Poesie di questo tema
Vita
Agnolo Poliziano
Il coro delle baccanti
Ciascun segua, o Bacco, te:
Bacco, Bacco, oè, oè!
Di corimbi e di verd’edere
cinto il capo abbiam così
per servirti a tuo richiedere
festeggiando notte e dì.
Ognun beva: Bacco è qui:
e lasciate bere a me.
Ciascun segua, o Bacco, te.
Io ho vôto già il mio corno:
porgi quel cantaro in qua,
questo monte gira intorno,
o ’l cervello a cerchio va.
Ognun corra in qua o in là,
come vede fare a me;
ciascun segua, o Bacco, te.
Io mi moro già di sonno:
sono io ebra o si o no?
Più star dritti i piè non ponno.
Voi siet’ebri; ch’io lo so.
Ognun faccia com’io fo:
ognun succe come me:
ciascun segua, o Bacco, te.
Ognun gridi Bacco Bacco;
e pur cacci del vin giù:
poi col sonno farem fiacco.
Bevi tu e tu e tu.
Io non posso ballar più.
Ognun gridi oè oè:
ciascun segua, o Bacco, te.
Bacco, Bacco! oè, oè!
Bacco, Bacco, oè, oè!
Di corimbi e di verd’edere
cinto il capo abbiam così
per servirti a tuo richiedere
festeggiando notte e dì.
Ognun beva: Bacco è qui:
e lasciate bere a me.
Ciascun segua, o Bacco, te.
Io ho vôto già il mio corno:
porgi quel cantaro in qua,
questo monte gira intorno,
o ’l cervello a cerchio va.
Ognun corra in qua o in là,
come vede fare a me;
ciascun segua, o Bacco, te.
Io mi moro già di sonno:
sono io ebra o si o no?
Più star dritti i piè non ponno.
Voi siet’ebri; ch’io lo so.
Ognun faccia com’io fo:
ognun succe come me:
ciascun segua, o Bacco, te.
Ognun gridi Bacco Bacco;
e pur cacci del vin giù:
poi col sonno farem fiacco.
Bevi tu e tu e tu.
Io non posso ballar più.
Ognun gridi oè oè:
ciascun segua, o Bacco, te.
Bacco, Bacco! oè, oè!
Alberto Cappi
A Juan Liscano
rompere 1] carcere della vita
urlare contro le dure porte
che morte, Juan, che morte
cercare tra le parole in un
abbraccio grande d’esaudita
andanza d’intricante corte
il corteggiamento della vana
pura istanza o stanza astuta
l’ultimo ghiaccio la voce udita
urlare contro le dure porte
che morte, Juan, che morte
cercare tra le parole in un
abbraccio grande d’esaudita
andanza d’intricante corte
il corteggiamento della vana
pura istanza o stanza astuta
l’ultimo ghiaccio la voce udita
Alberto Cappi
Laudi
cosa accadrà ai nostri suoni
ai boschi che furono belve
alla selva verde dei sogni?
nascono dalla terra
e sono sale e cielo
erba che afferra
stagno e velo
scala del dio
Oo pio
sordo segreto
morbida creta
torbido morbo
greto del dono
cadendo
cadendo
cadendo
ombra
arma
uomo
ai boschi che furono belve
alla selva verde dei sogni?
nascono dalla terra
e sono sale e cielo
erba che afferra
stagno e velo
scala del dio
Oo pio
sordo segreto
morbida creta
torbido morbo
greto del dono
cadendo
cadendo
cadendo
ombra
arma
uomo
Aldo Palazzeschi
Movimento
Io vo... tu vai... si va...
Ma non chiedere dove
ti direbbero una bugia:
dove non si sa.
E è tanto bello quando uno va.
Io vo... tu vai... si va...
perché soltanto andare
in un mondo di ciechi
è la felicità.
Ma non chiedere dove
ti direbbero una bugia:
dove non si sa.
E è tanto bello quando uno va.
Io vo... tu vai... si va...
perché soltanto andare
in un mondo di ciechi
è la felicità.
Alessandro Manzoni
Il cinque maggio
Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta,
Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.
Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:
Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.
Dall’Alpi alle Piramidi,
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.
Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.
La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno;
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;
Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio,
La fuga e la vittoria,
La reggia e il tristo esiglio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.
Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato,
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.
E sparve, e i dì nell’ozio
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.
Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
L’onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere
Prode remote invan;
Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese,
E sull’eterne pagine
Cadde la stanca man!
Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!
E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli,
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.
Ahi! forse a tanto strazio
Cadde lo spirto anelo,
E disperò: ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò;
E l’avviò, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri avanza,
Dov’è silenzio e tenebre
La gloria che passò.
Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
Chè più superba altezza
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.
Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita,
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta,
Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.
Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:
Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.
Dall’Alpi alle Piramidi,
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.
Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.
La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno;
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;
Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio,
La fuga e la vittoria,
La reggia e il tristo esiglio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.
Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato,
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.
E sparve, e i dì nell’ozio
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.
Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
L’onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere
Prode remote invan;
Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese,
E sull’eterne pagine
Cadde la stanca man!
Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!
E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli,
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.
Ahi! forse a tanto strazio
Cadde lo spirto anelo,
E disperò: ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò;
E l’avviò, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri avanza,
Dov’è silenzio e tenebre
La gloria che passò.
Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
Chè più superba altezza
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.
Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita,
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.
Amelia Rosselli
Dopo il dono di Dio vi fu la rinascita...
Dopo il dono di Dio vi fu la rinascita. Dopo la pazienza
dei sensi caddero tutte le giornate. Dopo l’inchiostro
di Cina rinacque un elefante: la gioia. Dopo della gioia
scese l’inferno dopo il paradiso il lupo nella tana. Dopo
l’infinito vi fu la giostra. Ma caddero i lumi e si rinfocillarono
le bestie, e la lana venne preparata e il lupo divorato.
Dopo della fame nacque il bambino, dopo della noia scrisse
i suoi versi l’amante. Dopo l’infinito cadde la giostra
dopo la testata crebbe l’inchiostro. Caldamente protetta
scrisse i suoi versi la Vergine: moribondo Cristo le rispose
non mi toccare! Dopo i suoi versi il Cristo divorò la pena
che lo affliggeva. Dopo della notte cadde l’intero sostegno
del mondo. Dopo dell’inferno nacque il figlio bramoso di
distinguersi. Dopo della noia rompeva il silenzio l’acre
bisbiglio della contadina che cercava l’acqua nel pozzo
troppo profondo per le sue braccia. Dopo dell’aria che
scendeva delicata attorno al suo corpo immenso, nacque
la figliola col cuore devastato, nacque la pena degli uccelli,
nacque il desiderio e l’infinito che non si ritrova se
si perde. Speranzosi barcolliamo fin che la fine peschi
un’anima servile.
dei sensi caddero tutte le giornate. Dopo l’inchiostro
di Cina rinacque un elefante: la gioia. Dopo della gioia
scese l’inferno dopo il paradiso il lupo nella tana. Dopo
l’infinito vi fu la giostra. Ma caddero i lumi e si rinfocillarono
le bestie, e la lana venne preparata e il lupo divorato.
Dopo della fame nacque il bambino, dopo della noia scrisse
i suoi versi l’amante. Dopo l’infinito cadde la giostra
dopo la testata crebbe l’inchiostro. Caldamente protetta
scrisse i suoi versi la Vergine: moribondo Cristo le rispose
non mi toccare! Dopo i suoi versi il Cristo divorò la pena
che lo affliggeva. Dopo della notte cadde l’intero sostegno
del mondo. Dopo dell’inferno nacque il figlio bramoso di
distinguersi. Dopo della noia rompeva il silenzio l’acre
bisbiglio della contadina che cercava l’acqua nel pozzo
troppo profondo per le sue braccia. Dopo dell’aria che
scendeva delicata attorno al suo corpo immenso, nacque
la figliola col cuore devastato, nacque la pena degli uccelli,
nacque il desiderio e l’infinito che non si ritrova se
si perde. Speranzosi barcolliamo fin che la fine peschi
un’anima servile.
Andrea Zanzotto
Al mondo
Mondo, sii, e buono;
esisti buonamente,
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che io ribaltavo eludevo
e ogni inclusione era fattiva
non meno che ogni esclusione;
su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso.
Io pensavo che il mondo così concepito
con questo super-cadere super-morire
il mondo così fatturato
fosse soltanto un io male sbozzolato
fossi io indigesto male fantasticante
male fantasticato mal pagato
e non tu, bello, non tu «santo» e «santificato»
un po’ più in là, da lato, da lato.
Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere
e oltre tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche chance,
fa’ buonamente un po’;
il congegno abbia gioco.
Su, bello, su.
Su, münchhausen
esisti buonamente,
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che io ribaltavo eludevo
e ogni inclusione era fattiva
non meno che ogni esclusione;
su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso.
Io pensavo che il mondo così concepito
con questo super-cadere super-morire
il mondo così fatturato
fosse soltanto un io male sbozzolato
fossi io indigesto male fantasticante
male fantasticato mal pagato
e non tu, bello, non tu «santo» e «santificato»
un po’ più in là, da lato, da lato.
Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere
e oltre tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche chance,
fa’ buonamente un po’;
il congegno abbia gioco.
Su, bello, su.
Su, münchhausen
Andrea Zanzotto
Come vorrei preludere a una vera-mente
Come vorrei preludere a una vera-mente
a una vera-vita.
Quanto finora mi trovai vicino e
sotto gli occhi e tra le mani
scritto circoscritto descritto trascritto
non scritto,
piume pennini grafite e poi l’illustre biro.
Scritto in sommo grado, tutto annapurna
e quei grandi ghiacciai quelle faglie-fuìs,
quel tutto-snob maledetto e maldestro,
qui bisogna...
E l’inefficace operazione, storia
librata là in quell’area vuota
in quella luce limitata limata,
miseramente congesta e risparmiata
per disegni e illuminature,
mi parve un fondato sistema
mi parve un modo, un cespo, oltre.
E vivanda, da vivere.
«È l’olio vivo, è una fibra viva.»
Là è il vivente. Ma non è ancora ristoro (restauro),
nulla è la sede, nullo
l’invivimento l’invivarsi.
Forse l’incontro di un dispotico qui
di un qui puntiforme unitissimo
commesso nel perfetto
o là verso l’allitterato
esordiente paesaggio,
bimbo effato, Veneto in pittura-ura.
E io mi do da fare.
a una vera-vita.
Quanto finora mi trovai vicino e
sotto gli occhi e tra le mani
scritto circoscritto descritto trascritto
non scritto,
piume pennini grafite e poi l’illustre biro.
Scritto in sommo grado, tutto annapurna
e quei grandi ghiacciai quelle faglie-fuìs,
quel tutto-snob maledetto e maldestro,
qui bisogna...
E l’inefficace operazione, storia
librata là in quell’area vuota
in quella luce limitata limata,
miseramente congesta e risparmiata
per disegni e illuminature,
mi parve un fondato sistema
mi parve un modo, un cespo, oltre.
E vivanda, da vivere.
«È l’olio vivo, è una fibra viva.»
Là è il vivente. Ma non è ancora ristoro (restauro),
nulla è la sede, nullo
l’invivimento l’invivarsi.
Forse l’incontro di un dispotico qui
di un qui puntiforme unitissimo
commesso nel perfetto
o là verso l’allitterato
esordiente paesaggio,
bimbo effato, Veneto in pittura-ura.
E io mi do da fare.
Andrea Zanzotto
Ineptum, prorsus credibile
I
Perché questa
terribilmente pronta luce
o freddissimo sogno immenso
su cui trascende
perpetuo vertice il sole,
da cui trabocchi tu, tu nella vita?
Non ha mai fondo questa nascita
mai fondo questo squallido prodigio,
no non dici, ma stai nella luce
immodesta e pur vera
nella luce inetta ma credibile,
sospinto nella vita.
Nasci oggi col sole con la ferma
virtù che di tensioni
supreme accende
le legioni dei monti,
nella sua bocca pura
ti porta l’azzurra vita,
debole e molle stilli dall’azzurro,
debole
bianca lacrima sporgi
sul grumoso abbagliante mattino;
attraverso l’autunno
ecco il tuo segmentarti
in sale e istanti
in memoria e sapore.
Sangue e forma, stoltezza e trionfo,
gemito offerto alle chiare
vagabonde uve,
occhio nuovo al geranio allo scoiattolo.
Ma freddissima e immensa
sta la gloria in excelsis
oltre il grigio spigolo del mondo;
e gode di tutto il suo peso fulgente
e avanza il sole col passo precario
e audacissimo là dove la mente
non può seguirlo che a morirne.
II
Chi, luce, a te mi conferma,
chi alla sostanza al tangibile al folto?
E la salvia finezza dell’orlo degli orli
dei monti, dove odora?
Dove i fiori scolorano al desco della luna?
Conversione di viscere
sole mutato in luna
conversione delle erbe e del respiro,
io già sono e riposo percosso dal casto
gesto di Diana, da dolenti barbagli
di dalie e larve.
È tramonto od è luna
e in aumento perpetuo
o in perpetuo decrescere è il sole?
Vuoto di ragnateli
per valli e fessure,
vuoto di nascita e sangue.
Acqua e che verbo petroso
deponi ai piedi di questi monti,
colli e che verde spietato
rivelate ad un fuoco
disuguale e nefasto
o – è lo stesso – ad un fuoco
equilibrato e acuto
contro il muro ch’io piango; e alza il muro
sé dalla stanca testa
stanca di nascere e nascere
nell’atroce gemmante vita.
Perché questa
terribilmente pronta luce
o freddissimo sogno immenso
su cui trascende
perpetuo vertice il sole,
da cui trabocchi tu, tu nella vita?
Non ha mai fondo questa nascita
mai fondo questo squallido prodigio,
no non dici, ma stai nella luce
immodesta e pur vera
nella luce inetta ma credibile,
sospinto nella vita.
Nasci oggi col sole con la ferma
virtù che di tensioni
supreme accende
le legioni dei monti,
nella sua bocca pura
ti porta l’azzurra vita,
debole e molle stilli dall’azzurro,
debole
bianca lacrima sporgi
sul grumoso abbagliante mattino;
attraverso l’autunno
ecco il tuo segmentarti
in sale e istanti
in memoria e sapore.
Sangue e forma, stoltezza e trionfo,
gemito offerto alle chiare
vagabonde uve,
occhio nuovo al geranio allo scoiattolo.
Ma freddissima e immensa
sta la gloria in excelsis
oltre il grigio spigolo del mondo;
e gode di tutto il suo peso fulgente
e avanza il sole col passo precario
e audacissimo là dove la mente
non può seguirlo che a morirne.
II
Chi, luce, a te mi conferma,
chi alla sostanza al tangibile al folto?
E la salvia finezza dell’orlo degli orli
dei monti, dove odora?
Dove i fiori scolorano al desco della luna?
Conversione di viscere
sole mutato in luna
conversione delle erbe e del respiro,
io già sono e riposo percosso dal casto
gesto di Diana, da dolenti barbagli
di dalie e larve.
È tramonto od è luna
e in aumento perpetuo
o in perpetuo decrescere è il sole?
Vuoto di ragnateli
per valli e fessure,
vuoto di nascita e sangue.
Acqua e che verbo petroso
deponi ai piedi di questi monti,
colli e che verde spietato
rivelate ad un fuoco
disuguale e nefasto
o – è lo stesso – ad un fuoco
equilibrato e acuto
contro il muro ch’io piango; e alza il muro
sé dalla stanca testa
stanca di nascere e nascere
nell’atroce gemmante vita.
Andrea Zanzotto
La Pasqua a Pieve di Soligo
ALEPH Da quali chiuse o antri, da che chiese o macelli,
da che prati infiniti, polveri, geli, velli,
da che eczemi diffusi, da che parestesie
diffuse, in che paresi in che cloni in che mie
o tue carenze alterne, mie o tue semipresenze,
riapparizioni di straforo, giochi di sbiechi e intermittenze,
rifiorisco siccome fatuo vanto di riscrivere
lo squisito insatellirsi, al non vivere, di ogni vivere,
rifiorisco per dire peste: a calcolo e a sorte –
vivo sarò la tua peste, morto sarò la tua morte?
A chi vado rifacendo il verso di Lutero,
a che bordello a che serra di dèi, a che cimitero
di mostri e dèi e deesse tuttafiga
che lungo lungo l’orbita mi aspettan messi in riga?
Ma di nessuno e di nulla bestemmio: i miei porchi
segnano solo la stretta dove, o me stesso, di torchi.
BETH Ed ecco – un suono virginee tristezze, come erbette da cena
come pungenti venti pasqualini e vini agretti, mena;
è il tempo del Passaggio, del (Signore): piangete
e gioite meco voi che di erbette avete fame, di vini sete,
è il tempo dei sonni levissimi e solo agitati
dal tenero désir sognifico dei bimbi-futuri-vati.
È il tempo tuo, (Signore), che fa e disfa il bianco e il blu
nei fossati pei cieli sui monti e oltre e più.
Fa’ o Signore che – ma il tuo fare cos’è?
Fa’ o Signore che – ma non vedo perché.
GIMEL Siamo alla Pieve, ancora, ci diamo appuntamento
per dirci ogni anno che mai ci rivedremo, farcene il giuramento;
ma questa Pieve, in realtà, è un intrigo, un intrigo,
mi fa rete l’ultima neve, mi alliga il Soligo,
e i cantici e la grande croce son le ombre masochiste
su cui del mal nervoso s’irrigidirono le piste.
E mi sfuggono intanto questi pseudoalessandrini
– demodizzati, a gradini, da Cendrars a Pasolini –,
l’alessandrino baciato non va più
nemmeno per snobbarti non che per sviolinarti Gesù;
e tornare al medio lamento dopo essere stati tanto tanto più in là,
rifondersi in moduli melodicogementi, non è più truffa che viltà?
Altre sono le forme che godono prestigio,
soffia da esse il buio non l’argenteo del prodigio,
saetta il coup de dés che sconnette e scommette
l’es e l’io, il tuo es e il tuo io, Dio, fuor dalle serie abbiette,
fuori volume, fuori cosa e cose, fuori furori
e normule, in un parto che ogni suo alvo divori...
DALETH Ma sul cardine, Kyrie, la porta stride, non gira,
sento il cecchino alle spalle già prendermi, prenderti di mira.
Sei tu che vuoi spararmi, son io che sparo a te?
Siamo appostati dietro a tutto di tutto, e alla mercé
di tutto; in lingua in verbo ci constatiamo, incarnati
inchiostrati incastrati squartati dai quattro lati,
persi in collages e in agnizioni reciproche: mite/truce
proprio/esproprio fisima/cresima fuisse/in-nuce.
Questo volto rigato di (nafta? sanie?), volto affamato morso,
sigillo obliterato, conio che perde il corso,
questo nostro profilo, di corpo ligneo, che giù piomba
sulle erbette e sui vini scintillanti e li spegne e li intomba –:
HE ma io riprendo distanza e spazio dopo il groviglio,
mi distinguo m’isolo m’isso m’attenaglio all’appiglio,
artificiosi filami di violenza è il-mio, ectoplasma che finge
debilità ma ciò che tocca strina adultera stinge,
la sua nanezza la sua irrilevanza il suo flou gli si fa garanzia
del periglioso e pidocchioso sussistere, ruggine, hobby ed ubbia:
«Oui, l’après midi je lis Virgile puisqu’on
m’avait appris le latin dans un vieux collège de ma region;
oui, je lis SCILICET, la revue paraissant trois fois l’an
à Paris, sous la direction du docteur J. Lacan;
oui, je veux savoir ce qu’en pense l’école freudienne de Paris,
peut-être par là arriverai-je à étouffer mes soucis;
je déborderai comme ce halo, comme cette herbe, du grabat
où mon Begehren m’a cloué et d’Oedipe le stérile combat» (...)
WAW E chi mai sniderò da sotto i chimi del Soligo?
Che mai svilupperò dalla primaverile caligo?
E chi trascinerò davanti al tribunale
che danna perché danna solo al condizionale,
davanti ai come se, agli ὡς, ὡς μή, als ob,
di cui tutto il qua-ammassato, il materiale mondano, quagliò?
L’unghia punta, la mano s’aggrinza, ora, a graffire a mano
la lettera senza risposta al mozzato-via al marcio al lontano,
ha sbavato già e mal seminato, una sintassi criminale
e fasulla bolle-su fa baci pontifica prevale,
la mano a uncino tira la sbrindellata tenda,
sveste del suo sudario il nulla, la mummia sbenda.
ZAJIN Ricomincia il vecchio happening a cui t’hanno costretto,
salita trave spugna lancia che squarcia il petto;
in un flash di rogo, in Cal Santa, ripristinate (rifratte
da sempre) le Stazioni, nel corteopompa ci s’imbatte
del celestiale massacro (putto, rege, animale?) – mentre bistra
gli orli dello spesso fulgore la ràcola, le sue stecche registra,
– mentre scarnita di ogni altro tinnito e timbro l’ora
terrestre in sudori puzzi balsami e sangui vapora,
e il ministro bada al disco sui toni cardiaci che propone
il modello secundum scientiam della Passione:
HETH così reagisce l’organismo sotto tortura, questi urti scosse
[tossi
sono i toni cardiaci di que quei che ora, quantaora, percossi
folgorati taccionoe in urlosotto l’abbacinante, e si fanno
addosso: vomitano e tacciono: sotto la lorgnette del tiranno;
chi . . . . . . . . . dentro la propria malta
. . . . chi . . . . . . . . i denti saltano;
o anche: Bruno sta sordo, Vanini non s’altera nemmeno un poco,
Hus compatisce la vecchia che porta legna al fuoco
ecc.; passano gli anni o meglio i temi e i fumi dei tempi,
il tuo esempio sprofonda in mezzo agli altri esempi,
ti hanno buttato gli studenti giù nella spazzatura,
ma è questo il giusto incenso il ridarti la tua natura
così che tu mai più ai signori veri torni buono,
tu per errore signore, decontestuato dal palo al trono,
e certo dovrei spegnermi e risorgere (rhetorice) col Che
oggi, signore, prima ben prima che con te;
anche se, mulo, non fido: né in te né in lui né in chimaisisia,
perché ciascuno ha il suo למע personale, la sua propria eresia;
che vuoi? Va’ in analisi, chiunque tu sia, prima di morire per me
indegno o troppo degno, non saprei, vedi te;
e comunque resta qua, giù, non lasciarti indossare quel nome
[che infetta,
asso-piglia-tutto, eminente-marxista, eminenza, vedetta,
e – concludendo – sfida in excelsis, più in su di ogni voglia o ira...
TET Ma il reale e il fantasmatico, l’autre e l’ovvio impallidisce
[e vira,
di fosfeni brulica il quadro e il mio corporeo schema,
in fosfeni il perverso e la regola il sempre e il mai scema;
lo spazio, il rastremato e sconfinato spazio di un deficit crea
l’alibi in cui questa maramaglia e frattaglia di idee si bea:
oh ricupero in suicidio, coagulamento nell’atto-uno, infine.
E invece rievocazione-doping per interposta persona, esalazione
[di cine.
Forse l’apparato è pronto, là sul colle famoso, la flebo
col trucco, goccia a goccia nel cotto nel solfo, flebo di «»,
[placebo,
e io dall’alto del come-suicidio sul colle famoso guardo in tondo
e m’istituisco goccia a goccia in leader feroce del (mio) mondo.
Per questo, oggi, o maghi delle arti, dall’umana figura
nonostante i vostri editti ho tolto la censura,
per questo a ogni dichiarato spifferato spampanato discorso
nonostante voi, angeli del magistero, ho tolto il morso:
è roba che mai non spurga dal suo-sé e si riconvoglia nel fondo
dove sbarrato sta il significante che è leader feroce del mondo.
JODH Gong: e comincia il verde i pollini a fiocchi a ragna
e l’allergia e il rifiuto che li rende magagna;
su, bambine, è primizia e gemma, la luna lo attesta,
vanno in amore benzine ed essenze, ogni stecco va in festa,
e Pieve di Soligo ai nostri piedi formicola,
pascola comunioni e focacce, per campi e selve svicola,
e Pieve di Soligo vuota boccali di bianco e di rosso così
che rosso-passio e bianco-surrexit sarà presto voto D.C.
È per quei della Pieve questa brama: sole/piova salume e ova,
sgusciare, levare la pellicina a tanta bellezza nuova,
toccare in puerile gaudio, appena fuor del secolo di veti e stenti,
cosce e cibarie, a picnic, con diti lingue e denti,
contare tanto fatto e mucchio, soldi e saldi nei mercati –
fabbriche allevamenti inceneritori a turno intasati.
KAPH Dic nobis Maria: quid vidisti in via?
Ho visto attizzarsi consumarsi il mito del vedere.
Dic nobis Maria: quid vidisti in via?
Ho visto trionfare le cose puttane, emarginarsi le vere.
Dic nobis Maria: quid vidisti in via?
Ho visto insacrarsi insensarsi il vivario il braciere.
Fa’ o Signore che – ma il tuo fare cos’è?
Fa’ o Signore che – ma non vedo perché.
Fa’ o Signore – e tutto si disponeva, ma altrove, in valore.
Fa’ o Signore – e s’apre lo schizoma nel suo puro albore.
Fa’ o Signore – e preme e lievita il cosmico soma
congiuntamente a vita e a morte nel producente schizoma.
LAMEDH Sì, qui, Tu . . . . . . . . e blocco
. . . . . . . . . . . . . . e sbocco;
sì, io penso a Te-voi, ˘ − ˘ , penso a Voi-te, veglio in iperacusia,
cerco a tentoni i congegni per cui s’inneschi l’universa euforia;
per questo scatto, schizo, tic, rovesciata è la pietra,
scinde le sue mascelle, grida, la terra e l’etra:
gloria gloria, roar roar, tigre tigre, scoreggiano i cori
di cars, di jets, di rockets: omnes sicut dii, coi motori!
roar roar romba sbomba e impremia ed a gloria appella
gli utenti, promette all’asfalto ossa cervella budella,
gloria gloria, schizo schizo, scrash scrash, non è qui, bau bau
da polo a polo sopra l’ecumene già per passione esausta
ma ora in morbino, in fizz! E da villette-benessere posteggi
banche stande casediddio passeggi astroporti ponteggi,
non è qui, caì caì, bog bog, i cani dei sempre-più-ricchi
abbaiano grassamente, tosati, gole piene, canori picchiano,
schizo schizo, yuk yuk, ceffi appuntiti da lusso, ceffi poliziotti
da fiuto, ceffi lecconi, tra lenzuola o in caserme o in salotti:
la terra e l’etra ti abbaia il suo consenso, la tua gloria
quae non est hic, la sua, qui, canina e classista, la sua storia
che gonfia cani e col bulldozer travolge scarti umani
arsi d’inedia, d’inesistenza, li sparge di calce se ne disinfesta mani
menti uniformi e paramenti, s’affretta s’adopra
intorno alla pietra da te, Signore, rimossa, gliela rovescia sopra.
MEM ---- Oh una chiusa più mite più conforme
apiù incavata
una comeuna
---- Tutto ebbi, aiutato da un po’ di luna,
e poi plenilunio e aprile
---- πρὸς τίνα A chi ἀπϵλϵυσόμϵθα; andremo noi?
ῥήματα parole ζωῆς αἰωνίoυ di vita eterna ἔχϵις; hai?
---- Certo, il vero possesso, i mezzi espressivi
---- Tra l’astinenza e il buon piatto; in limine, lo sdrucciolevole
---- La Luna che là fu un attimo
ma lumachina nei lievi dei suoi raggi esitanti spezzati
e parole-di-vita e pozze-di-vita
— Ora tutto è disteso svolto in dolcissima non-violenza
— «Vedi il fiore marcito in un riflesso.
Vedi il fiore in un brivido, surrexit»
---- Vedi, alla fine, scodinzolare questo girino
---- «Voce, prego, voce!»
---- Dove i cani le gole i fari le resurrezioni?
---- Oh voci vociSvuota bene le tasche
rovesciale
da che prati infiniti, polveri, geli, velli,
da che eczemi diffusi, da che parestesie
diffuse, in che paresi in che cloni in che mie
o tue carenze alterne, mie o tue semipresenze,
riapparizioni di straforo, giochi di sbiechi e intermittenze,
rifiorisco siccome fatuo vanto di riscrivere
lo squisito insatellirsi, al non vivere, di ogni vivere,
rifiorisco per dire peste: a calcolo e a sorte –
vivo sarò la tua peste, morto sarò la tua morte?
A chi vado rifacendo il verso di Lutero,
a che bordello a che serra di dèi, a che cimitero
di mostri e dèi e deesse tuttafiga
che lungo lungo l’orbita mi aspettan messi in riga?
Ma di nessuno e di nulla bestemmio: i miei porchi
segnano solo la stretta dove, o me stesso, di torchi.
BETH Ed ecco – un suono virginee tristezze, come erbette da cena
come pungenti venti pasqualini e vini agretti, mena;
è il tempo del Passaggio, del (Signore): piangete
e gioite meco voi che di erbette avete fame, di vini sete,
è il tempo dei sonni levissimi e solo agitati
dal tenero désir sognifico dei bimbi-futuri-vati.
È il tempo tuo, (Signore), che fa e disfa il bianco e il blu
nei fossati pei cieli sui monti e oltre e più.
Fa’ o Signore che – ma il tuo fare cos’è?
Fa’ o Signore che – ma non vedo perché.
GIMEL Siamo alla Pieve, ancora, ci diamo appuntamento
per dirci ogni anno che mai ci rivedremo, farcene il giuramento;
ma questa Pieve, in realtà, è un intrigo, un intrigo,
mi fa rete l’ultima neve, mi alliga il Soligo,
e i cantici e la grande croce son le ombre masochiste
su cui del mal nervoso s’irrigidirono le piste.
E mi sfuggono intanto questi pseudoalessandrini
– demodizzati, a gradini, da Cendrars a Pasolini –,
l’alessandrino baciato non va più
nemmeno per snobbarti non che per sviolinarti Gesù;
e tornare al medio lamento dopo essere stati tanto tanto più in là,
rifondersi in moduli melodicogementi, non è più truffa che viltà?
Altre sono le forme che godono prestigio,
soffia da esse il buio non l’argenteo del prodigio,
saetta il coup de dés che sconnette e scommette
l’es e l’io, il tuo es e il tuo io, Dio, fuor dalle serie abbiette,
fuori volume, fuori cosa e cose, fuori furori
e normule, in un parto che ogni suo alvo divori...
DALETH Ma sul cardine, Kyrie, la porta stride, non gira,
sento il cecchino alle spalle già prendermi, prenderti di mira.
Sei tu che vuoi spararmi, son io che sparo a te?
Siamo appostati dietro a tutto di tutto, e alla mercé
di tutto; in lingua in verbo ci constatiamo, incarnati
inchiostrati incastrati squartati dai quattro lati,
persi in collages e in agnizioni reciproche: mite/truce
proprio/esproprio fisima/cresima fuisse/in-nuce.
Questo volto rigato di (nafta? sanie?), volto affamato morso,
sigillo obliterato, conio che perde il corso,
questo nostro profilo, di corpo ligneo, che giù piomba
sulle erbette e sui vini scintillanti e li spegne e li intomba –:
HE ma io riprendo distanza e spazio dopo il groviglio,
mi distinguo m’isolo m’isso m’attenaglio all’appiglio,
artificiosi filami di violenza è il-mio, ectoplasma che finge
debilità ma ciò che tocca strina adultera stinge,
la sua nanezza la sua irrilevanza il suo flou gli si fa garanzia
del periglioso e pidocchioso sussistere, ruggine, hobby ed ubbia:
«Oui, l’après midi je lis Virgile puisqu’on
m’avait appris le latin dans un vieux collège de ma region;
oui, je lis SCILICET, la revue paraissant trois fois l’an
à Paris, sous la direction du docteur J. Lacan;
oui, je veux savoir ce qu’en pense l’école freudienne de Paris,
peut-être par là arriverai-je à étouffer mes soucis;
je déborderai comme ce halo, comme cette herbe, du grabat
où mon Begehren m’a cloué et d’Oedipe le stérile combat» (...)
WAW E chi mai sniderò da sotto i chimi del Soligo?
Che mai svilupperò dalla primaverile caligo?
E chi trascinerò davanti al tribunale
che danna perché danna solo al condizionale,
davanti ai come se, agli ὡς, ὡς μή, als ob,
di cui tutto il qua-ammassato, il materiale mondano, quagliò?
L’unghia punta, la mano s’aggrinza, ora, a graffire a mano
la lettera senza risposta al mozzato-via al marcio al lontano,
ha sbavato già e mal seminato, una sintassi criminale
e fasulla bolle-su fa baci pontifica prevale,
la mano a uncino tira la sbrindellata tenda,
sveste del suo sudario il nulla, la mummia sbenda.
ZAJIN Ricomincia il vecchio happening a cui t’hanno costretto,
salita trave spugna lancia che squarcia il petto;
in un flash di rogo, in Cal Santa, ripristinate (rifratte
da sempre) le Stazioni, nel corteopompa ci s’imbatte
del celestiale massacro (putto, rege, animale?) – mentre bistra
gli orli dello spesso fulgore la ràcola, le sue stecche registra,
– mentre scarnita di ogni altro tinnito e timbro l’ora
terrestre in sudori puzzi balsami e sangui vapora,
e il ministro bada al disco sui toni cardiaci che propone
il modello secundum scientiam della Passione:
HETH così reagisce l’organismo sotto tortura, questi urti scosse
[tossi
sono i toni cardiaci di que quei che ora, quantaora, percossi
folgorati taccionoe in urlosotto l’abbacinante, e si fanno
addosso: vomitano e tacciono: sotto la lorgnette del tiranno;
chi . . . . . . . . . dentro la propria malta
. . . . chi . . . . . . . . i denti saltano;
o anche: Bruno sta sordo, Vanini non s’altera nemmeno un poco,
Hus compatisce la vecchia che porta legna al fuoco
ecc.; passano gli anni o meglio i temi e i fumi dei tempi,
il tuo esempio sprofonda in mezzo agli altri esempi,
ti hanno buttato gli studenti giù nella spazzatura,
ma è questo il giusto incenso il ridarti la tua natura
così che tu mai più ai signori veri torni buono,
tu per errore signore, decontestuato dal palo al trono,
e certo dovrei spegnermi e risorgere (rhetorice) col Che
oggi, signore, prima ben prima che con te;
anche se, mulo, non fido: né in te né in lui né in chimaisisia,
perché ciascuno ha il suo למע personale, la sua propria eresia;
che vuoi? Va’ in analisi, chiunque tu sia, prima di morire per me
indegno o troppo degno, non saprei, vedi te;
e comunque resta qua, giù, non lasciarti indossare quel nome
[che infetta,
asso-piglia-tutto, eminente-marxista, eminenza, vedetta,
e – concludendo – sfida in excelsis, più in su di ogni voglia o ira...
TET Ma il reale e il fantasmatico, l’autre e l’ovvio impallidisce
[e vira,
di fosfeni brulica il quadro e il mio corporeo schema,
in fosfeni il perverso e la regola il sempre e il mai scema;
lo spazio, il rastremato e sconfinato spazio di un deficit crea
l’alibi in cui questa maramaglia e frattaglia di idee si bea:
oh ricupero in suicidio, coagulamento nell’atto-uno, infine.
E invece rievocazione-doping per interposta persona, esalazione
[di cine.
Forse l’apparato è pronto, là sul colle famoso, la flebo
col trucco, goccia a goccia nel cotto nel solfo, flebo di «»,
[placebo,
e io dall’alto del come-suicidio sul colle famoso guardo in tondo
e m’istituisco goccia a goccia in leader feroce del (mio) mondo.
Per questo, oggi, o maghi delle arti, dall’umana figura
nonostante i vostri editti ho tolto la censura,
per questo a ogni dichiarato spifferato spampanato discorso
nonostante voi, angeli del magistero, ho tolto il morso:
è roba che mai non spurga dal suo-sé e si riconvoglia nel fondo
dove sbarrato sta il significante che è leader feroce del mondo.
JODH Gong: e comincia il verde i pollini a fiocchi a ragna
e l’allergia e il rifiuto che li rende magagna;
su, bambine, è primizia e gemma, la luna lo attesta,
vanno in amore benzine ed essenze, ogni stecco va in festa,
e Pieve di Soligo ai nostri piedi formicola,
pascola comunioni e focacce, per campi e selve svicola,
e Pieve di Soligo vuota boccali di bianco e di rosso così
che rosso-passio e bianco-surrexit sarà presto voto D.C.
È per quei della Pieve questa brama: sole/piova salume e ova,
sgusciare, levare la pellicina a tanta bellezza nuova,
toccare in puerile gaudio, appena fuor del secolo di veti e stenti,
cosce e cibarie, a picnic, con diti lingue e denti,
contare tanto fatto e mucchio, soldi e saldi nei mercati –
fabbriche allevamenti inceneritori a turno intasati.
KAPH Dic nobis Maria: quid vidisti in via?
Ho visto attizzarsi consumarsi il mito del vedere.
Dic nobis Maria: quid vidisti in via?
Ho visto trionfare le cose puttane, emarginarsi le vere.
Dic nobis Maria: quid vidisti in via?
Ho visto insacrarsi insensarsi il vivario il braciere.
Fa’ o Signore che – ma il tuo fare cos’è?
Fa’ o Signore che – ma non vedo perché.
Fa’ o Signore – e tutto si disponeva, ma altrove, in valore.
Fa’ o Signore – e s’apre lo schizoma nel suo puro albore.
Fa’ o Signore – e preme e lievita il cosmico soma
congiuntamente a vita e a morte nel producente schizoma.
LAMEDH Sì, qui, Tu . . . . . . . . e blocco
. . . . . . . . . . . . . . e sbocco;
sì, io penso a Te-voi, ˘ − ˘ , penso a Voi-te, veglio in iperacusia,
cerco a tentoni i congegni per cui s’inneschi l’universa euforia;
per questo scatto, schizo, tic, rovesciata è la pietra,
scinde le sue mascelle, grida, la terra e l’etra:
gloria gloria, roar roar, tigre tigre, scoreggiano i cori
di cars, di jets, di rockets: omnes sicut dii, coi motori!
roar roar romba sbomba e impremia ed a gloria appella
gli utenti, promette all’asfalto ossa cervella budella,
gloria gloria, schizo schizo, scrash scrash, non è qui, bau bau
da polo a polo sopra l’ecumene già per passione esausta
ma ora in morbino, in fizz! E da villette-benessere posteggi
banche stande casediddio passeggi astroporti ponteggi,
non è qui, caì caì, bog bog, i cani dei sempre-più-ricchi
abbaiano grassamente, tosati, gole piene, canori picchiano,
schizo schizo, yuk yuk, ceffi appuntiti da lusso, ceffi poliziotti
da fiuto, ceffi lecconi, tra lenzuola o in caserme o in salotti:
la terra e l’etra ti abbaia il suo consenso, la tua gloria
quae non est hic, la sua, qui, canina e classista, la sua storia
che gonfia cani e col bulldozer travolge scarti umani
arsi d’inedia, d’inesistenza, li sparge di calce se ne disinfesta mani
menti uniformi e paramenti, s’affretta s’adopra
intorno alla pietra da te, Signore, rimossa, gliela rovescia sopra.
MEM ---- Oh una chiusa più mite più conforme
apiù incavata
una comeuna
---- Tutto ebbi, aiutato da un po’ di luna,
e poi plenilunio e aprile
---- πρὸς τίνα A chi ἀπϵλϵυσόμϵθα; andremo noi?
ῥήματα parole ζωῆς αἰωνίoυ di vita eterna ἔχϵις; hai?
---- Certo, il vero possesso, i mezzi espressivi
---- Tra l’astinenza e il buon piatto; in limine, lo sdrucciolevole
---- La Luna che là fu un attimo
ma lumachina nei lievi dei suoi raggi esitanti spezzati
e parole-di-vita e pozze-di-vita
— Ora tutto è disteso svolto in dolcissima non-violenza
— «Vedi il fiore marcito in un riflesso.
Vedi il fiore in un brivido, surrexit»
---- Vedi, alla fine, scodinzolare questo girino
---- «Voce, prego, voce!»
---- Dove i cani le gole i fari le resurrezioni?
---- Oh voci vociSvuota bene le tasche
rovesciale
Antonio Porta
Airone (4)
quello che è rimasto,
quello che resiste,
là sotto, tu lo vedi,
airone, sotto le montagne di macerie,
dentro i crateri delle bombe,
sotto le colline d’immondizia,
lì dove resiste, continua,
rinasce la semplice vita,
ultima, dimenticata, dileggiata
rimossa, ridotta a poltiglia
nella mente degli uomini,
la semplice vita,
il nascere e morire,
rinascere e volare via,
aprirsi, amare,
quello che è vivo, amore,
sotto la semina dell’odio
quello che resiste,
là sotto, tu lo vedi,
airone, sotto le montagne di macerie,
dentro i crateri delle bombe,
sotto le colline d’immondizia,
lì dove resiste, continua,
rinasce la semplice vita,
ultima, dimenticata, dileggiata
rimossa, ridotta a poltiglia
nella mente degli uomini,
la semplice vita,
il nascere e morire,
rinascere e volare via,
aprirsi, amare,
quello che è vivo, amore,
sotto la semina dell’odio
Antonio Porta
Utopia del nomade. Movimenti
Movimenti
si muove nella stagione lo consente
ogni luogo ha regole dettate dal clima
nella stagione inclemente dispone le sue difese
si sposta per sopravvivere o vivere
l’inverno lavorerà al coperto
conoscendo gli usi di molti luoghi
il cibo gli verrà dato in compenso
ricchezza prima sono mani e intelligenza
la seconda ricchezza avvicina l’altro da sé
può ritornare in luoghi uguali transumante
mutare itinerario ripetere il giro della terra
torna verso la fine in un luogo stabilito al principio
avrà figli da una o più donne
il tempo necessario passa ad insegnare loro
quello che sa la donna o le donne provvedono finché il padre
non torni a raccontare se i figli non seguono il padre
parlano senza ruoli
lascia alle spalle una terra predata
circondato da uomini disossati dicendo
la ricchezza altrove senza mentire
appena fermo in forma di saluto
spuntano affondano radici dai piedi
strappano senza male alla partenza
la città si chiama Immagine non ha limiti
né centri può specchiarsi in sé stessa
luogo dove incontrarsi non è dunque
una città ma punto di protezione
porticati o tende luogo vegetale e animale
luogo di acgue e coltivazioni uomini
vi s’incontrano o lasciano come vogliono si manifesta
il pensiero linguaggio che va preso alla lettera
sistema di piani e curve per scendere e salire
dietro a donne dietro a figli e animali
non esiste proprietà del suolo?
si allontanano dalla pianura occupate dall’Industria
uomini senza farsi contare non è un capo
territori abbandonati montagnosi abitabili
imparano a farne a meno di quella la Ricca
che scompaia razzìa buco della terra
Cattedrale Chimica
From PASSI PASSAGGI
si muove nella stagione lo consente
ogni luogo ha regole dettate dal clima
nella stagione inclemente dispone le sue difese
si sposta per sopravvivere o vivere
l’inverno lavorerà al coperto
conoscendo gli usi di molti luoghi
il cibo gli verrà dato in compenso
ricchezza prima sono mani e intelligenza
la seconda ricchezza avvicina l’altro da sé
può ritornare in luoghi uguali transumante
mutare itinerario ripetere il giro della terra
torna verso la fine in un luogo stabilito al principio
avrà figli da una o più donne
il tempo necessario passa ad insegnare loro
quello che sa la donna o le donne provvedono finché il padre
non torni a raccontare se i figli non seguono il padre
parlano senza ruoli
lascia alle spalle una terra predata
circondato da uomini disossati dicendo
la ricchezza altrove senza mentire
appena fermo in forma di saluto
spuntano affondano radici dai piedi
strappano senza male alla partenza
la città si chiama Immagine non ha limiti
né centri può specchiarsi in sé stessa
luogo dove incontrarsi non è dunque
una città ma punto di protezione
porticati o tende luogo vegetale e animale
luogo di acgue e coltivazioni uomini
vi s’incontrano o lasciano come vogliono si manifesta
il pensiero linguaggio che va preso alla lettera
sistema di piani e curve per scendere e salire
dietro a donne dietro a figli e animali
non esiste proprietà del suolo?
si allontanano dalla pianura occupate dall’Industria
uomini senza farsi contare non è un capo
territori abbandonati montagnosi abitabili
imparano a farne a meno di quella la Ricca
che scompaia razzìa buco della terra
Cattedrale Chimica
From PASSI PASSAGGI
Ardengo Soffici
Aeroplano
Mulinello di luce nella sterminata freschezza zona elastica
[della morte
Crivello d’oro girandola di vetri venti e colori
Si respira il peso grasso del sole
Con l’ala aperta W Spezia 37 sulla libertà
La terra ah! case parole città
Agricoltura e commercio amori lacrime suoni
Fiori bevande di fuoco e zucchero
Vita sparsa in giro come un bucato
Non c’è più che una sfera di cristallo carica di silenzio esplosivo
[enfin
Oggi si vola!
C’è un’allegria più forte del vino della Rufina con l’etichetta
[del 1811
È il ricordo del nostro indirizzo scritto sul tappeto del mondo
La cronaca dei giornali del mattino e della sera
Gli amici le amanti a perpetuità il pensiero strascinato nei libri
E le mille promesse
Cambiali in giro laggiù nella polvere e gli sputi
Fino alla bancarotta fraudolenta fatale per tutti
Stringo il volante con mano d’aria
Premo la valvola con la scarpa di cielo
Frrrrrr frrrrrr frrrrrr affogo nel turchino ghimè
Mangio triangoli di turchino di mammola
Fette d’azzurro
Ingollo bocks di turchino cobalto
Celeste di lapislazzuli
Celeste blu celeste chiaro celestino
Blu di prussia celeste cupo celeste lumiera
Mi sprofondo in un imbuto di paradiso
Cristo aviatore ero fatto per questa ascensione di gloria
[poetico-militare-sportiva
Sugli angioli rettangolari di tela e d’acciaio
Il cubo nero è il pensiero del ritorno che cancello con la mia lingua
[accesa e lo sguardo di gioia
Dal bianco quadrante dell’altimetro rotativo
Impennamento erotico fra i pavoni reali delle nuvole
Capofitto nelle stelle più grandi color di rosa
Vol plané nello spazio-nulla
Il mio cuore meteora si spande come uno sperma nell’abisso
[fecondo di sangue
A me questa solitudine non ho più che la materia etere del mio
[cervello
Per una creazione sola autentica e definitiva
A 6207 metri incipit vita nova
L’infinito ha un profumo di frutta matura
Di benzina
Di cosce di poppe di capelli pettinati dopo la doccia
Delle mie ascelle che adoro
Il gelo infiammato del cocomero tuffato a lungo nel pozzo
Bacio la vulva del firmamento senza rumore
Le scintille di musica che punteggiano il rombo entusiastico del
[cilindro e dell’elica
Son l’eco del fischio dei più alti uccelli
Navigo nell’assoluto mia patria e vorrei dimenticare il corpo
[che sempre è con noi
La forma della libellula matematica che è il mio destino
La mia storia e i vostri ultimi radiotelegrammi umani
Se si potesse disfarsi di questa malinconia degli apparecchi
[simpatici
La saggezza è cosa di tutti e si mangia col pane ogni giorno
Basta non vomitare amigo Sancho e ripetiamo al barbero omicida
[mascherato di specchi
Dulcinea del Toboso es la mas hermosa mujer del mundo
Dormire cantare in questa ricca fiamma di purità
Difficile
Ho compiuto tutti i corsi dell’arte e del vizio e posseggo il
[documento ufficiale
Ho inventato tre sensi la chimica della fantasia la resurrezione
[di tutte le cose
La transustanziazione dell’arcobaleno
E la volatilizzazione esilarante dell’etica
Ho finito i miei nervi sulla quadruplice tastiera degli amori
Ho amato le gialle viscere di una zucca una vergine capra
En rêve j’ai baisé ma vieille mère
J’ai enculé mon père mort
E visto naufragare la S.S. Trinità con un gran peto di gelsomino
Nel verde di una mominette preparata con tutta sapienza
Al caffè dei due Magots in piazza Saint-Germain des Prés a
[Parigi
La vostra vita è un grappolo d’agresto che ho troppo ardentemente
[succhiato
Mi asciugo la bocca col tovagliolo indaco del cielo
La mia gamba è lunga e secca
E calzo il n. 41 come Arthur Rimbaud
Dovrò forse morire a 37 anni fra colonne d’ametista?
Mais je ne marche plus
Città vedo ancora la geometria di fosforo sulla coltre nera di notte
Piazze strade
Cerchi di treni lungo i paesaggi réclame
Vermi smarriti sur un mappa di cartapesta
Vedo ancora le lumiere titoli dei drammi ai teatri
Giulietta e Romeo I due sergenti King Lear Gli spettri Le 99
[disgrazie di Stenterello
La vida es sueño La vedova allegra Amleto
Le monde où l’on s’ennuie
Tutti i fiumi finiscono troppo presto nel mare
Troppo stretto e duro
I più bei fiori hanno una forma che si trova divulgata in tutti
[i trattati di botanica
E non barattano mai fra loro le tinte e gli odori
Le donne oh! hanno la testa troppo vicina alle chiappe o troppo
[lontana
Gli uomini il loro pensiero puzza di Dio e di piedi
E per un’anima che ha una bella cravatta o un asprì di moda
[gloriosa
Quanti soffritti d’aglio sotto il vermiglione dei tetti in quel golfo
[di verde bandiera
Ah! non ritornerò che fuliggine d’ossa bruciate
Senza addio né rimpianti alzo la quota
Lancio sempre più in alto le stelle filanti dei miei desideri
Stabilisco la mira degli occhi ubriachi
Su su su ancora una trincea d’oltremare
Bisogna prender d’assalto le mitragliatrici furibonde del solleone
[della morte
Crivello d’oro girandola di vetri venti e colori
Si respira il peso grasso del sole
Con l’ala aperta W Spezia 37 sulla libertà
La terra ah! case parole città
Agricoltura e commercio amori lacrime suoni
Fiori bevande di fuoco e zucchero
Vita sparsa in giro come un bucato
Non c’è più che una sfera di cristallo carica di silenzio esplosivo
[enfin
Oggi si vola!
C’è un’allegria più forte del vino della Rufina con l’etichetta
[del 1811
È il ricordo del nostro indirizzo scritto sul tappeto del mondo
La cronaca dei giornali del mattino e della sera
Gli amici le amanti a perpetuità il pensiero strascinato nei libri
E le mille promesse
Cambiali in giro laggiù nella polvere e gli sputi
Fino alla bancarotta fraudolenta fatale per tutti
Stringo il volante con mano d’aria
Premo la valvola con la scarpa di cielo
Frrrrrr frrrrrr frrrrrr affogo nel turchino ghimè
Mangio triangoli di turchino di mammola
Fette d’azzurro
Ingollo bocks di turchino cobalto
Celeste di lapislazzuli
Celeste blu celeste chiaro celestino
Blu di prussia celeste cupo celeste lumiera
Mi sprofondo in un imbuto di paradiso
Cristo aviatore ero fatto per questa ascensione di gloria
[poetico-militare-sportiva
Sugli angioli rettangolari di tela e d’acciaio
Il cubo nero è il pensiero del ritorno che cancello con la mia lingua
[accesa e lo sguardo di gioia
Dal bianco quadrante dell’altimetro rotativo
Impennamento erotico fra i pavoni reali delle nuvole
Capofitto nelle stelle più grandi color di rosa
Vol plané nello spazio-nulla
Il mio cuore meteora si spande come uno sperma nell’abisso
[fecondo di sangue
A me questa solitudine non ho più che la materia etere del mio
[cervello
Per una creazione sola autentica e definitiva
A 6207 metri incipit vita nova
L’infinito ha un profumo di frutta matura
Di benzina
Di cosce di poppe di capelli pettinati dopo la doccia
Delle mie ascelle che adoro
Il gelo infiammato del cocomero tuffato a lungo nel pozzo
Bacio la vulva del firmamento senza rumore
Le scintille di musica che punteggiano il rombo entusiastico del
[cilindro e dell’elica
Son l’eco del fischio dei più alti uccelli
Navigo nell’assoluto mia patria e vorrei dimenticare il corpo
[che sempre è con noi
La forma della libellula matematica che è il mio destino
La mia storia e i vostri ultimi radiotelegrammi umani
Se si potesse disfarsi di questa malinconia degli apparecchi
[simpatici
La saggezza è cosa di tutti e si mangia col pane ogni giorno
Basta non vomitare amigo Sancho e ripetiamo al barbero omicida
[mascherato di specchi
Dulcinea del Toboso es la mas hermosa mujer del mundo
Dormire cantare in questa ricca fiamma di purità
Difficile
Ho compiuto tutti i corsi dell’arte e del vizio e posseggo il
[documento ufficiale
Ho inventato tre sensi la chimica della fantasia la resurrezione
[di tutte le cose
La transustanziazione dell’arcobaleno
E la volatilizzazione esilarante dell’etica
Ho finito i miei nervi sulla quadruplice tastiera degli amori
Ho amato le gialle viscere di una zucca una vergine capra
En rêve j’ai baisé ma vieille mère
J’ai enculé mon père mort
E visto naufragare la S.S. Trinità con un gran peto di gelsomino
Nel verde di una mominette preparata con tutta sapienza
Al caffè dei due Magots in piazza Saint-Germain des Prés a
[Parigi
La vostra vita è un grappolo d’agresto che ho troppo ardentemente
[succhiato
Mi asciugo la bocca col tovagliolo indaco del cielo
La mia gamba è lunga e secca
E calzo il n. 41 come Arthur Rimbaud
Dovrò forse morire a 37 anni fra colonne d’ametista?
Mais je ne marche plus
Città vedo ancora la geometria di fosforo sulla coltre nera di notte
Piazze strade
Cerchi di treni lungo i paesaggi réclame
Vermi smarriti sur un mappa di cartapesta
Vedo ancora le lumiere titoli dei drammi ai teatri
Giulietta e Romeo I due sergenti King Lear Gli spettri Le 99
[disgrazie di Stenterello
La vida es sueño La vedova allegra Amleto
Le monde où l’on s’ennuie
Tutti i fiumi finiscono troppo presto nel mare
Troppo stretto e duro
I più bei fiori hanno una forma che si trova divulgata in tutti
[i trattati di botanica
E non barattano mai fra loro le tinte e gli odori
Le donne oh! hanno la testa troppo vicina alle chiappe o troppo
[lontana
Gli uomini il loro pensiero puzza di Dio e di piedi
E per un’anima che ha una bella cravatta o un asprì di moda
[gloriosa
Quanti soffritti d’aglio sotto il vermiglione dei tetti in quel golfo
[di verde bandiera
Ah! non ritornerò che fuliggine d’ossa bruciate
Senza addio né rimpianti alzo la quota
Lancio sempre più in alto le stelle filanti dei miei desideri
Stabilisco la mira degli occhi ubriachi
Su su su ancora una trincea d’oltremare
Bisogna prender d’assalto le mitragliatrici furibonde del solleone
Ardengo Soffici
Caos
Ruote d’azzurro triangoli d’oro
Spasimo d’ombre pregnanti
Lampi
Cateratte di diamanti
° Fuochi di gemme chiare umidità.
Sguardi di raggi viola nel cielo?
Giranti nel mare?
Glaciale
Indurir di pietre stagnare
1° Di flore latenti viridità
Latenti soli pigro fiorir di lune
Nel cielo? nel mare? fra nastri
Giallastri rossastri
D’arcobaleni grappoli d’astri
5 Fosforici appesi nell’infinità
Fervida attesa di cuori futuri
Estasi pesa di mondi
Profondi
Silenzi meditabondi
2 Elettrica immobilità
Ansia. Ma un brivido immenso
Che gonfia i gorghi del vuoto
Remoto
Vicino. Un crollo di gioia fulgori rumore onde moto
” È la vita per l’eternità.
Spasimo d’ombre pregnanti
Lampi
Cateratte di diamanti
° Fuochi di gemme chiare umidità.
Sguardi di raggi viola nel cielo?
Giranti nel mare?
Glaciale
Indurir di pietre stagnare
1° Di flore latenti viridità
Latenti soli pigro fiorir di lune
Nel cielo? nel mare? fra nastri
Giallastri rossastri
D’arcobaleni grappoli d’astri
5 Fosforici appesi nell’infinità
Fervida attesa di cuori futuri
Estasi pesa di mondi
Profondi
Silenzi meditabondi
2 Elettrica immobilità
Ansia. Ma un brivido immenso
Che gonfia i gorghi del vuoto
Remoto
Vicino. Un crollo di gioia fulgori rumore onde moto
” È la vita per l’eternità.
Bonvesin de la Riva
Il corpo dell’uomo
La nassion de l’omo sì è de tal color
ch’el fi inzenerao îl brut interior
de sangue che è mesgiao de puza e de sozor:
in bruta albergaria perman albergator.
Quand è venuo lo tempo, zoè ch’el ven a nasce,
no porta in quest mondo
dond el se possa pasce,
ma ven cativamente, col membre flevre e lasse:
nixun serav superbo,
chi sover zo pensasse.
Segurament lo digo che îl mond no è baron
che zamai devess star in exaltation
segond zo ch’el devrave, s’el fess ben pensason
com sia vil e orrida la sta nassion.
La vita ched el mena despresiada pare.
Fin a tant ch’el è pizeno per lavorar no vare,
altrd imbrega sempre,
le soe breg no èn rare:
conven che brega sia a pass e nudrigare.
Da po chel ‘è cresudo, ch’el è bel in persona,
voia ch’el sia masgio, voia zentil garzona,
ben pò aver de fora paruda bella e bona,
bel è nixun de dentro, ni cavalé ni dona.
No è masgio ni femena che sia de tal belleza,
ni pizeno ni grande, regina ni contessa,
che bella sia de dentro, zo dig a grand ’boldeza,
anz è vaxel de puza, vaxel de grand bruteza.
Dal corpo za no exe bontà, se no sozura:
fò per la bella boca se fa scarcài e spuda,
e per li og pur brutura;
pel nas e per le oregie
lobel vaxel de fora, ma dentro è grand marzura.
ch’el fi inzenerao îl brut interior
de sangue che è mesgiao de puza e de sozor:
in bruta albergaria perman albergator.
Quand è venuo lo tempo, zoè ch’el ven a nasce,
no porta in quest mondo
dond el se possa pasce,
ma ven cativamente, col membre flevre e lasse:
nixun serav superbo,
chi sover zo pensasse.
Segurament lo digo che îl mond no è baron
che zamai devess star in exaltation
segond zo ch’el devrave, s’el fess ben pensason
com sia vil e orrida la sta nassion.
La vita ched el mena despresiada pare.
Fin a tant ch’el è pizeno per lavorar no vare,
altrd imbrega sempre,
le soe breg no èn rare:
conven che brega sia a pass e nudrigare.
Da po chel ‘è cresudo, ch’el è bel in persona,
voia ch’el sia masgio, voia zentil garzona,
ben pò aver de fora paruda bella e bona,
bel è nixun de dentro, ni cavalé ni dona.
No è masgio ni femena che sia de tal belleza,
ni pizeno ni grande, regina ni contessa,
che bella sia de dentro, zo dig a grand ’boldeza,
anz è vaxel de puza, vaxel de grand bruteza.
Dal corpo za no exe bontà, se no sozura:
fò per la bella boca se fa scarcài e spuda,
e per li og pur brutura;
pel nas e per le oregie
lobel vaxel de fora, ma dentro è grand marzura.
Clemente Rebora
Dalla razzante pendice
Dalla razzante pendice
che rarefà di zanzare,
al campestre alveare
che un vortice d’api dorate
sciama nel vasto orizzonte,
la ghiotta luce felice
sul verde fiorito possente
s’eccita incandescente,
e con aculei di bragia
incidendo e gonfiando risucchia
l’umore notturno e la ragia.
Dal sotterraneo incubo,
quasi doccia ancor livida, sguscia
fulminea la vita
e, misuratasi al cielo,
spennecchia e trabocca e ricade
e rinnova il suo stelo.
Si nettan suonando i paesi,
e schiava del tempo che giova
la gente ritorna agli arnesi;
nella fatica si trova
e l’appetito prepara.
Dio, per l’aria si rode
e beato non gode
del buffo suo stato:
se scende, ignoto tramonta
nell’ingannevol natura;
se monta, vuoto svapora nel nulla.
che rarefà di zanzare,
al campestre alveare
che un vortice d’api dorate
sciama nel vasto orizzonte,
la ghiotta luce felice
sul verde fiorito possente
s’eccita incandescente,
e con aculei di bragia
incidendo e gonfiando risucchia
l’umore notturno e la ragia.
Dal sotterraneo incubo,
quasi doccia ancor livida, sguscia
fulminea la vita
e, misuratasi al cielo,
spennecchia e trabocca e ricade
e rinnova il suo stelo.
Si nettan suonando i paesi,
e schiava del tempo che giova
la gente ritorna agli arnesi;
nella fatica si trova
e l’appetito prepara.
Dio, per l’aria si rode
e beato non gode
del buffo suo stato:
se scende, ignoto tramonta
nell’ingannevol natura;
se monta, vuoto svapora nel nulla.
Clemente Rebora
Fantasia di carnevale
I
Noi siam della regola buona
che il ribaldo Cavallo sbalzò.
In groppa alla carlona,
longanimi e contenti,
caracollando i tempi
ci si avvezzava a vivere;
quando improvviso sanguigno schiumando
springa scrolla quel pazzo...
e noi sforna in un mazzo!
Ora ci prude senz’unghia
la scabbia notturna, e l’inverno:
esangui, sbattezzati,
al caldo, per coscienza,
salviamo la virtù:
ma tutto come prima
scegliendo con pazienza
ritroverò la cima,
e qualcosa di più.
Se no, gufati vivremo
a scanso di cadute,
curandoci la fame:
evviva la salute!
II
Tanto ubertosa la civile gloria,
tanto ignorato il sottostante danno!
Ma giovinetto è l’anno:
sarà vecchia la baldoria?
III
Noi serbiamo la pace
candida e intatta
contro la ruggine
in còfani d’ovatta:
ancora brillerà la sua speranza
al dimentico amor di chi verrà.
IV
La sciagura ritmava in lontananza;
or s’avvicina. Il patrio terreno
in bìlico, già crolla:
è un invito di danza...
Signori, alla coda!
V
Or sù, giovanotti,
la morte è in amore:
ha baci d’un vigore
da incidervi l’ossa.
Chi ne voglia un’Idea,
si raccomandi a Dio
che la rivela.
VI
In tempo di clessidra
miope volo d’api
sono quest’ombre di noi
e doman forse nùgolo d’eroi!
VII
Poesia, arpeggiante
zanzara che succhi dal sangue,
ora ciascuno t’intende
e si difende.
VIII
Èra avventizia
che strozzi il costume
vendendolo implume
al ghiotto destin
senza principio né fin!
Èra propizia.
IX
Oltre la patria e la terra
c’è da salvare qualcosa,
anche solo una rosa
da tanta guerra sbocciata.
X
Morir vendicati
d’esser nati così!
XI
Noi siam dell’inquieta brigata
e scontentezza ci guida:
spietata alla gente è la sfida,
ma dentro si accascia gemente.
Ci spàsima intorno il vestito
dell’universo stordito:
annaspa e non trova gli occhielli
da chiudere i mondi,
per sempre,
sull’eterna minaccia
che la ràffica a tutti
svela ora più aperta più diaccia.
Squassa e non fugge,
il dolor ce l’inchioda:
rugge se l’oda il pensiero
che balugina nero,
ma divìncola muto
in lancinanti vipere!
Cieco prodigio,
grandezza tradita,
asfissia del certo alveare
fra miele e vischio mordace,
perché si redima nel rischio
il tètano dell’uomo
la nausea del mondo
in sprazzi di respiro
avvèntaci alla prova,
martirio che irrora,
olocausto vivo!
Se no, nel guizzo felice
d’un giorno ben triste,
ai passanti innocenti
scaglieremo le bombe
colmeremo le tombe
che la carie dell’ore ci aprì.
Del resto, il destino
ha stomaco sano,
per smaltire anche noi...
A cena intanto. Olà,
del festino: carne al sangue,
rosso vino forte,
evviva l’appetito della morte!
Noi siam della regola buona
che il ribaldo Cavallo sbalzò.
In groppa alla carlona,
longanimi e contenti,
caracollando i tempi
ci si avvezzava a vivere;
quando improvviso sanguigno schiumando
springa scrolla quel pazzo...
e noi sforna in un mazzo!
Ora ci prude senz’unghia
la scabbia notturna, e l’inverno:
esangui, sbattezzati,
al caldo, per coscienza,
salviamo la virtù:
ma tutto come prima
scegliendo con pazienza
ritroverò la cima,
e qualcosa di più.
Se no, gufati vivremo
a scanso di cadute,
curandoci la fame:
evviva la salute!
II
Tanto ubertosa la civile gloria,
tanto ignorato il sottostante danno!
Ma giovinetto è l’anno:
sarà vecchia la baldoria?
III
Noi serbiamo la pace
candida e intatta
contro la ruggine
in còfani d’ovatta:
ancora brillerà la sua speranza
al dimentico amor di chi verrà.
IV
La sciagura ritmava in lontananza;
or s’avvicina. Il patrio terreno
in bìlico, già crolla:
è un invito di danza...
Signori, alla coda!
V
Or sù, giovanotti,
la morte è in amore:
ha baci d’un vigore
da incidervi l’ossa.
Chi ne voglia un’Idea,
si raccomandi a Dio
che la rivela.
VI
In tempo di clessidra
miope volo d’api
sono quest’ombre di noi
e doman forse nùgolo d’eroi!
VII
Poesia, arpeggiante
zanzara che succhi dal sangue,
ora ciascuno t’intende
e si difende.
VIII
Èra avventizia
che strozzi il costume
vendendolo implume
al ghiotto destin
senza principio né fin!
Èra propizia.
IX
Oltre la patria e la terra
c’è da salvare qualcosa,
anche solo una rosa
da tanta guerra sbocciata.
X
Morir vendicati
d’esser nati così!
XI
Noi siam dell’inquieta brigata
e scontentezza ci guida:
spietata alla gente è la sfida,
ma dentro si accascia gemente.
Ci spàsima intorno il vestito
dell’universo stordito:
annaspa e non trova gli occhielli
da chiudere i mondi,
per sempre,
sull’eterna minaccia
che la ràffica a tutti
svela ora più aperta più diaccia.
Squassa e non fugge,
il dolor ce l’inchioda:
rugge se l’oda il pensiero
che balugina nero,
ma divìncola muto
in lancinanti vipere!
Cieco prodigio,
grandezza tradita,
asfissia del certo alveare
fra miele e vischio mordace,
perché si redima nel rischio
il tètano dell’uomo
la nausea del mondo
in sprazzi di respiro
avvèntaci alla prova,
martirio che irrora,
olocausto vivo!
Se no, nel guizzo felice
d’un giorno ben triste,
ai passanti innocenti
scaglieremo le bombe
colmeremo le tombe
che la carie dell’ore ci aprì.
Del resto, il destino
ha stomaco sano,
per smaltire anche noi...
A cena intanto. Olà,
del festino: carne al sangue,
rosso vino forte,
evviva l’appetito della morte!
Clemente Rebora
O carro vuoto sul binario morto
O carro vuoto sul binario morto,
ecco per te la merce rude d’urti
e tonfi. Gravido ora pesi
sui telai tesi;
ma nei rantoli gonfi
si crolla fumida e viene
annusando con fàscino orribile
la macchina ad aggiogarti.
Via dal tuo spazio assorto
all’aspro rullare d’acciaio
al trabalzante stridere dei freni,
incatenato nel gregge
per l’immutabile legge
del continuo aperto cammino:
e trascinato tramandi
e irrigidito rattieni
le chiuse forze inespresse
su ruote vicine e rotaie
incongiungibili e oppresse,
sotto il ciel che balzàno
nel labirinto dei giorni
nel bivio delle stagioni
contro la noia sguinzaglia l’eterno,
verso l’amore pertugia l’esteso,
e non muore e vorrebbe, e non vive e vorrebbe,
mentre la terra gli chiede il suo verbo
e appassionata nel volere acerbo
paga col sangue, sola, la sua fede.
ecco per te la merce rude d’urti
e tonfi. Gravido ora pesi
sui telai tesi;
ma nei rantoli gonfi
si crolla fumida e viene
annusando con fàscino orribile
la macchina ad aggiogarti.
Via dal tuo spazio assorto
all’aspro rullare d’acciaio
al trabalzante stridere dei freni,
incatenato nel gregge
per l’immutabile legge
del continuo aperto cammino:
e trascinato tramandi
e irrigidito rattieni
le chiuse forze inespresse
su ruote vicine e rotaie
incongiungibili e oppresse,
sotto il ciel che balzàno
nel labirinto dei giorni
nel bivio delle stagioni
contro la noia sguinzaglia l’eterno,
verso l’amore pertugia l’esteso,
e non muore e vorrebbe, e non vive e vorrebbe,
mentre la terra gli chiede il suo verbo
e appassionata nel volere acerbo
paga col sangue, sola, la sua fede.
Clemente Rebora
Sciorinati giorni dispersi
Sciorinati giorni dispersi,
cenci all’aria insaziabile:
prementi ore senza uscita,
fanghiglia d’acqua sorgiva:
torpor d’àttimi lascivi
fra lo spirito e il senso;
forsennato voler che a libertà
si lancia e ricade,
inseguita locusta tra sterpi;
e superbo disprezzo
e fatica e rimorso e vano intendere:
e rigirìo sul luogo come cane,
per invilire poi, fuggendo il lezzo,
la verità lontano in pigro scorno;
e ritorno, uguale ritorno
dell’indifferente vita,
mentr’echeggia la via
consueti fragori e nelle corti
s’amplian faccende in conosciute voci,
e bello intorno il mondo, par dileggio
all’inarrivabile gloria
al piacer che non so,
e immemore di me epico armèggio
verso conquiste ch’io non griderò.
– Oh per l’umano divenir possente
certezza ineluttabile del vero,
ordisci, ordisci de’ tuoi fili il panno
che saldamente nel tessuto è storia
e nel disegno eternamente è Dio:
ma così, cieco e ignavo,
tra morte e morte vil ritmo fuggente,
anch’io t’avrò fatto; anch’io.
cenci all’aria insaziabile:
prementi ore senza uscita,
fanghiglia d’acqua sorgiva:
torpor d’àttimi lascivi
fra lo spirito e il senso;
forsennato voler che a libertà
si lancia e ricade,
inseguita locusta tra sterpi;
e superbo disprezzo
e fatica e rimorso e vano intendere:
e rigirìo sul luogo come cane,
per invilire poi, fuggendo il lezzo,
la verità lontano in pigro scorno;
e ritorno, uguale ritorno
dell’indifferente vita,
mentr’echeggia la via
consueti fragori e nelle corti
s’amplian faccende in conosciute voci,
e bello intorno il mondo, par dileggio
all’inarrivabile gloria
al piacer che non so,
e immemore di me epico armèggio
verso conquiste ch’io non griderò.
– Oh per l’umano divenir possente
certezza ineluttabile del vero,
ordisci, ordisci de’ tuoi fili il panno
che saldamente nel tessuto è storia
e nel disegno eternamente è Dio:
ma così, cieco e ignavo,
tra morte e morte vil ritmo fuggente,
anch’io t’avrò fatto; anch’io.
Edoardo Cacciatore
Futuro anteriore
Ritorna su sé l’Energia già pensi
Rimuovi per ordine ostacoli e vai
Con slanci ch’è nulla ogni spasmo dei sensi
Fra te e il dappertutto non c’è alcun mai
Ma forse è illusione quest’alta pienezza
No è esperienza somatica esplori
Realtà d’ogni giorno quel cuneo vi spezza
Il nero per farne di tutti i colori
È pleroforia il vivere adesso
È vivere gli altri sei multipla folla
Quell’io che ti turba a volte e fa ossesso
È iride tremula su transile bolla
Pensare è adorabile coito d’amore
Tu fosti e contrai futuro anteriore?
Rimuovi per ordine ostacoli e vai
Con slanci ch’è nulla ogni spasmo dei sensi
Fra te e il dappertutto non c’è alcun mai
Ma forse è illusione quest’alta pienezza
No è esperienza somatica esplori
Realtà d’ogni giorno quel cuneo vi spezza
Il nero per farne di tutti i colori
È pleroforia il vivere adesso
È vivere gli altri sei multipla folla
Quell’io che ti turba a volte e fa ossesso
È iride tremula su transile bolla
Pensare è adorabile coito d’amore
Tu fosti e contrai futuro anteriore?
Elio Pagliarani
Ma li miracoli terminano
Ma li miracoli terminano a cosa finita
come è illuminare un cieco, che termina alla luce
O resuscitare un morto, che termina alla vita.
come è illuminare un cieco, che termina alla luce
O resuscitare un morto, che termina alla vita.
Elio Pecora
Doppio movimento
Che ne è di Lei?
Finalmente vede.
È come ripartire da capo.
Non è mai partita.
Non sa dove andare.
È così per chi si mette in viaggio.
Teme di non farcela.
Basta non proporsi traguardi.
E lui?
Caduto, nella stessa trappola.
E quel che è stato?
Finito.
Mai più?
Finiti i sempre 1 mai più.
Fa notte all’improvviso.
Sta dietro 1 vetri,
alza la testa e s’accorge
che fuori è buio. Pensa,
come è possibile? d’accordo, il sole
va dall’altra parte. Eppure si meraviglia,
si spaventa.
Sta sprofondando e si dice: domani,
un altro giorno, un altro. Ora
si accenderanno le luci nelle strade,
la sera s’imbelletta (...).
Lo iniziò un compagno delle elementari.
Gli disse, guarda che decide
la tua parte. Gli mostrò il da farsi.
Il più lo provò nello specchio dell’armadio:
con quell’altro andò avanti nel gioco.
Prima il ruolo prefissato,
dopo 1] fantasma. Che poteva venirne?
Nessuno lo aveva avvertito. Di È a poco
quel gioco si sarebbe mutato in una guerra.
Meglio restarserne in quella stanza.
Dentro lo specchio. Invece ne uscì.
Ha preteso l’accordo; chiamava così
la condiscendenza. Mai pensando che Lei
aveva giocato in un altro specchio,
di un altro armadio,
e con quell’altra dello specchio
s’era inventata un proprio accordo.
Stanotte non gli riusciva di dormire.
Ha cercato nei cassetti di Lei,
ha infilato il suo reggiseno,
la sua sottana azzurra di seta,
le sue calze. Quindi ha spento la lampada.
Filtrava dalla serranda la luce stradale.
Nello specchio ha chiesto
a Lei, ferma, ansiosa,
il gesto che l’avvicinasse,
la mano che lo sciogliesse.
Ancora una volta era solo.
Ci sono patti che vanno rispettati (...).
- Una sera di molti anni fa,
con una coppia di amici,
decise di provare LSD.
Per l’erba aveva ridacchiato.
L’acido lo travolse. Fluttuò nell’aria,
corse nei colori,
poi sull’orlo di un baratro,
infine sul patibolo,
la mannaia affilata sulla testa,
tempo fermo, sospeso.
Da quel giorno, ogni tanto, all’improvviso,
torna quella paura:
un attimo, ma un attimo infinito.
E forse è solo questo essere vivi:
inermi, inebetiti,
tutto solo a distrarre dall’orrore (...).
Più cerca i perché più si perde.
Stare ai fatti.
Corri dietro l’orologio,
sudi, t’affanni, maledici, straparli,
ti tirano da ogni parte,
fra uno strattone e l’altro ti dimentichi.
“Buon giorno, buona sera, compagni
d’inquietudine, non sono d’accordo,
niente da eccepire”. Procede
con gli altri, macchine senza requie.
Il corpo si sfiacca, il dubbio affiora.
L’eroe al massimo della tensione
non cerca, non pensa, va,
punta dritta la lama.
Potersene stare assopiti
nel primo giardino, la mela
ancora al ramo. Invece
ovunque rumore. Cedimenti, rovine.
Morti a milioni, a milioni nascono.
Che è mai uno che soffre?
Se gli altri soffrissero
nella stessa misura? Diversi
e uguali. L’assalitore non cede
neanche nel sonno. In sogno
tornano voglie che credeva placate,
si sveglia stanco.
Finalmente vede.
È come ripartire da capo.
Non è mai partita.
Non sa dove andare.
È così per chi si mette in viaggio.
Teme di non farcela.
Basta non proporsi traguardi.
E lui?
Caduto, nella stessa trappola.
E quel che è stato?
Finito.
Mai più?
Finiti i sempre 1 mai più.
Fa notte all’improvviso.
Sta dietro 1 vetri,
alza la testa e s’accorge
che fuori è buio. Pensa,
come è possibile? d’accordo, il sole
va dall’altra parte. Eppure si meraviglia,
si spaventa.
Sta sprofondando e si dice: domani,
un altro giorno, un altro. Ora
si accenderanno le luci nelle strade,
la sera s’imbelletta (...).
Lo iniziò un compagno delle elementari.
Gli disse, guarda che decide
la tua parte. Gli mostrò il da farsi.
Il più lo provò nello specchio dell’armadio:
con quell’altro andò avanti nel gioco.
Prima il ruolo prefissato,
dopo 1] fantasma. Che poteva venirne?
Nessuno lo aveva avvertito. Di È a poco
quel gioco si sarebbe mutato in una guerra.
Meglio restarserne in quella stanza.
Dentro lo specchio. Invece ne uscì.
Ha preteso l’accordo; chiamava così
la condiscendenza. Mai pensando che Lei
aveva giocato in un altro specchio,
di un altro armadio,
e con quell’altra dello specchio
s’era inventata un proprio accordo.
Stanotte non gli riusciva di dormire.
Ha cercato nei cassetti di Lei,
ha infilato il suo reggiseno,
la sua sottana azzurra di seta,
le sue calze. Quindi ha spento la lampada.
Filtrava dalla serranda la luce stradale.
Nello specchio ha chiesto
a Lei, ferma, ansiosa,
il gesto che l’avvicinasse,
la mano che lo sciogliesse.
Ancora una volta era solo.
Ci sono patti che vanno rispettati (...).
- Una sera di molti anni fa,
con una coppia di amici,
decise di provare LSD.
Per l’erba aveva ridacchiato.
L’acido lo travolse. Fluttuò nell’aria,
corse nei colori,
poi sull’orlo di un baratro,
infine sul patibolo,
la mannaia affilata sulla testa,
tempo fermo, sospeso.
Da quel giorno, ogni tanto, all’improvviso,
torna quella paura:
un attimo, ma un attimo infinito.
E forse è solo questo essere vivi:
inermi, inebetiti,
tutto solo a distrarre dall’orrore (...).
Più cerca i perché più si perde.
Stare ai fatti.
Corri dietro l’orologio,
sudi, t’affanni, maledici, straparli,
ti tirano da ogni parte,
fra uno strattone e l’altro ti dimentichi.
“Buon giorno, buona sera, compagni
d’inquietudine, non sono d’accordo,
niente da eccepire”. Procede
con gli altri, macchine senza requie.
Il corpo si sfiacca, il dubbio affiora.
L’eroe al massimo della tensione
non cerca, non pensa, va,
punta dritta la lama.
Potersene stare assopiti
nel primo giardino, la mela
ancora al ramo. Invece
ovunque rumore. Cedimenti, rovine.
Morti a milioni, a milioni nascono.
Che è mai uno che soffre?
Se gli altri soffrissero
nella stessa misura? Diversi
e uguali. L’assalitore non cede
neanche nel sonno. In sogno
tornano voglie che credeva placate,
si sveglia stanco.
Elio Pecora
Impromptu
Farneticano. Che altro possono? La vita
s’incarica di sfuggirgli. Vorrebbero
ghermirla, possederla, come un vestito,
una sedia. Invece, vi stanno dentro,
tutti interi. E almeno in parte sanno che,
a uscirne, sarebbero persi, definitivamente.
Pensano. Il privilegio di pensare. Piuttosto
annaspano, in un pozzo, col naso rivolto
al filo di luce che viene dall’alto. Lassù,
sono certi, o almeno sperano,
qualcuno li attende. Intanto annaspano.
S’aggirano, in uno spazio ristretto, e pure
sta tutto lì dentro il mondo
che pretendono di possedere: una stanzuccia,
un buco, ma rintrona di grida,
richiami, lamenti, anche risa.
Vorrebbero, gli storditi, gli ingenui,
un solo bene, ma eccessivo,
inaccostabile. Lo chiamano felicità ed è
una sorta di stasi: non voglio, non aspetto,
non spero. Fermo, in una luce
che nemmeno acceca,
perché circonfonde. È felice la bestia,
la foglia — sostengono o hanno sostenuto
fino a ieri l’altro, quando guardavano
bestia e foglia con l’occhio dell’unico
pensante e padrone. Lasciateli dire,
Si consumano parlando. Si acquietano
mentre accusano, mentre disperano.
Inutile fermarli. Dopo ricominciano.
Li vedete, sprofondati nei loro assilli.
Ma il resto, domandate, tutto il resto?
Ci vuole poco a capire. Questo spazio,
in cui si dilaniano e annaspano,
se lo portano addosso, o dentro, giorno e notte,
dovunque (...).
Potersene stare zitti. Sgombre
la testa e la gola. Raggiungere il silenzio
e di là finalmente incamminarsi.
Ma è luogo da cui non si torna.
È lo sprofondo e la cima: là non importa
vedere né capire. È dopo, il silenzio.
Così, tutto questo parlare
cerca nell’orecchio compagnia,
chiama l’altro, pretende di fermarlo.
Torme, sciami di parole. Dove
quelle che dicono, che risolvono?
Chi parla? Chi ascolta?
Dentro il rumore il signor Ognuno parla.
s’incarica di sfuggirgli. Vorrebbero
ghermirla, possederla, come un vestito,
una sedia. Invece, vi stanno dentro,
tutti interi. E almeno in parte sanno che,
a uscirne, sarebbero persi, definitivamente.
Pensano. Il privilegio di pensare. Piuttosto
annaspano, in un pozzo, col naso rivolto
al filo di luce che viene dall’alto. Lassù,
sono certi, o almeno sperano,
qualcuno li attende. Intanto annaspano.
S’aggirano, in uno spazio ristretto, e pure
sta tutto lì dentro il mondo
che pretendono di possedere: una stanzuccia,
un buco, ma rintrona di grida,
richiami, lamenti, anche risa.
Vorrebbero, gli storditi, gli ingenui,
un solo bene, ma eccessivo,
inaccostabile. Lo chiamano felicità ed è
una sorta di stasi: non voglio, non aspetto,
non spero. Fermo, in una luce
che nemmeno acceca,
perché circonfonde. È felice la bestia,
la foglia — sostengono o hanno sostenuto
fino a ieri l’altro, quando guardavano
bestia e foglia con l’occhio dell’unico
pensante e padrone. Lasciateli dire,
Si consumano parlando. Si acquietano
mentre accusano, mentre disperano.
Inutile fermarli. Dopo ricominciano.
Li vedete, sprofondati nei loro assilli.
Ma il resto, domandate, tutto il resto?
Ci vuole poco a capire. Questo spazio,
in cui si dilaniano e annaspano,
se lo portano addosso, o dentro, giorno e notte,
dovunque (...).
Potersene stare zitti. Sgombre
la testa e la gola. Raggiungere il silenzio
e di là finalmente incamminarsi.
Ma è luogo da cui non si torna.
È lo sprofondo e la cima: là non importa
vedere né capire. È dopo, il silenzio.
Così, tutto questo parlare
cerca nell’orecchio compagnia,
chiama l’altro, pretende di fermarlo.
Torme, sciami di parole. Dove
quelle che dicono, che risolvono?
Chi parla? Chi ascolta?
Dentro il rumore il signor Ognuno parla.
Emilio Cecchi
Il beato
Io non posso soffrire. Io sono tale,
per lieto arbitrio degli Dei, che niuna
pena mi tocca; e vivo tra una cuna
e una bara, ignorando il vostro male.
Forse sono io stesso un Immortale.
Guardami ben: vedi tu in me pur una
traccia del tuo dolore? E quanto aduna
tristezze in voi me a rattristar non vale.
Tanta bontà è nel mio cuore, che un gioco
m’è la guerra: ogni volto si fa bello
s’io l’affisso, ogni voce è una canzone.
E se dar mi potessi un’ora, un poco
del tuo dolore, io ti darei per quello
l’alta letizia di cui son prigione.
per lieto arbitrio degli Dei, che niuna
pena mi tocca; e vivo tra una cuna
e una bara, ignorando il vostro male.
Forse sono io stesso un Immortale.
Guardami ben: vedi tu in me pur una
traccia del tuo dolore? E quanto aduna
tristezze in voi me a rattristar non vale.
Tanta bontà è nel mio cuore, che un gioco
m’è la guerra: ogni volto si fa bello
s’io l’affisso, ogni voce è una canzone.
E se dar mi potessi un’ora, un poco
del tuo dolore, io ti darei per quello
l’alta letizia di cui son prigione.
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