copia il sangue
del suo nemico, e sè non tanto offeso.
Ne gode e superbisce. Oh nostra folle
mente, ch’ogni aura di fortuna estolle!

LIX

Misero, di che godi? Oh quanto mesti
fiano i trionfi ed infelice il vanto!
Gli occhi tuoi pagheran (se in vita resti)
di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.
Così tacendo e rimirando, questi
sanguinosi guerrier posaro alquanto.
Ruppe il silenzio alfin Tancredi, e disse,
perchè il suo nome a lei l’altro scoprisse:

LX

“Nostra sventura è ben che qui s’impieghi
tanto valor, dove silenzio il copra.
Ma, poichè sorte rea vien che ci neghi
e lode e testimon degno dell’opra,
pregoti (se fra l’arme han loco i preghi)
Risponde la feroce: “ Indarno chiedi
quel ch’ho per uso di non far palese.
Ma chiunque io mi sia, tu innanzi vedi
un di que’ duo che la gran torre accese.”
Arse di sdegno a quel parlar Tancredi,
e “In mal punto,” il dicesti, indi riprese:
“Il tuo dir e il tacer di par m’alletta,
barbaro discortese, alla vendetta.”

LX

Torna l’ira ne’ coti, e li trasporta,
benchè debili in guerra. Oh fera pugna!
U” l’arte in bando, w già la forza è morta,
ove invece d’entrambi il furor pugna.
Oh che sanguigna e spaziosa porta
fa l’una e l’altra spada, ovunque giugna,
nell’armi e nelle carni! e se la vita
non esce, sdegno tienla al petto unita.

LXIV

Ma ecco omai l’ora fatale è giunta
che il viver di Clorinda al suo fin deve.
Spinge egli il ferro nel bel sen di punta,
che vi s’immerge, e il sangue avido beve;
e la vesta, che d’or vago trapunta
le mammelle stringea tenera e leve,
l’empie d’un caldo fiume. Ella già sente
morirsi; e il piè le manca egro e languente.

LXXXV
Quel segue la vittoria, e la trafitta
vergine minacciando incalza e preme.
Ella, mentre cadea, la voce afflitta
movendo, disse le parole estreme:
parole ch’a lei novo un spitrto ditta,
spirto di fè, di carità, di speme;
virtù ch’or Dio le infonde; e se rubella
in vita fu, la vuole in morte ancella.

LXVI

“ Amico, hai vinto: io ti perdon . . . ; perdona
tu ancora: al corpo no, che nulla pave,
all’alma sì: deh! per lei prega; e dona
battesmo a me ch’ogni mia colpa lave.”
In queste voci languide risuona
un non so che di flebile e soave
ch’al cor gli serpe, ed ogni sdegno ammorza
e gli occhi a lagrimar gl’invoglia e sforza.

LXVII

Poco quindi lontan nel sen del monte
scaturìa mormorando un picciol rio.
Egli v’accorse e l’elmo empiè nel fonte,
e tornò mesto al grande ufficio e pio.
Tremar sentì la man mentre la fronte
non conosciuta ancor sciolse e scoprìo.
La vide, e la conobbe e restò senza
e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!

LXVIII
Non morì già; che sue virtuti accolse
tutte in quel punto, e in guardia al cor le mise:
e, premendo il suo affanno, a dar si volse
vita con l’acqua a chi col ferro uccise.
Mentre egli il suon de’ sacri detti sciolse,
colei di gioia trasmutossi, e rise;
e, in atto di morir lieto e vivace,
dir parea: “ S’apre il cielo; io vado in pace.”

LXIX

D’un bel pallore ha il bianco volto asperso,
come a gigli sarìan miste viole;
e gli occhi al cielo affisa; e in lei converso
sembra per la pietate il cielo e il sole:
e la man nuda e fredda alzando verso
il cavaliero, invece di parole
gli dà pegno di pace. In questa forma
passa la bella donna, e par che dorma.
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