Le Grazie, inno secondo (Galileo)
Qui e voi che Marte non rapì alle madri
correte, e voi che muti impallidite
nel penetrale della Dea pensosa,
giovinetti d’Esperia. Era più lieta
Urania un dì, quando le Grazie a lei
il gran peplo fregiavano. Con esse
qui Galileo sedeva a spïar l’astro
della lor regina; e il disvïava
col notturno rumor l’acqua remota,
che sotto a’ pioppi delle rive d’Arno
furtiva e argentea gli volava al guardo.
Qui a lui l’alba, la luna e il sol mostrava,
gareggiando di tinte, or le severe
nubi su la cerulea alpe sedenti,
or il piano che fugge alle tirrene
Nereidi, immensa di città e di selve
scena e di templi e d’arator beati,
or cento colli, onde Appennin corona
d’ulivi e d’antri e di marmoree ville
l’elegante città, dove con Flora
le Grazie han serti e amabile idïoma.
correte, e voi che muti impallidite
nel penetrale della Dea pensosa,
giovinetti d’Esperia. Era più lieta
Urania un dì, quando le Grazie a lei
il gran peplo fregiavano. Con esse
qui Galileo sedeva a spïar l’astro
della lor regina; e il disvïava
col notturno rumor l’acqua remota,
che sotto a’ pioppi delle rive d’Arno
furtiva e argentea gli volava al guardo.
Qui a lui l’alba, la luna e il sol mostrava,
gareggiando di tinte, or le severe
nubi su la cerulea alpe sedenti,
or il piano che fugge alle tirrene
Nereidi, immensa di città e di selve
scena e di templi e d’arator beati,
or cento colli, onde Appennin corona
d’ulivi e d’antri e di marmoree ville
l’elegante città, dove con Flora
le Grazie han serti e amabile idïoma.