Poesie di questo tema
Scienza e ragione
Cesare Viviani
VIII Senza la vita avanza la conoscenza
sulle vibrazioni azzurre, illimitate
dei flussi vuoti dei cieli. Finita
la lezione degli uomini, anche la più alta,
dei saggi, scomparsi in un antro vuoto i predicati,
gli esempi riassorbiti dalla superficie delle cose,
le affermazioni, quelle sì, bruciate
dai primi raggi neutri dell’universo.
I luoghi sono rimasti senza nomi.
Le acque prive di figura,
il fluido senza immagine, presenza pura.
Sì, l’inganno della rappresentazione venuto meno -
non era da percepire a vita -
l’anziana diafana, oscillante,
tenue, prosciugata, entrata
nello spazio del visibile, slavata,
che sfiora lieve il fondale, pungente,
è l’aria.
La metafora, atlante dei gesti,
vuole innalzare nello spazio disegni e scie,
formelle di pietà, lasciti antropomorfi.
Ma i canti dello spirito, infondatezza
di ogni tracciato, solo elevazione e suono,
di piccoli e tardivi, e infranti, chiamati
ritorni e confini, prossimi e inerti.
Composti di materia, velocissimi filanti
che solcano il vuoto niente dei cieli,
gli impulsi d’amore - ora sì, è svelato - sono
corpuscoli, grani di silicio, identici.
Questione del Regno, incredibile, non creduto,
aperto al rame e alla serie dei metalli morbidi,
insostenibile la perfetta ripetizione delle orbite,
inalterata l’immobilità vitrea delle stelle,
la forma del Regno crebbe
con la tessitura dell’universo,
lenta, remota, automatica, in piena assenza.
E manca l’aggressività, il passaggio furioso,
la linea gelida dell’agguato
e il vortice del movimento.
Ora cosa resta da dire, se non è pensabile
il limite degli spazi improvvidi,
e 1] sole è disteso?
l’eccesso, lo splendore che nessuno ha visto,
l’esplosione inavvertita, occulta, coperta
da infinite altre silenziose,
che non deve esistere.
Indescrivibile forma dell’Uno,
narrata e indicibile,
cantata e svanita all’ascolto,
finita, annullata
nel fondo dell’increato, dove non c’è
stile o nominazione, accoglienza o fiaba,
lume di vigilanza, incredibili attimi,
ma il puro Inavvicinato.
Assenza di effigi, di anime,
di altezze immaginabili,
tanto irresistibile ardore lontano da ogni origine,
sfugge l’Illimitato nell’invisibile;
ogni volta che aumentano gli strumenti umani
il raggio d’indagine,
ripetono solo con numeri più alti
la stessa immagine,
perché l’Essere sconfinato è inavvicinabile.
È Dio il furioso dispiegamento di mancanze,
spargimento illimitato, incontenibile:
le piccole creature, operose, non ce la fanno
a pensare al puro dissimile e non finito.
Impensabile Creatore, fin dove arrivano
gli sguardi e i lampi non c’è
la creazione.
Da UNA COMUNITÀ DEGLI ANIMI
*
Inventarono l’esistenza, non sopportavano
la verità di una presenza inferiore,
inconsistente,
ai margini di un quadro assoluto del mondo.
*
Le immagini della mente - instancabili ancelle
permettono le più raffinate e ingannevoli
visioni, fino a supporre
i segni della trascendenza - hanno moltiplicato
le protezioni e i piaceri, formato gli eletti,
i superiori capaci delle più durevoli forme.
Di fronte, la semplice successione degli eventi:
una raffica gelida ha spazzato lungo il fiume
le costruzioni esistenti e, insieme,
gli uomini e i loro volti.
*
Ascolta, Madre degli uomini, quanti dicono
di aver vissuto: ti chiamano
bella e divina, reclamano
una comprensione dell’altezza - come le preghiere
miravano ai cieli, e invece le odiate voragini
ristabilivano tutto, la memoria, 1 fati,
e i canti a volte sembravano esserne inghiottiti,
a volte provenirne.
*
Chi ci ha preceduti nell’ascolto:
c’è un solo corpo, una sola voce,
quella del Creatore. Le storie narrano
che gli amanuensi temono
i primi canti dell’alba.
*
Buio avvallamento dell’essere.
Cosa fanno i passanti in questo luogo,
inavvertibili, inavvertiti- mancanza
sulla superficie può dirsi, lacuna,
ma di quale sostanza o materia,
di quale mente, di quale tempo
della creazione.
L’eroe crede in un mondo anteriore,
oppure si affanna intorno al proprio,
a trasformarlo, ma lo spazio
delle sue imprese è sempre stato e in esso
lui è sempre stato.
&
Già stato, uguale, ogni volta il moto
raddoppia, ripete un precedente: lo stesso
corpo, o un altro corpo col medesimo
pavimento e percorso.
E sempre un ritorno, e mai
quel passo o balzo o colpo d’ala segnano
una conquista, un’avanzata: già stata
una mattina imprecisata.
Da SILENZIO DELL’UNIVERSO
VI
dei flussi vuoti dei cieli. Finita
la lezione degli uomini, anche la più alta,
dei saggi, scomparsi in un antro vuoto i predicati,
gli esempi riassorbiti dalla superficie delle cose,
le affermazioni, quelle sì, bruciate
dai primi raggi neutri dell’universo.
I luoghi sono rimasti senza nomi.
Le acque prive di figura,
il fluido senza immagine, presenza pura.
Sì, l’inganno della rappresentazione venuto meno -
non era da percepire a vita -
l’anziana diafana, oscillante,
tenue, prosciugata, entrata
nello spazio del visibile, slavata,
che sfiora lieve il fondale, pungente,
è l’aria.
La metafora, atlante dei gesti,
vuole innalzare nello spazio disegni e scie,
formelle di pietà, lasciti antropomorfi.
Ma i canti dello spirito, infondatezza
di ogni tracciato, solo elevazione e suono,
di piccoli e tardivi, e infranti, chiamati
ritorni e confini, prossimi e inerti.
Composti di materia, velocissimi filanti
che solcano il vuoto niente dei cieli,
gli impulsi d’amore - ora sì, è svelato - sono
corpuscoli, grani di silicio, identici.
Questione del Regno, incredibile, non creduto,
aperto al rame e alla serie dei metalli morbidi,
insostenibile la perfetta ripetizione delle orbite,
inalterata l’immobilità vitrea delle stelle,
la forma del Regno crebbe
con la tessitura dell’universo,
lenta, remota, automatica, in piena assenza.
E manca l’aggressività, il passaggio furioso,
la linea gelida dell’agguato
e il vortice del movimento.
Ora cosa resta da dire, se non è pensabile
il limite degli spazi improvvidi,
e 1] sole è disteso?
l’eccesso, lo splendore che nessuno ha visto,
l’esplosione inavvertita, occulta, coperta
da infinite altre silenziose,
che non deve esistere.
Indescrivibile forma dell’Uno,
narrata e indicibile,
cantata e svanita all’ascolto,
finita, annullata
nel fondo dell’increato, dove non c’è
stile o nominazione, accoglienza o fiaba,
lume di vigilanza, incredibili attimi,
ma il puro Inavvicinato.
Assenza di effigi, di anime,
di altezze immaginabili,
tanto irresistibile ardore lontano da ogni origine,
sfugge l’Illimitato nell’invisibile;
ogni volta che aumentano gli strumenti umani
il raggio d’indagine,
ripetono solo con numeri più alti
la stessa immagine,
perché l’Essere sconfinato è inavvicinabile.
È Dio il furioso dispiegamento di mancanze,
spargimento illimitato, incontenibile:
le piccole creature, operose, non ce la fanno
a pensare al puro dissimile e non finito.
Impensabile Creatore, fin dove arrivano
gli sguardi e i lampi non c’è
la creazione.
Da UNA COMUNITÀ DEGLI ANIMI
*
Inventarono l’esistenza, non sopportavano
la verità di una presenza inferiore,
inconsistente,
ai margini di un quadro assoluto del mondo.
*
Le immagini della mente - instancabili ancelle
permettono le più raffinate e ingannevoli
visioni, fino a supporre
i segni della trascendenza - hanno moltiplicato
le protezioni e i piaceri, formato gli eletti,
i superiori capaci delle più durevoli forme.
Di fronte, la semplice successione degli eventi:
una raffica gelida ha spazzato lungo il fiume
le costruzioni esistenti e, insieme,
gli uomini e i loro volti.
*
Ascolta, Madre degli uomini, quanti dicono
di aver vissuto: ti chiamano
bella e divina, reclamano
una comprensione dell’altezza - come le preghiere
miravano ai cieli, e invece le odiate voragini
ristabilivano tutto, la memoria, 1 fati,
e i canti a volte sembravano esserne inghiottiti,
a volte provenirne.
*
Chi ci ha preceduti nell’ascolto:
c’è un solo corpo, una sola voce,
quella del Creatore. Le storie narrano
che gli amanuensi temono
i primi canti dell’alba.
*
Buio avvallamento dell’essere.
Cosa fanno i passanti in questo luogo,
inavvertibili, inavvertiti- mancanza
sulla superficie può dirsi, lacuna,
ma di quale sostanza o materia,
di quale mente, di quale tempo
della creazione.
L’eroe crede in un mondo anteriore,
oppure si affanna intorno al proprio,
a trasformarlo, ma lo spazio
delle sue imprese è sempre stato e in esso
lui è sempre stato.
&
Già stato, uguale, ogni volta il moto
raddoppia, ripete un precedente: lo stesso
corpo, o un altro corpo col medesimo
pavimento e percorso.
E sempre un ritorno, e mai
quel passo o balzo o colpo d’ala segnano
una conquista, un’avanzata: già stata
una mattina imprecisata.
Da SILENZIO DELL’UNIVERSO
VI
Ugo Foscolo
Le Grazie, inno secondo (Galileo)
Qui e voi che Marte non rapì alle madri
correte, e voi che muti impallidite
nel penetrale della Dea pensosa,
giovinetti d’Esperia. Era più lieta
Urania un dì, quando le Grazie a lei
il gran peplo fregiavano. Con esse
qui Galileo sedeva a spïar l’astro
della lor regina; e il disvïava
col notturno rumor l’acqua remota,
che sotto a’ pioppi delle rive d’Arno
furtiva e argentea gli volava al guardo.
Qui a lui l’alba, la luna e il sol mostrava,
gareggiando di tinte, or le severe
nubi su la cerulea alpe sedenti,
or il piano che fugge alle tirrene
Nereidi, immensa di città e di selve
scena e di templi e d’arator beati,
or cento colli, onde Appennin corona
d’ulivi e d’antri e di marmoree ville
l’elegante città, dove con Flora
le Grazie han serti e amabile idïoma.
correte, e voi che muti impallidite
nel penetrale della Dea pensosa,
giovinetti d’Esperia. Era più lieta
Urania un dì, quando le Grazie a lei
il gran peplo fregiavano. Con esse
qui Galileo sedeva a spïar l’astro
della lor regina; e il disvïava
col notturno rumor l’acqua remota,
che sotto a’ pioppi delle rive d’Arno
furtiva e argentea gli volava al guardo.
Qui a lui l’alba, la luna e il sol mostrava,
gareggiando di tinte, or le severe
nubi su la cerulea alpe sedenti,
or il piano che fugge alle tirrene
Nereidi, immensa di città e di selve
scena e di templi e d’arator beati,
or cento colli, onde Appennin corona
d’ulivi e d’antri e di marmoree ville
l’elegante città, dove con Flora
le Grazie han serti e amabile idïoma.
Vincenzo Monti
Al signor di montgolfier
Giason dal Pelio
spinse nel mar gli abeti,
e primo corse a fendere
coi remi il seno a Teti;
su l’alta poppa intrepido
col fior del sangue acheo
vide la Grecia ascendere
il giovinetto Orfeo.
Stendea le dita eburnee
su la materna lira:
e al tracio suon chetavasi
de’ venti il fischio e l’ira.
Meravigliando accorsero
di Doride le figlie,
Nettuno ai verdi alipedi
lasciò cader le briglie.
Cantava il vate odrisio
d’Argo la gloria intanto;
e dolce errar sentivasi
su l’alme greche il canto.
O della Senna ascoltami
novello Tifi invitto:
vinse i portenti argolici
l’aereo tuo tragitto.
Tentar del mare i vortici
forse è si gran pensiero,
come occupar dei fulmini
l’inviolato impero?
Deh, perchè al nostro secolo
non diè propizio il fato
d’un altro Orfeo la cetera
se Montgolfier n’ha dato?
Maggior del prode Esonide
surse di Gallia il figlio.
Applaudi, Europa attonita,
al volator naviglio.
Umano artdir, pacifica
filosofia sicura,
qual forza mai, qual limite
il tuo poter misura?
Rapisti al ciel le folgori,
che debellate inante
con tronche ali ti caddero
e ti lambir le piante.
dal tuo pensiero ardito
degli astri il moto e l’orbite,
l’olimpo e l’infinito.
“Svelaro il volto incognito
le più remote stelle,
ed appressar le timide
lor vergini fiammelle.
Del sole i rai dividere,
pesar quest’aria osasti:
la terra, il fuoco, il pelago,
le fere e l’uom domasti.
Oggi a calcar le nuvole
giunse la tua virtute;
e di natura stettero
le leggi inerti e mute. . . .
spinse nel mar gli abeti,
e primo corse a fendere
coi remi il seno a Teti;
su l’alta poppa intrepido
col fior del sangue acheo
vide la Grecia ascendere
il giovinetto Orfeo.
Stendea le dita eburnee
su la materna lira:
e al tracio suon chetavasi
de’ venti il fischio e l’ira.
Meravigliando accorsero
di Doride le figlie,
Nettuno ai verdi alipedi
lasciò cader le briglie.
Cantava il vate odrisio
d’Argo la gloria intanto;
e dolce errar sentivasi
su l’alme greche il canto.
O della Senna ascoltami
novello Tifi invitto:
vinse i portenti argolici
l’aereo tuo tragitto.
Tentar del mare i vortici
forse è si gran pensiero,
come occupar dei fulmini
l’inviolato impero?
Deh, perchè al nostro secolo
non diè propizio il fato
d’un altro Orfeo la cetera
se Montgolfier n’ha dato?
Maggior del prode Esonide
surse di Gallia il figlio.
Applaudi, Europa attonita,
al volator naviglio.
Umano artdir, pacifica
filosofia sicura,
qual forza mai, qual limite
il tuo poter misura?
Rapisti al ciel le folgori,
che debellate inante
con tronche ali ti caddero
e ti lambir le piante.
dal tuo pensiero ardito
degli astri il moto e l’orbite,
l’olimpo e l’infinito.
“Svelaro il volto incognito
le più remote stelle,
ed appressar le timide
lor vergini fiammelle.
Del sole i rai dividere,
pesar quest’aria osasti:
la terra, il fuoco, il pelago,
le fere e l’uom domasti.
Oggi a calcar le nuvole
giunse la tua virtute;
e di natura stettero
le leggi inerti e mute. . . .