Farneticano. Che altro possono? La vita
s’incarica di sfuggirgli. Vorrebbero
ghermirla, possederla, come un vestito,
una sedia. Invece, vi stanno dentro,
tutti interi. E almeno in parte sanno che,
a uscirne, sarebbero persi, definitivamente.
Pensano. Il privilegio di pensare. Piuttosto
annaspano, in un pozzo, col naso rivolto
al filo di luce che viene dall’alto. Lassù,
sono certi, o almeno sperano,
qualcuno li attende. Intanto annaspano.
S’aggirano, in uno spazio ristretto, e pure
sta tutto lì dentro il mondo
che pretendono di possedere: una stanzuccia,
un buco, ma rintrona di grida,
richiami, lamenti, anche risa.
Vorrebbero, gli storditi, gli ingenui,
un solo bene, ma eccessivo,
inaccostabile. Lo chiamano felicità ed è
una sorta di stasi: non voglio, non aspetto,
non spero. Fermo, in una luce
che nemmeno acceca,
perché circonfonde. È felice la bestia,
la foglia — sostengono o hanno sostenuto
fino a ieri l’altro, quando guardavano
bestia e foglia con l’occhio dell’unico
pensante e padrone. Lasciateli dire,
Si consumano parlando. Si acquietano
mentre accusano, mentre disperano.
Inutile fermarli. Dopo ricominciano.
Li vedete, sprofondati nei loro assilli.
Ma il resto, domandate, tutto il resto?
Ci vuole poco a capire. Questo spazio,
in cui si dilaniano e annaspano,
se lo portano addosso, o dentro, giorno e notte,
dovunque (...).

Potersene stare zitti. Sgombre
la testa e la gola. Raggiungere il silenzio
e di là finalmente incamminarsi.
Ma è luogo da cui non si torna.
È lo sprofondo e la cima: là non importa
vedere né capire. È dopo, il silenzio.
Così, tutto questo parlare
cerca nell’orecchio compagnia,
chiama l’altro, pretende di fermarlo.
Torme, sciami di parole. Dove
quelle che dicono, che risolvono?
Chi parla? Chi ascolta?
Dentro il rumore il signor Ognuno parla.
Condividi

Commenti (0)

Accedi per pubblicare un commento.

Ancora nessun commento. Sia il primo a commentare.