I
Noi siam della regola buona
che il ribaldo Cavallo sbalzò.
In groppa alla carlona,
longanimi e contenti,
caracollando i tempi
ci si avvezzava a vivere;
quando improvviso sanguigno schiumando
springa scrolla quel pazzo...
e noi sforna in un mazzo!
Ora ci prude senz’unghia
la scabbia notturna, e l’inverno:
esangui, sbattezzati,
al caldo, per coscienza,
salviamo la virtù:
ma tutto come prima
scegliendo con pazienza
ritroverò la cima,
e qualcosa di più.
Se no, gufati vivremo
a scanso di cadute,
curandoci la fame:
evviva la salute!

II
Tanto ubertosa la civile gloria,
tanto ignorato il sottostante danno!
Ma giovinetto è l’anno:
sarà vecchia la baldoria?

III
Noi serbiamo la pace
candida e intatta
contro la ruggine
in còfani d’ovatta:
ancora brillerà la sua speranza
al dimentico amor di chi verrà.

IV
La sciagura ritmava in lontananza;
or s’avvicina. Il patrio terreno
in bìlico, già crolla:
è un invito di danza...
Signori, alla coda!

V
Or sù, giovanotti,
la morte è in amore:
ha baci d’un vigore
da incidervi l’ossa.
Chi ne voglia un’Idea,
si raccomandi a Dio
che la rivela.

VI
In tempo di clessidra
miope volo d’api
sono quest’ombre di noi
e doman forse nùgolo d’eroi!

VII
Poesia, arpeggiante
zanzara che succhi dal sangue,
ora ciascuno t’intende
e si difende.

VIII
Èra avventizia
che strozzi il costume
vendendolo implume
al ghiotto destin
senza principio né fin!
Èra propizia.

IX
Oltre la patria e la terra
c’è da salvare qualcosa,
anche solo una rosa
da tanta guerra sbocciata.

X
Morir vendicati
d’esser nati così!

XI
Noi siam dell’inquieta brigata
e scontentezza ci guida:
spietata alla gente è la sfida,
ma dentro si accascia gemente.
Ci spàsima intorno il vestito
dell’universo stordito:
annaspa e non trova gli occhielli
da chiudere i mondi,
per sempre,
sull’eterna minaccia
che la ràffica a tutti
svela ora più aperta più diaccia.
Squassa e non fugge,
il dolor ce l’inchioda:
rugge se l’oda il pensiero
che balugina nero,
ma divìncola muto
in lancinanti vipere!
Cieco prodigio,
grandezza tradita,
asfissia del certo alveare
fra miele e vischio mordace,
perché si redima nel rischio
il tètano dell’uomo
la nausea del mondo
in sprazzi di respiro
avvèntaci alla prova,
martirio che irrora,
olocausto vivo!
Se no, nel guizzo felice
d’un giorno ben triste,
ai passanti innocenti
scaglieremo le bombe
colmeremo le tombe
che la carie dell’ore ci aprì.
Del resto, il destino
ha stomaco sano,
per smaltire anche noi...

A cena intanto. Olà,
del festino: carne al sangue,
rosso vino forte,
evviva l’appetito della morte!
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