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Poesie di questo tema

Consapevolezza e conoscenza di sé

Eugenio Montale

Eugenio Montale

Botta e risposta II

1
«Il solipsismo non è il tuo forte, come si dice.
Se fosse vero saresti qui, insabbiato
in questa Capri nordica dove il rombo
dei motoscafi impedisce il sonno
fino dalla primalba. Sono passati i tempi
di Monte Verità, dei suoi nudisti,
dei kulturali jerofanti alquanto
ambivalenti o peggio. Eppure, inorridisci,
non so che sia, ma qui qualcosa regge.»

2
Diafana come un velo la foglia secca
che il formicone spinge sull’ammattonato
ospita viaggiatori che salgono e scendono in fretta.
Sto curvo su slabbrature e crepe del terreno
entomologo-ecologo di me stesso.
Il monte che tu rimpiangi l’ho salito
a piedi con la valigia fino a mezza strada.
Non prometteva nulla di buono, trovai alloggio
letto crauti e salsicce in riva al lago.
Vivevo allora in cerca di fandonie
da vendere. In quel caso un musicologo
ottuagenario sordo, famoso, ignoto a me
e agli indigeni, quasi irreperibile.
Lo stanai, tornai pieno di notizie,
sperai di essere accolto come un asso
della speleologia.
E ora tutto è cambiato, un formicaio
vale l’altro ma questo mi attira di più.
Un tempo, tu lo sai, dissi alla donna miope
che portava il mio nome e ancora lo porta dov’è:
noi siamo due prove,
due bozze scorrette che il Proto
non degnò d’uno sguardo. Fu anche un lapsus
madornale, suppongo, l’americana di Brünnen
di cui poi leggemmo il suicidio.
Vivente tra milioni d’incompiuti per lei
non c’era altra scelta. Diceva
che ognuno tenta a suo modo
di passare oltre: oltre che?
Ricordavo Porfirio: le anime dei saggi
possono sopravvivere. Quei pochi
pensano vedono amano senz’occhi
né corpo o forma alcuna. Fanno a meno
del tempo e dello spazio, immarcescibili
avari (questo il greco
non lo disse e non è il caso di leggerlo).
Tirchi così? Per noi non esisteva
scrigno di sicurezza per difendervi
l’ultimo candelotto rimasto acceso.
Se mai fosse il lucignolo prossimo all’estinzione
dopo non era che il buio.
Non per tutti, Porfirio, ma per i dàtteri
di mare che noi siamo, incapsulati
in uno scoglio. Ora neppure attendo
che mi liberi un colpo di martello.
. . . . . . . . . . . .
Se potessi vedermi tu diresti
che nulla è di roccioso in questo butterato
sabbiume di policromi
estivanti ed io in mezzo, più arlecchino
degli altri. Ma la sera poi sorviene
e riconcilia e chiude. Si sta meglio.
A tarda notte mi sfilo dal mignolo l’anello,
nel dito abbronzato resta un cerchiolino pallido.
Non credere che io porti la penitenza a un estremo
gusto di evanescenze e dilettazioni morose.
Nel buio e nella risacca più non m’immergo, resisto
ben vivo vicino alla proda, mi basto come mai prima
m’era accaduto. È questione
d’orgoglio e temperamento. Sto attento a tutto. Se occorre
spire di zampironi tentano di salvarmi
dalle zanzare che pinzano, tanto più sveglie di me.
Franco Cavallo

Franco Cavallo

L’ombra (Ode a Giordano Bruno)

in via Giordano Bruno
nessuno sa chi sia Giordano Bruno.

ma la sua ombra vagola, sogghigna...

qual vivere pareggi il viver mio?

e va chimerizzando e strolegando
COSE NUOVE...

ogni forza vivente
(urla, s’arringhia)
è presidente
alla materia — e signoreggia
nelli composti, effettua
la composizione e consistenzia
de le parti, stende le cartilagini,
incava le arterie... intesse le fibre...
ramifica gli nervi...

oppure, in cupa pena, sospirando:

contrattassi ]‘aratro,
pascessi 1] gregge,
coltivassi un orto,
rassettassi un vestimento,
nessuno mi guarderebbe,
pochi m’osservarebono,
da rari sarei ripreso,
e facilmente potrei piacere
a tutti. ma,
per essere delineatore
del campo della natura,
sollecito circa la pastura
de l’alma, vago de la coltura
de l’ingegno, e dedalo
circa gli abiti de l’intelletto,
ecco che chi adocchiato me minaccia,
chi osservato m’assale,
chi giunto mi morde...

di tana in tana la strada s’imbudella.
l’ombra vacilla, un poco si smantella,
e l’aere intorno tutto s’ingarbuglia:
un nuovo rogo a questo inquieto figlio?

“chi fu Giordano Bruno?”
“non so” uno
risponde. e un altro: “forse uno
che voleva viaggiare per i mari
del sapere?”
“appunto”
“un gran nocchiero, dunque ?”
“certamente un gigante
che aderiva corpo a mente”.
un omino incurvato
si scuote per incanto dal suo stato:
“l’ho visto” dice. “l’ho incontrato adesso.
stava ritto sulla punta del bompresso”.

è proprio lui: l’ardente navigante.
sbucato dalle fiamme come un fante
di spade. agita con frenesia
l’asta infuocata della sua eresia.
Ruggieri Apuliese

Ruggieri Apuliese

Umile sono ed orgoglioso

Umile sono ed orgoglioso,
prode e vile e coragioso,
franco e sicuro e pauroso,
e son folle e sagio
e dolente e allegro e gioioso,
largo e scarso e dubitoso,
cortese e villano e noioso;
facciomi pro e danagio,
e diragiovi, buona gente, como
male e bene agio più di null’omo.

Povero e ricco e disasciato
sono e fermo e malato,
giovane e vecchio ed agravato
e sano spessamente;
metrcede faccio e peccato,
chio favello e non sono nato;
sono disciolto e legat’ò
lo core e la mente.
Or intendete di ciò la ragione:
giorno e notte istò ’n pensagione,

‘ Umile son, quando la veo,
e orgoglioso, ché goleo
quella per cui eo mi deleo
s’io la potesse avire;
e sono pro’ per lei, ch’è deo,
tant’è chiaro il suo splendeo;

6. largo e scarso: di mezzi, ma indica, piuttosto che uno
to, una pratica; dubitoso: timoroso, incerto.
8. danagio: danno.
disasciato: disagiato.
12. fermo: in ottima salute. 13. agrav
in pessima salute.
15. mercede: il contrario di “peccato,” atto
toso o meritorio. 22. goleo: bramo, mi fa gola.
23. deleo: stru
lo mio coragio a dire;
franco e sicuro sono ch’io vi ’ntendo,
e pauroso ché non agio amendo.

Savio sono petch’io non dico
d’orgoglio, né accatto nemico;
e sono folle ch’io mi ’mbrico
in così alto amore;
e villano, ch’io mi disdico
di tutte l’altre essere amico;
e son cortese, chio gastigo
di villania I mio core;
agione pro’, ch’io ne sono insegnato,
e danno c’amo e non sono amato.

Largo sono del fino amare
e scarso molto d’ubriare
quella che mi fa pur pensare
la notte e la dia;
di sbaldire mi fa allegrare;
quando la veo non so parlare
e dolente mi fa pur stare,
di sé fa carestia;
agione pro’ per lei ch’è la mia dia,
e male n’ò, che madonna il mi dia.

Ricco sono de la speranza
e povero de disperanza,
e sanami la fina amanza
quando la pos’ vedere;
mò grande male che mi lanza
e fermami la grand’esmanza;
e favello a gran baldanza
tuttor la credo avere.
Ma non son nato a quel chio penzo fare
se madonna non mi degnasse amare.

Legato, non posso fugire
in nulla parte al meo disire;
sono disciolto per servire
tuttotr se mi valesse;
vecchio sono per ubidire
a quella che mi fa morire;
giovane, al buono ver dire,
se madonna volesse;
e fo peccato per lei, ché m’ascondo,
e mercé, ché di mal fare m’ascondo.

Rugeri Apugliesi conti
a Dio com vive a.forti ponti.
Cavalieri e marchesi e conti
dicono in ogne parte
che mali e beni a lui son gionti.
Questo mondo è valli e monti.
Madonna li sembianti à conti,
lo cor m’auna e patte.
E la ventura sempre scende e sale;
tosto aviene a l’omo bene e male,