Botta e risposta II

1
«Il solipsismo non è il tuo forte, come si dice.
Se fosse vero saresti qui, insabbiato
in questa Capri nordica dove il rombo
dei motoscafi impedisce il sonno
fino dalla primalba. Sono passati i tempi
di Monte Verità, dei suoi nudisti,
dei kulturali jerofanti alquanto
ambivalenti o peggio. Eppure, inorridisci,
non so che sia, ma qui qualcosa regge.»

2
Diafana come un velo la foglia secca
che il formicone spinge sull’ammattonato
ospita viaggiatori che salgono e scendono in fretta.
Sto curvo su slabbrature e crepe del terreno
entomologo-ecologo di me stesso.
Il monte che tu rimpiangi l’ho salito
a piedi con la valigia fino a mezza strada.
Non prometteva nulla di buono, trovai alloggio
letto crauti e salsicce in riva al lago.
Vivevo allora in cerca di fandonie
da vendere. In quel caso un musicologo
ottuagenario sordo, famoso, ignoto a me
e agli indigeni, quasi irreperibile.
Lo stanai, tornai pieno di notizie,
sperai di essere accolto come un asso
della speleologia.
E ora tutto è cambiato, un formicaio
vale l’altro ma questo mi attira di più.
Un tempo, tu lo sai, dissi alla donna miope
che portava il mio nome e ancora lo porta dov’è:
noi siamo due prove,
due bozze scorrette che il Proto
non degnò d’uno sguardo. Fu anche un lapsus
madornale, suppongo, l’americana di Brünnen
di cui poi leggemmo il suicidio.
Vivente tra milioni d’incompiuti per lei
non c’era altra scelta. Diceva
che ognuno tenta a suo modo
di passare oltre: oltre che?
Ricordavo Porfirio: le anime dei saggi
possono sopravvivere. Quei pochi
pensano vedono amano senz’occhi
né corpo o forma alcuna. Fanno a meno
del tempo e dello spazio, immarcescibili
avari (questo il greco
non lo disse e non è il caso di leggerlo).
Tirchi così? Per noi non esisteva
scrigno di sicurezza per difendervi
l’ultimo candelotto rimasto acceso.
Se mai fosse il lucignolo prossimo all’estinzione
dopo non era che il buio.
Non per tutti, Porfirio, ma per i dàtteri
di mare che noi siamo, incapsulati
in uno scoglio. Ora neppure attendo
che mi liberi un colpo di martello.
. . . . . . . . . . . .
Se potessi vedermi tu diresti
che nulla è di roccioso in questo butterato
sabbiume di policromi
estivanti ed io in mezzo, più arlecchino
degli altri. Ma la sera poi sorviene
e riconcilia e chiude. Si sta meglio.
A tarda notte mi sfilo dal mignolo l’anello,
nel dito abbronzato resta un cerchiolino pallido.
Non credere che io porti la penitenza a un estremo
gusto di evanescenze e dilettazioni morose.
Nel buio e nella risacca più non m’immergo, resisto
ben vivo vicino alla proda, mi basto come mai prima
m’era accaduto. È questione
d’orgoglio e temperamento. Sto attento a tutto. Se occorre
spire di zampironi tentano di salvarmi
dalle zanzare che pinzano, tanto più sveglie di me.
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