Poesie di questo tema
Consapevolezza e conoscenza di sé
Andrea Zanzotto
Sono gli stessi
Sono gli stessi che vengono
anno su anno a rintracciarmi, a stanarmi, a sterrarmi
strabicamente solitari, folli, felici, stragonfi, iniziatici,
[frivoli
eppure sono essi grevezza, dimenticata carogna/
Mi prendono: caldo sciolto di sole sciolto ma non proprio marcio,
sole che lega male coi paesi e le forre—
mi sbattono addosso quella porta e il manrovescio
quella: cupo del fegato di cieli-piogge
mi ruttano controtempo e feccia
accumulo intrigo gastrico di tempo—
accumulano sotto e stringono tutto
sotto di sé, identità identità vaneggiando,
così—perché è così e così e così
come mamma e mamma dietro mamma/mammana
calore di scalpo verde
attutiscono identità portano via identità
eppur (io) furiosamente intimo qua e là di esistere—
furiosamente le foglie stravolte, una per una,
furiosamente le ghiaie le pozze gli scialacqui delle acque
furiosamente il balzare, uno per uno, degli alberi intimo e
ti risalgo, identità, che
fai sgambetto al rotto sentiero
calchi la serpe come in un’icona—di
identità in identità risulti risalti—
identità dilavate spolpate, ma pur sempre infetuate di me—
strizzate monture armature gualdrappe da Avatar
e io madre dell’identità
nell’identità del nostro noi che si
differenzia enzia furiosamente mi ripeto
e ripeto-vi
vinco da insetto-trucco-trick
ben coordinato per
duecento milioni di anni: da tacchi
che schiacciano, da baratri.
E quel ciel che mi maciulla, mezzo
dentro e mezzo fuori bocca io,
inceppo.
anno su anno a rintracciarmi, a stanarmi, a sterrarmi
strabicamente solitari, folli, felici, stragonfi, iniziatici,
[frivoli
eppure sono essi grevezza, dimenticata carogna/
Mi prendono: caldo sciolto di sole sciolto ma non proprio marcio,
sole che lega male coi paesi e le forre—
mi sbattono addosso quella porta e il manrovescio
quella: cupo del fegato di cieli-piogge
mi ruttano controtempo e feccia
accumulo intrigo gastrico di tempo—
accumulano sotto e stringono tutto
sotto di sé, identità identità vaneggiando,
così—perché è così e così e così
come mamma e mamma dietro mamma/mammana
calore di scalpo verde
attutiscono identità portano via identità
eppur (io) furiosamente intimo qua e là di esistere—
furiosamente le foglie stravolte, una per una,
furiosamente le ghiaie le pozze gli scialacqui delle acque
furiosamente il balzare, uno per uno, degli alberi intimo e
ti risalgo, identità, che
fai sgambetto al rotto sentiero
calchi la serpe come in un’icona—di
identità in identità risulti risalti—
identità dilavate spolpate, ma pur sempre infetuate di me—
strizzate monture armature gualdrappe da Avatar
e io madre dell’identità
nell’identità del nostro noi che si
differenzia enzia furiosamente mi ripeto
e ripeto-vi
vinco da insetto-trucco-trick
ben coordinato per
duecento milioni di anni: da tacchi
che schiacciano, da baratri.
E quel ciel che mi maciulla, mezzo
dentro e mezzo fuori bocca io,
inceppo.
Andrea Zanzotto
Visura
Il mondo è puro dispetto
è puro dispetto a se stesso
non è oggi né ieri né domani
è un “mai” stizzoso
stizzito stinto sterpo
che non riesce, ma forse
fuoriesce a irretire
un suo intimo
de-finire
sdefinirsi da sé
da me da ogni una
delle ubique oblique
ubiquità
Il mondo è l’altissimo o il bassissimo
che si fa scritta incisa su una stenta panchina
è il capoverso che spezza
tutto l’esclamare ESCLAMARE
qui dentro qui fuori diffuso —
il falso dire, udire, ardire
trafigge e frigge in ire
di arsi e tesi sconnesse
tutte le tue vecchie scommesse
ma
forse
indizi-tizzi-fumi
di sue convulsioni-stazioni
propone in uno scemo
memo
freddo e freddura che vedilà s’espande
e affiora e figlia
ancora in mille autismi, o se si vuole, trismi.
è puro dispetto a se stesso
non è oggi né ieri né domani
è un “mai” stizzoso
stizzito stinto sterpo
che non riesce, ma forse
fuoriesce a irretire
un suo intimo
de-finire
sdefinirsi da sé
da me da ogni una
delle ubique oblique
ubiquità
Il mondo è l’altissimo o il bassissimo
che si fa scritta incisa su una stenta panchina
è il capoverso che spezza
tutto l’esclamare ESCLAMARE
qui dentro qui fuori diffuso —
il falso dire, udire, ardire
trafigge e frigge in ire
di arsi e tesi sconnesse
tutte le tue vecchie scommesse
ma
forse
indizi-tizzi-fumi
di sue convulsioni-stazioni
propone in uno scemo
memo
freddo e freddura che vedilà s’espande
e affiora e figlia
ancora in mille autismi, o se si vuole, trismi.
Antonio Porta
Modello per autoritratti
io non sono non c’è non chi è
non abito non credo non ho
cinquantanni ventuno dodici che c’è
quando bevo nell’acqua nuotare non so
con la penna che danza la polvere che avanza
non credo non vedo se esco né tocco
mangiare se fame digerire non do
prima corpo poi mente poi dico poi niente
è un’altra chissà se alla fine cadrà
né una vita né due né un pianeta né un altro
le lingue non capisco le grida annichilisco
From WEEK-END
non abito non credo non ho
cinquantanni ventuno dodici che c’è
quando bevo nell’acqua nuotare non so
con la penna che danza la polvere che avanza
non credo non vedo se esco né tocco
mangiare se fame digerire non do
prima corpo poi mente poi dico poi niente
è un’altra chissà se alla fine cadrà
né una vita né due né un pianeta né un altro
le lingue non capisco le grida annichilisco
From WEEK-END
Camillo Sbarbaro
Talor, mentre cammino solo al sole
Talor, mentre cammino solo al sole
e guardo coi miei occhi chiari il mondo
ove tutto m’appar come fraterno,
l’aria la luce il fil d’erba l’insetto,
un improvviso gelo al cor mi coglie.
Un cieco mi par d’essere, seduto
sopra la sponda d’un immenso fiume.
Scorrono sotto l’acque vorticose,
ma non le vede lui: il poco sole
ei si prende beato. E se gli giunge
talora mormorio d’acque, lo crede
ronzio d’orecchi illusi.
Perché a me par, vivendo questa mia
povera vita, un’altra rasentarne
come nel sonno, e che quel sonno sia
la mia vita presente.
Come uno smarrimento allor mi coglie,
uno sgomento pueril.
Mi seggo
tutto solo sul ciglio della strada,
guardo il misero mio angusto mondo
e carezzo con man che trema l’erba.
e guardo coi miei occhi chiari il mondo
ove tutto m’appar come fraterno,
l’aria la luce il fil d’erba l’insetto,
un improvviso gelo al cor mi coglie.
Un cieco mi par d’essere, seduto
sopra la sponda d’un immenso fiume.
Scorrono sotto l’acque vorticose,
ma non le vede lui: il poco sole
ei si prende beato. E se gli giunge
talora mormorio d’acque, lo crede
ronzio d’orecchi illusi.
Perché a me par, vivendo questa mia
povera vita, un’altra rasentarne
come nel sonno, e che quel sonno sia
la mia vita presente.
Come uno smarrimento allor mi coglie,
uno sgomento pueril.
Mi seggo
tutto solo sul ciglio della strada,
guardo il misero mio angusto mondo
e carezzo con man che trema l’erba.
Eugenio Montale
A questo punto
A questo punto smetti
dice l’ombra.
T’ho accompagnato in guerra e in pace e anche
nell’intermedio,
A questo punto smetti, stràppati dal mio fiato
e cammina nel cielo come un razzo.
C’è ancora qualche lume all’orizzonte
e chi lo vede non è un pazzo, è solo
un uomo e tu intendevi di non esserlo
per amore di un’ombra. T’ho ingannato
ma ora ti dico a questo punto smetti.
Il tuo peggio e il tuo meglio non t’appartengono
° e per quello che avrai puoi fare a meno
di un’ombra. A questo punto
guarda con i tuoi occhi e anche senz’occhi.
dice l’ombra.
T’ho accompagnato in guerra e in pace e anche
nell’intermedio,
A questo punto smetti, stràppati dal mio fiato
e cammina nel cielo come un razzo.
C’è ancora qualche lume all’orizzonte
e chi lo vede non è un pazzo, è solo
un uomo e tu intendevi di non esserlo
per amore di un’ombra. T’ho ingannato
ma ora ti dico a questo punto smetti.
Il tuo peggio e il tuo meglio non t’appartengono
° e per quello che avrai puoi fare a meno
di un’ombra. A questo punto
guarda con i tuoi occhi e anche senz’occhi.
Eugenio Montale
Botta e risposta II
1
«Il solipsismo non è il tuo forte, come si dice.
Se fosse vero saresti qui, insabbiato
in questa Capri nordica dove il rombo
dei motoscafi impedisce il sonno
fino dalla primalba. Sono passati i tempi
di Monte Verità, dei suoi nudisti,
dei kulturali jerofanti alquanto
ambivalenti o peggio. Eppure, inorridisci,
non so che sia, ma qui qualcosa regge.»
2
Diafana come un velo la foglia secca
che il formicone spinge sull’ammattonato
ospita viaggiatori che salgono e scendono in fretta.
Sto curvo su slabbrature e crepe del terreno
entomologo-ecologo di me stesso.
Il monte che tu rimpiangi l’ho salito
a piedi con la valigia fino a mezza strada.
Non prometteva nulla di buono, trovai alloggio
letto crauti e salsicce in riva al lago.
Vivevo allora in cerca di fandonie
da vendere. In quel caso un musicologo
ottuagenario sordo, famoso, ignoto a me
e agli indigeni, quasi irreperibile.
Lo stanai, tornai pieno di notizie,
sperai di essere accolto come un asso
della speleologia.
E ora tutto è cambiato, un formicaio
vale l’altro ma questo mi attira di più.
Un tempo, tu lo sai, dissi alla donna miope
che portava il mio nome e ancora lo porta dov’è:
noi siamo due prove,
due bozze scorrette che il Proto
non degnò d’uno sguardo. Fu anche un lapsus
madornale, suppongo, l’americana di Brünnen
di cui poi leggemmo il suicidio.
Vivente tra milioni d’incompiuti per lei
non c’era altra scelta. Diceva
che ognuno tenta a suo modo
di passare oltre: oltre che?
Ricordavo Porfirio: le anime dei saggi
possono sopravvivere. Quei pochi
pensano vedono amano senz’occhi
né corpo o forma alcuna. Fanno a meno
del tempo e dello spazio, immarcescibili
avari (questo il greco
non lo disse e non è il caso di leggerlo).
Tirchi così? Per noi non esisteva
scrigno di sicurezza per difendervi
l’ultimo candelotto rimasto acceso.
Se mai fosse il lucignolo prossimo all’estinzione
dopo non era che il buio.
Non per tutti, Porfirio, ma per i dàtteri
di mare che noi siamo, incapsulati
in uno scoglio. Ora neppure attendo
che mi liberi un colpo di martello.
. . . . . . . . . . . .
Se potessi vedermi tu diresti
che nulla è di roccioso in questo butterato
sabbiume di policromi
estivanti ed io in mezzo, più arlecchino
degli altri. Ma la sera poi sorviene
e riconcilia e chiude. Si sta meglio.
A tarda notte mi sfilo dal mignolo l’anello,
nel dito abbronzato resta un cerchiolino pallido.
Non credere che io porti la penitenza a un estremo
gusto di evanescenze e dilettazioni morose.
Nel buio e nella risacca più non m’immergo, resisto
ben vivo vicino alla proda, mi basto come mai prima
m’era accaduto. È questione
d’orgoglio e temperamento. Sto attento a tutto. Se occorre
spire di zampironi tentano di salvarmi
dalle zanzare che pinzano, tanto più sveglie di me.
«Il solipsismo non è il tuo forte, come si dice.
Se fosse vero saresti qui, insabbiato
in questa Capri nordica dove il rombo
dei motoscafi impedisce il sonno
fino dalla primalba. Sono passati i tempi
di Monte Verità, dei suoi nudisti,
dei kulturali jerofanti alquanto
ambivalenti o peggio. Eppure, inorridisci,
non so che sia, ma qui qualcosa regge.»
2
Diafana come un velo la foglia secca
che il formicone spinge sull’ammattonato
ospita viaggiatori che salgono e scendono in fretta.
Sto curvo su slabbrature e crepe del terreno
entomologo-ecologo di me stesso.
Il monte che tu rimpiangi l’ho salito
a piedi con la valigia fino a mezza strada.
Non prometteva nulla di buono, trovai alloggio
letto crauti e salsicce in riva al lago.
Vivevo allora in cerca di fandonie
da vendere. In quel caso un musicologo
ottuagenario sordo, famoso, ignoto a me
e agli indigeni, quasi irreperibile.
Lo stanai, tornai pieno di notizie,
sperai di essere accolto come un asso
della speleologia.
E ora tutto è cambiato, un formicaio
vale l’altro ma questo mi attira di più.
Un tempo, tu lo sai, dissi alla donna miope
che portava il mio nome e ancora lo porta dov’è:
noi siamo due prove,
due bozze scorrette che il Proto
non degnò d’uno sguardo. Fu anche un lapsus
madornale, suppongo, l’americana di Brünnen
di cui poi leggemmo il suicidio.
Vivente tra milioni d’incompiuti per lei
non c’era altra scelta. Diceva
che ognuno tenta a suo modo
di passare oltre: oltre che?
Ricordavo Porfirio: le anime dei saggi
possono sopravvivere. Quei pochi
pensano vedono amano senz’occhi
né corpo o forma alcuna. Fanno a meno
del tempo e dello spazio, immarcescibili
avari (questo il greco
non lo disse e non è il caso di leggerlo).
Tirchi così? Per noi non esisteva
scrigno di sicurezza per difendervi
l’ultimo candelotto rimasto acceso.
Se mai fosse il lucignolo prossimo all’estinzione
dopo non era che il buio.
Non per tutti, Porfirio, ma per i dàtteri
di mare che noi siamo, incapsulati
in uno scoglio. Ora neppure attendo
che mi liberi un colpo di martello.
. . . . . . . . . . . .
Se potessi vedermi tu diresti
che nulla è di roccioso in questo butterato
sabbiume di policromi
estivanti ed io in mezzo, più arlecchino
degli altri. Ma la sera poi sorviene
e riconcilia e chiude. Si sta meglio.
A tarda notte mi sfilo dal mignolo l’anello,
nel dito abbronzato resta un cerchiolino pallido.
Non credere che io porti la penitenza a un estremo
gusto di evanescenze e dilettazioni morose.
Nel buio e nella risacca più non m’immergo, resisto
ben vivo vicino alla proda, mi basto come mai prima
m’era accaduto. È questione
d’orgoglio e temperamento. Sto attento a tutto. Se occorre
spire di zampironi tentano di salvarmi
dalle zanzare che pinzano, tanto più sveglie di me.
Eugenio Montale
Raccomendo ai miei posteri
Raccomando ai miei posteri
(se ne saranno) in sede letteraria,
il che resta improbabile di fare
un bel falò di tutto che riguardi
la mia vita, i miei fatti, i miei nonfatti.
Non sono un Leopardi, lascio poco da ardere
ed è già troppo vivere in percentuale.
Vissi al cinque per cento, non aumentate
la dose. Troppo spesso invece piove
sul bagnato.
From QUADERNO DI QUATTRO ANNI
(se ne saranno) in sede letteraria,
il che resta improbabile di fare
un bel falò di tutto che riguardi
la mia vita, i miei fatti, i miei nonfatti.
Non sono un Leopardi, lascio poco da ardere
ed è già troppo vivere in percentuale.
Vissi al cinque per cento, non aumentate
la dose. Troppo spesso invece piove
sul bagnato.
From QUADERNO DI QUATTRO ANNI
Franco Cavallo
L’ombra (Ode a Giordano Bruno)
in via Giordano Bruno
nessuno sa chi sia Giordano Bruno.
ma la sua ombra vagola, sogghigna...
qual vivere pareggi il viver mio?
e va chimerizzando e strolegando
COSE NUOVE...
ogni forza vivente
(urla, s’arringhia)
è presidente
alla materia — e signoreggia
nelli composti, effettua
la composizione e consistenzia
de le parti, stende le cartilagini,
incava le arterie... intesse le fibre...
ramifica gli nervi...
oppure, in cupa pena, sospirando:
contrattassi ]‘aratro,
pascessi 1] gregge,
coltivassi un orto,
rassettassi un vestimento,
nessuno mi guarderebbe,
pochi m’osservarebono,
da rari sarei ripreso,
e facilmente potrei piacere
a tutti. ma,
per essere delineatore
del campo della natura,
sollecito circa la pastura
de l’alma, vago de la coltura
de l’ingegno, e dedalo
circa gli abiti de l’intelletto,
ecco che chi adocchiato me minaccia,
chi osservato m’assale,
chi giunto mi morde...
di tana in tana la strada s’imbudella.
l’ombra vacilla, un poco si smantella,
e l’aere intorno tutto s’ingarbuglia:
un nuovo rogo a questo inquieto figlio?
“chi fu Giordano Bruno?”
“non so” uno
risponde. e un altro: “forse uno
che voleva viaggiare per i mari
del sapere?”
“appunto”
“un gran nocchiero, dunque ?”
“certamente un gigante
che aderiva corpo a mente”.
un omino incurvato
si scuote per incanto dal suo stato:
“l’ho visto” dice. “l’ho incontrato adesso.
stava ritto sulla punta del bompresso”.
è proprio lui: l’ardente navigante.
sbucato dalle fiamme come un fante
di spade. agita con frenesia
l’asta infuocata della sua eresia.
nessuno sa chi sia Giordano Bruno.
ma la sua ombra vagola, sogghigna...
qual vivere pareggi il viver mio?
e va chimerizzando e strolegando
COSE NUOVE...
ogni forza vivente
(urla, s’arringhia)
è presidente
alla materia — e signoreggia
nelli composti, effettua
la composizione e consistenzia
de le parti, stende le cartilagini,
incava le arterie... intesse le fibre...
ramifica gli nervi...
oppure, in cupa pena, sospirando:
contrattassi ]‘aratro,
pascessi 1] gregge,
coltivassi un orto,
rassettassi un vestimento,
nessuno mi guarderebbe,
pochi m’osservarebono,
da rari sarei ripreso,
e facilmente potrei piacere
a tutti. ma,
per essere delineatore
del campo della natura,
sollecito circa la pastura
de l’alma, vago de la coltura
de l’ingegno, e dedalo
circa gli abiti de l’intelletto,
ecco che chi adocchiato me minaccia,
chi osservato m’assale,
chi giunto mi morde...
di tana in tana la strada s’imbudella.
l’ombra vacilla, un poco si smantella,
e l’aere intorno tutto s’ingarbuglia:
un nuovo rogo a questo inquieto figlio?
“chi fu Giordano Bruno?”
“non so” uno
risponde. e un altro: “forse uno
che voleva viaggiare per i mari
del sapere?”
“appunto”
“un gran nocchiero, dunque ?”
“certamente un gigante
che aderiva corpo a mente”.
un omino incurvato
si scuote per incanto dal suo stato:
“l’ho visto” dice. “l’ho incontrato adesso.
stava ritto sulla punta del bompresso”.
è proprio lui: l’ardente navigante.
sbucato dalle fiamme come un fante
di spade. agita con frenesia
l’asta infuocata della sua eresia.
Gabriele Frasca
La pietra
quand’è che. intanto che. ingolfìi. nel lago
intimo. ti ricolmi. come pietra
che sfarina. rimani. mentre tetra
terra è promessa, affiorando. da un vago
andare in schiera. chi fu. chi era. sagome
che appena giunte. ognuna attende. impetra
l’essere. l’ha. lo perde. finché arretrano
tutte. intruse. più dentro. e questo svago
finisce. e poi riprende. ti sorprende
tornare. ricolmarti. come stesse
oscillando una luce. sulle bende
che ti serrano il volto. sporche. spesse.
perché tu sia nessuno. perché niente
sia opposto. a chi la vita ti prendesse
intimo. ti ricolmi. come pietra
che sfarina. rimani. mentre tetra
terra è promessa, affiorando. da un vago
andare in schiera. chi fu. chi era. sagome
che appena giunte. ognuna attende. impetra
l’essere. l’ha. lo perde. finché arretrano
tutte. intruse. più dentro. e questo svago
finisce. e poi riprende. ti sorprende
tornare. ricolmarti. come stesse
oscillando una luce. sulle bende
che ti serrano il volto. sporche. spesse.
perché tu sia nessuno. perché niente
sia opposto. a chi la vita ti prendesse
Giacomo Noventa
Dove i me versi...
Dove i me versi me portarìa,
Acarezandoli come voialtri,
No’ so fradeli.
Tocadi i limiti del me valor,
Forse mi stesso me inganarìa,
Crederìa sacra l’arte, e la gloria,
Più che l’onor.
O forse alora mi capirìa,
Megio d’ancùo, più dentro in mi,
Quelo che i versi no’ pol mai dar.
Pur no’ savendo esser un santo,
A testa bassa de fronte ai santi,
Par la me ànema mi pregarìa,
No’ più ascoltandome nel mio pregar.
Acarezandoli come voialtri,
No’ so fradeli.
Tocadi i limiti del me valor,
Forse mi stesso me inganarìa,
Crederìa sacra l’arte, e la gloria,
Più che l’onor.
O forse alora mi capirìa,
Megio d’ancùo, più dentro in mi,
Quelo che i versi no’ pol mai dar.
Pur no’ savendo esser un santo,
A testa bassa de fronte ai santi,
Par la me ànema mi pregarìa,
No’ più ascoltandome nel mio pregar.
Giacomo Noventa
Par vardàr...
Par vardàr dentro i çieli sereni,
Là sù sconti da nuvoli neri,
Gò lassa le me vali e i me orti,
Par andar su le çime dei monti.
Son rivà su le çime dei monti,
Gò vardà dentro i çieli sereni,
Vedarò le me vali e i me orti,
Là zó sconti da nuvoli neri?
Là sù sconti da nuvoli neri,
Gò lassa le me vali e i me orti,
Par andar su le çime dei monti.
Son rivà su le çime dei monti,
Gò vardà dentro i çieli sereni,
Vedarò le me vali e i me orti,
Là zó sconti da nuvoli neri?
Giorgio Caproni
All’amico appostato
Presta bene orecchio,
amico, a quel che ti dico.
Tu miri contro uno specchio.
Sparerai a te stesso, amico.
amico, a quel che ti dico.
Tu miri contro uno specchio.
Sparerai a te stesso, amico.
Giuseppe Conte
Un ordine
Ho infranto un ordine. Il più severo.
Sono stato generato per possedere
terre e donne, per sottomettere,
per costruire, per avere
figli. Questo era il nesso.
Per questo fui chiamato Giuseppe
e fui chiamato al mondo.
Ma io ho tradito. Ad altro
non ho dedicato me stesso
che a scrivere alberi, lune, onde,
alla sterile arte di versi e dei sogni,
all’angoscia, ai piaceri suoi complici.
Non sono stato mai così solo.
So che non ho ubbidito
a una legge che mi prefigurava:
non sono niente, non ho niente, io.
Ma l’ordine che ho infranto era Dio?
Sono stato generato per possedere
terre e donne, per sottomettere,
per costruire, per avere
figli. Questo era il nesso.
Per questo fui chiamato Giuseppe
e fui chiamato al mondo.
Ma io ho tradito. Ad altro
non ho dedicato me stesso
che a scrivere alberi, lune, onde,
alla sterile arte di versi e dei sogni,
all’angoscia, ai piaceri suoi complici.
Non sono stato mai così solo.
So che non ho ubbidito
a una legge che mi prefigurava:
non sono niente, non ho niente, io.
Ma l’ordine che ho infranto era Dio?
Giuseppe Ungaretti
Giorgio vigolo il viso
Malinconia d’esistere con questo
volto remoto che ci esprime l’anima
e la sua storia e i giorni alti e perduti,
senza più averne la memoria e il senso.
Scruti meglio la pietra; in selve amare
più domestica lingua hanno le foglie
e i paesi si leggono; s’intende
l’innocenza dei monti. Ma l’umano
viso, il tuo stesso, che ti senti in carne
fitto all’essenza, che vuol dire?
Indaghi
inutilmente questa tua persona
che sempre hai teco e nei notturni vuoti
s’ingrandisce di sogni, apre il suo libro
su figure dolcissime o tremende.
E allora che prendendo del tuo buio
una rapita conoscenza, credi
finalmente di leggerti; decifri
l’oscura lingua, sillabi le forti
lettere e i nomi sciogli.
Illuso! In altro
specchio t’appari. O ti dispieghi in vaste
epoche d’’astri e spaziati cosmi
o stringi i tempi in questi sensi d’uomo,
solo saprai di non saper chi sei.
volto remoto che ci esprime l’anima
e la sua storia e i giorni alti e perduti,
senza più averne la memoria e il senso.
Scruti meglio la pietra; in selve amare
più domestica lingua hanno le foglie
e i paesi si leggono; s’intende
l’innocenza dei monti. Ma l’umano
viso, il tuo stesso, che ti senti in carne
fitto all’essenza, che vuol dire?
Indaghi
inutilmente questa tua persona
che sempre hai teco e nei notturni vuoti
s’ingrandisce di sogni, apre il suo libro
su figure dolcissime o tremende.
E allora che prendendo del tuo buio
una rapita conoscenza, credi
finalmente di leggerti; decifri
l’oscura lingua, sillabi le forti
lettere e i nomi sciogli.
Illuso! In altro
specchio t’appari. O ti dispieghi in vaste
epoche d’’astri e spaziati cosmi
o stringi i tempi in questi sensi d’uomo,
solo saprai di non saper chi sei.
Leonardo Sinisgalli
Similitudini
Potevo un tempo perdervi
in mille similitudini!
I cieli erano colmi,
il mio cuore era ricco.
La pianta del fico non aspettava l’acqua.
Mi son fatto avaro
dei pochi resti del mondo.
Ora ascolto e rispondo.
in mille similitudini!
I cieli erano colmi,
il mio cuore era ricco.
La pianta del fico non aspettava l’acqua.
Mi son fatto avaro
dei pochi resti del mondo.
Ora ascolto e rispondo.
Luciano Erba
Senza bussola
Secondo Darwin avrei dovuto essere eliminato
secondo Malthus neppure essere nato
secondo Lombroso finirò comunque male
e non sto a dire di Marx, io, petit bourgeois,
scappare, dunque, scappare
in avanti in dietro di fianco
(così nel quaranta quando tutti) ma
permangono personali perplessità
sono a est della mia ferita
o a sud della mia morte?
secondo Malthus neppure essere nato
secondo Lombroso finirò comunque male
e non sto a dire di Marx, io, petit bourgeois,
scappare, dunque, scappare
in avanti in dietro di fianco
(così nel quaranta quando tutti) ma
permangono personali perplessità
sono a est della mia ferita
o a sud della mia morte?
Meo de' Tolomei
Si fortemente l’altrier fu’ malato
Sì fortemente l’altrier fu? malato,
ca tutt’avfa perduto ’] favellare;
e mie madre, per farmi imegliorare,
arrecomm’un velen si temperato,
ch’averfa, non che me, m’attossicato
el mar, e disse: — Béi, non dubitare! —
Ed i’ feci per cenni: — A me non pare —;
di non bere nel me’ cor fui fermato,
Ed ella disse: — Odi, che pur berrai,
10 e questa prova perder ti faraggio! —
Allor de la paura terminai,
e cominciai a dir: — Nessun mal aggio —.
Né bevvi da sua man né berrò mai,
né bevere’ se mi facesse saggio,
ca tutt’avfa perduto ’] favellare;
e mie madre, per farmi imegliorare,
arrecomm’un velen si temperato,
ch’averfa, non che me, m’attossicato
el mar, e disse: — Béi, non dubitare! —
Ed i’ feci per cenni: — A me non pare —;
di non bere nel me’ cor fui fermato,
Ed ella disse: — Odi, che pur berrai,
10 e questa prova perder ti faraggio! —
Allor de la paura terminai,
e cominciai a dir: — Nessun mal aggio —.
Né bevvi da sua man né berrò mai,
né bevere’ se mi facesse saggio,
Pier Paolo Pasolini
Frammento epistolare, al ragazzo Codignola
Caro ragazzo, sì, certo, incontriamoci,
ma non aspettarti nulla da questo incontro.
Se mai, una nuova delusione, un nuovo
vuoto: di quelli che fanno bene
alla dignità narcissica, come un dolore.
A quarant’anni io sono come a diciassette.
Frustrati, il quarantenne e il diciassettenne
si possono, certo, incontrare, balbettando
idee convergenti, su problemi
tra cui si aprono due decenni, un’intera vita,
e che pure apparentemente sono gli stessi.
Finché una parola, uscita dalle gole incerte,
inaridita di pianto e voglia d’esser soli –
ne rivela l’immedicabile disparità.
E, insieme, dovrò pure fare il poeta
padre, e allora ripiegherò sull’ironia
– che t’imbarazzerà: essendo il quarantenne
più allegro e giovane del diciassettenne,
lui, ormai padrone della vita.
Oltre a questa apparenza, a questa parvenza,
non ho niente altro da dirti.
Sono avaro, quel poco che possiedo
me lo tengo stretto al cuore diabolico.
E i due palmi di pelle tra zigomo e mento,
sotto la bocca distorta a furia di sorrisi
di timidezza, e l’occhio che ha perso
il suo dolce, come un fico inacidito,
ti apparirebbero il ritratto
proprio di quella maturità che ti fa male,
maturità non fraterna. A che può servirti
un coetaneo – semplicemente intristito
nella magrezza che gli divora la carne?
Ciò ch’egli ha dato ha dato, il resto
è arida pietà.
ma non aspettarti nulla da questo incontro.
Se mai, una nuova delusione, un nuovo
vuoto: di quelli che fanno bene
alla dignità narcissica, come un dolore.
A quarant’anni io sono come a diciassette.
Frustrati, il quarantenne e il diciassettenne
si possono, certo, incontrare, balbettando
idee convergenti, su problemi
tra cui si aprono due decenni, un’intera vita,
e che pure apparentemente sono gli stessi.
Finché una parola, uscita dalle gole incerte,
inaridita di pianto e voglia d’esser soli –
ne rivela l’immedicabile disparità.
E, insieme, dovrò pure fare il poeta
padre, e allora ripiegherò sull’ironia
– che t’imbarazzerà: essendo il quarantenne
più allegro e giovane del diciassettenne,
lui, ormai padrone della vita.
Oltre a questa apparenza, a questa parvenza,
non ho niente altro da dirti.
Sono avaro, quel poco che possiedo
me lo tengo stretto al cuore diabolico.
E i due palmi di pelle tra zigomo e mento,
sotto la bocca distorta a furia di sorrisi
di timidezza, e l’occhio che ha perso
il suo dolce, come un fico inacidito,
ti apparirebbero il ritratto
proprio di quella maturità che ti fa male,
maturità non fraterna. A che può servirti
un coetaneo – semplicemente intristito
nella magrezza che gli divora la carne?
Ciò ch’egli ha dato ha dato, il resto
è arida pietà.
Ruggieri Apuliese
Umile sono ed orgoglioso
Umile sono ed orgoglioso,
prode e vile e coragioso,
franco e sicuro e pauroso,
e son folle e sagio
e dolente e allegro e gioioso,
largo e scarso e dubitoso,
cortese e villano e noioso;
facciomi pro e danagio,
e diragiovi, buona gente, como
male e bene agio più di null’omo.
Povero e ricco e disasciato
sono e fermo e malato,
giovane e vecchio ed agravato
e sano spessamente;
metrcede faccio e peccato,
chio favello e non sono nato;
sono disciolto e legat’ò
lo core e la mente.
Or intendete di ciò la ragione:
giorno e notte istò ’n pensagione,
‘ Umile son, quando la veo,
e orgoglioso, ché goleo
quella per cui eo mi deleo
s’io la potesse avire;
e sono pro’ per lei, ch’è deo,
tant’è chiaro il suo splendeo;
6. largo e scarso: di mezzi, ma indica, piuttosto che uno
to, una pratica; dubitoso: timoroso, incerto.
8. danagio: danno.
disasciato: disagiato.
12. fermo: in ottima salute. 13. agrav
in pessima salute.
15. mercede: il contrario di “peccato,” atto
toso o meritorio. 22. goleo: bramo, mi fa gola.
23. deleo: stru
lo mio coragio a dire;
franco e sicuro sono ch’io vi ’ntendo,
e pauroso ché non agio amendo.
Savio sono petch’io non dico
d’orgoglio, né accatto nemico;
e sono folle ch’io mi ’mbrico
in così alto amore;
e villano, ch’io mi disdico
di tutte l’altre essere amico;
e son cortese, chio gastigo
di villania I mio core;
agione pro’, ch’io ne sono insegnato,
e danno c’amo e non sono amato.
Largo sono del fino amare
e scarso molto d’ubriare
quella che mi fa pur pensare
la notte e la dia;
di sbaldire mi fa allegrare;
quando la veo non so parlare
e dolente mi fa pur stare,
di sé fa carestia;
agione pro’ per lei ch’è la mia dia,
e male n’ò, che madonna il mi dia.
Ricco sono de la speranza
e povero de disperanza,
e sanami la fina amanza
quando la pos’ vedere;
mò grande male che mi lanza
e fermami la grand’esmanza;
e favello a gran baldanza
tuttor la credo avere.
Ma non son nato a quel chio penzo fare
se madonna non mi degnasse amare.
Legato, non posso fugire
in nulla parte al meo disire;
sono disciolto per servire
tuttotr se mi valesse;
vecchio sono per ubidire
a quella che mi fa morire;
giovane, al buono ver dire,
se madonna volesse;
e fo peccato per lei, ché m’ascondo,
e mercé, ché di mal fare m’ascondo.
Rugeri Apugliesi conti
a Dio com vive a.forti ponti.
Cavalieri e marchesi e conti
dicono in ogne parte
che mali e beni a lui son gionti.
Questo mondo è valli e monti.
Madonna li sembianti à conti,
lo cor m’auna e patte.
E la ventura sempre scende e sale;
tosto aviene a l’omo bene e male,
prode e vile e coragioso,
franco e sicuro e pauroso,
e son folle e sagio
e dolente e allegro e gioioso,
largo e scarso e dubitoso,
cortese e villano e noioso;
facciomi pro e danagio,
e diragiovi, buona gente, como
male e bene agio più di null’omo.
Povero e ricco e disasciato
sono e fermo e malato,
giovane e vecchio ed agravato
e sano spessamente;
metrcede faccio e peccato,
chio favello e non sono nato;
sono disciolto e legat’ò
lo core e la mente.
Or intendete di ciò la ragione:
giorno e notte istò ’n pensagione,
‘ Umile son, quando la veo,
e orgoglioso, ché goleo
quella per cui eo mi deleo
s’io la potesse avire;
e sono pro’ per lei, ch’è deo,
tant’è chiaro il suo splendeo;
6. largo e scarso: di mezzi, ma indica, piuttosto che uno
to, una pratica; dubitoso: timoroso, incerto.
8. danagio: danno.
disasciato: disagiato.
12. fermo: in ottima salute. 13. agrav
in pessima salute.
15. mercede: il contrario di “peccato,” atto
toso o meritorio. 22. goleo: bramo, mi fa gola.
23. deleo: stru
lo mio coragio a dire;
franco e sicuro sono ch’io vi ’ntendo,
e pauroso ché non agio amendo.
Savio sono petch’io non dico
d’orgoglio, né accatto nemico;
e sono folle ch’io mi ’mbrico
in così alto amore;
e villano, ch’io mi disdico
di tutte l’altre essere amico;
e son cortese, chio gastigo
di villania I mio core;
agione pro’, ch’io ne sono insegnato,
e danno c’amo e non sono amato.
Largo sono del fino amare
e scarso molto d’ubriare
quella che mi fa pur pensare
la notte e la dia;
di sbaldire mi fa allegrare;
quando la veo non so parlare
e dolente mi fa pur stare,
di sé fa carestia;
agione pro’ per lei ch’è la mia dia,
e male n’ò, che madonna il mi dia.
Ricco sono de la speranza
e povero de disperanza,
e sanami la fina amanza
quando la pos’ vedere;
mò grande male che mi lanza
e fermami la grand’esmanza;
e favello a gran baldanza
tuttor la credo avere.
Ma non son nato a quel chio penzo fare
se madonna non mi degnasse amare.
Legato, non posso fugire
in nulla parte al meo disire;
sono disciolto per servire
tuttotr se mi valesse;
vecchio sono per ubidire
a quella che mi fa morire;
giovane, al buono ver dire,
se madonna volesse;
e fo peccato per lei, ché m’ascondo,
e mercé, ché di mal fare m’ascondo.
Rugeri Apugliesi conti
a Dio com vive a.forti ponti.
Cavalieri e marchesi e conti
dicono in ogne parte
che mali e beni a lui son gionti.
Questo mondo è valli e monti.
Madonna li sembianti à conti,
lo cor m’auna e patte.
E la ventura sempre scende e sale;
tosto aviene a l’omo bene e male,
Salvatore Quasimodo
Curva minore
Pèrdimi, Signore, ché non oda
gli anni sommersi taciti spogliarmi,
sì che cangi la pena in moto aperto:
curva minore
del vivere m’avanza.
E fammi vento che naviga felice,
o seme d’’orzo o lebbra
che sé esprima in pieno divenire.
E sia facile amarti
in erba che accima alla luce,
in piaga che buca la carne.
lo tentò una vita:
ognuno si scalza e vacilla
in ricerca.
Ancora mi lasci: son solo
nell’ombra che in sera si spande,
né valico s’apre al dolce
sfociare del sangue.
gli anni sommersi taciti spogliarmi,
sì che cangi la pena in moto aperto:
curva minore
del vivere m’avanza.
E fammi vento che naviga felice,
o seme d’’orzo o lebbra
che sé esprima in pieno divenire.
E sia facile amarti
in erba che accima alla luce,
in piaga che buca la carne.
lo tentò una vita:
ognuno si scalza e vacilla
in ricerca.
Ancora mi lasci: son solo
nell’ombra che in sera si spande,
né valico s’apre al dolce
sfociare del sangue.
Umberto Saba
Ritratto
Lascia lo specchio. Non guardarti in quello
come una giovanetta. Che alle donne
è lume il corpo; a te l’animo vale.
La dolcezza che opponi ingenuo al male
fa la bontà del tuo sguardo. Ma il ciuffo
di capelli, che un po’ butti in disparte,
d’esser te stesso la fierezza esprima,
come in cima a una casa già compiuta
la bandieretta
che libera lassù s’agita a un vento.
come una giovanetta. Che alle donne
è lume il corpo; a te l’animo vale.
La dolcezza che opponi ingenuo al male
fa la bontà del tuo sguardo. Ma il ciuffo
di capelli, che un po’ butti in disparte,
d’esser te stesso la fierezza esprima,
come in cima a una casa già compiuta
la bandieretta
che libera lassù s’agita a un vento.
Valerio Magrelli
Io abito il mio cervello
Io abito il mio cervello
come un tranquillo possidente le sue terre.
Per tutto il giorno il mio lavoro
è nel farle fruttare,
il mio frutto nel farle lavorare.
E prima di dormire
mi affaccio a guardarle
con il pudore dell’uomo
per la sua immagine.
Il mio cervello abita in me
come un tranquillo possidente le sue terre.
come un tranquillo possidente le sue terre.
Per tutto il giorno il mio lavoro
è nel farle fruttare,
il mio frutto nel farle lavorare.
E prima di dormire
mi affaccio a guardarle
con il pudore dell’uomo
per la sua immagine.
Il mio cervello abita in me
come un tranquillo possidente le sue terre.
Vittorio Sereni
Paura seconda
Niente ha di spavento
la voce che chiama me
proprio me
dalla strada sotto casa
in un’ora di notte:
è un breve risveglio di vento,
una pioggia fuggiasca.
Nel dire il mio nome non enumera
i miei torti, non mi rinfaccia il passato.
Con dolcezza (Vittorio
Vittorio) mi disarma, arma
contro me stesso me.
la voce che chiama me
proprio me
dalla strada sotto casa
in un’ora di notte:
è un breve risveglio di vento,
una pioggia fuggiasca.
Nel dire il mio nome non enumera
i miei torti, non mi rinfaccia il passato.
Con dolcezza (Vittorio
Vittorio) mi disarma, arma
contro me stesso me.