La Pasqua a Pieve di Soligo

ALEPH Da quali chiuse o antri, da che chiese o macelli,
da che prati infiniti, polveri, geli, velli,

da che eczemi diffusi, da che parestesie
diffuse, in che paresi in che cloni in che mie

o tue carenze alterne, mie o tue semipresenze,
riapparizioni di straforo, giochi di sbiechi e intermittenze,

rifiorisco siccome fatuo vanto di riscrivere
lo squisito insatellirsi, al non vivere, di ogni vivere,

rifiorisco per dire peste: a calcolo e a sorte –
vivo sarò la tua peste, morto sarò la tua morte?

A chi vado rifacendo il verso di Lutero,
a che bordello a che serra di dèi, a che cimitero

di mostri e dèi e deesse tuttafiga
che lungo lungo l’orbita mi aspettan messi in riga?

Ma di nessuno e di nulla bestemmio: i miei porchi
segnano solo la stretta dove, o me stesso, di torchi.

BETH Ed ecco – un suono virginee tristezze, come erbette da cena
come pungenti venti pasqualini e vini agretti, mena;

è il tempo del Passaggio, del (Signore): piangete
e gioite meco voi che di erbette avete fame, di vini sete,

è il tempo dei sonni levissimi e solo agitati
dal tenero désir sognifico dei bimbi-futuri-vati.

È il tempo tuo, (Signore), che fa e disfa il bianco e il blu
nei fossati pei cieli sui monti e oltre e più.

Fa’ o Signore che – ma il tuo fare cos’è?
Fa’ o Signore che – ma non vedo perché.

GIMEL Siamo alla Pieve, ancora, ci diamo appuntamento
per dirci ogni anno che mai ci rivedremo, farcene il giuramento;

ma questa Pieve, in realtà, è un intrigo, un intrigo,
mi fa rete l’ultima neve, mi alliga il Soligo,

e i cantici e la grande croce son le ombre masochiste
su cui del mal nervoso s’irrigidirono le piste.

E mi sfuggono intanto questi pseudoalessandrini
– demodizzati, a gradini, da Cendrars a Pasolini –,

l’alessandrino baciato non va più
nemmeno per snobbarti non che per sviolinarti Gesù;

e tornare al medio lamento dopo essere stati tanto tanto più in là,
rifondersi in moduli melodicogementi, non è più truffa che viltà?

Altre sono le forme che godono prestigio,
soffia da esse il buio non l’argenteo del prodigio,

saetta il coup de dés che sconnette e scommette
l’es e l’io, il tuo es e il tuo io, Dio, fuor dalle serie abbiette,

fuori volume, fuori cosa e cose, fuori furori
e normule, in un parto che ogni suo alvo divori...

DALETH Ma sul cardine, Kyrie, la porta stride, non gira,
sento il cecchino alle spalle già prendermi, prenderti di mira.

Sei tu che vuoi spararmi, son io che sparo a te?
Siamo appostati dietro a tutto di tutto, e alla mercé

di tutto; in lingua in verbo ci constatiamo, incarnati
inchiostrati incastrati squartati dai quattro lati,

persi in collages e in agnizioni reciproche: mite/truce
proprio/esproprio fisima/cresima fuisse/in-nuce.

Questo volto rigato di (nafta? sanie?), volto affamato morso,
sigillo obliterato, conio che perde il corso,

questo nostro profilo, di corpo ligneo, che giù piomba
sulle erbette e sui vini scintillanti e li spegne e li intomba –:

HE ma io riprendo distanza e spazio dopo il groviglio,
mi distinguo m’isolo m’isso m’attenaglio all’appiglio,

artificiosi filami di violenza è il-mio, ectoplasma che finge
debilità ma ciò che tocca strina adultera stinge,

la sua nanezza la sua irrilevanza il suo flou gli si fa garanzia
del periglioso e pidocchioso sussistere, ruggine, hobby ed ubbia:

«Oui, l’après midi je lis Virgile puisqu’on
m’avait appris le latin dans un vieux collège de ma region;

oui, je lis SCILICET, la revue paraissant trois fois l’an
à Paris, sous la direction du docteur J. Lacan;

oui, je veux savoir ce qu’en pense l’école freudienne de Paris,
peut-être par là arriverai-je à étouffer mes soucis;

je déborderai comme ce halo, comme cette herbe, du grabat
où mon Begehren m’a cloué et d’Oedipe le stérile combat» (...)

WAW E chi mai sniderò da sotto i chimi del Soligo?
Che mai svilupperò dalla primaverile caligo?

E chi trascinerò davanti al tribunale
che danna perché danna solo al condizionale,

davanti ai come se, agli ὡς, ὡς μή, als ob,
di cui tutto il qua-ammassato, il materiale mondano, quagliò?

L’unghia punta, la mano s’aggrinza, ora, a graffire a mano
la lettera senza risposta al mozzato-via al marcio al lontano,

ha sbavato già e mal seminato, una sintassi criminale
e fasulla bolle-su fa baci pontifica prevale,

la mano a uncino tira la sbrindellata tenda,
sveste del suo sudario il nulla, la mummia sbenda.

ZAJIN Ricomincia il vecchio happening a cui t’hanno costretto,
salita trave spugna lancia che squarcia il petto;

in un flash di rogo, in Cal Santa, ripristinate (rifratte
da sempre) le Stazioni, nel corteopompa ci s’imbatte

del celestiale massacro (putto, rege, animale?) – mentre bistra
gli orli dello spesso fulgore la ràcola, le sue stecche registra,

– mentre scarnita di ogni altro tinnito e timbro l’ora
terrestre in sudori puzzi balsami e sangui vapora,

e il ministro bada al disco sui toni cardiaci che propone
il modello secundum scientiam della Passione:

HETH così reagisce l’organismo sotto tortura, questi urti scosse
[tossi
sono i toni cardiaci di que quei che ora, quantaora, percossi

folgorati taccionoe in urlosotto l’abbacinante, e si fanno
addosso: vomitano e tacciono: sotto la lorgnette del tiranno;

chi . . . . . . . . . dentro la propria malta
. . . . chi . . . . . . . . i denti saltano;

o anche: Bruno sta sordo, Vanini non s’altera nemmeno un poco,
Hus compatisce la vecchia che porta legna al fuoco

ecc.; passano gli anni o meglio i temi e i fumi dei tempi,
il tuo esempio sprofonda in mezzo agli altri esempi,

ti hanno buttato gli studenti giù nella spazzatura,
ma è questo il giusto incenso il ridarti la tua natura

così che tu mai più ai signori veri torni buono,
tu per errore signore, decontestuato dal palo al trono,

e certo dovrei spegnermi e risorgere (rhetorice) col Che
oggi, signore, prima ben prima che con te;

anche se, mulo, non fido: né in te né in lui né in chimaisisia,
perché ciascuno ha il suo למע personale, la sua propria eresia;

che vuoi? Va’ in analisi, chiunque tu sia, prima di morire per me
indegno o troppo degno, non saprei, vedi te;

e comunque resta qua, giù, non lasciarti indossare quel nome
[che infetta,
asso-piglia-tutto, eminente-marxista, eminenza, vedetta,

e – concludendo – sfida in excelsis, più in su di ogni voglia o ira...
TET Ma il reale e il fantasmatico, l’autre e l’ovvio impallidisce
[e vira,

di fosfeni brulica il quadro e il mio corporeo schema,
in fosfeni il perverso e la regola il sempre e il mai scema;

lo spazio, il rastremato e sconfinato spazio di un deficit crea
l’alibi in cui questa maramaglia e frattaglia di idee si bea:

oh ricupero in suicidio, coagulamento nell’atto-uno, infine.
E invece rievocazione-doping per interposta persona, esalazione
[di cine.

Forse l’apparato è pronto, là sul colle famoso, la flebo
col trucco, goccia a goccia nel cotto nel solfo, flebo di «»,
[placebo,

e io dall’alto del come-suicidio sul colle famoso guardo in tondo
e m’istituisco goccia a goccia in leader feroce del (mio) mondo.

Per questo, oggi, o maghi delle arti, dall’umana figura
nonostante i vostri editti ho tolto la censura,

per questo a ogni dichiarato spifferato spampanato discorso
nonostante voi, angeli del magistero, ho tolto il morso:

è roba che mai non spurga dal suo-sé e si riconvoglia nel fondo
dove sbarrato sta il significante che è leader feroce del mondo.

JODH Gong: e comincia il verde i pollini a fiocchi a ragna
e l’allergia e il rifiuto che li rende magagna;

su, bambine, è primizia e gemma, la luna lo attesta,
vanno in amore benzine ed essenze, ogni stecco va in festa,

e Pieve di Soligo ai nostri piedi formicola,
pascola comunioni e focacce, per campi e selve svicola,

e Pieve di Soligo vuota boccali di bianco e di rosso così
che rosso-passio e bianco-surrexit sarà presto voto D.C.

È per quei della Pieve questa brama: sole/piova salume e ova,
sgusciare, levare la pellicina a tanta bellezza nuova,

toccare in puerile gaudio, appena fuor del secolo di veti e stenti,
cosce e cibarie, a picnic, con diti lingue e denti,

contare tanto fatto e mucchio, soldi e saldi nei mercati –
fabbriche allevamenti inceneritori a turno intasati.

KAPH Dic nobis Maria: quid vidisti in via?
Ho visto attizzarsi consumarsi il mito del vedere.

Dic nobis Maria: quid vidisti in via?
Ho visto trionfare le cose puttane, emarginarsi le vere.

Dic nobis Maria: quid vidisti in via?
Ho visto insacrarsi insensarsi il vivario il braciere.

Fa’ o Signore che – ma il tuo fare cos’è?
Fa’ o Signore che – ma non vedo perché.

Fa’ o Signore – e tutto si disponeva, ma altrove, in valore.
Fa’ o Signore – e s’apre lo schizoma nel suo puro albore.

Fa’ o Signore – e preme e lievita il cosmico soma
congiuntamente a vita e a morte nel producente schizoma.

LAMEDH Sì, qui, Tu . . . . . . . . e blocco
. . . . . . . . . . . . . . e sbocco;

sì, io penso a Te-voi, ˘ − ˘ , penso a Voi-te, veglio in iperacusia,
cerco a tentoni i congegni per cui s’inneschi l’universa euforia;

per questo scatto, schizo, tic, rovesciata è la pietra,
scinde le sue mascelle, grida, la terra e l’etra:

gloria gloria, roar roar, tigre tigre, scoreggiano i cori
di cars, di jets, di rockets: omnes sicut dii, coi motori!

roar roar romba sbomba e impremia ed a gloria appella
gli utenti, promette all’asfalto ossa cervella budella,

gloria gloria, schizo schizo, scrash scrash, non è qui, bau bau
da polo a polo sopra l’ecumene già per passione esausta

ma ora in morbino, in fizz! E da villette-benessere posteggi
banche stande casediddio passeggi astroporti ponteggi,

non è qui, caì caì, bog bog, i cani dei sempre-più-ricchi
abbaiano grassamente, tosati, gole piene, canori picchiano,

schizo schizo, yuk yuk, ceffi appuntiti da lusso, ceffi poliziotti
da fiuto, ceffi lecconi, tra lenzuola o in caserme o in salotti:

la terra e l’etra ti abbaia il suo consenso, la tua gloria
quae non est hic, la sua, qui, canina e classista, la sua storia

che gonfia cani e col bulldozer travolge scarti umani
arsi d’inedia, d’inesistenza, li sparge di calce se ne disinfesta mani

menti uniformi e paramenti, s’affretta s’adopra
intorno alla pietra da te, Signore, rimossa, gliela rovescia sopra.

MEM ---- Oh una chiusa più mite più conforme
apiù incavata
una comeuna
---- Tutto ebbi, aiutato da un po’ di luna,
e poi plenilunio e aprile
---- πρὸς τίνα A chi ἀπϵλϵυσόμϵθα; andremo noi?
ῥήματα parole ζωῆς αἰωνίoυ di vita eterna ἔχϵις; hai?
---- Certo, il vero possesso, i mezzi espressivi
---- Tra l’astinenza e il buon piatto; in limine, lo sdrucciolevole
---- La Luna che là fu un attimo
ma lumachina nei lievi dei suoi raggi esitanti spezzati
e parole-di-vita e pozze-di-vita
— Ora tutto è disteso svolto in dolcissima non-violenza
— «Vedi il fiore marcito in un riflesso.
Vedi il fiore in un brivido, surrexit»
---- Vedi, alla fine, scodinzolare questo girino
---- «Voce, prego, voce!»
---- Dove i cani le gole i fari le resurrezioni?
---- Oh voci vociSvuota bene le tasche
rovesciale
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