Le Grazie, inno secondo (Boccaccio)
Io dal mio poggio
quando tacciono i venti fra le torri
della vaga Firenze, odo un Silvano
ospite ignoto a’ taciti eremiti
del vicino Oliveto: ei sul meriggio
fa sua casa un frascato, e a suon d’avena
le pecorelle sue chiama alla fonte.
Chiama due brune giovani la sera,
né piegar erba mi parean ballando.
Esso mena la danza. N’eran molte
sotto l’alpe di Fiesole a una valle
che da sei montagnette ond’è ricinta
scende a sembianza di teatro acheo.
Affrico allegro ruscelletto accorse
a’ lor prieghi dal monte, e fe’ la valle
limpida d’un freschissimo laghetto.
Nulla per anco delle Ninfe inteso
avea Fiammetta allor ch’ivi a diporto
novellando d’amori e cortesie
con le amiche sedeva, o s’immergea,
te, Amor, fuggendo e tu ve la spïavi,
dentro le cristalline onde più bella.
Fur poi svelati in que’ diporti i vaghi
misteri, e Dïoneo re del drappello
le Grazie afflisse. Perseguì i colombi
che stavan su le dense ali sospesi
a guardia d’una grotta: invan gementi
sotto il flagel del mirto onde gl’incalza
gli fan ombra dattorno, e gli fan prieghi
che non s’accosti; sanguinanti e inermi
sgombran con penne trepidanti al cielo.
Dalla grotta i recessi empie la luna,
e fra un mucchio di gigli addormentata
svela a un Fauno confusa una Napea.
Gioì il protervo dell’esempio, e spera
allettarne Fiammetta; e pregò tutti
allor d’aita i Satiri canuti,
e quante emule ninfe eran da’ giochi
e da’ misteri escluse: e quegli arguti
ozïando ogni notte a Dïoneo
di scherzi e d’antri e talami di fiori
ridissero novelle. Or vive un libro
dettato dagli Dei; ma sfortunata
la damigella che mai tocchi il libro!
Tosto smarrita del natìo pudore
avrà la rosa; né il rossore ad arte
può innamorar chi sol le Grazie ha in core.
quando tacciono i venti fra le torri
della vaga Firenze, odo un Silvano
ospite ignoto a’ taciti eremiti
del vicino Oliveto: ei sul meriggio
fa sua casa un frascato, e a suon d’avena
le pecorelle sue chiama alla fonte.
Chiama due brune giovani la sera,
né piegar erba mi parean ballando.
Esso mena la danza. N’eran molte
sotto l’alpe di Fiesole a una valle
che da sei montagnette ond’è ricinta
scende a sembianza di teatro acheo.
Affrico allegro ruscelletto accorse
a’ lor prieghi dal monte, e fe’ la valle
limpida d’un freschissimo laghetto.
Nulla per anco delle Ninfe inteso
avea Fiammetta allor ch’ivi a diporto
novellando d’amori e cortesie
con le amiche sedeva, o s’immergea,
te, Amor, fuggendo e tu ve la spïavi,
dentro le cristalline onde più bella.
Fur poi svelati in que’ diporti i vaghi
misteri, e Dïoneo re del drappello
le Grazie afflisse. Perseguì i colombi
che stavan su le dense ali sospesi
a guardia d’una grotta: invan gementi
sotto il flagel del mirto onde gl’incalza
gli fan ombra dattorno, e gli fan prieghi
che non s’accosti; sanguinanti e inermi
sgombran con penne trepidanti al cielo.
Dalla grotta i recessi empie la luna,
e fra un mucchio di gigli addormentata
svela a un Fauno confusa una Napea.
Gioì il protervo dell’esempio, e spera
allettarne Fiammetta; e pregò tutti
allor d’aita i Satiri canuti,
e quante emule ninfe eran da’ giochi
e da’ misteri escluse: e quegli arguti
ozïando ogni notte a Dïoneo
di scherzi e d’antri e talami di fiori
ridissero novelle. Or vive un libro
dettato dagli Dei; ma sfortunata
la damigella che mai tocchi il libro!
Tosto smarrita del natìo pudore
avrà la rosa; né il rossore ad arte
può innamorar chi sol le Grazie ha in core.