Dalla razzante pendice

Dalla razzante pendice
che rarefà di zanzare,
al campestre alveare
che un vortice d’api dorate
sciama nel vasto orizzonte,
la ghiotta luce felice
sul verde fiorito possente
s’eccita incandescente,
e con aculei di bragia
incidendo e gonfiando risucchia
l’umore notturno e la ragia.
Dal sotterraneo incubo,
quasi doccia ancor livida, sguscia
fulminea la vita
e, misuratasi al cielo,
spennecchia e trabocca e ricade
e rinnova il suo stelo.
Si nettan suonando i paesi,
e schiava del tempo che giova
la gente ritorna agli arnesi;
nella fatica si trova
e l’appetito prepara.
Dio, per l’aria si rode
e beato non gode
del buffo suo stato:
se scende, ignoto tramonta
nell’ingannevol natura;
se monta, vuoto svapora nel nulla.
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