Poesie di questo tema
Guerra e pace
Alessandro Manzoni
La battaglia di Maclodio (Il Conte di Carmagnola, coro dell’atto II)
S’ode a destra uno squillo di tromba;
A sinistra risponde uno squillo:
D’ambo i lati calpesto rimbomba
Da cavalli e da fanti il terren.
Quinci spunta per l’aria un vessillo;
Quindi un altro s’avanza spiegato:
Ecco appare un drappello schierato;
Ecco un altro che incontro gli vien.
Già di mezzo sparito è il terreno;
Già le spade respingon le spade;
L’un dell’altro le immerge nel seno;
Gronda il sangue; raddoppia il ferir.
— Chi son essi? Alle belle contrade
Qual ne venne straniero a far guerra?
Qual è quei che ha giurato la terra
Dove nacque far salva, o morir?
— D’una terra son tutti; un linguaggio
Parlan tutti: fratelli li dice
Lo straniero; il comune lignaggio
A ognun d’essi dal volto traspar.
Questa terra fu a tutti nudrice,
Questa terra di sangue ora intrisa,
Che natura dall’altre ha divisa,
E ricinta con l’alpe e col mar.
— Ahi! Qual d’essi il sacrilego brando
Trasse il primo il fratello a ferire?
Oh terror! Del conflitto esecrando
La cagione esecranda qual è?
— Non la sanno: a dar morte, a morire
Qui senz’ira ognun d’essi è venuto;
E venduto ad un duce venduto,
Con lui pugna e non chiede il perchè.
— Ahi sventura! Ma spose non hanno,
Non han madre gli stolti guerrieri?
Perchè tutte i lor cari non vanno
Dall’ignobile campo a strappar?
E i vegliardi che ai casti pensieri
Dalla tomba già schiudon la mente,
Che non tentan la turba furente
Con prudenti parole placar?
— Come assiso talvolta il villano
Sulla porta del cheto abituro,
Segna il nembo che scende lontano
Sopra i campi che arati ei non ha;
Così udresti ciascun che sicuro
Vede lungi le armate coorti,
Raccontar le migliaia de’ morti,
E la pieta dell’arse città.
Là, pendenti dal labbro materno
Vedi i figli che imparano intenti
A distinguer con nomi di scherno
Quei che andranno ad uccidere un dì;
Qui le donne alle veglie lucenti
De’ monili far pompa e de’ cinti,
Che alle donne deserte de’ vinti
Il marito o l’amante rapì.
— Ahi sventura! sventura! sventura!
Già la terra è coperta d’uccisi;
Tutta è sangue la vasta pianura;
Cresce il grido, raddoppia il furor.
Ma negli ordini manchi e divisi
Mal si regge, già cede una schiera;
Già nel volgo che vincer dispera,
Della vita rinasce l’amor.
Come il grano lanciato dal pieno
Ventilabro nell’aria si spande;
Tale intorno per l’ampio terreno
Si sparpagliano i vinti guerrier.
Ma improvvise terribili bande
Ai fuggenti s’affaccian sul calle;
Ma si senton più presso alle spalle
Anelare il temuto destrier.
Cadon trepidi a pie de’ nemici,
Gettan l’arme, si danno prigioni:
Il clamor delle turbe vittrici
Copre i lai del tapino che mor.
Un corriero è salito in arcioni;
Prende un foglio, il ripone, s’avvia,
Sferza, sprona, divora la via;
Ogni villa si desta al rumor.
Perchè tutti sul pesto cammino
Dalle case, dai campi accorrete?
Ognun chiede con ansia al vicino,
Che gioconda novella recò?
Donde ei venga infelici, il sapete,
E sperate che gioia favelli?
I fratelli hanno uccisi i fratelli:
Questa orrenda novella vi do.
Odo intorno festevoli gridi;
S’orna il tempio, e risona del canto;
Già s’innalzan dai cori omicidi
Grazie ed inni che abbomina il ciel.
Giù dal cerchio dell’alpi frattanto
Lo straniero gli sguardi rivolve;
Vede i forti che mordon la polve,
E li conta con gioia crudel.
Affrettatevi, empite le schiere.
Sospendete i trionfi ed i giochi,
Ritornate alle vostre bandiere:
Lo straniero discende; egli è qui.
Vincitor! Siete deboli e pochi?
Ma per questo a sfidarvi ei discende;
E voglioso a quei campi v’attende
Dove il vostro fratello perì.
Tu che angusta a’ tuoi figli parevi,
Tu che in pace nutrirli non sai,
Fatal terra, gli estrani ricevi:
Tal giudizio comincia per te.
Un nemico che offeso non hai,
A tue mense insultando s’asside;
Degli stolti le spoglie divide;
Toglie il brando di mano a’ tuoi re.
Stolto anch’esso! Beata fu mai
Gente alcuna per sangue ed oltraggio?
Solo al vinto non toccano i guai;
Torna in pianto dell’empio il gioir.
Ben talor nel superbo viaggio
Non l’abbatte l’eterna vendetta;
Ma lo segna; ma veglia ed aspetta;
Ma lo coglie all’estremo sospir.
Tutti fatti a sembianza d’un Solo,
Figli tutti d’un solo Riscatto,
In qual ora, in qual parte del suolo,
Trascorriamo quest’aura vital,
Siam fratelli; siam stretti ad un patto;
Maledetto colui che l’infrange,
Che s’innalza sul fiacco che piange,
Che contrista uno spirto immortal!
A sinistra risponde uno squillo:
D’ambo i lati calpesto rimbomba
Da cavalli e da fanti il terren.
Quinci spunta per l’aria un vessillo;
Quindi un altro s’avanza spiegato:
Ecco appare un drappello schierato;
Ecco un altro che incontro gli vien.
Già di mezzo sparito è il terreno;
Già le spade respingon le spade;
L’un dell’altro le immerge nel seno;
Gronda il sangue; raddoppia il ferir.
— Chi son essi? Alle belle contrade
Qual ne venne straniero a far guerra?
Qual è quei che ha giurato la terra
Dove nacque far salva, o morir?
— D’una terra son tutti; un linguaggio
Parlan tutti: fratelli li dice
Lo straniero; il comune lignaggio
A ognun d’essi dal volto traspar.
Questa terra fu a tutti nudrice,
Questa terra di sangue ora intrisa,
Che natura dall’altre ha divisa,
E ricinta con l’alpe e col mar.
— Ahi! Qual d’essi il sacrilego brando
Trasse il primo il fratello a ferire?
Oh terror! Del conflitto esecrando
La cagione esecranda qual è?
— Non la sanno: a dar morte, a morire
Qui senz’ira ognun d’essi è venuto;
E venduto ad un duce venduto,
Con lui pugna e non chiede il perchè.
— Ahi sventura! Ma spose non hanno,
Non han madre gli stolti guerrieri?
Perchè tutte i lor cari non vanno
Dall’ignobile campo a strappar?
E i vegliardi che ai casti pensieri
Dalla tomba già schiudon la mente,
Che non tentan la turba furente
Con prudenti parole placar?
— Come assiso talvolta il villano
Sulla porta del cheto abituro,
Segna il nembo che scende lontano
Sopra i campi che arati ei non ha;
Così udresti ciascun che sicuro
Vede lungi le armate coorti,
Raccontar le migliaia de’ morti,
E la pieta dell’arse città.
Là, pendenti dal labbro materno
Vedi i figli che imparano intenti
A distinguer con nomi di scherno
Quei che andranno ad uccidere un dì;
Qui le donne alle veglie lucenti
De’ monili far pompa e de’ cinti,
Che alle donne deserte de’ vinti
Il marito o l’amante rapì.
— Ahi sventura! sventura! sventura!
Già la terra è coperta d’uccisi;
Tutta è sangue la vasta pianura;
Cresce il grido, raddoppia il furor.
Ma negli ordini manchi e divisi
Mal si regge, già cede una schiera;
Già nel volgo che vincer dispera,
Della vita rinasce l’amor.
Come il grano lanciato dal pieno
Ventilabro nell’aria si spande;
Tale intorno per l’ampio terreno
Si sparpagliano i vinti guerrier.
Ma improvvise terribili bande
Ai fuggenti s’affaccian sul calle;
Ma si senton più presso alle spalle
Anelare il temuto destrier.
Cadon trepidi a pie de’ nemici,
Gettan l’arme, si danno prigioni:
Il clamor delle turbe vittrici
Copre i lai del tapino che mor.
Un corriero è salito in arcioni;
Prende un foglio, il ripone, s’avvia,
Sferza, sprona, divora la via;
Ogni villa si desta al rumor.
Perchè tutti sul pesto cammino
Dalle case, dai campi accorrete?
Ognun chiede con ansia al vicino,
Che gioconda novella recò?
Donde ei venga infelici, il sapete,
E sperate che gioia favelli?
I fratelli hanno uccisi i fratelli:
Questa orrenda novella vi do.
Odo intorno festevoli gridi;
S’orna il tempio, e risona del canto;
Già s’innalzan dai cori omicidi
Grazie ed inni che abbomina il ciel.
Giù dal cerchio dell’alpi frattanto
Lo straniero gli sguardi rivolve;
Vede i forti che mordon la polve,
E li conta con gioia crudel.
Affrettatevi, empite le schiere.
Sospendete i trionfi ed i giochi,
Ritornate alle vostre bandiere:
Lo straniero discende; egli è qui.
Vincitor! Siete deboli e pochi?
Ma per questo a sfidarvi ei discende;
E voglioso a quei campi v’attende
Dove il vostro fratello perì.
Tu che angusta a’ tuoi figli parevi,
Tu che in pace nutrirli non sai,
Fatal terra, gli estrani ricevi:
Tal giudizio comincia per te.
Un nemico che offeso non hai,
A tue mense insultando s’asside;
Degli stolti le spoglie divide;
Toglie il brando di mano a’ tuoi re.
Stolto anch’esso! Beata fu mai
Gente alcuna per sangue ed oltraggio?
Solo al vinto non toccano i guai;
Torna in pianto dell’empio il gioir.
Ben talor nel superbo viaggio
Non l’abbatte l’eterna vendetta;
Ma lo segna; ma veglia ed aspetta;
Ma lo coglie all’estremo sospir.
Tutti fatti a sembianza d’un Solo,
Figli tutti d’un solo Riscatto,
In qual ora, in qual parte del suolo,
Trascorriamo quest’aura vital,
Siam fratelli; siam stretti ad un patto;
Maledetto colui che l’infrange,
Che s’innalza sul fiacco che piange,
Che contrista uno spirto immortal!
Alfonso Gatto
Le vittime
La storia fosse scritta dalle vittime
altro sarebbe, un tempo di minuti,
di formiche incessanti che ripullulano
al nostro soffio e pure ad una ad una
° vivide di tenacia, intente d’essere.
Gli inermi che si scostano al passaggio
delle divise chiedono allo sguardo
dei propri occhi la letizia ansiosa
d’essere vinti, il numero che oblia
1° ]a sua sabbia infinita nel crepuscolo.
Dei vincitori, ai ruinosi alberghi
del loro oblio, più nulla.
Rimane chi disparve nella sera
dell’opera compiuta, sua la mano
di tutti e il fare che è del fare il tenero.
È il nostro soffio che gli crede, il dubbio
di perderlo nel numero, tra noi.
altro sarebbe, un tempo di minuti,
di formiche incessanti che ripullulano
al nostro soffio e pure ad una ad una
° vivide di tenacia, intente d’essere.
Gli inermi che si scostano al passaggio
delle divise chiedono allo sguardo
dei propri occhi la letizia ansiosa
d’essere vinti, il numero che oblia
1° ]a sua sabbia infinita nel crepuscolo.
Dei vincitori, ai ruinosi alberghi
del loro oblio, più nulla.
Rimane chi disparve nella sera
dell’opera compiuta, sua la mano
di tutti e il fare che è del fare il tenero.
È il nostro soffio che gli crede, il dubbio
di perderlo nel numero, tra noi.
Clemente Rebora
Voce di vedetta morta
C’è un corpo in poltiglia
con crespe di faccia, affiorante
sul lezzo dell’aria sbranata.
Frode la terra.
Forsennato non piango:
affar di chi può, e del fango.
Però se ritorni
tu, uomo, di guerra
a chi ignora non dire;
non dire la cosa, ove l’uomo
e la vita s’intendono ancora.
Ma afferra la donna
una notte, dopo un gorgo di baci,
se tornare potrai;
soffiale che nulla del mondo
redimerà ciò ch’è perso
di noi, i putrefatti di qui;
stringile il cuore a strozzarla:
e se t’ama, lo capirai nella vita
più tardi, o giammai.
con crespe di faccia, affiorante
sul lezzo dell’aria sbranata.
Frode la terra.
Forsennato non piango:
affar di chi può, e del fango.
Però se ritorni
tu, uomo, di guerra
a chi ignora non dire;
non dire la cosa, ove l’uomo
e la vita s’intendono ancora.
Ma afferra la donna
una notte, dopo un gorgo di baci,
se tornare potrai;
soffiale che nulla del mondo
redimerà ciò ch’è perso
di noi, i putrefatti di qui;
stringile il cuore a strozzarla:
e se t’ama, lo capirai nella vita
più tardi, o giammai.
Filippo Tommaso Marinetti
La signora coricolata fra i comunicati di guerra
(parole in libertà)
La bella di setacarne bianca in nero è coricolata
fra i sospiri lamenti sussurri delle tenebre frettolose
nel salotto paaal paal
veeeee paaaaaaaaaaal.
vi u u u u u ur r r r r r rr
Voce d’uomo:
nostri velivoli bombardarono la stazione di Dorim-
berga… e le retrovie nemiche sul Carso
Firmato: Cadorna
paaaalmaaaar
paaaaaaaal
noaaaaar
oooom
ooombraaaaa
pressione di luce bianca quadrata contro la spalla
sinistra del visitatore e negli occhi d’un artigliere
sul Carso
pressione d’OMBRA
violamara da destra a sinistra
(indulgente elastico cerimonioso)
contro il visitatoreeeeeeeee
Spiaggia della bella ammalata negrovestita
colata sulla sediasdraio
Biancoperla umido del suo viso emerso
CuuuUuurve degli sguardi nerissimi
nel fuggente sorriso che tira le reti-raggi riflettore
militare
flusso e riflusso d’omaggi e d’ombra inesperta
e di cadaveri nell’Isonzo
uauauauauariiiiiii
uauauauaraaaaaaAA
mararoooooooooò
marariraaaaaaaaaaAAAR
Docilità affettuosa della seta nera che l’inonda
e che dovrebbe abbandonarla nuda bianchissima fra
le pellicce dei generali russi sulla Beresina più
intima
Un vvento vvivo dai TONDI muscoli
oliatissimi la tiene virilmente rovesciata guai
a chi alza la testa in trincea! vruit vruit fr fr FALCIATO
Si rialza però PERO’ PERA Perire
Pericoooolare di gomma come un arbusto di Sumatra
quando il vento sogna distratto contando e
ricontando tutti TUTTI i granelli di polvere sulle cornici
LA BELLA
è ora coricata immobile ma s’avventa in realtà
gira spiralica penetra orizontale con i piedi acutiiiiissimi
nel ventre petto bocca del visitatore perpendicolare
(mobile ma fermo in realtà)
Il Vento si taglia a pezzi in 2 4 20
500 300.000 liane liste di cartavelina brusiiiiiiii
notturni Chi-va-là Chi-va-là Pam-pam-pam
La miavostratutti amica si rialza e il suo
viso si svuota di biancardore e di mollorgasmo
La bella di setacarne bianca in nero è coricolata
fra i sospiri lamenti sussurri delle tenebre frettolose
nel salotto paaal paal
veeeee paaaaaaaaaaal.
vi u u u u u ur r r r r r rr
Voce d’uomo:
nostri velivoli bombardarono la stazione di Dorim-
berga… e le retrovie nemiche sul Carso
Firmato: Cadorna
paaaalmaaaar
paaaaaaaal
noaaaaar
oooom
ooombraaaaa
pressione di luce bianca quadrata contro la spalla
sinistra del visitatore e negli occhi d’un artigliere
sul Carso
pressione d’OMBRA
violamara da destra a sinistra
(indulgente elastico cerimonioso)
contro il visitatoreeeeeeeee
Spiaggia della bella ammalata negrovestita
colata sulla sediasdraio
Biancoperla umido del suo viso emerso
CuuuUuurve degli sguardi nerissimi
nel fuggente sorriso che tira le reti-raggi riflettore
militare
flusso e riflusso d’omaggi e d’ombra inesperta
e di cadaveri nell’Isonzo
uauauauauariiiiiii
uauauauaraaaaaaAA
mararoooooooooò
marariraaaaaaaaaaAAAR
Docilità affettuosa della seta nera che l’inonda
e che dovrebbe abbandonarla nuda bianchissima fra
le pellicce dei generali russi sulla Beresina più
intima
Un vvento vvivo dai TONDI muscoli
oliatissimi la tiene virilmente rovesciata guai
a chi alza la testa in trincea! vruit vruit fr fr FALCIATO
Si rialza però PERO’ PERA Perire
Pericoooolare di gomma come un arbusto di Sumatra
quando il vento sogna distratto contando e
ricontando tutti TUTTI i granelli di polvere sulle cornici
LA BELLA
è ora coricata immobile ma s’avventa in realtà
gira spiralica penetra orizontale con i piedi acutiiiiissimi
nel ventre petto bocca del visitatore perpendicolare
(mobile ma fermo in realtà)
Il Vento si taglia a pezzi in 2 4 20
500 300.000 liane liste di cartavelina brusiiiiiiii
notturni Chi-va-là Chi-va-là Pam-pam-pam
La miavostratutti amica si rialza e il suo
viso si svuota di biancardore e di mollorgasmo
Giosuè Carducci
“Signori milanesi,” il consol dice
“Signori milanesi,” il consol dice,
“ l’imperator, fatto lo stuolo in Como,
move l’oste a raggiungere il marchese
di Monferrato ed i pavesi. Quale
volete, o milanesi? od aspettare
da l’argin novo riguardando in arme,
o mandar messi a Cesate, o affrontare
a lancia e spada il Barbarossa in campo? ”
“A lancia e spada,” tona il parlamento,
“a lancia e spada, il Barbarossa in campo.”
“ l’imperator, fatto lo stuolo in Como,
move l’oste a raggiungere il marchese
di Monferrato ed i pavesi. Quale
volete, o milanesi? od aspettare
da l’argin novo riguardando in arme,
o mandar messi a Cesate, o affrontare
a lancia e spada il Barbarossa in campo? ”
“A lancia e spada,” tona il parlamento,
“a lancia e spada, il Barbarossa in campo.”
Giosuè Carducci
Così dicendo Alberto di Giussano
Così dicendo Alberto di Giussano
con tutt’e due le man coprìasi gli occhi,
e singhiozzava: in mezzo al parlamento
singhiozzava e piangea come un fanciullo.
Ed allora per tutto il parlamento
trascorse quasi un fremito di belve.
Da le porte le donne e da i veroni,
pallide, scarmigliate, con le braccia
tese e gli occhi sbarrati al parlamento,
urlavano: “ Uccidete il Barbarossa.”
con tutt’e due le man coprìasi gli occhi,
e singhiozzava: in mezzo al parlamento
singhiozzava e piangea come un fanciullo.
Ed allora per tutto il parlamento
trascorse quasi un fremito di belve.
Da le porte le donne e da i veroni,
pallide, scarmigliate, con le braccia
tese e gli occhi sbarrati al parlamento,
urlavano: “ Uccidete il Barbarossa.”
Giosuè Carducci
Su i campi di Marengo
Ode, e, poggiato il capo su l’alta spada, il sire
Canuto d’Hohenzollern pensa tra sé — Morire
Per man di mercatanti che cinsero pur ieri
A i lor mal pingui ventri l’acciar de’ cavalieri! —
E il vescovo di Spira, a cui cento convalli
Empion le botti e cento canonici gli stalli,
Mugola — O belle torri de la mia cattedrale,
Chi vi canterà messa la notte di natale? —
E il conte palatino Ditpoldo, a cui la bionda
Chioma per l’agil collo rose e ligustri inonda,
Pensa — Dal Reno il canto de gli elfi per la bruna
Notte va: Tecla sogna al lume de la luna. —
E dice il magontino arcivescovo — A canto
De la mazza ferrata io porto l’olio santo:
Ce n’è per tutti. Oh almeno foste de l’alpe a’ varchi,
Miei poveri muletti d’italo argento carchi! —
E il conte del Tirolo — Figliuol mio, te domane
Saluterà de l’Alpi il sole ed il mio cane:
Tuoi l’uno e l’altro; io, cervo sorpreso da i villani,
Cadrò sgozzato in questi grigi lombardi piani. —
Solo, a piedi, nel mezzo del campo, al corridore
Suo presso, riguardava nel ciel l’imperatore:
Passavano le stelle su l’ grigio capo; nera
Dietro garria co ’l vento l’imperial bandiera.
A’ fianchi di Boemia e di Polonia i regi
Scettro e spada reggevano, del santo impero i fregi.
Quando stanche languirono le stelle, e rosseggianti
Ne l’alba parean l’Alpi, Cesare disse — Avanti!
A cavallo, o fedeli! Tu, Wittelsbach, dispiega
Il sacro segno in faccia de la lombarda lega.
Tu intima, o araldo: Passa l’imperator romano,
Del divo Giulio erede, successor di Traiano. —
Deh come allegri e rapidi si sparsero gli squilli
De le trombe teutoniche fra il Tanaro ed il Po,
Quando in cospetto a l’aquila gli animi ed i vessilli
D’Italia s’inchinarono e Cesare passò!
Canuto d’Hohenzollern pensa tra sé — Morire
Per man di mercatanti che cinsero pur ieri
A i lor mal pingui ventri l’acciar de’ cavalieri! —
E il vescovo di Spira, a cui cento convalli
Empion le botti e cento canonici gli stalli,
Mugola — O belle torri de la mia cattedrale,
Chi vi canterà messa la notte di natale? —
E il conte palatino Ditpoldo, a cui la bionda
Chioma per l’agil collo rose e ligustri inonda,
Pensa — Dal Reno il canto de gli elfi per la bruna
Notte va: Tecla sogna al lume de la luna. —
E dice il magontino arcivescovo — A canto
De la mazza ferrata io porto l’olio santo:
Ce n’è per tutti. Oh almeno foste de l’alpe a’ varchi,
Miei poveri muletti d’italo argento carchi! —
E il conte del Tirolo — Figliuol mio, te domane
Saluterà de l’Alpi il sole ed il mio cane:
Tuoi l’uno e l’altro; io, cervo sorpreso da i villani,
Cadrò sgozzato in questi grigi lombardi piani. —
Solo, a piedi, nel mezzo del campo, al corridore
Suo presso, riguardava nel ciel l’imperatore:
Passavano le stelle su l’ grigio capo; nera
Dietro garria co ’l vento l’imperial bandiera.
A’ fianchi di Boemia e di Polonia i regi
Scettro e spada reggevano, del santo impero i fregi.
Quando stanche languirono le stelle, e rosseggianti
Ne l’alba parean l’Alpi, Cesare disse — Avanti!
A cavallo, o fedeli! Tu, Wittelsbach, dispiega
Il sacro segno in faccia de la lombarda lega.
Tu intima, o araldo: Passa l’imperator romano,
Del divo Giulio erede, successor di Traiano. —
Deh come allegri e rapidi si sparsero gli squilli
De le trombe teutoniche fra il Tanaro ed il Po,
Quando in cospetto a l’aquila gli animi ed i vessilli
D’Italia s’inchinarono e Cesare passò!
Giovanni Giudici
Guerra
Il giorno prima che deve arrivare
La guerra prima di questa
Ai bordi d’una lieve foresta
Sul monte da cui si scorge il mare
Chiedono a lui se mai avverrà
Rispettabile uomo di malaffare’-—
Non si vorranno suicidare
È la risposta che dà
Intende Francia e Inghilterra
L’America pensa a sé
La Polonia di un certo Beck
Non mette il conto d’una guerra
Perché lo sanno anche i bambini
Il duce avanza e non arretra?
La Germania ha l’arma segreta
Nessuno passa i suoi confini
Nera vista e camicia nera
Ma intanto che lo ascoltiamo
Già scritto è il libro che leggiamo
Nel poi di un dopo che non era
Ha dita gialle e fuma sicuro
Del luogo somma autorità
E il muro al quale finirà
Gli cresce alle spalle futuro
Il giorno prima che deve scoppiare
La bomba prima di questa
Ai bordi d’una vana tempesta
Sul monte da cui sì scorge il mare
La guerra prima di questa
Ai bordi d’una lieve foresta
Sul monte da cui si scorge il mare
Chiedono a lui se mai avverrà
Rispettabile uomo di malaffare’-—
Non si vorranno suicidare
È la risposta che dà
Intende Francia e Inghilterra
L’America pensa a sé
La Polonia di un certo Beck
Non mette il conto d’una guerra
Perché lo sanno anche i bambini
Il duce avanza e non arretra?
La Germania ha l’arma segreta
Nessuno passa i suoi confini
Nera vista e camicia nera
Ma intanto che lo ascoltiamo
Già scritto è il libro che leggiamo
Nel poi di un dopo che non era
Ha dita gialle e fuma sicuro
Del luogo somma autorità
E il muro al quale finirà
Gli cresce alle spalle futuro
Il giorno prima che deve scoppiare
La bomba prima di questa
Ai bordi d’una vana tempesta
Sul monte da cui sì scorge il mare
Giovanni Raboni
Lo chiamavano, credo, fronte
Lo chiamavano, credo, fronte interno
far la fila per ore per avere
quattro patate congelate e nere
e stare senza fuoco in pieno inverno
e non sognare che patate vere
e fuoco acceso e in un orrore alterno
cucire con il filo dell’inferno
i brandelli di insulse primavere
così che scampo o tregua non discerno
al cuore fuso a quelle perse cere
se adesso per allora le leggere
tue mani al fuoco non fanno schermo.
Da OGNI TERZO PENSIERO
far la fila per ore per avere
quattro patate congelate e nere
e stare senza fuoco in pieno inverno
e non sognare che patate vere
e fuoco acceso e in un orrore alterno
cucire con il filo dell’inferno
i brandelli di insulse primavere
così che scampo o tregua non discerno
al cuore fuso a quelle perse cere
se adesso per allora le leggere
tue mani al fuoco non fanno schermo.
Da OGNI TERZO PENSIERO
Giovanni Raboni
Non facevano fumo
Non facevano fumo né rumore
nei piazzali ghiacciati le corriere
degli sfollati in quelle bianche sere
di prima guerra e d’antico dolore
fagocitando e cancellando a schiere
i silenziosi corpi traghettanti
e negando anche il suono ai mille pianti
pagati all’invisibile nocchiere
finché infine in un tempo che non fa
mestiere d’abbandoni e di tormenti
sia il colore che l’audio non inventi
il marchingegno della tua pietà.
nei piazzali ghiacciati le corriere
degli sfollati in quelle bianche sere
di prima guerra e d’antico dolore
fagocitando e cancellando a schiere
i silenziosi corpi traghettanti
e negando anche il suono ai mille pianti
pagati all’invisibile nocchiere
finché infine in un tempo che non fa
mestiere d’abbandoni e di tormenti
sia il colore che l’audio non inventi
il marchingegno della tua pietà.
Giovanni Raboni
Non stava a noi risolvere
Non stava a noi risolvere
il rebus della cena
scaraventando in scena
le sostitute povere
delle pietanze a poca
luce d’acetilene
o abbreviando le pene
gutturali dell’oca
ma essere personaggi
di quella storia, perdere
proprio quella partita
quando per contumacia
di te s’era smarrita
in un forno la vita.
il rebus della cena
scaraventando in scena
le sostitute povere
delle pietanze a poca
luce d’acetilene
o abbreviando le pene
gutturali dell’oca
ma essere personaggi
di quella storia, perdere
proprio quella partita
quando per contumacia
di te s’era smarrita
in un forno la vita.
Giuseppe Ungaretti
Non gridate più
Cessate d’uccidere i morti,
Non gridate più, non gridate
Se li volete ancora udire,
Se sperate di non perire.
Hanno l’impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell’erba,
Lieta dove non passa l’uomo.
From LA TERRA PROMESSA
Non gridate più, non gridate
Se li volete ancora udire,
Se sperate di non perire.
Hanno l’impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell’erba,
Lieta dove non passa l’uomo.
From LA TERRA PROMESSA
Giuseppe Ungaretti
Pellegrinaggio
In agguato
in queste budella
di macerie
ore e ore
ho strascicato
la mia carcassa
usata dal fango
come una suola
o come un seme
di spinalba
Ungaretti
uomo di pena
ti basta un’illusione
per farti coraggio
Un riflettore
di là
mette un mare
nella nebbia
in queste budella
di macerie
ore e ore
ho strascicato
la mia carcassa
usata dal fango
come una suola
o come un seme
di spinalba
Ungaretti
uomo di pena
ti basta un’illusione
per farti coraggio
Un riflettore
di là
mette un mare
nella nebbia
Giuseppe Ungaretti
San martino del carso
Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
° Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore
10 nessuna croce manca
E il mio cuore
il paese più straziato
Valloncello dell’albero isolato il 27 Agosto 1916.
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
° Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore
10 nessuna croce manca
E il mio cuore
il paese più straziato
Valloncello dell’albero isolato il 27 Agosto 1916.
Nelo Risi
L’arte della guerra
Il Faraone avanza sotto un cielo di ventagli
l’esercito va sempre a piedi su dodici file
dal deserto di sabbia alle pietre nere di Siria,
un leone senza laccio segue il carro reale.
Dove l’erba è fitta una città d’oriente
manda barbagli. Gli ambasciatori si consultano
fissano il luogo e il giorno dello scontro,
se una delle parti non è pronta la si attende.
l’esercito va sempre a piedi su dodici file
dal deserto di sabbia alle pietre nere di Siria,
un leone senza laccio segue il carro reale.
Dove l’erba è fitta una città d’oriente
manda barbagli. Gli ambasciatori si consultano
fissano il luogo e il giorno dello scontro,
se una delle parti non è pronta la si attende.
Nelo Risi
La mano sul ramo
La mano sul ramo
sulle tette sul coso
sull’oro e trac!
chi non tira al suo vantaggio?
ho colto la vita dall’albero
di ogni frutto ho fatto conserva...
quello che è stato è stato
Il curriculum è aperto: facile
dire che è tutto uno scialbo
museo maniacale comodo dire
che ho perso la faccia che ho
accomodato a mio modo la storia –
in giro se ne parla per parlare
Da uomo d’ordine
che dell’ordine del mondo
ha una sua fondata opinione
devo tener conto che dopo la grande
dopo la mondiale è nell’aria
una terza universale – tanta
energia compressa dovrà pure espandersi!
Voli di bandiere stragi araldiche
le pulsioni più coatte
scaricate sugli inermi in ogni dove
nel Laos nel caos
magari un’isoletta un quarto turca
il resto greca – un disegno autoritario
Biogeneticamente pare
non ho di che vantarmi
(e i traslati le metafore?
bello come un giglio
sant’Antonio lis de France...
il vergine il pudico scala
al bianco
Mi gestisco mi appartengo
ora tendo al bordello ora
dipendo dalla famiglia amo
la donna serva (oh! il turchinetto
da bucato un rifarsi in sogno
amabilmente candido
Ho un carattere dominante
e dovrei cambiare? so so
che la mutazione è legge
fondamentale per averla
studiata sui conigli le piante
(metti nero su bianca
verrà fuori un meticcio
Una buona dentiera cannibalesca
e la carriera è aperta
titoli & azioni / burro & cannoni
nel lavoro sempre prima il profitto
(il privato è diverso dal sociale
anche se crea disagio in fabbrica
Un domenicano lunedì mi ha detto
«A ben guardare badi bene mi dia retta
il marxismo non è che un’eresia cristiana»
io ho provato a sciacquarmi la bocca
ma è un detersivo che ti mangia il tartaro
e dalle gengive gronda rosso (tutto sommato
un’esperienza deviante volevo fare contenta mia figlia
Notti in bianco
in solitudine davanti un bicchiere
in un pallore di luna funesto
albeggiare di tracce mnestiche
tra ornamenti e maschere...
(ti viene da piangere
Se ho un rimpianto è per le colonie
il mercato delle schiave un paio di moretti a letto
l’incontro con Livingstone i ladri con le mani mozze
il Congo di Leopoldo la Libia di Graziani le missioni
il mondo a nostra immagine ah l’Africa!
non c’è più in giro un mercenario
molto è perduto anche il guadagno facile
(Ho notato che la gente di colore
non suda affatto Io me ne sto sdraiato
ciononostante traspiro sempre Che sia
una questione di pelle?
di una cosa vado fiero
della mia razza
Da quando viaggio meno e vivo ritirato
mi lustro l’onore mi lavo il cervello
depongo fiori d’arancio in devozione
ai piedi del mio busto d’alabastro
somigliantissimo (dentro l’albume
di quegli occhi smorti
vegeta un sesso cagliato
Finirò con la benda sotto il mento
avvolto in un sudario rigido oltre il dovuto
l’ostia rappresa tra la lingua e il palato
e le mie ossa biancheggeranno
come frammenti di marmo pario
mentre l’Europa invasa...
Quello che è stato è stato
sulle tette sul coso
sull’oro e trac!
chi non tira al suo vantaggio?
ho colto la vita dall’albero
di ogni frutto ho fatto conserva...
quello che è stato è stato
Il curriculum è aperto: facile
dire che è tutto uno scialbo
museo maniacale comodo dire
che ho perso la faccia che ho
accomodato a mio modo la storia –
in giro se ne parla per parlare
Da uomo d’ordine
che dell’ordine del mondo
ha una sua fondata opinione
devo tener conto che dopo la grande
dopo la mondiale è nell’aria
una terza universale – tanta
energia compressa dovrà pure espandersi!
Voli di bandiere stragi araldiche
le pulsioni più coatte
scaricate sugli inermi in ogni dove
nel Laos nel caos
magari un’isoletta un quarto turca
il resto greca – un disegno autoritario
Biogeneticamente pare
non ho di che vantarmi
(e i traslati le metafore?
bello come un giglio
sant’Antonio lis de France...
il vergine il pudico scala
al bianco
Mi gestisco mi appartengo
ora tendo al bordello ora
dipendo dalla famiglia amo
la donna serva (oh! il turchinetto
da bucato un rifarsi in sogno
amabilmente candido
Ho un carattere dominante
e dovrei cambiare? so so
che la mutazione è legge
fondamentale per averla
studiata sui conigli le piante
(metti nero su bianca
verrà fuori un meticcio
Una buona dentiera cannibalesca
e la carriera è aperta
titoli & azioni / burro & cannoni
nel lavoro sempre prima il profitto
(il privato è diverso dal sociale
anche se crea disagio in fabbrica
Un domenicano lunedì mi ha detto
«A ben guardare badi bene mi dia retta
il marxismo non è che un’eresia cristiana»
io ho provato a sciacquarmi la bocca
ma è un detersivo che ti mangia il tartaro
e dalle gengive gronda rosso (tutto sommato
un’esperienza deviante volevo fare contenta mia figlia
Notti in bianco
in solitudine davanti un bicchiere
in un pallore di luna funesto
albeggiare di tracce mnestiche
tra ornamenti e maschere...
(ti viene da piangere
Se ho un rimpianto è per le colonie
il mercato delle schiave un paio di moretti a letto
l’incontro con Livingstone i ladri con le mani mozze
il Congo di Leopoldo la Libia di Graziani le missioni
il mondo a nostra immagine ah l’Africa!
non c’è più in giro un mercenario
molto è perduto anche il guadagno facile
(Ho notato che la gente di colore
non suda affatto Io me ne sto sdraiato
ciononostante traspiro sempre Che sia
una questione di pelle?
di una cosa vado fiero
della mia razza
Da quando viaggio meno e vivo ritirato
mi lustro l’onore mi lavo il cervello
depongo fiori d’arancio in devozione
ai piedi del mio busto d’alabastro
somigliantissimo (dentro l’albume
di quegli occhi smorti
vegeta un sesso cagliato
Finirò con la benda sotto il mento
avvolto in un sudario rigido oltre il dovuto
l’ostia rappresa tra la lingua e il palato
e le mie ossa biancheggeranno
come frammenti di marmo pario
mentre l’Europa invasa...
Quello che è stato è stato
Nelo Risi
Per memoria
Avreste dovuto lottare
la storia ci rimprovera
venivano avanti
divorando compatti l’orizzonte;
e fu uno sbattere d’imposte
un barricarsi
sotto lenzuola e tende,
una paralisi
rotta dalle preghiere.
Ne vidi uno solo
tutto mandibole e rostri
una molla uno scatto
nel mimetismo della corazza
esatto come ogni macchina di guerra
con un guanciale sulla testa
uscii all’aperto in un sole d’ecclissi
e come Plinio il Vecchio
o uno storico del Ghetto
la passione del fenomeno
mi perdette.
la storia ci rimprovera
venivano avanti
divorando compatti l’orizzonte;
e fu uno sbattere d’imposte
un barricarsi
sotto lenzuola e tende,
una paralisi
rotta dalle preghiere.
Ne vidi uno solo
tutto mandibole e rostri
una molla uno scatto
nel mimetismo della corazza
esatto come ogni macchina di guerra
con un guanciale sulla testa
uscii all’aperto in un sole d’ecclissi
e come Plinio il Vecchio
o uno storico del Ghetto
la passione del fenomeno
mi perdette.
Piero Bigongiari
Volo di uccelli che sentono la tempesta
D’uno in altro finito nelle azzurre
caverne l’infinito schiuma al vento
che involve nel suo fulgido tormento
di primavera dei sommessi alati:
mare che non ha requie sulle tombe
umane, dove i petti ansano invano,
imarciche spinge il suo sorriso a fiore
strano tra scogli e addii. Ad ali tese
precedono gli uccelli la tempesta,
celesti ne disegnano le corolle,
grigi barlumi insegnano alle zolle
e in alto al nido, fermo
ingorgo di mota, di sterpi, d’amore
ch’altro rapprese e sollevò tra i rami
e le grondaie. Altro percorre il fiume
fin oltre la sorgente, un altro lume
avvena le tue mani, ulcera gli occhi.
Chiamami dalla tua sorda caverna,
io sono in basso, tento il piede, salgo
alla tua verna altissima e non ti odo,
amore penetrato come un chiodo
sul legno delle croci che fioriscono.
[20 luglio ’56]
caverne l’infinito schiuma al vento
che involve nel suo fulgido tormento
di primavera dei sommessi alati:
mare che non ha requie sulle tombe
umane, dove i petti ansano invano,
imarciche spinge il suo sorriso a fiore
strano tra scogli e addii. Ad ali tese
precedono gli uccelli la tempesta,
celesti ne disegnano le corolle,
grigi barlumi insegnano alle zolle
e in alto al nido, fermo
ingorgo di mota, di sterpi, d’amore
ch’altro rapprese e sollevò tra i rami
e le grondaie. Altro percorre il fiume
fin oltre la sorgente, un altro lume
avvena le tue mani, ulcera gli occhi.
Chiamami dalla tua sorda caverna,
io sono in basso, tento il piede, salgo
alla tua verna altissima e non ti odo,
amore penetrato come un chiodo
sul legno delle croci che fioriscono.
[20 luglio ’56]
Piero Jahier
Dichiarazione
Altri morirà per la Storia d’Italia volentieri
e forse qualcuno per risolvere in qualche modo la vita
ma io è per far compagnia a questo popolo digiuno
— che non sa perché va a morire —
popolo che muore in guerra perché mi vuol bene
per me nei suoi 60 uomini comandati
siccome è il giorno che tocca morire
Altri morirà per le medaglie e per le ovazioni
ma io per questo popolo illetterato
che non prepara guerra perché di miseria ha campato
la miseria che non fa guerre, ma semmai rivoluzioni
Altri morirà per le aquile e per le bandiere
ma io per questo popolo rassegnato
popolo che viveva nel giusto e nel giusto muore senza sapere
anch’io con lui sulla strada della fatica
che non so bene, in fondo, perché tocchi già di morire
Altri morirà per la sua vita
ma io per questo popolo che fa i suoi figlioli
perché sotto coperte non si conosce miseria
popolo che accende il suo fuoco solo la mattina
popolo che di osteria fa scuola
popolo non guidato, sublime materia
Altri morirà solo
ma io sempre accompagnato:
eccomi, come davo alla ruota la mia spalla facchina
e ora, invece, la vita.
Sotto, ragazzi,
Se non si muore
si riposerà, allo spedale.
Ma se si dovesse morire
basterà un giorno di sole
e tutta Italia ricomincia a cantare.
e forse qualcuno per risolvere in qualche modo la vita
ma io è per far compagnia a questo popolo digiuno
— che non sa perché va a morire —
popolo che muore in guerra perché mi vuol bene
per me nei suoi 60 uomini comandati
siccome è il giorno che tocca morire
Altri morirà per le medaglie e per le ovazioni
ma io per questo popolo illetterato
che non prepara guerra perché di miseria ha campato
la miseria che non fa guerre, ma semmai rivoluzioni
Altri morirà per le aquile e per le bandiere
ma io per questo popolo rassegnato
popolo che viveva nel giusto e nel giusto muore senza sapere
anch’io con lui sulla strada della fatica
che non so bene, in fondo, perché tocchi già di morire
Altri morirà per la sua vita
ma io per questo popolo che fa i suoi figlioli
perché sotto coperte non si conosce miseria
popolo che accende il suo fuoco solo la mattina
popolo che di osteria fa scuola
popolo non guidato, sublime materia
Altri morirà solo
ma io sempre accompagnato:
eccomi, come davo alla ruota la mia spalla facchina
e ora, invece, la vita.
Sotto, ragazzi,
Se non si muore
si riposerà, allo spedale.
Ma se si dovesse morire
basterà un giorno di sole
e tutta Italia ricomincia a cantare.
Piero Jahier
Prima marcia alpina
Uno per uno bastone alla mano e alla salita cantiamo
Se chiedi le reni rotte alla mina
se chiedi il polso della gravina
se chiedi il ginocchio piegato a salire
se chiedi l’amore pronto a patire:
son io, l’alpino, rispondiamo e all’ adunata corriamo.
Ma la montagna, alpino, è franata
ma la tua tenda, alpino, è sparita,
alpino, tutta l’acqua è seccata,
alpino, il vetrato gela le dita
ma la tua penna è folgorata
ma la gran notte di nebbia è salita. ...
Uno per uno corda alla mano
dove non si passa, passiamo.
E la balma di roccia ci ricoprirà
e l’acqua di neve ci disseterà;
la penna il fulmine domesticherà
la nebbia il sole l’avvamperà quando l’alpino passerà.
Uno per uno zaino alla mano e nei riposi ci contiamo.
Alpino, tu sei passato
ma il compagno che manca è ferito
la mitraglia l’ha arrivato
dalla croda l’ha distaccato
nella gola l’ha tranghiottito.
Dove sei, compagno caro,
al paese dovevi tornare;
se qualcuno lo potrà rivedere
glie ne chiederà la tua mare.
Ma non sei stato abbandonato
ma ti veniamo a ritrovare.
Sei il nostro ferito ti riprendiamo al paese ti riportiamo.
Tutti per uno, mano alla mano
dove si muore, discendiamo.
Tutti per uno mano alla mano
dove si muore, discendiamo.
Ma il tuo compagno, alpino, è spirato
al paese non può più tornare,
ma il suo lamento è dileguato
non ti chiama più a ritrovare.
Sulla coltrice del nevato resterà solo a riposare.
Dove sei, compagno caro,
se al paese non puoi ritornare
ma non sei stato abbandonato
ma ti veniamo a ritrovare.
Il viso bianco gli rasciughiamo
il corpo stronco ricomponiamo.
E il nostro morto
ce lo riprendiamo
alla patria lo riportiamo.
Uno per uno
bomba alla mano
e lo vendichiamo.
Marzo, Soracroda
Ai miei soldati dell’Alpago e a ogni alpino.
Se chiedi le reni rotte alla mina
se chiedi il polso della gravina
se chiedi il ginocchio piegato a salire
se chiedi l’amore pronto a patire:
son io, l’alpino, rispondiamo e all’ adunata corriamo.
Ma la montagna, alpino, è franata
ma la tua tenda, alpino, è sparita,
alpino, tutta l’acqua è seccata,
alpino, il vetrato gela le dita
ma la tua penna è folgorata
ma la gran notte di nebbia è salita. ...
Uno per uno corda alla mano
dove non si passa, passiamo.
E la balma di roccia ci ricoprirà
e l’acqua di neve ci disseterà;
la penna il fulmine domesticherà
la nebbia il sole l’avvamperà quando l’alpino passerà.
Uno per uno zaino alla mano e nei riposi ci contiamo.
Alpino, tu sei passato
ma il compagno che manca è ferito
la mitraglia l’ha arrivato
dalla croda l’ha distaccato
nella gola l’ha tranghiottito.
Dove sei, compagno caro,
al paese dovevi tornare;
se qualcuno lo potrà rivedere
glie ne chiederà la tua mare.
Ma non sei stato abbandonato
ma ti veniamo a ritrovare.
Sei il nostro ferito ti riprendiamo al paese ti riportiamo.
Tutti per uno, mano alla mano
dove si muore, discendiamo.
Tutti per uno mano alla mano
dove si muore, discendiamo.
Ma il tuo compagno, alpino, è spirato
al paese non può più tornare,
ma il suo lamento è dileguato
non ti chiama più a ritrovare.
Sulla coltrice del nevato resterà solo a riposare.
Dove sei, compagno caro,
se al paese non puoi ritornare
ma non sei stato abbandonato
ma ti veniamo a ritrovare.
Il viso bianco gli rasciughiamo
il corpo stronco ricomponiamo.
E il nostro morto
ce lo riprendiamo
alla patria lo riportiamo.
Uno per uno
bomba alla mano
e lo vendichiamo.
Marzo, Soracroda
Ai miei soldati dell’Alpago e a ogni alpino.
Pietro dei Faitinelli
Voi gite molto arditi a far la mostra
Voi gite molto arditi a faf la mostra
con elmi e con cimiere inargentate,
e par che lo leon prender vogliate,
per Firenze entro, quando fate giostra.
E per magnificar la terra vostra,
che non n’è oggi de le più onorate,
a guisa di conigli v’intanate:
e l viso ove si dee non si dimostra.
Lassate far la guerra a’ perugini,
e voi v’intramettete de la lana
e di goder e raunar fiorini.
Voi solevate soggiogar Toscana;
or non valete in arme tre fiorini,
se non a ben ferir per la quintana.
con elmi e con cimiere inargentate,
e par che lo leon prender vogliate,
per Firenze entro, quando fate giostra.
E per magnificar la terra vostra,
che non n’è oggi de le più onorate,
a guisa di conigli v’intanate:
e l viso ove si dee non si dimostra.
Lassate far la guerra a’ perugini,
e voi v’intramettete de la lana
e di goder e raunar fiorini.
Voi solevate soggiogar Toscana;
or non valete in arme tre fiorini,
se non a ben ferir per la quintana.
Roberto Roversi
Cadono alberi cadono soldati (179)
Cadono alberi cadono soldati in un combattimento
Porto con me in un bagaglio il mio popolo di pensieri
Mentre il progresso ara la schiena della terra la svena
tutti tremano all’idea di andare a Sacile...
Chi ha mai pianto
per la morte di un elefante
sotto il sole
nel mare d’erba africano?
Precipitosa arriva
con tre cavalli la luna viaggiatrice
pioggia neve il compagno destino ma
sassi arrotolati dal fiume sono loro nemici
così si arresta...
Ho sentito il sangue urlare ed era il vento grintoso sulla montagna
Fra alberi di mille anni.
Porto con me in un bagaglio il mio popolo di pensieri
Mentre il progresso ara la schiena della terra la svena
tutti tremano all’idea di andare a Sacile...
Chi ha mai pianto
per la morte di un elefante
sotto il sole
nel mare d’erba africano?
Precipitosa arriva
con tre cavalli la luna viaggiatrice
pioggia neve il compagno destino ma
sassi arrotolati dal fiume sono loro nemici
così si arresta...
Ho sentito il sangue urlare ed era il vento grintoso sulla montagna
Fra alberi di mille anni.
Roberto Roversi
Durante il concerto rock (56)
Durante il concerto rock e la musica da vedere le
piume degli angeli feriti a morte cadono con la neve
intanto un aereo sperduto urla rompendo il ghiaccio del cielo e
cerca aiuto.
Qua tutti dormono profondamente
sopra la notte stesa da monte a monte si può scrivere con
il pennello rosso
e
Mirage 4000 (France)
FSG (Usa) prezzo 4 miliardi
F 16 (Usa) abbastanza imponente per scoraggiare
abbastanza forte per vincere
trattasi di aerei per il combattimento
Dal 1946 a oggi 120 conflitti aperti per il mondo.
ci sono più mitra che ombrelli.
Gli elicotteri si abbassano
cercano i dispersi
con le luci
cercano cercano.
Cercano u’ leccasapone
piume degli angeli feriti a morte cadono con la neve
intanto un aereo sperduto urla rompendo il ghiaccio del cielo e
cerca aiuto.
Qua tutti dormono profondamente
sopra la notte stesa da monte a monte si può scrivere con
il pennello rosso
e
Mirage 4000 (France)
FSG (Usa) prezzo 4 miliardi
F 16 (Usa) abbastanza imponente per scoraggiare
abbastanza forte per vincere
trattasi di aerei per il combattimento
Dal 1946 a oggi 120 conflitti aperti per il mondo.
ci sono più mitra che ombrelli.
Gli elicotteri si abbassano
cercano i dispersi
con le luci
cercano cercano.
Cercano u’ leccasapone
Roberto Roversi
Germania germania (190)
Germania germania germania tornado d’Europa
canzone per un giorno
comincia la nuova guerra la nuova nevicata
i topi sono lì per accogliere la gente che scappa dal mondo.
Vulcano risvegliato
i fulmini sfuggono dalla mano
incenerisce la città incenerisce le sue trecce bionde
le trombe dei generali di antiche vittorie si scoperchiano.
Il giocatore di calcio dice germania germania
ahi, campione del mondo in questo luglio d’amore.
Anche a me sembra di morire un poco
grida il signor D’ Aubigné
questo è l’ultimo giorno del fiore del miele o del dolore.
Conoscevo Firenze una volta ma
sono francese
l’odore dell’ Arno fino ha segnato la corsa anche del mio tempo.
Ho affondato città ma non ho conosciuto il
cuore degli uomini prima della prima sconfitta
non credo che ci sarà la voce di un dio dopo la morte
le rondini dell’oblio portano la speranza
di un futuro molto breve.
Anche se beviamo l’oro del mondo
ogni giorno è composto dalle nostre mani.
canzone per un giorno
comincia la nuova guerra la nuova nevicata
i topi sono lì per accogliere la gente che scappa dal mondo.
Vulcano risvegliato
i fulmini sfuggono dalla mano
incenerisce la città incenerisce le sue trecce bionde
le trombe dei generali di antiche vittorie si scoperchiano.
Il giocatore di calcio dice germania germania
ahi, campione del mondo in questo luglio d’amore.
Anche a me sembra di morire un poco
grida il signor D’ Aubigné
questo è l’ultimo giorno del fiore del miele o del dolore.
Conoscevo Firenze una volta ma
sono francese
l’odore dell’ Arno fino ha segnato la corsa anche del mio tempo.
Ho affondato città ma non ho conosciuto il
cuore degli uomini prima della prima sconfitta
non credo che ci sarà la voce di un dio dopo la morte
le rondini dell’oblio portano la speranza
di un futuro molto breve.
Anche se beviamo l’oro del mondo
ogni giorno è composto dalle nostre mani.
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