Sono gli stessi che vengono
anno su anno a rintracciarmi, a stanarmi, a sterrarmi
strabicamente solitari, folli, felici, stragonfi, iniziatici,
[frivoli

eppure sono essi grevezza, dimenticata carogna/
Mi prendono: caldo sciolto di sole sciolto ma non proprio marcio,
sole che lega male coi paesi e le forre—
mi sbattono addosso quella porta e il manrovescio
quella: cupo del fegato di cieli-piogge
mi ruttano controtempo e feccia
accumulo intrigo gastrico di tempo—
accumulano sotto e stringono tutto
sotto di sé, identità identità vaneggiando,
così—perché è così e così e così
come mamma e mamma dietro mamma/mammana
calore di scalpo verde
attutiscono identità portano via identità

eppur (io) furiosamente intimo qua e là di esistere—
furiosamente le foglie stravolte, una per una,
furiosamente le ghiaie le pozze gli scialacqui delle acque
furiosamente il balzare, uno per uno, degli alberi intimo e
ti risalgo, identità, che
fai sgambetto al rotto sentiero
calchi la serpe come in un’icona—di
identità in identità risulti risalti—
identità dilavate spolpate, ma pur sempre infetuate di me—
strizzate monture armature gualdrappe da Avatar
e io madre dell’identità
nell’identità del nostro noi che si
differenzia enzia furiosamente mi ripeto
e ripeto-vi
vinco da insetto-trucco-trick
ben coordinato per
duecento milioni di anni: da tacchi
che schiacciano, da baratri.
E quel ciel che mi maciulla, mezzo
dentro e mezzo fuori bocca io,
inceppo.
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