Nell’avvampato sfasciume,
tra polvere e péste, al meriggio,
la fusa scintilla
d’un dèmone bigio
atterga affronta assilla
l’ignava sloia dei rari passanti,
la schiavitù croia dei carri pesanti;
tòrcon gli alberi a respiro
l’ombra e le foglie sui rami e sui tronchi,
i muri abbassano pàlpebre
e spràngan le soglie nell’arido giro
del losco sfasciume.
Erra, tra polvere e péste,
il gonzo pecorume
dei ragazzi di scuola,
e, palloncini sugli spaghi, oscilla
dai corpi smilzi il vuoto delle teste:
dietro mi stringo con passo caduto,
vittima che s’immola
al sacrificio muto.
Sbirciano i passanti,
sbirbónano i cavallanti,
e dalla lor scontentezza
nessuno vorrebbe il mio officio.
Ma chi nel borro impeciato
sorger libero e terso mi vede,
e fuggire dal fiato e dal piede
l’arso dèmone bigio?
Sgorgo, inalveo, verso
fra murmuri e spruzzi al meriggio
nell’aria l’effuso tesoro
del vivido corso immortale:
risbaldiscono i passanti,
schiòccano i cavallanti
dai carri nei mozzi sonanti;
gli alberi ondeggian con verdi richiami
l’ombra e le foglie dai tronchi e dai rami,
radiose pupille dai muri alle soglie
s’aprono al fiotto vitale
del soavissimo fiume
che stilla e s’assapora
nella freschezza irrequieta
dei ragazzi di scuola,
nell’ascesi segreta
del mio nume che s’immola
al sacrificio muto.
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