Poesie di questo tema
Guerra e pace
Roberto Roversi
I grandi spazi le antiche rivoluzioni (194)
I grandi spazi le antiche rivoluzioni.
Gli uomini all’erta, le donne con il fucile.
Le gru di ferro
abitatrici dei cieli
discutono con le nubi immobili e adirate.
Le lunghe sere d’inverno quando la partita è finita
dice il giocatore di calcio
suona precipitosa la tromba d’oro di Chet.
Il confine tra la vita e la vita è dunque la morte
è il canto di un uccello
il passero solitario sulla torre diroccata
la gazza ladra imbrigliata fra i ceppi
il merlo che non perde neanche una parola.
La città chiusa fra le mura rifiuta
l’accesso ai lebbrosi ai pellegrini stranieri.
Il tiro fu all’incrocio dei pali
i pali e la rete del sole che lento calava schiumando
hanno affrettato il tiro
il suo volo che finiva in oro.
La spiga in silenzio inclinata al vento
il piede benediceva il palo e la gente cantava.
Gli uomini all’erta, le donne con il fucile.
Le gru di ferro
abitatrici dei cieli
discutono con le nubi immobili e adirate.
Le lunghe sere d’inverno quando la partita è finita
dice il giocatore di calcio
suona precipitosa la tromba d’oro di Chet.
Il confine tra la vita e la vita è dunque la morte
è il canto di un uccello
il passero solitario sulla torre diroccata
la gazza ladra imbrigliata fra i ceppi
il merlo che non perde neanche una parola.
La città chiusa fra le mura rifiuta
l’accesso ai lebbrosi ai pellegrini stranieri.
Il tiro fu all’incrocio dei pali
i pali e la rete del sole che lento calava schiumando
hanno affrettato il tiro
il suo volo che finiva in oro.
La spiga in silenzio inclinata al vento
il piede benediceva il palo e la gente cantava.
Roberto Roversi
Il giocatore di calcio ha (165)
Il giocatore di calcio ha
il catalogo delle navi
ancorate al porto. Non si muovono, arpionate al sole.
Le unghie del mare hanno intristito i colori, quel
mare senza sentieri.
Dice il giocatore di calcio non ho
più notizie dei miei dolci compagni
da quando ho lasciato la città in fiamme le mura
e oggi incomincia la partita.
Dieci anni fa le cose del mondo non erano uguali al presente
le giornate esplodevano in un baleno
si chiudevano in tempesta nel mondo del sole.
Con gli occhiali di plastica ahi oggi
osserviamo le guerre in un bicchiere.
Niente sarà come prima poi
qualunque cosa indossi
sei una farfalla africana con trenta colori.
Dice il signor D’Aubigné dopo Chernobyl
la mia vita non è stata più quella
le mandorle cadevano ai miei piedi le rondini
oh le rondini
le rondini volavano contro l’ombra di un cielo.
Il giocatore di calcio dice l’erba del prato
a calpestarla strideva
chiedeva aiuto il pallone perduto tra la nebbia.
Il signor D’Aubigné dice l’inverno
l’inverno non è una attesa delle rondini.
L’inverno è nebbia.
il catalogo delle navi
ancorate al porto. Non si muovono, arpionate al sole.
Le unghie del mare hanno intristito i colori, quel
mare senza sentieri.
Dice il giocatore di calcio non ho
più notizie dei miei dolci compagni
da quando ho lasciato la città in fiamme le mura
e oggi incomincia la partita.
Dieci anni fa le cose del mondo non erano uguali al presente
le giornate esplodevano in un baleno
si chiudevano in tempesta nel mondo del sole.
Con gli occhiali di plastica ahi oggi
osserviamo le guerre in un bicchiere.
Niente sarà come prima poi
qualunque cosa indossi
sei una farfalla africana con trenta colori.
Dice il signor D’Aubigné dopo Chernobyl
la mia vita non è stata più quella
le mandorle cadevano ai miei piedi le rondini
oh le rondini
le rondini volavano contro l’ombra di un cielo.
Il giocatore di calcio dice l’erba del prato
a calpestarla strideva
chiedeva aiuto il pallone perduto tra la nebbia.
Il signor D’Aubigné dice l’inverno
l’inverno non è una attesa delle rondini.
L’inverno è nebbia.
Roberto Roversi
Il tempo della pace è una (217)
Il tempo della pace è una
attesa della guerra.
Il tempo del contendere prevale
sul tempo del quieto
operare,
delle verdi albe quiete, dei
rossi inquieti tramonti
quando solo la speranza è signora.
L’ora del sangue impera
là dove
la tromba del giudizio
chiama raduna sceglie e poi colpisce
prima che l’orizzonte del dubbio
apra le porte dell’Olimpo
colpendo il sole
e così
si continua.
attesa della guerra.
Il tempo del contendere prevale
sul tempo del quieto
operare,
delle verdi albe quiete, dei
rossi inquieti tramonti
quando solo la speranza è signora.
L’ora del sangue impera
là dove
la tromba del giudizio
chiama raduna sceglie e poi colpisce
prima che l’orizzonte del dubbio
apra le porte dell’Olimpo
colpendo il sole
e così
si continua.
Roberto Roversi
Ma in quei giorni anzi
MA IN QUEI GIORNI
Ma in quei giorni anzi in quegli anni in quel secolo là
dove si perdeva la vita che avevo vissuto. In quei giorni
l’immaginazione era in movimento. Tremenda. Instabile. Per
esempio.
Per esempio vedeva il soldato tracciato tra cento rovine
suonare suonare in strada un brano leggero di Mozart
Èì vicino un giovane bianco come la neve di
Carrara urlava pregava di essere ucciso per carità.
La vita era un’arancia spaccata per terra.
Ma Mozart volava più alto di ogni pietà. È universale, Mozart.
Mozart non si fa intenerire. Lui suona in mezzo allo scempio
[del mondo.
Per esempio il soldato sogna quanto sarebbe stato migliore
se nato in tempi diversi o sotto un’altra bandiera
mentre scrive sulla sabbia queste parole: la sera tarda a calare.
Intanto
SUONA CON LA MANO MONCA IL PIANISTA DI DANZICA
AQUILONI NERI ROSSI CADONO FRA LE PIETRE DELLA
[Città
BRUCIANO GLI OCCHI DI UN VECCHIO DISTESO NELLA
[PAGINA BAGNATA.
Da L’ITALIA SEPOLTA SOTTO LA NEVE
Ma in quei giorni anzi in quegli anni in quel secolo là
dove si perdeva la vita che avevo vissuto. In quei giorni
l’immaginazione era in movimento. Tremenda. Instabile. Per
esempio.
Per esempio vedeva il soldato tracciato tra cento rovine
suonare suonare in strada un brano leggero di Mozart
Èì vicino un giovane bianco come la neve di
Carrara urlava pregava di essere ucciso per carità.
La vita era un’arancia spaccata per terra.
Ma Mozart volava più alto di ogni pietà. È universale, Mozart.
Mozart non si fa intenerire. Lui suona in mezzo allo scempio
[del mondo.
Per esempio il soldato sogna quanto sarebbe stato migliore
se nato in tempi diversi o sotto un’altra bandiera
mentre scrive sulla sabbia queste parole: la sera tarda a calare.
Intanto
SUONA CON LA MANO MONCA IL PIANISTA DI DANZICA
AQUILONI NERI ROSSI CADONO FRA LE PIETRE DELLA
[Città
BRUCIANO GLI OCCHI DI UN VECCHIO DISTESO NELLA
[PAGINA BAGNATA.
Da L’ITALIA SEPOLTA SOTTO LA NEVE
Salvatore Quasimodo
19 gennaio 1944
Ti leggo dolci versi d’un antico, -
e le parole nate fra le vigne,
le tende, in riva ai fiumi delle terre
dell’est, come ora ricadono lugubri
e desolate in questa profondissima
notte di guerra, in cui nessuno corre
il cielo degli angeli di morte,
e s’ode il vento con rombo di crollo
se scuote le lamiere che qui in alto
dividono le logge, e la malinconia
sale dei cani che urlano dagli orti
ai colpi di moschetto delle ronde
per le vie deserte. Qualcuno vive.
Forse qualcuno vive. Ma noi, qui,
chiusi in ascolto dell’antica voce,
cerchiamo un segno che superi la vita,
l’oscuro sortilegio della terra,
dove anche fra le tombe di macerie
l’erba maligna solleva il suo fiore.
e le parole nate fra le vigne,
le tende, in riva ai fiumi delle terre
dell’est, come ora ricadono lugubri
e desolate in questa profondissima
notte di guerra, in cui nessuno corre
il cielo degli angeli di morte,
e s’ode il vento con rombo di crollo
se scuote le lamiere che qui in alto
dividono le logge, e la malinconia
sale dei cani che urlano dagli orti
ai colpi di moschetto delle ronde
per le vie deserte. Qualcuno vive.
Forse qualcuno vive. Ma noi, qui,
chiusi in ascolto dell’antica voce,
cerchiamo un segno che superi la vita,
l’oscuro sortilegio della terra,
dove anche fra le tombe di macerie
l’erba maligna solleva il suo fiore.
Salvatore Quasimodo
Ai quindici di piazzale loreto
Esposito, Fiorani, Fogagnolo,
Casiraghi, chi siete? Voi nomi, ombre?
Soncini, Principato, spente epigrafi,
voi, Del Riccio, Temolo, Vertemati,
° Gasparini? Foglie d’un albero
di sangue, Galimberti, Ragni, voi,
Bravin, Mastrodomenico, Poletti ?
O caro sangue nostro che non sporca
la terra, sangue che inizia la terra
1° nell’ora dei moschetti. Sulle spalle
le vostre piaghe di piombo ci umiliano:
troppo tempo passò. Ricade-morte
da bocche funebri, chiedono morte
le bandiere straniere sulle porte
ancora delle vostre case. Temono
da voi la morte, credendosi vivi.
La nostra non è guardia di tristezza,
non è veglia di lacrime alle tombe;
la morte non dà ombra quando è vita.
Casiraghi, chi siete? Voi nomi, ombre?
Soncini, Principato, spente epigrafi,
voi, Del Riccio, Temolo, Vertemati,
° Gasparini? Foglie d’un albero
di sangue, Galimberti, Ragni, voi,
Bravin, Mastrodomenico, Poletti ?
O caro sangue nostro che non sporca
la terra, sangue che inizia la terra
1° nell’ora dei moschetti. Sulle spalle
le vostre piaghe di piombo ci umiliano:
troppo tempo passò. Ricade-morte
da bocche funebri, chiedono morte
le bandiere straniere sulle porte
ancora delle vostre case. Temono
da voi la morte, credendosi vivi.
La nostra non è guardia di tristezza,
non è veglia di lacrime alle tombe;
la morte non dà ombra quando è vita.
Salvatore Quasimodo
Alle fronde dei salici
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti? abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti? abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.
Salvatore Quasimodo
Milano, agosto 1943
Invano cerchi tra la polvere,
povera mano, la città è morta.
E morta: s’è udito l’ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. E l’usignolo
è caduto dall’antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.
povera mano, la città è morta.
E morta: s’è udito l’ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. E l’usignolo
è caduto dall’antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.
Salvatore Quasimodo
Uomo del mio tempo
Sei ancora quello della pietra e della fionda;
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
—t’ho visto—dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
—t’ho visto—dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.
Torquato Tasso
Lvih
L’un l’altro guarda, e del suo corpo esangue
sul pomo della spada appoggia il peso.
Già dell’ultima stella il raggio langue
al primo albor ch’è in oriente acceso.
Vede Tancredi in maggior copia il sangue
del suo nemico, e sè non tanto offeso.
Ne gode e superbisce. Oh nostra folle
mente, ch’ogni aura di fortuna estolle!
LIX
Misero, di che godi? Oh quanto mesti
fiano i trionfi ed infelice il vanto!
Gli occhi tuoi pagheran (se in vita resti)
di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.
Così tacendo e rimirando, questi
sanguinosi guerrier posaro alquanto.
Ruppe il silenzio alfin Tancredi, e disse,
perchè il suo nome a lei l’altro scoprisse:
LX
“Nostra sventura è ben che qui s’impieghi
tanto valor, dove silenzio il copra.
Ma, poichè sorte rea vien che ci neghi
e lode e testimon degno dell’opra,
pregoti (se fra l’arme han loco i preghi)
Risponde la feroce: “ Indarno chiedi
quel ch’ho per uso di non far palese.
Ma chiunque io mi sia, tu innanzi vedi
un di que’ duo che la gran torre accese.”
Arse di sdegno a quel parlar Tancredi,
e “In mal punto,” il dicesti, indi riprese:
“Il tuo dir e il tacer di par m’alletta,
barbaro discortese, alla vendetta.”
LX
Torna l’ira ne’ coti, e li trasporta,
benchè debili in guerra. Oh fera pugna!
U” l’arte in bando, w già la forza è morta,
ove invece d’entrambi il furor pugna.
Oh che sanguigna e spaziosa porta
fa l’una e l’altra spada, ovunque giugna,
nell’armi e nelle carni! e se la vita
non esce, sdegno tienla al petto unita.
LXIV
Ma ecco omai l’ora fatale è giunta
che il viver di Clorinda al suo fin deve.
Spinge egli il ferro nel bel sen di punta,
che vi s’immerge, e il sangue avido beve;
e la vesta, che d’or vago trapunta
le mammelle stringea tenera e leve,
l’empie d’un caldo fiume. Ella già sente
morirsi; e il piè le manca egro e languente.
LXXXV
Quel segue la vittoria, e la trafitta
vergine minacciando incalza e preme.
Ella, mentre cadea, la voce afflitta
movendo, disse le parole estreme:
parole ch’a lei novo un spitrto ditta,
spirto di fè, di carità, di speme;
virtù ch’or Dio le infonde; e se rubella
in vita fu, la vuole in morte ancella.
LXVI
“ Amico, hai vinto: io ti perdon . . . ; perdona
tu ancora: al corpo no, che nulla pave,
all’alma sì: deh! per lei prega; e dona
battesmo a me ch’ogni mia colpa lave.”
In queste voci languide risuona
un non so che di flebile e soave
ch’al cor gli serpe, ed ogni sdegno ammorza
e gli occhi a lagrimar gl’invoglia e sforza.
LXVII
Poco quindi lontan nel sen del monte
scaturìa mormorando un picciol rio.
Egli v’accorse e l’elmo empiè nel fonte,
e tornò mesto al grande ufficio e pio.
Tremar sentì la man mentre la fronte
non conosciuta ancor sciolse e scoprìo.
La vide, e la conobbe e restò senza
e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!
LXVIII
Non morì già; che sue virtuti accolse
tutte in quel punto, e in guardia al cor le mise:
e, premendo il suo affanno, a dar si volse
vita con l’acqua a chi col ferro uccise.
Mentre egli il suon de’ sacri detti sciolse,
colei di gioia trasmutossi, e rise;
e, in atto di morir lieto e vivace,
dir parea: “ S’apre il cielo; io vado in pace.”
LXIX
D’un bel pallore ha il bianco volto asperso,
come a gigli sarìan miste viole;
e gli occhi al cielo affisa; e in lei converso
sembra per la pietate il cielo e il sole:
e la man nuda e fredda alzando verso
il cavaliero, invece di parole
gli dà pegno di pace. In questa forma
passa la bella donna, e par che dorma.
sul pomo della spada appoggia il peso.
Già dell’ultima stella il raggio langue
al primo albor ch’è in oriente acceso.
Vede Tancredi in maggior copia il sangue
del suo nemico, e sè non tanto offeso.
Ne gode e superbisce. Oh nostra folle
mente, ch’ogni aura di fortuna estolle!
LIX
Misero, di che godi? Oh quanto mesti
fiano i trionfi ed infelice il vanto!
Gli occhi tuoi pagheran (se in vita resti)
di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.
Così tacendo e rimirando, questi
sanguinosi guerrier posaro alquanto.
Ruppe il silenzio alfin Tancredi, e disse,
perchè il suo nome a lei l’altro scoprisse:
LX
“Nostra sventura è ben che qui s’impieghi
tanto valor, dove silenzio il copra.
Ma, poichè sorte rea vien che ci neghi
e lode e testimon degno dell’opra,
pregoti (se fra l’arme han loco i preghi)
Risponde la feroce: “ Indarno chiedi
quel ch’ho per uso di non far palese.
Ma chiunque io mi sia, tu innanzi vedi
un di que’ duo che la gran torre accese.”
Arse di sdegno a quel parlar Tancredi,
e “In mal punto,” il dicesti, indi riprese:
“Il tuo dir e il tacer di par m’alletta,
barbaro discortese, alla vendetta.”
LX
Torna l’ira ne’ coti, e li trasporta,
benchè debili in guerra. Oh fera pugna!
U” l’arte in bando, w già la forza è morta,
ove invece d’entrambi il furor pugna.
Oh che sanguigna e spaziosa porta
fa l’una e l’altra spada, ovunque giugna,
nell’armi e nelle carni! e se la vita
non esce, sdegno tienla al petto unita.
LXIV
Ma ecco omai l’ora fatale è giunta
che il viver di Clorinda al suo fin deve.
Spinge egli il ferro nel bel sen di punta,
che vi s’immerge, e il sangue avido beve;
e la vesta, che d’or vago trapunta
le mammelle stringea tenera e leve,
l’empie d’un caldo fiume. Ella già sente
morirsi; e il piè le manca egro e languente.
LXXXV
Quel segue la vittoria, e la trafitta
vergine minacciando incalza e preme.
Ella, mentre cadea, la voce afflitta
movendo, disse le parole estreme:
parole ch’a lei novo un spitrto ditta,
spirto di fè, di carità, di speme;
virtù ch’or Dio le infonde; e se rubella
in vita fu, la vuole in morte ancella.
LXVI
“ Amico, hai vinto: io ti perdon . . . ; perdona
tu ancora: al corpo no, che nulla pave,
all’alma sì: deh! per lei prega; e dona
battesmo a me ch’ogni mia colpa lave.”
In queste voci languide risuona
un non so che di flebile e soave
ch’al cor gli serpe, ed ogni sdegno ammorza
e gli occhi a lagrimar gl’invoglia e sforza.
LXVII
Poco quindi lontan nel sen del monte
scaturìa mormorando un picciol rio.
Egli v’accorse e l’elmo empiè nel fonte,
e tornò mesto al grande ufficio e pio.
Tremar sentì la man mentre la fronte
non conosciuta ancor sciolse e scoprìo.
La vide, e la conobbe e restò senza
e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!
LXVIII
Non morì già; che sue virtuti accolse
tutte in quel punto, e in guardia al cor le mise:
e, premendo il suo affanno, a dar si volse
vita con l’acqua a chi col ferro uccise.
Mentre egli il suon de’ sacri detti sciolse,
colei di gioia trasmutossi, e rise;
e, in atto di morir lieto e vivace,
dir parea: “ S’apre il cielo; io vado in pace.”
LXIX
D’un bel pallore ha il bianco volto asperso,
come a gigli sarìan miste viole;
e gli occhi al cielo affisa; e in lei converso
sembra per la pietate il cielo e il sole:
e la man nuda e fredda alzando verso
il cavaliero, invece di parole
gli dà pegno di pace. In questa forma
passa la bella donna, e par che dorma.
Umberto Saba
Durante una marcia
Poi che il soldato che non va alla guerra
invecchia come donna senz’amore,
questo vorremmo: la certezza in cuore
di vincere, ed andar di terra in terra.
Guardo il compagno: mezza lingua fuori
gli pende, come a macellato bue.
O canta, Carmen, le bellezze tue,
le lodi in coro della tua persona.
Il cielo, senza mai piovere, tuona.
invecchia come donna senz’amore,
questo vorremmo: la certezza in cuore
di vincere, ed andar di terra in terra.
Guardo il compagno: mezza lingua fuori
gli pende, come a macellato bue.
O canta, Carmen, le bellezze tue,
le lodi in coro della tua persona.
Il cielo, senza mai piovere, tuona.
Valentino Zeichen
Due fronti e due marini
I
Con l’attacco a Pearl Harbour
gli insensibili giapponesi
fecero piangere le ragazze d’ America
mentre provavano l’abito
del loro debutto in società.
In segno di lutto
cessarono i ballabili
e le radio gracchiarono.
I ponti delle portaerei furono
le nuove piste da ballo
mosse dai ritmi delle onde.
All’inizio delle ostilità
nessun faccia a faccia
col nemico asiatico, ma
solo contatti a distanza;
tramite il radar,
a portata di tiro,
e scambi reciproci
di bombe e siluri
ricoperti da scritte oscene...
Gli americani intravidero appena
nelle giungle del Pacifico
gli invisibili giapponesi
mimetizzati intimamente e fuori
dalla vegetazione tropicale,
soldati senza un “io”
come molti occidentali
vorrebbero diventare oggi
dopo lunghi e costosi esercizi
di meditazione orientale.
II,
Nell’inatteso D. Day
ondate oceaniche miste
a quelle dei marines
investirono le coste
desolate della Normandia,
spazzando via i nazisti
rintanati nei loro bunker;
isterici, con i nervi a pezzi
per un fato avverso
che li aveva illusi
a battersi su due fronti
malgrado i moniti della Storia.
Intanto gli statunitensi
vincevano due guerre
beffandosi della profezia
che valeva sulla terraferma
ma non per mari.
Con l’attacco a Pearl Harbour
gli insensibili giapponesi
fecero piangere le ragazze d’ America
mentre provavano l’abito
del loro debutto in società.
In segno di lutto
cessarono i ballabili
e le radio gracchiarono.
I ponti delle portaerei furono
le nuove piste da ballo
mosse dai ritmi delle onde.
All’inizio delle ostilità
nessun faccia a faccia
col nemico asiatico, ma
solo contatti a distanza;
tramite il radar,
a portata di tiro,
e scambi reciproci
di bombe e siluri
ricoperti da scritte oscene...
Gli americani intravidero appena
nelle giungle del Pacifico
gli invisibili giapponesi
mimetizzati intimamente e fuori
dalla vegetazione tropicale,
soldati senza un “io”
come molti occidentali
vorrebbero diventare oggi
dopo lunghi e costosi esercizi
di meditazione orientale.
II,
Nell’inatteso D. Day
ondate oceaniche miste
a quelle dei marines
investirono le coste
desolate della Normandia,
spazzando via i nazisti
rintanati nei loro bunker;
isterici, con i nervi a pezzi
per un fato avverso
che li aveva illusi
a battersi su due fronti
malgrado i moniti della Storia.
Intanto gli statunitensi
vincevano due guerre
beffandosi della profezia
che valeva sulla terraferma
ma non per mari.
Valentino Zeichen
Duello filosofico
Nella Seconda Guerra Mondiale
non si affrontarono solo le sole armi,
prima arrivarono ai ferri corti
le idee avverse dei belligeranti.
I neoidealismi dell’ Asse
dichiararono guerra totale
alle filosofie neopositiviste
che la vinsero sul campo.
L’oscuramento di ogni luce
si estese anche alle anime
e sui singoli mondi interiori
calarono fitte tenebre;
a queste si alternavano
le illuminazioni dei bengala.
A indicare un sentiero alla verità
restò appena una canzone:
“Vieni c’è una strada nel bosco...
il Suo nome conosco, vuoi conoscerlo... tu?”
non si affrontarono solo le sole armi,
prima arrivarono ai ferri corti
le idee avverse dei belligeranti.
I neoidealismi dell’ Asse
dichiararono guerra totale
alle filosofie neopositiviste
che la vinsero sul campo.
L’oscuramento di ogni luce
si estese anche alle anime
e sui singoli mondi interiori
calarono fitte tenebre;
a queste si alternavano
le illuminazioni dei bengala.
A indicare un sentiero alla verità
restò appena una canzone:
“Vieni c’è una strada nel bosco...
il Suo nome conosco, vuoi conoscerlo... tu?”
Vittorio Sereni
Non sa più nulla, è alto sulle ali
Non sa più nulla, è alto sulle ali
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna.
Per questo qualcuno stanotte
mi toccava la spalla mormorando
di pregar per l’Europa
mentre la Nuova Armada
si presentava alla costa di Francia.
Ho risposto nel sonno: – È il vento,
il vento che fa musiche bizzarre.
Ma se tu fossi davvero
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna
prega tu se lo puoi, io sono morto
alla guerra e alla pace.
Questa è la musica ora:
delle tende che sbattono sui pali.
Non è musica d’angeli, è la mia
sola musica e mi basta. –
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna.
Per questo qualcuno stanotte
mi toccava la spalla mormorando
di pregar per l’Europa
mentre la Nuova Armada
si presentava alla costa di Francia.
Ho risposto nel sonno: – È il vento,
il vento che fa musiche bizzarre.
Ma se tu fossi davvero
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna
prega tu se lo puoi, io sono morto
alla guerra e alla pace.
Questa è la musica ora:
delle tende che sbattono sui pali.
Non è musica d’angeli, è la mia
sola musica e mi basta. –
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