Al tempo che la vita era inesplosa

Al tempo che la vita era inesplosa
e l’amor mi pareva umana cosa,
fanciullo a te venivo
o Carlo contadino,
dove in corona dall’alba alla sera
nel vasto sole delle estati brevi
esaudendo come una preghiera
la terra non tua più l’avevi.

A te correvo già felice:
e tu guidavi senza farmi male
l’anima persuasa,
parlando il poco di chi intende e dice;
e nell’aiuto meritavo accanto
al tuo ben la campagna –
la campagna che va dal piano al monte
tessendo siepi in giro alle covate,
ma di verde inghirlanda ogni contrasto
nel fior di tutti i giorni, l’orizzonte.

Con la falce nell’erba
frusciava il mio baleno:
il papavero ardendo sullo stelo
e ciascun boccio sereno
in abbandono ancor vivo
a tagliarlo pativo,
e accanito godevo
con la falce nell’erba.
Erba recisa che sempre rinasce,
se dove ruminando è mucca e latte
per vivace concime
ritorna alla radice.

Ma la ségale ambivo,
il suo slancio levriero,
l’ariosa offerta
delle piante natali;
e dovunque ero appiglio
all’imminente prodigio:
mago dell’impazienza,
brigante di bontà con gli animali,
scandalizzando fughe nel pollame
che tra zampa e cresta
in scia di pulcini
virava la sua siesta.

Ghiotto della mia fame,
stupefatto di festa,
nel caso lucente sostavo:
facevan le fusa
i miei sensi, e zampilli i pensieri;
l’aria dava la stura
a un bronzeo inquietamente
fèrvere d’api:
e non sapendo ero certo
del misterioso concerto.

Infine il mezzodì spandeva
effluvi di campane:
il gerlo sulle spalle,
andavo rincasando
con te come uguale,
verso la fiamma che dal sasso
già inneggiava alla polenta;
e tu, con lena immensa,
sul paiolo acceso,
dicevi a me restio:
Mangiamo insieme; il digiuno
non ciba nessuno,
se non ci nutre Iddio.
E in aureola splendeva
l’astro della mensa,
il sol della polenta
per chi ha in sé grande spazio,
luce che si contenta
di tramontare in noi:
e quando il cuore è sazio,
se ne risparmi poca, anche meschina,
essa risorge in tuorlo di gallina.

Risorge la tua cara vita
dove va più smarrita
o Carlo, contadino
di un solco che è sentiero
per le tèrree nostre notti.
E ti vedo levar come il mattino
in verecondia gli occhi
consacrando il pensiero
al semplice elemento,
mentre è bello il silenzio a te vicino.
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