Poesie di questo tema
Città e vita quotidiana
Aldo Palazzeschi
La passeggiata
– Andiamo?
– Andiamo pure.
All’arte del ricamo,
fabbrica di passamanterie,
ordinazioni, forniture
Sorelle Purtarè
Alla città di Parigi
Modes, nouveauté.
Benedetto Paradiso
successore di Michele Salvato,
gabinetto fondato nell’anno 1843.
Avviso importante alle signore!
La beltà del viso,
seno d’avorio
pelle di velluto.
Grandi tumulti a Montecitorio.
Il presidente pronunciò fiere parole,
tumulto a sinistra, tumulto a destra.
Il gran Sultano di Turchia aspetta.
La pasticca del Re Sole.
Si getta dalla finestra per amore.
Insuperabile sapone alla violetta.
Orologeria di precisione.
93
Lotteria del milione.
Antica trattoria «La pace»,
con giardino,
fiaschetteria,
mescita di vino.
Loffredo e Rondinella
primaria casa di stoffe,
panni, lana e flanella.
Oggetti d’arte,
quadri, antichità,
26
26 A.
Corso Napoleone Bonaparte.
Cartoleria del progresso.
Si cercano abili lavoranti sarte.
Anemia!
Fallimento!
Grande liquidazione!
Ribassi del 90%
libero ingresso.
Hotel Risorgimento
e d’Ungheria.
Lastrucci e Garfagnoni,
impianti moderni di riscaldamento:
caloriferi, termosifoni.
Via Fratelli Bandiera
già via del Crocifisso.
Saldo
fine stagione,
prezzo fisso.
Occasione! Occasione!
Diodato Postiglione
scatole per tutti gli usi di cartone.
Inaudita crudeltà!
Cioccolato Talmone.
Il più ricercato biscotto.
Duretto e Tenerini
via della Carità.
2. 17. 40. 25. 88.
Cinematografo Splendor,
il ventre di Berlino,
viaggio nel Giappone,
l’onomastico di Stefanino.
Attrazione! Attrazione!
Cerotto Manganello,
infallibile contro i reumatismi,
l’ultima scoperta della scienza!
L’addolorata al Fiumicello,
associazione di beneficenza.
Luigi Cacace
deposito di lampadine.
Legna, carbone e brace,
segatura,
grandi e piccole fascine,
fascinotti,
forme, pine.
Professor Nicola Frescura:
state all’erta giovinotti!
Camicie su misura.
Fratelli Buffi,
lubrificanti per macchine e stantuffi.
Il mondo in miniatura.
Lavanderia,
Fumista,
Tipografia,
Parrucchiere,
Fioraio,
Libreria,
Modista.
Elettricità e cancelleria.
L’amor patrio
antico caffè.
Affittasi quartiere,
rivolgersi al portiere
dalle 2 alle 3.
Adamo Sensi
studio d’avvocato,
dottoressa in medicina
primo piano.
Antico forno,
Rosticcere e friggitore.
Utensili per cucina,
Ferrarecce.
Mesticatore.
Teatro Comunale
Manon di Massenet,
gran serata in onore
di Michelina Proches.
Politeama Manzoni
il teatro dei cani,
ultima matinée.
Si fanno riparazioni in caloches.
Cordonnier.
Deposito di legnami.
Teatro Goldoni
i figli di nessuno,
serata popolare.
Tutti dai fratelli Bocconi!
Non ve la lasciate scappare!
29
31
Bar la stella polare.
Assunta Chiodaroli
levatrice,
Parisina Sudori
rammendatrice.
L’arte di non far figlioli.
Gabriele Pagnotta
strumenti musicali.
Narciso Gonfalone
tessuti di seta e di cotone.
Ulderigo Bizzarro
fabbricante di confetti per nozze.
Giacinto Pupi,
tinozze e semicupi.
Pasquale Bottega fu Pietro,
calzature...
– Torniamo indietro?
– Torniamo pure.
– Andiamo pure.
All’arte del ricamo,
fabbrica di passamanterie,
ordinazioni, forniture
Sorelle Purtarè
Alla città di Parigi
Modes, nouveauté.
Benedetto Paradiso
successore di Michele Salvato,
gabinetto fondato nell’anno 1843.
Avviso importante alle signore!
La beltà del viso,
seno d’avorio
pelle di velluto.
Grandi tumulti a Montecitorio.
Il presidente pronunciò fiere parole,
tumulto a sinistra, tumulto a destra.
Il gran Sultano di Turchia aspetta.
La pasticca del Re Sole.
Si getta dalla finestra per amore.
Insuperabile sapone alla violetta.
Orologeria di precisione.
93
Lotteria del milione.
Antica trattoria «La pace»,
con giardino,
fiaschetteria,
mescita di vino.
Loffredo e Rondinella
primaria casa di stoffe,
panni, lana e flanella.
Oggetti d’arte,
quadri, antichità,
26
26 A.
Corso Napoleone Bonaparte.
Cartoleria del progresso.
Si cercano abili lavoranti sarte.
Anemia!
Fallimento!
Grande liquidazione!
Ribassi del 90%
libero ingresso.
Hotel Risorgimento
e d’Ungheria.
Lastrucci e Garfagnoni,
impianti moderni di riscaldamento:
caloriferi, termosifoni.
Via Fratelli Bandiera
già via del Crocifisso.
Saldo
fine stagione,
prezzo fisso.
Occasione! Occasione!
Diodato Postiglione
scatole per tutti gli usi di cartone.
Inaudita crudeltà!
Cioccolato Talmone.
Il più ricercato biscotto.
Duretto e Tenerini
via della Carità.
2. 17. 40. 25. 88.
Cinematografo Splendor,
il ventre di Berlino,
viaggio nel Giappone,
l’onomastico di Stefanino.
Attrazione! Attrazione!
Cerotto Manganello,
infallibile contro i reumatismi,
l’ultima scoperta della scienza!
L’addolorata al Fiumicello,
associazione di beneficenza.
Luigi Cacace
deposito di lampadine.
Legna, carbone e brace,
segatura,
grandi e piccole fascine,
fascinotti,
forme, pine.
Professor Nicola Frescura:
state all’erta giovinotti!
Camicie su misura.
Fratelli Buffi,
lubrificanti per macchine e stantuffi.
Il mondo in miniatura.
Lavanderia,
Fumista,
Tipografia,
Parrucchiere,
Fioraio,
Libreria,
Modista.
Elettricità e cancelleria.
L’amor patrio
antico caffè.
Affittasi quartiere,
rivolgersi al portiere
dalle 2 alle 3.
Adamo Sensi
studio d’avvocato,
dottoressa in medicina
primo piano.
Antico forno,
Rosticcere e friggitore.
Utensili per cucina,
Ferrarecce.
Mesticatore.
Teatro Comunale
Manon di Massenet,
gran serata in onore
di Michelina Proches.
Politeama Manzoni
il teatro dei cani,
ultima matinée.
Si fanno riparazioni in caloches.
Cordonnier.
Deposito di legnami.
Teatro Goldoni
i figli di nessuno,
serata popolare.
Tutti dai fratelli Bocconi!
Non ve la lasciate scappare!
29
31
Bar la stella polare.
Assunta Chiodaroli
levatrice,
Parisina Sudori
rammendatrice.
L’arte di non far figlioli.
Gabriele Pagnotta
strumenti musicali.
Narciso Gonfalone
tessuti di seta e di cotone.
Ulderigo Bizzarro
fabbricante di confetti per nozze.
Giacinto Pupi,
tinozze e semicupi.
Pasquale Bottega fu Pietro,
calzature...
– Torniamo indietro?
– Torniamo pure.
Aldo Palazzeschi
Le beghine
Frammenti di penne di struzzo,
tentennanti
polverose, intignate,
su piccoli cestini
in forma di nido d’uccello;
questa è a un dipresso
la forma del loro cappello.
Roselline consumate, scolorite,
indecifrabili tinte,
stinte e ritinte;
fiorellini impossibili,
a ciuffettini a mazzettini,
velettine come ragnatele,
tutte bucherellate,
su sulla fronte rialzate
e molto tirate;
di dietro un nodino
col suo ciondolino.
O cappelli in forma
di piatto regolare,
proprio nel mezzo
un pennacchio strano,
la punta d’una vecchia
penna di fagiano
messa tutta per ritto.
Pennine di galline,
di tacchino, di galletto,
di cappone, tutto tutto sta bene
sopra i cappelli delle beghine.
Mantiglie di vecchio pizzo,
con guarnizioni di gè,
di tibet, a sproni di velluto,
a guaine, con galicine
di piccole trine.
Giacchetti pieni di fianchette,
e con gala alla vita,
sul petto, e sopra le spalle,
sottane con crespe,
avanzi di cerchi qua e là,
rimasugli di tornú,
tutte bellissime cose
che non si vedono piú
che alle beghine.
Alcuna, per suprema dedizione,
veste alla foggia dei preti,
col suo bravo collare;
qualcuna con compassata
serietà monacale.
Ma tutte, tutte
siete un pochino studiate.
Come mi piace di guardarvi!
Vi aggirate, vi aggirate
piene di compunzione,
d’importanza e di pratica,
piene di etichetta,
per la vostra reggia prediletta.
Fra gli ori, fra i damaschi,
i pizzi degli altari,
i doppieri i candelabri,
andate e venite
come in casa vostra.
Inchini secchi
di gambe irrigidite.
Mi sembra di sognare
alle decrepite reggie
di spodestati re centenari,
che tutto crepita crepita.
V’alzate, andate, venite,
v’inchinate, v’inchinate,
vi inginocchiate.
Le vostre facce
sono pugni di rughe,
i vostri colli sbucano,
si muovono fra i cenci,
come colli di tartarughe.
I vostri occhi quilquiano
dalle infossature,
con fare di puntiglio,
di sussiego, di piccosità,
di superiorità,
per la vostra interiore
grande sicurità.
Dite, nella purità
siete cosí avvizzite,
o nel vizio?
Come riconoscere
dai vostri avanzi?
Eppure siete ancora civette!
Vi ungete, vi tingete malamente
gli ultimi capelli,
portate finte trecce,
riccioli finti, tinti
d’un altro colore;
avete il vestito per le feste,
e le feste siete meste,
meste e cocciute;
la gente che riempie
la chiesa di colori
vi urta, vi dà noia,
non è piú la vostra casa
dove dovete regnare,
la vostra reggia,
perché in ognuna di voi
c’è un fondo di regalità grottesca.
Camminate a saltelli,
o nella massima compostezza,
taluna stampellando per la gotta,
talaltra con un far da piruette,
con mosse paralitiche del capo.
Cosa foste? Cosa siete?
Vecchie cameriere pensionate?
Dame decadute?
Taluna di voi non fu ballerina,
taluna cocotte?
Ballerina, cocotte!
Come siete ridotte!
V’intanaste nell’ostinazione
della purità, o nessuno vi volle?
O conosceste bene l’amore?
Ecco il mistero
che m’interessa in voi.
L’amore! Voi!
Quanti anni sono ormai?
Io penso a denudarvi,
cavarvi i vecchi giacchetti sbiaditi;
i sudici panciotti
che v’ammassate addosso
per la paura delle polmoniti,
spogliarvi, spogliarvi
di quel sudicio fasciume,
e avervi nude dinanzi:
gobbe, torte, mostruose,
farvi rinascere per un istante solo
un brivido del piú orribile desiderio,
vedervi ballettare dinanzi sconciamente,
stampellare ridendo aizzate,
le piú vergini vorrei,
magari quella
che non fu toccata mai,
e darvi i miei vent’anni!
Sentirvi sotto cigolare,
stridere, cricchiolare;
schiacciarvi, pestarvi,
darvi la piú orribile gioia,
il piú feroce martirio!
(Le vostre bocche
sdentate, sinuose,
mi fanno vedere
libidini mostruose).
Contaminarvi tutte,
tutte, darvi odio amore scherno,
perdervi, gettare in un sol pugno,
al vento, tutte le vostre preghiere,
eppoi lasciarvi ridendo!
Via! Via! Via!
Cosa vedo dinanzi? Chi?
Nuda dinanzi a me,
la madre di mia madre,
la vecchia...
No! lo giuro!
Non le ò mai toccate le beghine,
mi piace solamente di guardarle.
tentennanti
polverose, intignate,
su piccoli cestini
in forma di nido d’uccello;
questa è a un dipresso
la forma del loro cappello.
Roselline consumate, scolorite,
indecifrabili tinte,
stinte e ritinte;
fiorellini impossibili,
a ciuffettini a mazzettini,
velettine come ragnatele,
tutte bucherellate,
su sulla fronte rialzate
e molto tirate;
di dietro un nodino
col suo ciondolino.
O cappelli in forma
di piatto regolare,
proprio nel mezzo
un pennacchio strano,
la punta d’una vecchia
penna di fagiano
messa tutta per ritto.
Pennine di galline,
di tacchino, di galletto,
di cappone, tutto tutto sta bene
sopra i cappelli delle beghine.
Mantiglie di vecchio pizzo,
con guarnizioni di gè,
di tibet, a sproni di velluto,
a guaine, con galicine
di piccole trine.
Giacchetti pieni di fianchette,
e con gala alla vita,
sul petto, e sopra le spalle,
sottane con crespe,
avanzi di cerchi qua e là,
rimasugli di tornú,
tutte bellissime cose
che non si vedono piú
che alle beghine.
Alcuna, per suprema dedizione,
veste alla foggia dei preti,
col suo bravo collare;
qualcuna con compassata
serietà monacale.
Ma tutte, tutte
siete un pochino studiate.
Come mi piace di guardarvi!
Vi aggirate, vi aggirate
piene di compunzione,
d’importanza e di pratica,
piene di etichetta,
per la vostra reggia prediletta.
Fra gli ori, fra i damaschi,
i pizzi degli altari,
i doppieri i candelabri,
andate e venite
come in casa vostra.
Inchini secchi
di gambe irrigidite.
Mi sembra di sognare
alle decrepite reggie
di spodestati re centenari,
che tutto crepita crepita.
V’alzate, andate, venite,
v’inchinate, v’inchinate,
vi inginocchiate.
Le vostre facce
sono pugni di rughe,
i vostri colli sbucano,
si muovono fra i cenci,
come colli di tartarughe.
I vostri occhi quilquiano
dalle infossature,
con fare di puntiglio,
di sussiego, di piccosità,
di superiorità,
per la vostra interiore
grande sicurità.
Dite, nella purità
siete cosí avvizzite,
o nel vizio?
Come riconoscere
dai vostri avanzi?
Eppure siete ancora civette!
Vi ungete, vi tingete malamente
gli ultimi capelli,
portate finte trecce,
riccioli finti, tinti
d’un altro colore;
avete il vestito per le feste,
e le feste siete meste,
meste e cocciute;
la gente che riempie
la chiesa di colori
vi urta, vi dà noia,
non è piú la vostra casa
dove dovete regnare,
la vostra reggia,
perché in ognuna di voi
c’è un fondo di regalità grottesca.
Camminate a saltelli,
o nella massima compostezza,
taluna stampellando per la gotta,
talaltra con un far da piruette,
con mosse paralitiche del capo.
Cosa foste? Cosa siete?
Vecchie cameriere pensionate?
Dame decadute?
Taluna di voi non fu ballerina,
taluna cocotte?
Ballerina, cocotte!
Come siete ridotte!
V’intanaste nell’ostinazione
della purità, o nessuno vi volle?
O conosceste bene l’amore?
Ecco il mistero
che m’interessa in voi.
L’amore! Voi!
Quanti anni sono ormai?
Io penso a denudarvi,
cavarvi i vecchi giacchetti sbiaditi;
i sudici panciotti
che v’ammassate addosso
per la paura delle polmoniti,
spogliarvi, spogliarvi
di quel sudicio fasciume,
e avervi nude dinanzi:
gobbe, torte, mostruose,
farvi rinascere per un istante solo
un brivido del piú orribile desiderio,
vedervi ballettare dinanzi sconciamente,
stampellare ridendo aizzate,
le piú vergini vorrei,
magari quella
che non fu toccata mai,
e darvi i miei vent’anni!
Sentirvi sotto cigolare,
stridere, cricchiolare;
schiacciarvi, pestarvi,
darvi la piú orribile gioia,
il piú feroce martirio!
(Le vostre bocche
sdentate, sinuose,
mi fanno vedere
libidini mostruose).
Contaminarvi tutte,
tutte, darvi odio amore scherno,
perdervi, gettare in un sol pugno,
al vento, tutte le vostre preghiere,
eppoi lasciarvi ridendo!
Via! Via! Via!
Cosa vedo dinanzi? Chi?
Nuda dinanzi a me,
la madre di mia madre,
la vecchia...
No! lo giuro!
Non le ò mai toccate le beghine,
mi piace solamente di guardarle.
Aldo Palazzeschi
Novembre
Dei giovani e dei vecchi
si raggruppano
fra le rovine calde di Roma,
su cui i platani lasciano cadere
con rumore di carta
le loro foglie dorate.
I giovani fanno sapere ai vecchi
quello che a loro piace,
e i vecchi fanno finta di non sentire.
si raggruppano
fra le rovine calde di Roma,
su cui i platani lasciano cadere
con rumore di carta
le loro foglie dorate.
I giovani fanno sapere ai vecchi
quello che a loro piace,
e i vecchi fanno finta di non sentire.
Antonio Porta
New York (1)
al di là dello spazio c’è spazio
lato al di là c’è lato
si attraversano canali d’aria
il vento rizza i peli alle mani
cristalli paralleli marini
a valle le biciclette ci sfiorano
covano nella spazzatura uova di serpente
(scheletro di Garcia Lorca en plein air)
a prima vista uova di struzzo piumate
dondola e suona tintinnìo a passi di ballo
una bambina nera prima di sedersi che ordina
un gelato cono gigante
29.-7..1979
From INVASIONI
lato al di là c’è lato
si attraversano canali d’aria
il vento rizza i peli alle mani
cristalli paralleli marini
a valle le biciclette ci sfiorano
covano nella spazzatura uova di serpente
(scheletro di Garcia Lorca en plein air)
a prima vista uova di struzzo piumate
dondola e suona tintinnìo a passi di ballo
una bambina nera prima di sedersi che ordina
un gelato cono gigante
29.-7..1979
From INVASIONI
Antonio Porta
Serie da verificare (36)
se alzano le ciglia
se voltano verso sud-est
se derubano il maltolto
se toccano le pareti
se stringono gli anelli
se calzano sulle porte
se tacciono sulle tribune
se spurgano dalle orecchie
se cuciono la calzamaglia
se ritirano sott’acqua
se capovolgono le fodere
se li lasciano in un cerchio perfetto
se esigono le tazze
se salvano tutti i cani
se scambiano le corsie
se aprono tutti i box
se frugano tra le labbra
se li salivano sulle gote
se sfilano le palette
se in notturna giocano alle corse
se voltano le dita
se li scoppiano per calore
se cancellano le due rive
se alzano le pareti
se deviano il fiume
se voltano sulle porte
se tacciono derubati
se stringono la calzamaglia
se salvano le corse
se spurgano sott’acqua
se capovolgono le cuciture
se ritirano tutti i cerchi
se frugano nelle gote
se esigono le corsie
se voltano le palette
se li scoppiano nelle tazze
From METROPOLIS
se voltano verso sud-est
se derubano il maltolto
se toccano le pareti
se stringono gli anelli
se calzano sulle porte
se tacciono sulle tribune
se spurgano dalle orecchie
se cuciono la calzamaglia
se ritirano sott’acqua
se capovolgono le fodere
se li lasciano in un cerchio perfetto
se esigono le tazze
se salvano tutti i cani
se scambiano le corsie
se aprono tutti i box
se frugano tra le labbra
se li salivano sulle gote
se sfilano le palette
se in notturna giocano alle corse
se voltano le dita
se li scoppiano per calore
se cancellano le due rive
se alzano le pareti
se deviano il fiume
se voltano sulle porte
se tacciono derubati
se stringono la calzamaglia
se salvano le corse
se spurgano sott’acqua
se capovolgono le cuciture
se ritirano tutti i cerchi
se frugano nelle gote
se esigono le corsie
se voltano le palette
se li scoppiano nelle tazze
From METROPOLIS
Ardengo Soffici
Crocicchio
Dissolversi nella cipria dell’ordinotte
Con l’improvviso clamore dell’elettricità del gas dell’acetilene
[e delle altre luci
Fiorite nelle vetrine
Alle finestre e nell’areoplano del firmamento
Le scarpe che trascinano gocciole di diamanti e d’oro lungo
[i marciapiedi primaverili
Come le bocche e gli occhi
Di tutte queste donne pazze di isterie solitarie
Le automobili venute da pertutto
Le carrozze reali e i tramways in uno squittio d’uccelli mitragliati
Nous n’avons plus d’amour que pour nous-mêmes enfin
«È proibito parlare al manovratore»
Oh nuotare come un pesce innamorato che beve smeraldi
Fra questa rete di profumi e di bengala!
Con l’improvviso clamore dell’elettricità del gas dell’acetilene
[e delle altre luci
Fiorite nelle vetrine
Alle finestre e nell’areoplano del firmamento
Le scarpe che trascinano gocciole di diamanti e d’oro lungo
[i marciapiedi primaverili
Come le bocche e gli occhi
Di tutte queste donne pazze di isterie solitarie
Le automobili venute da pertutto
Le carrozze reali e i tramways in uno squittio d’uccelli mitragliati
Nous n’avons plus d’amour que pour nous-mêmes enfin
«È proibito parlare al manovratore»
Oh nuotare come un pesce innamorato che beve smeraldi
Fra questa rete di profumi e di bengala!
Ardengo Soffici
Via
Palazzeschi, eravamo tre,
Noi due e l’amica ironia,
A braccetto per quella via
Così nostra alle ventitré.
Il nome, chi lo ricorda?
Dalle parti di San Gervasio;
Silvio Pellico o Metastasio;
C’era sull’angolo in blu.
Mi ricordo però del resto:
L’ombra d’oro sulle facciate,
Qualche raggio nelle vetrate;
Agiatezza e onorabilità.
Tutto nuovo, le lastre azzurre
Del marciapiede annaffiato,
Le persiane verdi, il selciato,
I lampioni color caffè;
Giardinetti disinfettati,
Canarini ai secondi piani,
Droghieri, barbieri, ortolani,
Un signore che guardava in su;
Un altro seduto al balcone,
Calvo, che leggeva il giornale,
Tra i gerani del davanzale
Una bambinaia col bébé;
Un fiacchere fermo a una porta
Col fiaccheraio assopito,
Un can barbone fiorito
Di seta, che ci annusò;
Un sottotenente lucente,
Bello sulla bicicletta,
Monocolo e sigaretta,
Due preti, una vecchia, un lacchè.
– Che bella vita – dicesti –
Ammogliati, una decorazione,
Qui tra queste brave persone,
I modelli della città.
Che bella vita, fratello! –
E io sarei stato d’accordo;
Ma un organetto un po’ sordo
Si mise a cantare: Ohi Marì...
E fummo quattro oramai
A braccetto per quella via.
Peccato! La malinconia
S’era invitata da sé.
Noi due e l’amica ironia,
A braccetto per quella via
Così nostra alle ventitré.
Il nome, chi lo ricorda?
Dalle parti di San Gervasio;
Silvio Pellico o Metastasio;
C’era sull’angolo in blu.
Mi ricordo però del resto:
L’ombra d’oro sulle facciate,
Qualche raggio nelle vetrate;
Agiatezza e onorabilità.
Tutto nuovo, le lastre azzurre
Del marciapiede annaffiato,
Le persiane verdi, il selciato,
I lampioni color caffè;
Giardinetti disinfettati,
Canarini ai secondi piani,
Droghieri, barbieri, ortolani,
Un signore che guardava in su;
Un altro seduto al balcone,
Calvo, che leggeva il giornale,
Tra i gerani del davanzale
Una bambinaia col bébé;
Un fiacchere fermo a una porta
Col fiaccheraio assopito,
Un can barbone fiorito
Di seta, che ci annusò;
Un sottotenente lucente,
Bello sulla bicicletta,
Monocolo e sigaretta,
Due preti, una vecchia, un lacchè.
– Che bella vita – dicesti –
Ammogliati, una decorazione,
Qui tra queste brave persone,
I modelli della città.
Che bella vita, fratello! –
E io sarei stato d’accordo;
Ma un organetto un po’ sordo
Si mise a cantare: Ohi Marì...
E fummo quattro oramai
A braccetto per quella via.
Peccato! La malinconia
S’era invitata da sé.
Attilio Bertolucci
In tempi di disimpegno
Non è infrequente per queste
strade familiari — anche se esse
ti hanno portato al di là d’un fiume,
o torrente, confine spesso di due province,
nell’ora di perdizione che è sempre
il passaggio a un’altra riva col sole
in una salute languente —
incontrare dei cippi dedicati a chi uomo o donna anche ragazzo
qui vivente o transitante
1° venne ucciso perché ribelle o ostaggio.
Su marmo pietra o umile laterizio
una lapide ricorda i nomi e il giorno dell’eccidio -
ma tu che passi procedi oltre, t’affretti
punto dal primo freddo e dal trasmutarsi
all’orizzonte di rosso in viola
Gu
mentre la siepe accoglie arruffata 4
e misera il ritorno dei passeri
/
dai seminati in ombra — ormai
indistinti quei cippi dai tumuli
che il cantoniere o il colono
innalzò di ghiaia o terra o letame
nella luce lavorativa d’un giorno senza data.
strade familiari — anche se esse
ti hanno portato al di là d’un fiume,
o torrente, confine spesso di due province,
nell’ora di perdizione che è sempre
il passaggio a un’altra riva col sole
in una salute languente —
incontrare dei cippi dedicati a chi uomo o donna anche ragazzo
qui vivente o transitante
1° venne ucciso perché ribelle o ostaggio.
Su marmo pietra o umile laterizio
una lapide ricorda i nomi e il giorno dell’eccidio -
ma tu che passi procedi oltre, t’affretti
punto dal primo freddo e dal trasmutarsi
all’orizzonte di rosso in viola
Gu
mentre la siepe accoglie arruffata 4
e misera il ritorno dei passeri
/
dai seminati in ombra — ormai
indistinti quei cippi dai tumuli
che il cantoniere o il colono
innalzò di ghiaia o terra o letame
nella luce lavorativa d’un giorno senza data.
Cesare Pavese
Pensieri di Deola
Deola passa il mattino seduta al caffè
e nessuno la guarda. A quest’ora in città corron tutti
sotto il sole ancor fresco dell’alba. Non cerca nessuno
neanche Deola, ma fuma pacata e respira il mattino.
Fin che è stata in pensione, ha dovuto dormire a quest’ora
per rifarsi le forze: la stuoia sul letto
la sporcavano con le scarpacce soldati e operai,
i clienti che fiaccan la schiena. Ma, sole, è diverso:
si può fare un lavoro più fine, con poca fatica.
ll signore di ieri, svegliandola presto,
l’ha baciata e condotta (mi fermerei, cara,
a Torino con te, se potessi) con sé alla stazione
a augurargli buon viaggio.
È intontita ma fresca stavolta,
e le piace esser libera, Deola, e bere il suo latte
e mangiare brioches. Stamattina è una mezza signora?
e, se guarda i passanti, fa solo per non annoiarsi.
A quest’ora in pensione si dorme e c’è puzzo di chiuso
—la padrona va a spasso —è da stupide stare là dentro.
Per girare la sera i locali, ci vuole presenza?
e in pensione, a trent’anni, quel po’ che ne resta, sì è perso.
Deola siede mostrando il profilo a uno specchio
È si guarda nel fresco del vetro. Un po’ pallida in faccia:
non è il fumo che stagni. Corruga le ciglia.
Ci vorrebbe la voglia che aveva Marì, per durare
in pensione (perché, cara donna, gli uomini
vengon qui per cavarsi capricci? che non glieli toglie
né la moglie né l’innamorata) e Marì lavorava
instancabile, piena di brio e godeva salute.
1 passanti davanti al caffè non distraggono Deola
che lavora soltanto la sera, con lente conquiste
nella musica del suo locale. Gettando le occhiate
a un cliente o cercandogli il piede, le piaccion le orchestre
che la fanno parere un’attrice alla scena d’amore
con un giovane ricco. Le basta un cliente
ogni sera e ha da vivere. (Forse il signore di ieri
mi portava davvero con sé). Stare sola, se vuole,
al mattino, e sedere al caffè. Non cercare nessuno.
e nessuno la guarda. A quest’ora in città corron tutti
sotto il sole ancor fresco dell’alba. Non cerca nessuno
neanche Deola, ma fuma pacata e respira il mattino.
Fin che è stata in pensione, ha dovuto dormire a quest’ora
per rifarsi le forze: la stuoia sul letto
la sporcavano con le scarpacce soldati e operai,
i clienti che fiaccan la schiena. Ma, sole, è diverso:
si può fare un lavoro più fine, con poca fatica.
ll signore di ieri, svegliandola presto,
l’ha baciata e condotta (mi fermerei, cara,
a Torino con te, se potessi) con sé alla stazione
a augurargli buon viaggio.
È intontita ma fresca stavolta,
e le piace esser libera, Deola, e bere il suo latte
e mangiare brioches. Stamattina è una mezza signora?
e, se guarda i passanti, fa solo per non annoiarsi.
A quest’ora in pensione si dorme e c’è puzzo di chiuso
—la padrona va a spasso —è da stupide stare là dentro.
Per girare la sera i locali, ci vuole presenza?
e in pensione, a trent’anni, quel po’ che ne resta, sì è perso.
Deola siede mostrando il profilo a uno specchio
È si guarda nel fresco del vetro. Un po’ pallida in faccia:
non è il fumo che stagni. Corruga le ciglia.
Ci vorrebbe la voglia che aveva Marì, per durare
in pensione (perché, cara donna, gli uomini
vengon qui per cavarsi capricci? che non glieli toglie
né la moglie né l’innamorata) e Marì lavorava
instancabile, piena di brio e godeva salute.
1 passanti davanti al caffè non distraggono Deola
che lavora soltanto la sera, con lente conquiste
nella musica del suo locale. Gettando le occhiate
a un cliente o cercandogli il piede, le piaccion le orchestre
che la fanno parere un’attrice alla scena d’amore
con un giovane ricco. Le basta un cliente
ogni sera e ha da vivere. (Forse il signore di ieri
mi portava davvero con sé). Stare sola, se vuole,
al mattino, e sedere al caffè. Non cercare nessuno.
Clemente Rebora
Nell’avvampato sfasciume
Nell’avvampato sfasciume,
tra polvere e péste, al meriggio,
la fusa scintilla
d’un dèmone bigio
atterga affronta assilla
l’ignava sloia dei rari passanti,
la schiavitù croia dei carri pesanti;
tòrcon gli alberi a respiro
l’ombra e le foglie sui rami e sui tronchi,
i muri abbassano pàlpebre
e spràngan le soglie nell’arido giro
del losco sfasciume.
Erra, tra polvere e péste,
il gonzo pecorume
dei ragazzi di scuola,
e, palloncini sugli spaghi, oscilla
dai corpi smilzi il vuoto delle teste:
dietro mi stringo con passo caduto,
vittima che s’immola
al sacrificio muto.
Sbirciano i passanti,
sbirbónano i cavallanti,
e dalla lor scontentezza
nessuno vorrebbe il mio officio.
Ma chi nel borro impeciato
sorger libero e terso mi vede,
e fuggire dal fiato e dal piede
l’arso dèmone bigio?
Sgorgo, inalveo, verso
fra murmuri e spruzzi al meriggio
nell’aria l’effuso tesoro
del vivido corso immortale:
risbaldiscono i passanti,
schiòccano i cavallanti
dai carri nei mozzi sonanti;
gli alberi ondeggian con verdi richiami
l’ombra e le foglie dai tronchi e dai rami,
radiose pupille dai muri alle soglie
s’aprono al fiotto vitale
del soavissimo fiume
che stilla e s’assapora
nella freschezza irrequieta
dei ragazzi di scuola,
nell’ascesi segreta
del mio nume che s’immola
al sacrificio muto.
tra polvere e péste, al meriggio,
la fusa scintilla
d’un dèmone bigio
atterga affronta assilla
l’ignava sloia dei rari passanti,
la schiavitù croia dei carri pesanti;
tòrcon gli alberi a respiro
l’ombra e le foglie sui rami e sui tronchi,
i muri abbassano pàlpebre
e spràngan le soglie nell’arido giro
del losco sfasciume.
Erra, tra polvere e péste,
il gonzo pecorume
dei ragazzi di scuola,
e, palloncini sugli spaghi, oscilla
dai corpi smilzi il vuoto delle teste:
dietro mi stringo con passo caduto,
vittima che s’immola
al sacrificio muto.
Sbirciano i passanti,
sbirbónano i cavallanti,
e dalla lor scontentezza
nessuno vorrebbe il mio officio.
Ma chi nel borro impeciato
sorger libero e terso mi vede,
e fuggire dal fiato e dal piede
l’arso dèmone bigio?
Sgorgo, inalveo, verso
fra murmuri e spruzzi al meriggio
nell’aria l’effuso tesoro
del vivido corso immortale:
risbaldiscono i passanti,
schiòccano i cavallanti
dai carri nei mozzi sonanti;
gli alberi ondeggian con verdi richiami
l’ombra e le foglie dai tronchi e dai rami,
radiose pupille dai muri alle soglie
s’aprono al fiotto vitale
del soavissimo fiume
che stilla e s’assapora
nella freschezza irrequieta
dei ragazzi di scuola,
nell’ascesi segreta
del mio nume che s’immola
al sacrificio muto.
Corrado Govoni
Contro corrente come bionde trote
Contro corrente come bionde trote
fendevano la calca cittadina
due fanciulle insolenti di bellezza.
Curiosando strusciarono i musini
di maliziosa cipria qua a un acquario
di lusso di dormenti onde ravvolte
di stoffe per murene ed aragoste,
più in là a un brillante altar di calzature,
spume di cardi rossi per pianelle
di Cenerentola, lustrini e argenti
per taccuini da ballo. Scantonarono
a un tratto ed una si chinò nascosta
dall’inquieta compagna ad allacciarsi
la giarrettiera a mezza coscia ignuda.
Le succhiò la corrente cittadina.
Vedo sempre la strada illuminata
da quel fulgore di carne di donna
nel marmo della pioggia settembrina.
fendevano la calca cittadina
due fanciulle insolenti di bellezza.
Curiosando strusciarono i musini
di maliziosa cipria qua a un acquario
di lusso di dormenti onde ravvolte
di stoffe per murene ed aragoste,
più in là a un brillante altar di calzature,
spume di cardi rossi per pianelle
di Cenerentola, lustrini e argenti
per taccuini da ballo. Scantonarono
a un tratto ed una si chinò nascosta
dall’inquieta compagna ad allacciarsi
la giarrettiera a mezza coscia ignuda.
Le succhiò la corrente cittadina.
Vedo sempre la strada illuminata
da quel fulgore di carne di donna
nel marmo della pioggia settembrina.
Delio Tessa
De là del mur
I
Foeura de porta Volta
de paes in paes
a la longa di sces
pedalavi in la molta
de la Comasna vuna
de sti mattinn passaa: ...
me seri dessedaa
con tant de grinta, in luna
sbiessa e in setton sul lett
pensavi: «cossa femm
incoeu?... l’è festa... andemm...
aria!... de sti fodrett...
moeuvet! te séntet no
la pendola? Madonna!
hin i noeuv or che sona
e sont in lett ammò!
giò con sti gamb... coragg,
ciappa la porta e proeuva
la bicicletta noeuva!»
A seri de vïagg
donca e de mja in mja
intant che pedalavi
quiettin... quiettin... vardavi
la campagna drevia,
vardavi i camp, i praa
noster chì de Milan,
qui cari patanflan
di noster praa, settaa
denter in la scighera,
denter a moeuj coi sò
fir de moron, coi sò
med de ganga... in filera
giò... giò... longa e longhera...
cassinn e cassinott,
paes e paesott
sgreg, pien de viran...
l’era
ona mattina grisa
d’ottober senza el vol
d’on passer, senza sol!...
...L’inverna... qui de Pisa...
riven adess in troppa
e la terra per lor
la smonta de color!
(...un’utomôbel... scioppa!)
A manzina, chinscì,
che bella stradioeula!...
(...macchin... macchin... la spoeula
fan...) ... e voo giò de chì!
Gabb e gabbett... firagn;
terra sutta... che gira
intorna al milla lira
la pertega... dagn
per mi che ghe n’òo minga!
Anca a fa l’avvocatt
aaah... te gh’ee pocch de sbatt..
...client che te siringa,
l’Irma, el padron de cà,
la lus, el calorifer; ...
l’è la storta del chiffer
che besogna trovà,
la tetta de tettà!
Cantell... cisto... Cantell...
zappà patati... quell
magara l’è de fà!
Torna come el Frigeri
alla scimma di scimm,
al caroeu dol Regimm...
al Viro... ai someneri
torna!
T’el là ol Pà-Bolla
su l’uss ch’al temp ol stròlega!
a battegh la cattolega
proeuvi d’ona parolla!
«O vu Regiò... disii
ch’a paes l’è cost chì?»
«A l’è Mombell... a l’è!»
II
Mombell...
...che strano effet
me fan certi paroll!...
...tra capp e coll
piómben e m’insarzissen
lor!
Per di or e di or
qui calavron che ronza
régnen in del cozzon
tant che m’insormentissen...
...Nivol... fantasma... nebbi...
sit...
omen... ideij... on mond,
mi disariss ch’intorna
tutt on mond ghe se forma,
rimm ghe resónen... vuna
la ciama
l’altra a campana e via
via te filet via
– vol de la fantasia! –...
...Mombell!...
...Mombell!...
dilla... redilla
quella parola lì
e poeu tórnela a dì
e allora... te comincet
a s’ ciariss... a capì...
...bolla d’aria nell’aria
parolla solitaria...
...ferma, che se colora...
La te dà no l’ideia
d’on sit avert e voeuij?...
te védet minga on praa?...
Ma per vedell polid
te gh’ee de sarà i oeucc...
perchè... l’è on pradesell
quest... che te par comé
d’avell gemò veduu
on’altra volta ti...
...ah sì...
...a corda molla...
...fra on bosch e ona muraja...
ona mattina...in sogn...
Me seri dessedaa
con tant de grinta, in luna
stramba e in setton sul lett,
cont ona gamba su
e l’altra giò... pensavi:
Oh tra la vuna e i do...
– Vanni! –
...qui pesciatoni
to... tutt a torna al lett...
par che te me rotòlet
sul cô!
– disevi –
...tas ch’el se quietta giò...
(forsi el mangia on limon...
o fors...)
...ma, no...
sent ch’el se moeuv ammò,
ch’el torna a camminà!
L’è in de quell fond de tomba
di sò penser ch’el luma,
el tasta
e come se l’andass
adree a ona nasta...
...séntel adess ch’el va
in sala... de là.
Alla mattina poeu,
alla mattina dopo...
gh’è lì di numeritt
in su ona carta scritt...
...«ooh... bell!...»
(...Nott... sogn...)
fiaa
de la mamma che dorma...
Ma se ‘l plafon el scrizza
(presonee che cammina...
cammina)
disi che l’è tornaa
de chì,
per dopo la mattina
quand el se desgarbia
trovass in del ciffon
quell’orinari ras
de pissa...
...«ooh... bell!!!...»
(Nott... sogn... nott...)
...i pee,
i pee...
sent qui pee... mi senti
sul cô
fintant che m’indormenti
adree...
(...nott... sogn...)
..voo giò,
giò...
– tenebror de sepolcher! –
(VVanni!)
qui pesciatoni
to...
(VVVanni!)
qui cappelloni
negher... qui cascianivol...
...se podess regordamm!
ma poss no... ma poss no...
...on’ideina gh’oo,
on’ideina appena...
...e l’è...
...quel de véssom insognaa
ch’el Gianetti... el Vanni e el Cros
pascolaven in d’on praa,
mutignaven... (cru... cru... cru...)
e savevi...
che quell pradesell rapaa
l’era giusta... e quella mura...
(...cru... cru...)
quella riga... bianca... lunga...
...lunga... e de qui trij
vun col pugn alla muraja...
– pumm... pumm... pumm... –
(al de là del mur cantaven!)
– pumm... pumm... –
...veder – tremor –
robetitt sul marmor...
...vos,
vos...
e qui colp...
«Cossa te fottet? !»
«Flitt...flitt... pompa del flitt...»
Sent el panscia come el salta,
come el picca... «Flitt...
flitt...» l’à vist on zanzaron!
L’è in quel torbor de qui sò
penser ch’el picca
«Flitt!...» ...ch’el picca alla stramezza,
par ch’el voeubbia vegnì foeura...
«Flitt...» on bus e vegnì foeura,
foeura... on bus «pompa del flitt!»
Pantopon... Calminn... gh’òo via
mi do parolett per ti
ch’hin on Sedobroll... on Dial...
che te calma... che te mett
quiett...
...arbor – pensa – on pradesin
verd;
...arbor – varda – ona finestra
averta su qui primm
butt...
Studi de Rugabella!
«Telefona la Costanza
per savé cossa ‘l voeur
a mezz dì»
«Cottelett
frett...
cottelett frett...»
responden da quella stanza.
«Cottelett frett...»
Hin qui do parolett
chì...
ciar e che te resciara...
...che te padima lì...
Hin qui pezzoeu giazzaa
che cambien ai malaa
de la fever alta...
«Cottelett frett... cottelett
frett...»
Nun per sti parolett...
(incantésem... deliri...)
passom quella muraja!!...
...Ona banca... ona pianta...
...ona banca... ona pianta,
ona cort stermenada
e di cámes a s’cera...
«È arrivato l’ambasciatore,
tantirom-lirom-lera...»
«Che cosa volete
tantirom-lirom-là?»
Canten i cámes bianch!
«Vogliamo la più bella
tantirom-lirom-lella!»
«Che cosa ne farete
tantirom-lirom-là?»
Bévela l’alegria
matta che se spampana!...
«che cosa volete
tantirom-lirom-lella...»
Voeurom on coo de gatt
per podé liberass
di penser... andà in oca,
voeurom desmentegass
del Roveda, di Edison
che tracolla... la gent
balenga, i scagg de guerra
tutto ò lassaa de là.
Mi seri fors «quell tescia»
del Milio, sceticasc
troia d’on avvocatt
giudes conciliador?...
chi se regorda ammò
alias de quell che seri?...
Mi, come l’Arrigona,
(Mombell!) come el maester
Annon, chì sont el Matt
– capìsset –
canti coi cámes bianch,
magni in di piatt de tolla,
caghi in del fazzolett.
Mi son el Matt e ti
(Cesan Boscon!)
te see ona patta molla,
on navascee...
– «Idioti
e semi idioti, scemi,
ciechi» – ...t’han miss in lista...
– «paralitici, vecchi
impotenti» – ...in quell
prospett te see «dei nostri
ricoverati»
che gh’òo in studi dedree
a quella maistaa...
– «Epilettici, infermi,
orfani di guerra;
Totale: Numer:
domilatresentses» –
T’ee imparaa dalla monega
a fa i calzett, te fee
i pattinn di fer
e se ven la Lily
a trovatt, te ghe dee
quell che t’ee faa in d’on mes.
Te gh’ee mai ‘vuu per sort
on coo che lavorava?
(...grand-laminage? ...sistema
Vanni?...
...motor?...)
Te gh’avévet quaidun
ti che te cognossevet?
(.......Maman?.......)
Te fee la tomma in terra!
Vess come la gallina
sull’era, el boeu in stalla!
Te giughet a la balla!
– «Idioti e semi idioti,
amputati rachitici,
infermi...» –
Su ona banca
de preja come on sacch
de strasc, insemenii...
(Viganon?... Casablanca?...)
...te rimiret el sô
che tramonta...
– paralitici, sordo
muti... –
i rusen in cà
l’è l’ora del mangià,
brugissen come besti!
...ariomvia...
al limet di groann...
«chichinscì l’è sempru festa
leraj!
col ciondol
leraj!...»
...da ona quaj ostaria
spunta on fil de canzon...
. . . . . . . . . . . . . . . .
III
. . . . . . . . . . . . . . . .
...«chichinscì l’è sempru festa
liriliraj!»
Mombell,
Vared... cassinn... paes...
a la longa di sces
pedalavi bell bell
vegnéndes a Milan...
«SÔ che se volta indree
– disevi – acqua ai pee;
scometti che doman...»
Macchin... macchiti... zam... zam...
motociclett che sgatta...
– Noeuva... Cassina Matta –
e l’oggiatton del tram!
Dopo i dì de laô
sira della doménega.
«chichinscì l’è sempru festa
leraj,
col ciondol
leraj...»
«i botteglion anegan
i magon...»
«chichinscì l’è sempru festa
liriliraj...»
«...ol zô
al par on marenghin
isto-vacca!» i a sentu
hin i viri, cramentu!
«Boetta-scià on careghin
isto-d’ona –madonna!»
«chichinscì l’è sempru festa
liriliraj!»
Disi che quand ven nott
l’unega hin i grappott...
...la surbuij... la rentrona...
la piola... «ses... cinqu...» «...butta
scià...» «...briscola da Re...»
«cinqu... ses...» «...giò... giò... che l’è
bona...» «...cinqu... sett... ses... tutta!»
Vundes chilometritt
al dazi... ona mezz’ora
e ghe semm...
«vott... sett... mora!!»
somenza de lumitt,
de ciaritt per la piana
intorna... intorna... albor
che monta là... sciaror
della Cittaa lontana...
Camïons... side-car
...macchin... macchin... sott... sott...
che se rusen adoss!...
rómben e in quell caldar
piómben de tutt i part!
Úlulen e con questi
rivi, tant che me pesti
a la contra qui ciar.
Rivi... ghe sont... e lì,
scolta mo, cossa vedi!
Matta puttana! vedi
on struzz a porta Volta!
Reclam del Trader-horn,
del Film-miracol, chì
tra duu tram, incazzii
trovi on struzz... t’ee capii?!
Sotta a on barocc-reclam
gh’è on struzz
viv, che me guarda!!
Foeura de porta Volta
de paes in paes
a la longa di sces
pedalavi in la molta
de la Comasna vuna
de sti mattinn passaa: ...
me seri dessedaa
con tant de grinta, in luna
sbiessa e in setton sul lett
pensavi: «cossa femm
incoeu?... l’è festa... andemm...
aria!... de sti fodrett...
moeuvet! te séntet no
la pendola? Madonna!
hin i noeuv or che sona
e sont in lett ammò!
giò con sti gamb... coragg,
ciappa la porta e proeuva
la bicicletta noeuva!»
A seri de vïagg
donca e de mja in mja
intant che pedalavi
quiettin... quiettin... vardavi
la campagna drevia,
vardavi i camp, i praa
noster chì de Milan,
qui cari patanflan
di noster praa, settaa
denter in la scighera,
denter a moeuj coi sò
fir de moron, coi sò
med de ganga... in filera
giò... giò... longa e longhera...
cassinn e cassinott,
paes e paesott
sgreg, pien de viran...
l’era
ona mattina grisa
d’ottober senza el vol
d’on passer, senza sol!...
...L’inverna... qui de Pisa...
riven adess in troppa
e la terra per lor
la smonta de color!
(...un’utomôbel... scioppa!)
A manzina, chinscì,
che bella stradioeula!...
(...macchin... macchin... la spoeula
fan...) ... e voo giò de chì!
Gabb e gabbett... firagn;
terra sutta... che gira
intorna al milla lira
la pertega... dagn
per mi che ghe n’òo minga!
Anca a fa l’avvocatt
aaah... te gh’ee pocch de sbatt..
...client che te siringa,
l’Irma, el padron de cà,
la lus, el calorifer; ...
l’è la storta del chiffer
che besogna trovà,
la tetta de tettà!
Cantell... cisto... Cantell...
zappà patati... quell
magara l’è de fà!
Torna come el Frigeri
alla scimma di scimm,
al caroeu dol Regimm...
al Viro... ai someneri
torna!
T’el là ol Pà-Bolla
su l’uss ch’al temp ol stròlega!
a battegh la cattolega
proeuvi d’ona parolla!
«O vu Regiò... disii
ch’a paes l’è cost chì?»
«A l’è Mombell... a l’è!»
II
Mombell...
...che strano effet
me fan certi paroll!...
...tra capp e coll
piómben e m’insarzissen
lor!
Per di or e di or
qui calavron che ronza
régnen in del cozzon
tant che m’insormentissen...
...Nivol... fantasma... nebbi...
sit...
omen... ideij... on mond,
mi disariss ch’intorna
tutt on mond ghe se forma,
rimm ghe resónen... vuna
la ciama
l’altra a campana e via
via te filet via
– vol de la fantasia! –...
...Mombell!...
...Mombell!...
dilla... redilla
quella parola lì
e poeu tórnela a dì
e allora... te comincet
a s’ ciariss... a capì...
...bolla d’aria nell’aria
parolla solitaria...
...ferma, che se colora...
La te dà no l’ideia
d’on sit avert e voeuij?...
te védet minga on praa?...
Ma per vedell polid
te gh’ee de sarà i oeucc...
perchè... l’è on pradesell
quest... che te par comé
d’avell gemò veduu
on’altra volta ti...
...ah sì...
...a corda molla...
...fra on bosch e ona muraja...
ona mattina...in sogn...
Me seri dessedaa
con tant de grinta, in luna
stramba e in setton sul lett,
cont ona gamba su
e l’altra giò... pensavi:
Oh tra la vuna e i do...
– Vanni! –
...qui pesciatoni
to... tutt a torna al lett...
par che te me rotòlet
sul cô!
– disevi –
...tas ch’el se quietta giò...
(forsi el mangia on limon...
o fors...)
...ma, no...
sent ch’el se moeuv ammò,
ch’el torna a camminà!
L’è in de quell fond de tomba
di sò penser ch’el luma,
el tasta
e come se l’andass
adree a ona nasta...
...séntel adess ch’el va
in sala... de là.
Alla mattina poeu,
alla mattina dopo...
gh’è lì di numeritt
in su ona carta scritt...
...«ooh... bell!...»
(...Nott... sogn...)
fiaa
de la mamma che dorma...
Ma se ‘l plafon el scrizza
(presonee che cammina...
cammina)
disi che l’è tornaa
de chì,
per dopo la mattina
quand el se desgarbia
trovass in del ciffon
quell’orinari ras
de pissa...
...«ooh... bell!!!...»
(Nott... sogn... nott...)
...i pee,
i pee...
sent qui pee... mi senti
sul cô
fintant che m’indormenti
adree...
(...nott... sogn...)
..voo giò,
giò...
– tenebror de sepolcher! –
(VVanni!)
qui pesciatoni
to...
(VVVanni!)
qui cappelloni
negher... qui cascianivol...
...se podess regordamm!
ma poss no... ma poss no...
...on’ideina gh’oo,
on’ideina appena...
...e l’è...
...quel de véssom insognaa
ch’el Gianetti... el Vanni e el Cros
pascolaven in d’on praa,
mutignaven... (cru... cru... cru...)
e savevi...
che quell pradesell rapaa
l’era giusta... e quella mura...
(...cru... cru...)
quella riga... bianca... lunga...
...lunga... e de qui trij
vun col pugn alla muraja...
– pumm... pumm... pumm... –
(al de là del mur cantaven!)
– pumm... pumm... –
...veder – tremor –
robetitt sul marmor...
...vos,
vos...
e qui colp...
«Cossa te fottet? !»
«Flitt...flitt... pompa del flitt...»
Sent el panscia come el salta,
come el picca... «Flitt...
flitt...» l’à vist on zanzaron!
L’è in quel torbor de qui sò
penser ch’el picca
«Flitt!...» ...ch’el picca alla stramezza,
par ch’el voeubbia vegnì foeura...
«Flitt...» on bus e vegnì foeura,
foeura... on bus «pompa del flitt!»
Pantopon... Calminn... gh’òo via
mi do parolett per ti
ch’hin on Sedobroll... on Dial...
che te calma... che te mett
quiett...
...arbor – pensa – on pradesin
verd;
...arbor – varda – ona finestra
averta su qui primm
butt...
Studi de Rugabella!
«Telefona la Costanza
per savé cossa ‘l voeur
a mezz dì»
«Cottelett
frett...
cottelett frett...»
responden da quella stanza.
«Cottelett frett...»
Hin qui do parolett
chì...
ciar e che te resciara...
...che te padima lì...
Hin qui pezzoeu giazzaa
che cambien ai malaa
de la fever alta...
«Cottelett frett... cottelett
frett...»
Nun per sti parolett...
(incantésem... deliri...)
passom quella muraja!!...
...Ona banca... ona pianta...
...ona banca... ona pianta,
ona cort stermenada
e di cámes a s’cera...
«È arrivato l’ambasciatore,
tantirom-lirom-lera...»
«Che cosa volete
tantirom-lirom-là?»
Canten i cámes bianch!
«Vogliamo la più bella
tantirom-lirom-lella!»
«Che cosa ne farete
tantirom-lirom-là?»
Bévela l’alegria
matta che se spampana!...
«che cosa volete
tantirom-lirom-lella...»
Voeurom on coo de gatt
per podé liberass
di penser... andà in oca,
voeurom desmentegass
del Roveda, di Edison
che tracolla... la gent
balenga, i scagg de guerra
tutto ò lassaa de là.
Mi seri fors «quell tescia»
del Milio, sceticasc
troia d’on avvocatt
giudes conciliador?...
chi se regorda ammò
alias de quell che seri?...
Mi, come l’Arrigona,
(Mombell!) come el maester
Annon, chì sont el Matt
– capìsset –
canti coi cámes bianch,
magni in di piatt de tolla,
caghi in del fazzolett.
Mi son el Matt e ti
(Cesan Boscon!)
te see ona patta molla,
on navascee...
– «Idioti
e semi idioti, scemi,
ciechi» – ...t’han miss in lista...
– «paralitici, vecchi
impotenti» – ...in quell
prospett te see «dei nostri
ricoverati»
che gh’òo in studi dedree
a quella maistaa...
– «Epilettici, infermi,
orfani di guerra;
Totale: Numer:
domilatresentses» –
T’ee imparaa dalla monega
a fa i calzett, te fee
i pattinn di fer
e se ven la Lily
a trovatt, te ghe dee
quell che t’ee faa in d’on mes.
Te gh’ee mai ‘vuu per sort
on coo che lavorava?
(...grand-laminage? ...sistema
Vanni?...
...motor?...)
Te gh’avévet quaidun
ti che te cognossevet?
(.......Maman?.......)
Te fee la tomma in terra!
Vess come la gallina
sull’era, el boeu in stalla!
Te giughet a la balla!
– «Idioti e semi idioti,
amputati rachitici,
infermi...» –
Su ona banca
de preja come on sacch
de strasc, insemenii...
(Viganon?... Casablanca?...)
...te rimiret el sô
che tramonta...
– paralitici, sordo
muti... –
i rusen in cà
l’è l’ora del mangià,
brugissen come besti!
...ariomvia...
al limet di groann...
«chichinscì l’è sempru festa
leraj!
col ciondol
leraj!...»
...da ona quaj ostaria
spunta on fil de canzon...
. . . . . . . . . . . . . . . .
III
. . . . . . . . . . . . . . . .
...«chichinscì l’è sempru festa
liriliraj!»
Mombell,
Vared... cassinn... paes...
a la longa di sces
pedalavi bell bell
vegnéndes a Milan...
«SÔ che se volta indree
– disevi – acqua ai pee;
scometti che doman...»
Macchin... macchiti... zam... zam...
motociclett che sgatta...
– Noeuva... Cassina Matta –
e l’oggiatton del tram!
Dopo i dì de laô
sira della doménega.
«chichinscì l’è sempru festa
leraj,
col ciondol
leraj...»
«i botteglion anegan
i magon...»
«chichinscì l’è sempru festa
liriliraj...»
«...ol zô
al par on marenghin
isto-vacca!» i a sentu
hin i viri, cramentu!
«Boetta-scià on careghin
isto-d’ona –madonna!»
«chichinscì l’è sempru festa
liriliraj!»
Disi che quand ven nott
l’unega hin i grappott...
...la surbuij... la rentrona...
la piola... «ses... cinqu...» «...butta
scià...» «...briscola da Re...»
«cinqu... ses...» «...giò... giò... che l’è
bona...» «...cinqu... sett... ses... tutta!»
Vundes chilometritt
al dazi... ona mezz’ora
e ghe semm...
«vott... sett... mora!!»
somenza de lumitt,
de ciaritt per la piana
intorna... intorna... albor
che monta là... sciaror
della Cittaa lontana...
Camïons... side-car
...macchin... macchin... sott... sott...
che se rusen adoss!...
rómben e in quell caldar
piómben de tutt i part!
Úlulen e con questi
rivi, tant che me pesti
a la contra qui ciar.
Rivi... ghe sont... e lì,
scolta mo, cossa vedi!
Matta puttana! vedi
on struzz a porta Volta!
Reclam del Trader-horn,
del Film-miracol, chì
tra duu tram, incazzii
trovi on struzz... t’ee capii?!
Sotta a on barocc-reclam
gh’è on struzz
viv, che me guarda!!
Delio Tessa
El bell maghetta
Roston, Lily,
Rita, Gaby,
pittor de cà,
me sprusna ammì
de pacciugà
cont i peneij!
Quanti cinqu gheij
mi de fioeu
ch’òo traa in pasteij!
Mo giusta incoeu
busci de dacch
denter – zìcch, zacch –
sotta! e all’Irmetta
de pitturacch
on bell maghetta
della giornada.
Quand te see andada
foeura per toeu
carta bollada,
l’eet vist incoeu,
lu, propi lu,
vera, di sù;
dimm come l’era:
...stringaa... faa sù...
uuuh... come l’era:
struccaa... a coo bass,
squasi el portass
a spagoletta
la Mort a spass...
...in cupoletta
de cardanell,
faccia d’usell,
crappa de passer,
l’è el Pavanell
che vá... che passa...
fìlel... che coa
la vita soa...
– stramba... nottambola
che longa coa!...
Semper in sciambola,
semper in macchina,
lu, l’è la macchina
per podè cor...
...andà... la macchina...
...ma intanta, lor,
i strij, i strij
te disi... i strij
la vita foeura
coi scinivij
ghe sùscen... foeura
dai dit di pee!...
Tendegh adree!
Dov’ell? com’è?
(oh che mestee!)
Tè chì
– Taxì,
ombrell... button...
ruson... –
ma té,
se l’era lì
adess... lì inscì!
dove el po vess
andaa a finì?
– Camiòn, reclamm,
motociclett
e tramm –
t’el là!... oh dess!
Cláxon... uuuhh...
(tran sù!)
pett... peett...
(caghen adess!)
e on fiumm, on fiumm
de gent... on fiumm!
e lu,
dov’el?
in fumm
l’è andaa,
o bell
ma vaa! – el gh’è pu!
Rita, Gaby,
pittor de cà,
me sprusna ammì
de pacciugà
cont i peneij!
Quanti cinqu gheij
mi de fioeu
ch’òo traa in pasteij!
Mo giusta incoeu
busci de dacch
denter – zìcch, zacch –
sotta! e all’Irmetta
de pitturacch
on bell maghetta
della giornada.
Quand te see andada
foeura per toeu
carta bollada,
l’eet vist incoeu,
lu, propi lu,
vera, di sù;
dimm come l’era:
...stringaa... faa sù...
uuuh... come l’era:
struccaa... a coo bass,
squasi el portass
a spagoletta
la Mort a spass...
...in cupoletta
de cardanell,
faccia d’usell,
crappa de passer,
l’è el Pavanell
che vá... che passa...
fìlel... che coa
la vita soa...
– stramba... nottambola
che longa coa!...
Semper in sciambola,
semper in macchina,
lu, l’è la macchina
per podè cor...
...andà... la macchina...
...ma intanta, lor,
i strij, i strij
te disi... i strij
la vita foeura
coi scinivij
ghe sùscen... foeura
dai dit di pee!...
Tendegh adree!
Dov’ell? com’è?
(oh che mestee!)
Tè chì
– Taxì,
ombrell... button...
ruson... –
ma té,
se l’era lì
adess... lì inscì!
dove el po vess
andaa a finì?
– Camiòn, reclamm,
motociclett
e tramm –
t’el là!... oh dess!
Cláxon... uuuhh...
(tran sù!)
pett... peett...
(caghen adess!)
e on fiumm, on fiumm
de gent... on fiumm!
e lu,
dov’el?
in fumm
l’è andaa,
o bell
ma vaa! – el gh’è pu!
Delio Tessa
La poesia della Olga
I
De quell nagott che foo, de quell’eterno
nagotta che mi foo, no me rebelli,
Olga, no me rebelli! o vita andada,
vita strascia de mi... viva l’inferno
alegher della tua gent desculada!
Dent in quell gran somenament de piattol
e de scimes, buttaa là come on roj,
ponzi sul lett di troj! O Capa-vacca,
o ti Olga dà a trà! A grann e a raccol
tirom a carettà ch’el se impocciacca
el mond de prepotent e de cagoni!
O ti, sapienta donna, de coscenza,
spua la tua sentenza, su coss’hin
i omen... foeura... foeura... di cojoni...!
«Ruffian... ruffian... ruffian... ecco coss’hin
i omen!» «Olga, e i donn?» «I donn?... hin vacch,
hin vacch i donn... vacch e ruffian... e ti...»
«sì... sì... cossa son mi?...» «te voeut savell
coss te disen a ti? proeuva a ciamagh
al primm che ven... l’è l’avvocatt porscell!».
Semm su la Vedra al quindes e ghe stemm!
Me senti incoeu el rebuij della mattana,
senti che se destana ammò dopo tant ann
la voeuja de cantà... Olga, cantemm!
O Piazza della Vedra... o carampann
de cà... o tanabus... buej... ratter...
o tosann della vita... o casotej
vecc de cinquanta gheij e la minestra!
In qui sepolcher, in qui scorpioner
– sprangh alla porta, stoppa la finestra –
gh’era su de qui facc de brentador,
te tiraven a voltra de qui gamb...
e la metress al banch?!... quell’assabesa
col fà de lavandera de color!...
...gh’era la Carmen... gh’era la Francesa...
bozzaven de bell primm a tutta possa
e ciaccolaven; ma de quindesina
in quindesina, ghe calava i ari,
all’oli de la lumm, all’aria possa
se padimaven in qui colombari.
Cantemm, Olga, cantemm de qui tosann
antich la grama sorta, l’ultem pass
de quand hin sul quarciass a la cà bassa;
là denter ghe inveggiaven ann e ann,
ghe marsciven là denter tutta grassa
e acqua, sfacchinaven... su e giò...
e giò e su, col debet a la cà,
incadenaa a la cà come i baìra
a la terra... talment che invers i dò
de la mattina pu no sospiraven
che de buttass sul lecc, de restà là!...
II
Ma dalla Piazza, ma dalla Contrada
l’è come ona ventada che la spazza
el veggiumm quell besbili che a la cà
della Olga el te monta dalla Piazza!
Italia renascenta l’è la granda
s’cera franca di negher, di sacchetta,
l’è ‘l sussur di rocchetta... o mond peoca!
«luce... luce...» quist hinn che te comanda,
mediator de tosann, mercant de coca!
Gh’àn la Delage, la Buick alla porta!
Mi come porch e ti come baltrocca
con bottega de fiocca... onori, onora
i caff della ruffianaria resorta!
O primavera noeuva che s’infiora,
Italia renovada in di to vacch!!
Al par dell’avvocatt, dell’ingegnee
se metten al mestee zelantament:
Olga, cossa ne troeuvom a pensagh,
tosann de portich e tosann d’ambient!
...e la cà l’è moderna! scal de marmor,
rovera de slavonia, mezz pastell,
acqua calda, piastrell... in la Gisella;
orden... silenzi... in la Virginia; arbor
in l’atri... statov... ona fontanella!
Macchina, quella cà! tutt on quadrant
de transatlantech miri a numeritt
e tutti qui ciaritt ghe sponten quala
tosa – pizzandes – a la governant,
quala tosa l’è in stanza o l’è de sala.
«La Meranotta l’è ancamò de sora?...
...adess quand la ven giò... digh alla Cia
che gh’è la compagnia del Besc al sett...
sonegh all’Aurelia...» «...la fà l’ora!...»
«...L’è chi domà d’ier... l’è de primm mett...
...lassa fà a mi...» «...Libera?...» «...Pass... no... no
ch’el scior l’è de per lu... mèttel al vott...»
Dan-daran-dan Luzia...
sotta a quell cassinott
ghe sta la veggia stria
che fa ballà i pigott...
dan-daran-dan Luzia!
La Cici l’è malada, la pò pu
fa qui basej di trenta volt al dì...
l’è quasi in sul finì... i pee la gh’à
che sdoloren... ghe tocca tegnij su
alt a la sira per podé requià!
«...sì... sì... va ben tuscoss... l’è brava in stanza
e l’è ona tosa d’ora... ma la mia
cà... – dighel ti, Maria – ...anca per lee...
riva la nott e cossa la se vanza?
...capissi anmì... se ghe fa mal i pee...
ma chichinscì l’è minga la Baggina...»
Qui tre valis!...
«...La cà del Bodria? Milla?
ma coss te diset... milla lir? dò... dò...
te vegnen foeura in ona quindicina...
domandeghel del rest alla Totò!
La cà l’è bonna... lavorà de bocca...
te vedaree...»
...cominciom a andà giò...
...la Cici... la Totò...
...tra on gipponin
e l’alter... gh’è... (de quand?)... e no le tocca!
...(Tabù... tabù...) ...gh’è lì quel ritrattin!
cold-cream... tout-de-même... foeura i cassett di mobil...
«Questa per’mi l’è diventada stretta...
...e daghela all’Annetta?! ...a tralla via!...»
(Tosa de tre valis!)... dall’utumobil...
...mancia alla coeuga... basa la Maria...
Dan-daran-dan Luzia...
sotta a quell cassinott
ghe sta la veggia stria
che fa ballà i pigott...
dan-daran-dan Luzia!
L’è des ann che la gira e ghe l’àn dada
la pagnotta alla povera Cicì!
Intanta ch’el taxì... Rondò... Sempion...
Pontacc... Bastion... el se magna la strada,
la marca lee... la se smazzucca... bon
che on quaicoss la gh’à via... ...anca in provincia
disen che se resìa... ...chi o là,
basta de tirà a cà... ...Vares, Mortara,
Lod, Vigeven... e poeu se recomincia
anmò... Vares, Vigeven, Lod, Mortara
fina tant che la corsa l’è finida!
«Hin dodes e cinquanta col bagalli...
...gh’òo no i dò lira... cali de moneda!»
Se rangen tucc... hin tucc della partida,
tucc della lega... ...basta ch’el te veda
vun e el te ciolla!... ...Olga, di’ su la toa!
«Vacca te see... e come vacca, andèmm
a Lod dal Bodria... andèmm!»
Oh! la campagna
che passa... i praa... i praa... l’era la soa
vita forsi la vita de campagna!
Tosa de Trucazan, a l’è da foeu!
ma l’àn logada i soeu in Spallanzani
in del patron del trani... ...on sparg... on pomm;
sgurrà bottelli... ...brasciorà fioeu...
servetta in rosc in sui basej del Domm.
Nanca el parlà: «El me apà» la fava;
e cossa gh’è success quella mattina?...
...la gh’à in ment ona tina... ...come ciocca
de quell fortor del vin che travasava...
ona faccia la ved... e quella bocca...
e dò sciamp che l’imbraghen... inivida,
strepenenta... (ona nivola quell dì)...
e la se troeuva lì... sballada... sola!
Poeu l’an spedida in di so gent... manzida!!
Quand l’à prusmada el vecio che la fioeula...
«Oh mamm... o pà...» – ona cadrega! – «Cristo
d’on sacramento, foeu i vacch de cà mia!»
Dan-daran-dan Luzia...
sotta a quell cassinott
ghe sta la veggia stria
che fa ballà i pigott...
dan-daran-dan Luzia!
L’à catasciada el Gamba e te le porta
a ti, Olga, per collogalla!
Incoeu,
ah se Dio voeur incoeu, la gh’à ona scagna
de podé settass giò... l’è stracca morta
e questa l’è ona cà dove se magna
e se dorma... in saletta la se pisora...
«Sul poggiorin... andemm all’aria... ...sì...
credegh ai omen ti... pesg della rogna...»
...che mariettina fina!... ...«l’ost dell’Isola!...
t’ee vist? t’ee vist?... el t’à ingorgaa la fogna!...
amor platonech del mercant de vin!!»
Manco le scolta... al de là della piazza...
– quanti fioeu! – ciazza de sô sfacciada!
Intant che ghe preparen on ballin
in cusina, la toeu la russumada...
...Mattina!... mo, come ona volta, in pee
le troeuva e pronta all’opra la padrona,
la tas e la dragonna... «In dove tocchen
sporchen, sti malarbetti puttanee...
...i sciori... i sciori... pissen... caghen... forchen...
vardel chi sto lenzoeu!... vuij che te imparet
a viv! a tirascià la fin del mes
on farlocch de paes, on tambarlan
come te see l’è meij che te se sparet»
El post disnaa le passa tra el divan
e la finestra... gh’è nient per lee?
nagott de fa? la monda la lattuga,
dopo la giuga con el Walterin...
«Besogna desgaggialla!»... «te faree
el Gabrieli e poeu l’avvocatin!»
Colen i dì... gh’àn ditt che gh’è ona lettera
per lee che dev rivà... che l’è già in strada;
quand la sarà rivada... l’andarà!...
«Com’è, l’è chì ancamò?» «Ah sì... la lettara
se no la riva a sa po minga a na...
...a specciom...»
In saletta gh’è on’alzada
de veder... la regoeuij i letterinn,
i cartolinn, i tallonitt di vaglia,
i belietitt de tutta la passada
di so tosann che giren per l’Italia
e scriven a la Olga e la saluden!
«Firenze... Piazza della Signoria...
un bacio dalla Cia... ...Susi... Pisa,
lung-Arno... oh bell... chi l’è la Susi? Muden
i nomm... come se fa?» «Quella barbisa,
te se regordet no, quell coo de broccol
che gh’era chi sotta Natal?»
...Desember,
è rivaa giò Desember e la Olga
l’è come semper sul palett del roccol,
fermo quell sciguetton de quella Olga,
e come semper in la bassiletta
de quell’alzada raspi cartolinn
e letterinn e tallonitt de vaglia
de tutta la passada, l’involada
di so tosann che giren per l’Italia...
e semm a Pasqua! In settimana santa
la Cici la retorna da Triesta!
chi disariss che questa l’è la tosa
d’on temp? la se pavanna... la se incanta...
la se cocchetta al specc come la sposa
bella! la podariss avegh in banca
on cunt-corrent coi so travellers’cheques
se no fuss per quell becch che le sperluscia!
«El Gamba... el Gamba! lu! a la palanca
el mira... ai ori e minga a ti...bauscia!»
La guarda in straa... (gottina) ...«oe, tambor,
parli con ti!» ...la fa ona ridadina,
la ghe cantarellina su... la mett
la cloche... el trench... (piovisna) «tapp e bor!»
«Saluda el Milio» «Razza de servett
te gh’en cavet on’ostia!» «Polda, brava
ti, on salt a toeu ‘na macchina» «Saluda
el Barba» «Muda el coo, tarlucch» ...l’è andada!
...e semm a Luij... la piazza la se sbava
a la caldana e vuij che impolonada
te la doeuget la Olga col faccion
pocciaa in la mezzaluna dell’inguria!
Oh mes della goduria!... la pipina
la trionfa in Liguria! ai stazion
balnear la porten, a Cortina,
a Sulden, a Trafoi... tosann... tosann...
pianten i cà... no resta coi metress
che qui papa de gess a Ferraost,
qui pampaluga vecc; sciorinn... tosann
dall’Albenga all’Ardenza al sol d’Agost...
...ona fera... on’immensa passerera;...
tosann... sciorinn l’è tutta ona mes’ciaia
sola... on trass in pataja alla serenna,
on rid alla bagaja... la bandera
l’è dell’Olga che impera... l’è la crenna
in tripudi che buij, che se desbria
in l’ultema allegria!
Dan-daran-dan Luzia...
sotta a quell cassinott
ghe sta la veggia stria
che fa balla i pigott...
Del mond che se sputtana a la roversa,
la se scandalla la galanta-donna!
Dal so bus le spiona... «i segn... i segn...»
La giubela... la ghigna... la se inversa...
la tira giò madonn... la s’ceppa i legn...
imbestiada in de la corridora
stretta tra la stramezza e la stuetta.
Utunni... Utunni... odor di pagn che suga...
...on’ora... dò... e dopo on’altra ora
anmò e d’ora in ora (oh temp in fuga!)
utunni... primaver... estaa e inverna,
l’imperadora della foinera
Olga, madamm carnera, inveggionida
troeuvi, che la se intardia, la descerna
el fond della soa opara finida;
che la Polda l’è a Roma in sul casott,
e la Lola l’è a Bari in sul casott,
e la Cici l’è a Bressa in sul casott,
e la Susi la incrosa in sul casott
la Totò che la torna dal casott!...
e cà, e donn, e cà... per quant la gira
l’oeucc... olter no la ved d’intornavia!
(...Dan-daran-dan Luzia...)
III
...piangiolenta
ven giò quella campana su la sira
...Vesper a san Lorenz...
...vun che le senta
el disaria che quella campana
la piang adoss a ona giornada inutil!
Ranchi e me vuti! Ooh come se stenta
a viv!... ...l’è melanconega, l’è grama
la Vedra prima che la se indormenta!...
Questa l’è l’ora della poveraja,
di barbon della mura, di gavett
de sbobba, di veggett... e la me tenta
vuna de sti donnett che se sparpaja...
...Vesper a San Nazar...
...la sura Menta...
«In nomine Patris...» ...la Menta matta...
...«et Filii... et Spiritui...» ...de basell...
...«Sancti... amen...» ...in basell... la veggia stria
dell’abain... (l’à saraa in cà la gatta...)
la moeuv in cort... (dan-daran-dan Luzia)...
armada de sportina e d’ombrellin!
...vesper a sant Antoni... la tontogna,
la topicca, la rogna... Bottonuu...
– negozio consorziato – ...col manin...
...«o già» ...la scanza i fioeu......«a dà via el cuu,
manovra!... la mia man... son su la mia
man!...» ...Traversà! – straluster – ...la traversa
e l’è de là... la sterza in Zebedia!
Gh’è ona portina falsa in Zebedia
che te s’incorget manch che la ghe sia.
L’è ona portina piccola in del mur
della gesa... di volt... ai funerai
la derven... quasi mai.
Inarchettada
la veggettina, in gropp, tra el ciar e el scur,
l’è lì, contra quella porta sarada.
«Ven foeura!» ...(col didin)... «...che te see denter!
ven foeura!» ...ai sotterani... la te porta,
sotta, a ona sorta de depòset... «...Foeura...
ven foeura, ch’el soo ben che te see denter!...»
I catafalch di mort gh’è giò! «...ven foeura!»
...i candelaber... «Foeura!» tutt a ‘n bott
quella parolla della mucettina
de pagn alla portina la dà gent,
la tira gent in gir... ghe se fan sott...
«ven foeura!...» ...i scal di parador gh’è dent...
...i parament de mort... i cass de mort...
– negher... listaa in argent! –
...«Alla Marianna!
daghella a la Marianna!...» ...on bagaiott
in spicciola... «Marianna!» ...on omm coi scorb,
la rebuttonen... gh’hin a doss... in crott!...
la salta in pee... sgavascen... la strietta
la sgoratta, la sbatt... «... alla Marianna!»...
«...la fava la puttana!...» «Viliacchi...
Viliacchi...» ...a quella bicicletta...
...daij!!... ...«su la crappa l’ombrellin t’el spacchi!»
ghe streppen la borsetta... «Marianna!»
«Farabutti!» ...el velett... la se repara
in de la portinara... la se intana
in de la porta in faccia... «Marianna!»
«Viliacchi... l’è morta la Marianna,
morta... mi son la Menta... o scior... o scior...
el ved cossa m’an faa?... el sottanin...
m’àn scincaa l’ombrellin... bardassi!!... a mi,
a mi, della puttana,
a mi che me doveven dà in Castell
i me stanz, i me stanz che me vegneven
...o scior... e sont andada
e no voreven dammi
e m’àn traa adree per sbattom su ona strada
ona carta bollada,
ona carta bollada.»
La se desa
intant, la se cavessa e qui oggitt
la guzza intorna... pù
nissun gh’è lì,
hin andaa via...
hin andaa via tucc... le ris’cia in strada,
la va... la va... – i preij – (Cugini Praga)...
– i preij – la va... tin... tin...
tin... tin... sportina
della spesa... veletin
...dondignand... tontognand...
tacch al mur della Gesa.
De quell nagott che foo, de quell’eterno
nagotta che mi foo, no me rebelli,
Olga, no me rebelli! o vita andada,
vita strascia de mi... viva l’inferno
alegher della tua gent desculada!
Dent in quell gran somenament de piattol
e de scimes, buttaa là come on roj,
ponzi sul lett di troj! O Capa-vacca,
o ti Olga dà a trà! A grann e a raccol
tirom a carettà ch’el se impocciacca
el mond de prepotent e de cagoni!
O ti, sapienta donna, de coscenza,
spua la tua sentenza, su coss’hin
i omen... foeura... foeura... di cojoni...!
«Ruffian... ruffian... ruffian... ecco coss’hin
i omen!» «Olga, e i donn?» «I donn?... hin vacch,
hin vacch i donn... vacch e ruffian... e ti...»
«sì... sì... cossa son mi?...» «te voeut savell
coss te disen a ti? proeuva a ciamagh
al primm che ven... l’è l’avvocatt porscell!».
Semm su la Vedra al quindes e ghe stemm!
Me senti incoeu el rebuij della mattana,
senti che se destana ammò dopo tant ann
la voeuja de cantà... Olga, cantemm!
O Piazza della Vedra... o carampann
de cà... o tanabus... buej... ratter...
o tosann della vita... o casotej
vecc de cinquanta gheij e la minestra!
In qui sepolcher, in qui scorpioner
– sprangh alla porta, stoppa la finestra –
gh’era su de qui facc de brentador,
te tiraven a voltra de qui gamb...
e la metress al banch?!... quell’assabesa
col fà de lavandera de color!...
...gh’era la Carmen... gh’era la Francesa...
bozzaven de bell primm a tutta possa
e ciaccolaven; ma de quindesina
in quindesina, ghe calava i ari,
all’oli de la lumm, all’aria possa
se padimaven in qui colombari.
Cantemm, Olga, cantemm de qui tosann
antich la grama sorta, l’ultem pass
de quand hin sul quarciass a la cà bassa;
là denter ghe inveggiaven ann e ann,
ghe marsciven là denter tutta grassa
e acqua, sfacchinaven... su e giò...
e giò e su, col debet a la cà,
incadenaa a la cà come i baìra
a la terra... talment che invers i dò
de la mattina pu no sospiraven
che de buttass sul lecc, de restà là!...
II
Ma dalla Piazza, ma dalla Contrada
l’è come ona ventada che la spazza
el veggiumm quell besbili che a la cà
della Olga el te monta dalla Piazza!
Italia renascenta l’è la granda
s’cera franca di negher, di sacchetta,
l’è ‘l sussur di rocchetta... o mond peoca!
«luce... luce...» quist hinn che te comanda,
mediator de tosann, mercant de coca!
Gh’àn la Delage, la Buick alla porta!
Mi come porch e ti come baltrocca
con bottega de fiocca... onori, onora
i caff della ruffianaria resorta!
O primavera noeuva che s’infiora,
Italia renovada in di to vacch!!
Al par dell’avvocatt, dell’ingegnee
se metten al mestee zelantament:
Olga, cossa ne troeuvom a pensagh,
tosann de portich e tosann d’ambient!
...e la cà l’è moderna! scal de marmor,
rovera de slavonia, mezz pastell,
acqua calda, piastrell... in la Gisella;
orden... silenzi... in la Virginia; arbor
in l’atri... statov... ona fontanella!
Macchina, quella cà! tutt on quadrant
de transatlantech miri a numeritt
e tutti qui ciaritt ghe sponten quala
tosa – pizzandes – a la governant,
quala tosa l’è in stanza o l’è de sala.
«La Meranotta l’è ancamò de sora?...
...adess quand la ven giò... digh alla Cia
che gh’è la compagnia del Besc al sett...
sonegh all’Aurelia...» «...la fà l’ora!...»
«...L’è chi domà d’ier... l’è de primm mett...
...lassa fà a mi...» «...Libera?...» «...Pass... no... no
ch’el scior l’è de per lu... mèttel al vott...»
Dan-daran-dan Luzia...
sotta a quell cassinott
ghe sta la veggia stria
che fa ballà i pigott...
dan-daran-dan Luzia!
La Cici l’è malada, la pò pu
fa qui basej di trenta volt al dì...
l’è quasi in sul finì... i pee la gh’à
che sdoloren... ghe tocca tegnij su
alt a la sira per podé requià!
«...sì... sì... va ben tuscoss... l’è brava in stanza
e l’è ona tosa d’ora... ma la mia
cà... – dighel ti, Maria – ...anca per lee...
riva la nott e cossa la se vanza?
...capissi anmì... se ghe fa mal i pee...
ma chichinscì l’è minga la Baggina...»
Qui tre valis!...
«...La cà del Bodria? Milla?
ma coss te diset... milla lir? dò... dò...
te vegnen foeura in ona quindicina...
domandeghel del rest alla Totò!
La cà l’è bonna... lavorà de bocca...
te vedaree...»
...cominciom a andà giò...
...la Cici... la Totò...
...tra on gipponin
e l’alter... gh’è... (de quand?)... e no le tocca!
...(Tabù... tabù...) ...gh’è lì quel ritrattin!
cold-cream... tout-de-même... foeura i cassett di mobil...
«Questa per’mi l’è diventada stretta...
...e daghela all’Annetta?! ...a tralla via!...»
(Tosa de tre valis!)... dall’utumobil...
...mancia alla coeuga... basa la Maria...
Dan-daran-dan Luzia...
sotta a quell cassinott
ghe sta la veggia stria
che fa ballà i pigott...
dan-daran-dan Luzia!
L’è des ann che la gira e ghe l’àn dada
la pagnotta alla povera Cicì!
Intanta ch’el taxì... Rondò... Sempion...
Pontacc... Bastion... el se magna la strada,
la marca lee... la se smazzucca... bon
che on quaicoss la gh’à via... ...anca in provincia
disen che se resìa... ...chi o là,
basta de tirà a cà... ...Vares, Mortara,
Lod, Vigeven... e poeu se recomincia
anmò... Vares, Vigeven, Lod, Mortara
fina tant che la corsa l’è finida!
«Hin dodes e cinquanta col bagalli...
...gh’òo no i dò lira... cali de moneda!»
Se rangen tucc... hin tucc della partida,
tucc della lega... ...basta ch’el te veda
vun e el te ciolla!... ...Olga, di’ su la toa!
«Vacca te see... e come vacca, andèmm
a Lod dal Bodria... andèmm!»
Oh! la campagna
che passa... i praa... i praa... l’era la soa
vita forsi la vita de campagna!
Tosa de Trucazan, a l’è da foeu!
ma l’àn logada i soeu in Spallanzani
in del patron del trani... ...on sparg... on pomm;
sgurrà bottelli... ...brasciorà fioeu...
servetta in rosc in sui basej del Domm.
Nanca el parlà: «El me apà» la fava;
e cossa gh’è success quella mattina?...
...la gh’à in ment ona tina... ...come ciocca
de quell fortor del vin che travasava...
ona faccia la ved... e quella bocca...
e dò sciamp che l’imbraghen... inivida,
strepenenta... (ona nivola quell dì)...
e la se troeuva lì... sballada... sola!
Poeu l’an spedida in di so gent... manzida!!
Quand l’à prusmada el vecio che la fioeula...
«Oh mamm... o pà...» – ona cadrega! – «Cristo
d’on sacramento, foeu i vacch de cà mia!»
Dan-daran-dan Luzia...
sotta a quell cassinott
ghe sta la veggia stria
che fa ballà i pigott...
dan-daran-dan Luzia!
L’à catasciada el Gamba e te le porta
a ti, Olga, per collogalla!
Incoeu,
ah se Dio voeur incoeu, la gh’à ona scagna
de podé settass giò... l’è stracca morta
e questa l’è ona cà dove se magna
e se dorma... in saletta la se pisora...
«Sul poggiorin... andemm all’aria... ...sì...
credegh ai omen ti... pesg della rogna...»
...che mariettina fina!... ...«l’ost dell’Isola!...
t’ee vist? t’ee vist?... el t’à ingorgaa la fogna!...
amor platonech del mercant de vin!!»
Manco le scolta... al de là della piazza...
– quanti fioeu! – ciazza de sô sfacciada!
Intant che ghe preparen on ballin
in cusina, la toeu la russumada...
...Mattina!... mo, come ona volta, in pee
le troeuva e pronta all’opra la padrona,
la tas e la dragonna... «In dove tocchen
sporchen, sti malarbetti puttanee...
...i sciori... i sciori... pissen... caghen... forchen...
vardel chi sto lenzoeu!... vuij che te imparet
a viv! a tirascià la fin del mes
on farlocch de paes, on tambarlan
come te see l’è meij che te se sparet»
El post disnaa le passa tra el divan
e la finestra... gh’è nient per lee?
nagott de fa? la monda la lattuga,
dopo la giuga con el Walterin...
«Besogna desgaggialla!»... «te faree
el Gabrieli e poeu l’avvocatin!»
Colen i dì... gh’àn ditt che gh’è ona lettera
per lee che dev rivà... che l’è già in strada;
quand la sarà rivada... l’andarà!...
«Com’è, l’è chì ancamò?» «Ah sì... la lettara
se no la riva a sa po minga a na...
...a specciom...»
In saletta gh’è on’alzada
de veder... la regoeuij i letterinn,
i cartolinn, i tallonitt di vaglia,
i belietitt de tutta la passada
di so tosann che giren per l’Italia
e scriven a la Olga e la saluden!
«Firenze... Piazza della Signoria...
un bacio dalla Cia... ...Susi... Pisa,
lung-Arno... oh bell... chi l’è la Susi? Muden
i nomm... come se fa?» «Quella barbisa,
te se regordet no, quell coo de broccol
che gh’era chi sotta Natal?»
...Desember,
è rivaa giò Desember e la Olga
l’è come semper sul palett del roccol,
fermo quell sciguetton de quella Olga,
e come semper in la bassiletta
de quell’alzada raspi cartolinn
e letterinn e tallonitt de vaglia
de tutta la passada, l’involada
di so tosann che giren per l’Italia...
e semm a Pasqua! In settimana santa
la Cici la retorna da Triesta!
chi disariss che questa l’è la tosa
d’on temp? la se pavanna... la se incanta...
la se cocchetta al specc come la sposa
bella! la podariss avegh in banca
on cunt-corrent coi so travellers’cheques
se no fuss per quell becch che le sperluscia!
«El Gamba... el Gamba! lu! a la palanca
el mira... ai ori e minga a ti...bauscia!»
La guarda in straa... (gottina) ...«oe, tambor,
parli con ti!» ...la fa ona ridadina,
la ghe cantarellina su... la mett
la cloche... el trench... (piovisna) «tapp e bor!»
«Saluda el Milio» «Razza de servett
te gh’en cavet on’ostia!» «Polda, brava
ti, on salt a toeu ‘na macchina» «Saluda
el Barba» «Muda el coo, tarlucch» ...l’è andada!
...e semm a Luij... la piazza la se sbava
a la caldana e vuij che impolonada
te la doeuget la Olga col faccion
pocciaa in la mezzaluna dell’inguria!
Oh mes della goduria!... la pipina
la trionfa in Liguria! ai stazion
balnear la porten, a Cortina,
a Sulden, a Trafoi... tosann... tosann...
pianten i cà... no resta coi metress
che qui papa de gess a Ferraost,
qui pampaluga vecc; sciorinn... tosann
dall’Albenga all’Ardenza al sol d’Agost...
...ona fera... on’immensa passerera;...
tosann... sciorinn l’è tutta ona mes’ciaia
sola... on trass in pataja alla serenna,
on rid alla bagaja... la bandera
l’è dell’Olga che impera... l’è la crenna
in tripudi che buij, che se desbria
in l’ultema allegria!
Dan-daran-dan Luzia...
sotta a quell cassinott
ghe sta la veggia stria
che fa balla i pigott...
Del mond che se sputtana a la roversa,
la se scandalla la galanta-donna!
Dal so bus le spiona... «i segn... i segn...»
La giubela... la ghigna... la se inversa...
la tira giò madonn... la s’ceppa i legn...
imbestiada in de la corridora
stretta tra la stramezza e la stuetta.
Utunni... Utunni... odor di pagn che suga...
...on’ora... dò... e dopo on’altra ora
anmò e d’ora in ora (oh temp in fuga!)
utunni... primaver... estaa e inverna,
l’imperadora della foinera
Olga, madamm carnera, inveggionida
troeuvi, che la se intardia, la descerna
el fond della soa opara finida;
che la Polda l’è a Roma in sul casott,
e la Lola l’è a Bari in sul casott,
e la Cici l’è a Bressa in sul casott,
e la Susi la incrosa in sul casott
la Totò che la torna dal casott!...
e cà, e donn, e cà... per quant la gira
l’oeucc... olter no la ved d’intornavia!
(...Dan-daran-dan Luzia...)
III
...piangiolenta
ven giò quella campana su la sira
...Vesper a san Lorenz...
...vun che le senta
el disaria che quella campana
la piang adoss a ona giornada inutil!
Ranchi e me vuti! Ooh come se stenta
a viv!... ...l’è melanconega, l’è grama
la Vedra prima che la se indormenta!...
Questa l’è l’ora della poveraja,
di barbon della mura, di gavett
de sbobba, di veggett... e la me tenta
vuna de sti donnett che se sparpaja...
...Vesper a San Nazar...
...la sura Menta...
«In nomine Patris...» ...la Menta matta...
...«et Filii... et Spiritui...» ...de basell...
...«Sancti... amen...» ...in basell... la veggia stria
dell’abain... (l’à saraa in cà la gatta...)
la moeuv in cort... (dan-daran-dan Luzia)...
armada de sportina e d’ombrellin!
...vesper a sant Antoni... la tontogna,
la topicca, la rogna... Bottonuu...
– negozio consorziato – ...col manin...
...«o già» ...la scanza i fioeu......«a dà via el cuu,
manovra!... la mia man... son su la mia
man!...» ...Traversà! – straluster – ...la traversa
e l’è de là... la sterza in Zebedia!
Gh’è ona portina falsa in Zebedia
che te s’incorget manch che la ghe sia.
L’è ona portina piccola in del mur
della gesa... di volt... ai funerai
la derven... quasi mai.
Inarchettada
la veggettina, in gropp, tra el ciar e el scur,
l’è lì, contra quella porta sarada.
«Ven foeura!» ...(col didin)... «...che te see denter!
ven foeura!» ...ai sotterani... la te porta,
sotta, a ona sorta de depòset... «...Foeura...
ven foeura, ch’el soo ben che te see denter!...»
I catafalch di mort gh’è giò! «...ven foeura!»
...i candelaber... «Foeura!» tutt a ‘n bott
quella parolla della mucettina
de pagn alla portina la dà gent,
la tira gent in gir... ghe se fan sott...
«ven foeura!...» ...i scal di parador gh’è dent...
...i parament de mort... i cass de mort...
– negher... listaa in argent! –
...«Alla Marianna!
daghella a la Marianna!...» ...on bagaiott
in spicciola... «Marianna!» ...on omm coi scorb,
la rebuttonen... gh’hin a doss... in crott!...
la salta in pee... sgavascen... la strietta
la sgoratta, la sbatt... «... alla Marianna!»...
«...la fava la puttana!...» «Viliacchi...
Viliacchi...» ...a quella bicicletta...
...daij!!... ...«su la crappa l’ombrellin t’el spacchi!»
ghe streppen la borsetta... «Marianna!»
«Farabutti!» ...el velett... la se repara
in de la portinara... la se intana
in de la porta in faccia... «Marianna!»
«Viliacchi... l’è morta la Marianna,
morta... mi son la Menta... o scior... o scior...
el ved cossa m’an faa?... el sottanin...
m’àn scincaa l’ombrellin... bardassi!!... a mi,
a mi, della puttana,
a mi che me doveven dà in Castell
i me stanz, i me stanz che me vegneven
...o scior... e sont andada
e no voreven dammi
e m’àn traa adree per sbattom su ona strada
ona carta bollada,
ona carta bollada.»
La se desa
intant, la se cavessa e qui oggitt
la guzza intorna... pù
nissun gh’è lì,
hin andaa via...
hin andaa via tucc... le ris’cia in strada,
la va... la va... – i preij – (Cugini Praga)...
– i preij – la va... tin... tin...
tin... tin... sportina
della spesa... veletin
...dondignand... tontognand...
tacch al mur della Gesa.
Dino Campana
Genova
Poi che la nube si fermò nei cieli
Lontano sulla tacita infinita
Marina chiusa nei lontani veli,
E ritornava l’anima partita
Che tutto a lei d’intorno era già arcana-
mente illustrato del giardino il verde
Sogno nell’apparenza sovrumana
De le corrusche sue statue superbe:
E udìi canto udìi voce di poeti
Ne le fonti e le sfingi sui frontoni
Benigne un primo oblìo parvero ai proni
Umani ancor largire: dai segreti
Dedali uscìi: sorgeva un torreggiare
Bianco nell’aria: innumeri dal mare
Parvero i bianchi sogni dei mattini
Lontano dileguando incatenare
Come un ignoto turbine di suono.
Tra le vele di spuma udivo il suono.
Pieno era il sole di Maggio.
Sotto la torre orientale, ne le terrazze verdi ne la lavagna cinerea
Dilaga la piazza al mare che addensa le navi inesausto.
Ride l’arcato palazzo rosso dal portico grande:
Come le cateratte del Niagara
Canta, ride, svaria ferrea la sinfonia feconda urgente al mare:
Genova canta il tuo canto!
Entro una grotta di porcellana
Sorbendo caffè
Guardavo dall’invetriata la folla salire veloce
Tra le venditrici uguali a statue, porgenti
Frutti di mare con rauche grida cadenti
Su la bilancia immota:
Così ti ricordo ancora e ti rivedo imperiale
Su per l’erta tumultuante
Verso la porta disserrata
Contro l’azzurro serale,
Fantastica di trofei
Mitici tra torri nude al sereno,
A te aggrappata d’intorno
La febbre de la vita
Pristina: e per i vichi lubrici di fanali il canto
Instornellato de le prostitute
E dal fondo il vento del mar senza posa.
Per i vichi marini nell’ambigua
Sera cacciava il vento tra i fanali
Preludii dal groviglio delle navi:
I palazzi marini avevan bianchi
Arabeschi nell’ombra illanguidita
Ed andavamo io e la sera ambigua:
Ed io gli occhi alzavo su ai mille
E mille e mille occhi benevoli
Delle Chimere nei cieli: . . . . . .
Quando,
Melodiosamente
D’alto sale, il vento come bianca finse una visione di Grazia
Come dalla vicenda infaticabile
De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale
Dentro il vico marino in alto sale, . . . .
Dentro il vico ché rosse in alto sale
Marino l’ali rosse dei fanali
Rabescavano l’ombra illanguidita, . . . . .
Che nel vico marino, in alto sale
Che bianca e lieve e querula salì!
«Come nell’ali rosse dei fanali
Bianca e rossa nell’ombra del fanale
Che bianca e lieve e tremula salì: ...»
Ora di già nel rosso del fanale
Era già l’ombra faticosamente
Bianca . . . . . . . . .
Bianca quando nel rosso del fanale
Bianca lontana faticosamente
L’eco attonita rise un irreale
Riso: e che l’eco faticosamente
E bianca e lieve e attonita salì...
Di già tutto d’intorno
Lucea la sera ambigua:
Battevano i fanali
Il palpito nell’ombra.
Rumori lontano franavano
Dentro silenzii solenni
Chiedendo: se dal mare
Il riso non saliva...
Chiedendo se l’udiva
Infaticabilmente
La sera: a la vicenda
Di nuvole là in alto
Dentro del cielo stellare.
Al porto il battello si posa
Nel crepuscolo che brilla
Negli alberi quieti di frutti di luce,
Nel paesaggio mitico
Di navi nel seno dell’infinito
Ne la sera
Calida di felicità, lucente
In un grande in un grande velario
Di diamanti disteso sul crepuscolo,
In mille e mille diamanti in un grande velario vivente
Il battello si scarica
Ininterrottamente cigolante,
Instancabilmente introna
E la bandiera è calata e il mare e il cielo è d’oro e sul molo
Corrono i fanciulli e gridano
Con gridi di felicità.
Già a frotte s’avventurano
I viaggiatori alla città tonante
Che stende le sue piazze e le sue vie:
La grande luce mediterranea
S’è fusa in pietra di cenere:
Pei vichi antichi e profondi
Fragore di vita, gioia intensa e fugace:
Velario d’oro di felicità
È il cielo ove il sole ricchissimo
Lasciò le sue spoglie preziose.
E la Città comprende
E s’accende
E la fiamma titilla ed assorbe
I resti magnificenti del sole,
E intesse un sudario d’oblìo
Divino per gli uomini stanchi.
Perdute nel crepuscolo tonante
Ombre di viaggiatori
Vanno per la Superba
Terribili e grotteschi come i ciechi.
Vasto, dentro un odor tenue vanito
Di catrame, vegliato da le lune
Elettriche, sul mare appena vivo
Il vasto porto si addorme.
S’alza la nube delle ciminiere
Mentre il porto in un dolce scricchiolìo
Dei cordami s’addorme: e che la forza
Dorme, dorme che culla la tristezza
Inconscia de le cose che saranno
E il vasto porto oscilla dentro un ritmo
Affaticato e si sente
La nube che si forma dal vomito silente.
O Siciliana proterva opulente matrona
A le finestre ventose del vico marinaro
Nel seno della città percossa di suoni di navi e di carri
Classica mediterranea femina dei porti:
Pei grigi rosei della città di ardesia
Sonavano i clamori vespertini
E poi più quieti i rumori dentro la notte serena:
Vedevo alle finestre lucenti come le stelle
Passare le ombre de le famiglie marine: e canti
Udivo lenti ed ambigui ne le vene de la città mediterranea:
Ch’era la notte fonda.
Mentre tu siciliana, dai cavi
Vetri in un torvo giuoco
L’ombra cava e la luce vacillante
O siciliana, ai capezzoli
L’ombra rinchiusa tu eri
La Piovra de le notti mediterranee.
Cigolava cigolava cigolava di catene
La gru sul porto nel cavo de la notte serena:
E dentro il cavo de la notte serena
E nelle braccia di ferro
Il debole cuore batteva un più alto palpito: tu
La finestra avevi spenta:
Nuda mistica in alto cava
Infinitamente occhiuta devastazione era la notte tirrena.
Lontano sulla tacita infinita
Marina chiusa nei lontani veli,
E ritornava l’anima partita
Che tutto a lei d’intorno era già arcana-
mente illustrato del giardino il verde
Sogno nell’apparenza sovrumana
De le corrusche sue statue superbe:
E udìi canto udìi voce di poeti
Ne le fonti e le sfingi sui frontoni
Benigne un primo oblìo parvero ai proni
Umani ancor largire: dai segreti
Dedali uscìi: sorgeva un torreggiare
Bianco nell’aria: innumeri dal mare
Parvero i bianchi sogni dei mattini
Lontano dileguando incatenare
Come un ignoto turbine di suono.
Tra le vele di spuma udivo il suono.
Pieno era il sole di Maggio.
Sotto la torre orientale, ne le terrazze verdi ne la lavagna cinerea
Dilaga la piazza al mare che addensa le navi inesausto.
Ride l’arcato palazzo rosso dal portico grande:
Come le cateratte del Niagara
Canta, ride, svaria ferrea la sinfonia feconda urgente al mare:
Genova canta il tuo canto!
Entro una grotta di porcellana
Sorbendo caffè
Guardavo dall’invetriata la folla salire veloce
Tra le venditrici uguali a statue, porgenti
Frutti di mare con rauche grida cadenti
Su la bilancia immota:
Così ti ricordo ancora e ti rivedo imperiale
Su per l’erta tumultuante
Verso la porta disserrata
Contro l’azzurro serale,
Fantastica di trofei
Mitici tra torri nude al sereno,
A te aggrappata d’intorno
La febbre de la vita
Pristina: e per i vichi lubrici di fanali il canto
Instornellato de le prostitute
E dal fondo il vento del mar senza posa.
Per i vichi marini nell’ambigua
Sera cacciava il vento tra i fanali
Preludii dal groviglio delle navi:
I palazzi marini avevan bianchi
Arabeschi nell’ombra illanguidita
Ed andavamo io e la sera ambigua:
Ed io gli occhi alzavo su ai mille
E mille e mille occhi benevoli
Delle Chimere nei cieli: . . . . . .
Quando,
Melodiosamente
D’alto sale, il vento come bianca finse una visione di Grazia
Come dalla vicenda infaticabile
De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale
Dentro il vico marino in alto sale, . . . .
Dentro il vico ché rosse in alto sale
Marino l’ali rosse dei fanali
Rabescavano l’ombra illanguidita, . . . . .
Che nel vico marino, in alto sale
Che bianca e lieve e querula salì!
«Come nell’ali rosse dei fanali
Bianca e rossa nell’ombra del fanale
Che bianca e lieve e tremula salì: ...»
Ora di già nel rosso del fanale
Era già l’ombra faticosamente
Bianca . . . . . . . . .
Bianca quando nel rosso del fanale
Bianca lontana faticosamente
L’eco attonita rise un irreale
Riso: e che l’eco faticosamente
E bianca e lieve e attonita salì...
Di già tutto d’intorno
Lucea la sera ambigua:
Battevano i fanali
Il palpito nell’ombra.
Rumori lontano franavano
Dentro silenzii solenni
Chiedendo: se dal mare
Il riso non saliva...
Chiedendo se l’udiva
Infaticabilmente
La sera: a la vicenda
Di nuvole là in alto
Dentro del cielo stellare.
Al porto il battello si posa
Nel crepuscolo che brilla
Negli alberi quieti di frutti di luce,
Nel paesaggio mitico
Di navi nel seno dell’infinito
Ne la sera
Calida di felicità, lucente
In un grande in un grande velario
Di diamanti disteso sul crepuscolo,
In mille e mille diamanti in un grande velario vivente
Il battello si scarica
Ininterrottamente cigolante,
Instancabilmente introna
E la bandiera è calata e il mare e il cielo è d’oro e sul molo
Corrono i fanciulli e gridano
Con gridi di felicità.
Già a frotte s’avventurano
I viaggiatori alla città tonante
Che stende le sue piazze e le sue vie:
La grande luce mediterranea
S’è fusa in pietra di cenere:
Pei vichi antichi e profondi
Fragore di vita, gioia intensa e fugace:
Velario d’oro di felicità
È il cielo ove il sole ricchissimo
Lasciò le sue spoglie preziose.
E la Città comprende
E s’accende
E la fiamma titilla ed assorbe
I resti magnificenti del sole,
E intesse un sudario d’oblìo
Divino per gli uomini stanchi.
Perdute nel crepuscolo tonante
Ombre di viaggiatori
Vanno per la Superba
Terribili e grotteschi come i ciechi.
Vasto, dentro un odor tenue vanito
Di catrame, vegliato da le lune
Elettriche, sul mare appena vivo
Il vasto porto si addorme.
S’alza la nube delle ciminiere
Mentre il porto in un dolce scricchiolìo
Dei cordami s’addorme: e che la forza
Dorme, dorme che culla la tristezza
Inconscia de le cose che saranno
E il vasto porto oscilla dentro un ritmo
Affaticato e si sente
La nube che si forma dal vomito silente.
O Siciliana proterva opulente matrona
A le finestre ventose del vico marinaro
Nel seno della città percossa di suoni di navi e di carri
Classica mediterranea femina dei porti:
Pei grigi rosei della città di ardesia
Sonavano i clamori vespertini
E poi più quieti i rumori dentro la notte serena:
Vedevo alle finestre lucenti come le stelle
Passare le ombre de le famiglie marine: e canti
Udivo lenti ed ambigui ne le vene de la città mediterranea:
Ch’era la notte fonda.
Mentre tu siciliana, dai cavi
Vetri in un torvo giuoco
L’ombra cava e la luce vacillante
O siciliana, ai capezzoli
L’ombra rinchiusa tu eri
La Piovra de le notti mediterranee.
Cigolava cigolava cigolava di catene
La gru sul porto nel cavo de la notte serena:
E dentro il cavo de la notte serena
E nelle braccia di ferro
Il debole cuore batteva un più alto palpito: tu
La finestra avevi spenta:
Nuda mistica in alto cava
Infinitamente occhiuta devastazione era la notte tirrena.
Dino Campana
Notturno teppista
Firenze nel fondo era gorgo di luci di fremiti sordi:
Con ali di fuoco i lunghi rumori fuggenti
Del tram spaziavano: il fiume mostruoso
Torpido riluceva come un serpente a squame.
Su un circolo incerto le inquiete facce beffarde
Dei ladri, ed io tra i doppi lunghi cipressi uguali a fiaccole spente
Più aspro ai cipressi le siepi
Più aspro del fremer dei bussi,
Che dal mio cuore il mio amore,
Che dal mio cuore, l’amore un ruffiano che intonò e cantò:
Amo le vecchie troie
Gonfie lievitate di sperma
Che cadono come rospi a quattro zampe sovra la coltrice rossa
E aspettano e sbuffano ed ansimano
Flaccide come mantici.
Con ali di fuoco i lunghi rumori fuggenti
Del tram spaziavano: il fiume mostruoso
Torpido riluceva come un serpente a squame.
Su un circolo incerto le inquiete facce beffarde
Dei ladri, ed io tra i doppi lunghi cipressi uguali a fiaccole spente
Più aspro ai cipressi le siepi
Più aspro del fremer dei bussi,
Che dal mio cuore il mio amore,
Che dal mio cuore, l’amore un ruffiano che intonò e cantò:
Amo le vecchie troie
Gonfie lievitate di sperma
Che cadono come rospi a quattro zampe sovra la coltrice rossa
E aspettano e sbuffano ed ansimano
Flaccide come mantici.
Elio Pecora
Volata a specchio
Storni a migliaia
sopra slarghi e incroci,
invano li caccia
uno stride infernale.
Santi di pietra
additano in alto un anfratto,
oltre le antenne un aereo
solca una traccia.
Motori ronfano
fra un semaforo e l’altro,
ressa di facce
ognuno dentro si parla.
Vaga una folla randagia
nel labirinto,
cento le porte
pure manca l’uscita.
uno si porta in cuore
la stanza, il giardino
dove gli accade, un istante,
di starsene fermo,
Uno avanza nel buio,
uno ne torna,
uno ripete il gesto
che chiama o abbandona.
Sempre solo un tumulto
nell’aria stinta.
Forse che esista il regno
in cui ritrovarsi?
In fondo all’imbuto i morti
dicono muti
che il lutto inganna
né si addice alle ombre.
sopra slarghi e incroci,
invano li caccia
uno stride infernale.
Santi di pietra
additano in alto un anfratto,
oltre le antenne un aereo
solca una traccia.
Motori ronfano
fra un semaforo e l’altro,
ressa di facce
ognuno dentro si parla.
Vaga una folla randagia
nel labirinto,
cento le porte
pure manca l’uscita.
uno si porta in cuore
la stanza, il giardino
dove gli accade, un istante,
di starsene fermo,
Uno avanza nel buio,
uno ne torna,
uno ripete il gesto
che chiama o abbandona.
Sempre solo un tumulto
nell’aria stinta.
Forse che esista il regno
in cui ritrovarsi?
In fondo all’imbuto i morti
dicono muti
che il lutto inganna
né si addice alle ombre.
Ennio Flaiano
Telegramma
Scende la sera sulla Nomentana
e io corro da te dolce puttana.
Scende la notte, dorme Roma sfiancata
come te, bieca, calda, insaziata.
e io corro da te dolce puttana.
Scende la notte, dorme Roma sfiancata
come te, bieca, calda, insaziata.
Enrico Cavacchioli
La città addormentata
Con la rete intricata delle strade violette,
sulle quali un asino pigro sferraglia nella penombra,
con le finestre chiuse e qualche beghina, in piedi,
su la porta, che scruta il cielo orientale,
la città che dorme, ha stamane un profumo
di convalescenza.
Ma dalla campagna lontana, giungono strani carriaggi,
che sanno di verdura e di concime. Schiocca una frusta
dietro lo zoccolante passo di un ronzino da fiera,
‘° ed una canzone, a mezza voce, accompagna l’apparizione.
Piccolo borgo paesano, pare questa città nell’alba
con le bandiere
dei cenci che l’adornano da una finestra all’altra;
coi due caffè che spalancano le loro luci beffarde
prima delle chiese, e le campane malinconiche,
ui
sguinzagliate a chiamar fedeli, di porta in porta...
Se non fosse la sua scenografia da Bastiglia,
se non fosse l’artiglieria delle sue ciminiere,
questa città sembrerebbe una ridicola
°° messa in scena borghese
I
cresciuta e morta su di una fossa:
in cui per fortuna, un pesco distende a gran pena
un braccio tutto fiorito della sua gloria rossa...
3. beghina: donna di grande devozione religiosa, ma qui (come sempre
nei Futuristi, diversamente che nei Crepuscolari) detto spregiativamen-
te. Altrove la parola è usata come agg.: cfr. per esempio infra, Altoma-
4. orientale: dove nasce il sole, allegoria
re, Sinfonia luminosa, 48.
12-13. le bandiere I dei cenci: gli umili panni stesi ad
della Divinità.
asciugare, che sventolano come bandiere.
14. beffarde: un tocco di
anticlericalismo: il profano, rappresentato dai due caffè, irride al sacro
17. da Bastiglia: degna di un carcere (co-
(le chiese del v. seguente).
me quello della Bastiglia di Parigi, il carcere per antonomasia dal tempo
18. ciminiere: i camini delle fabbriche
della Rivoluzione francese).
sulle quali un asino pigro sferraglia nella penombra,
con le finestre chiuse e qualche beghina, in piedi,
su la porta, che scruta il cielo orientale,
la città che dorme, ha stamane un profumo
di convalescenza.
Ma dalla campagna lontana, giungono strani carriaggi,
che sanno di verdura e di concime. Schiocca una frusta
dietro lo zoccolante passo di un ronzino da fiera,
‘° ed una canzone, a mezza voce, accompagna l’apparizione.
Piccolo borgo paesano, pare questa città nell’alba
con le bandiere
dei cenci che l’adornano da una finestra all’altra;
coi due caffè che spalancano le loro luci beffarde
prima delle chiese, e le campane malinconiche,
ui
sguinzagliate a chiamar fedeli, di porta in porta...
Se non fosse la sua scenografia da Bastiglia,
se non fosse l’artiglieria delle sue ciminiere,
questa città sembrerebbe una ridicola
°° messa in scena borghese
I
cresciuta e morta su di una fossa:
in cui per fortuna, un pesco distende a gran pena
un braccio tutto fiorito della sua gloria rossa...
3. beghina: donna di grande devozione religiosa, ma qui (come sempre
nei Futuristi, diversamente che nei Crepuscolari) detto spregiativamen-
te. Altrove la parola è usata come agg.: cfr. per esempio infra, Altoma-
4. orientale: dove nasce il sole, allegoria
re, Sinfonia luminosa, 48.
12-13. le bandiere I dei cenci: gli umili panni stesi ad
della Divinità.
asciugare, che sventolano come bandiere.
14. beffarde: un tocco di
anticlericalismo: il profano, rappresentato dai due caffè, irride al sacro
17. da Bastiglia: degna di un carcere (co-
(le chiese del v. seguente).
me quello della Bastiglia di Parigi, il carcere per antonomasia dal tempo
18. ciminiere: i camini delle fabbriche
della Rivoluzione francese).
Franco Cavallo
A Montesilvano
a Montesilvano
c’è un casellante che suona
11 flauto ai colombi
come se fosse
un Buster Keaton tornato
da un viaggio in Alaska
di molti mesi. indossa
perfino la divisa.
è quasi un fisio-
terapista a una scuola
di piacere. ignora diritti
e doveri. sagoma i suoni
poi prende la rincorsa:
è diretto al paese
degli affetti rimossi.
scivolano le colline
nel buio; i colombi ridono
e piangono sui rami
d’alloro; non c’è più
miglio che per uno di loro.
c’è un casellante che suona
11 flauto ai colombi
come se fosse
un Buster Keaton tornato
da un viaggio in Alaska
di molti mesi. indossa
perfino la divisa.
è quasi un fisio-
terapista a una scuola
di piacere. ignora diritti
e doveri. sagoma i suoni
poi prende la rincorsa:
è diretto al paese
degli affetti rimossi.
scivolano le colline
nel buio; i colombi ridono
e piangono sui rami
d’alloro; non c’è più
miglio che per uno di loro.
Franco Cavallo
Allo Shedwan Hotel
Allo Shedwan Hotel
dove siamo alloggiati
ho fatto un calcolo assurdo
per quanto vero:
su dieci signore tedesche
dalle età più diverse
- dai ventotto ai sessanta -
ce n’è almeno una
che pesa più di un bue.
“Per questo” dico scherzando
a Fernanda e a Pasquale,
miei compagni di viaggio,
“il marco è così pesante”.
Basta far caso alle astanti
per abbozzare un calcolo
tutt’altro che approssimativo
di economia comunicativa.
Mangiano a quattro palmenti
sotto le palme roventi,
bevono birra ghiacciata,
s’ingozzano con enormi gelati
le mastodontiche matrone tedesche,
- le concittadine di Helmut Kohl
che sostano nella Hall.
dove siamo alloggiati
ho fatto un calcolo assurdo
per quanto vero:
su dieci signore tedesche
dalle età più diverse
- dai ventotto ai sessanta -
ce n’è almeno una
che pesa più di un bue.
“Per questo” dico scherzando
a Fernanda e a Pasquale,
miei compagni di viaggio,
“il marco è così pesante”.
Basta far caso alle astanti
per abbozzare un calcolo
tutt’altro che approssimativo
di economia comunicativa.
Mangiano a quattro palmenti
sotto le palme roventi,
bevono birra ghiacciata,
s’ingozzano con enormi gelati
le mastodontiche matrone tedesche,
- le concittadine di Helmut Kohl
che sostano nella Hall.
Franco Loi
Büràsca de stralüsna e insajetàss
Büràsca de stralüsna e insajetàss
sura quj tecc cun l’aqua a dü piuvent.
Se ‘ndava insèma al piuvaccià, dré i pass
ch’j ghe menava, al möv d’i sentiment,
tra Burrumej, Carobbi, San Lurenz,
la Vedra, e quel gran slargàss del vent
ch’a Sant’Üstòrg l’è ‘n busch de sansuvenz...
Tenàja ‘l tempural ‘na lüm luntana,
d’un rosa magher ch’a fuj vegn sü muvenz.
Due te sét, a ‘st’ura, nigna salvana?
Milan l’é stracch. Me par de burlàgh den’,
‘m’i verdesèj d’un dì lüsiùs che svana,
tumbà, lambarinàss, truà la fen...
U sì, forsi truàm, ‘me ‘n giogh de specc
che da ‘n’ureccia vün s’enfila dren’
e in fund par trema un ciam, quajcòss de vecc,
e l’olter te sé tì, o l’è l’umbrìa
ch’a l’ültum se scunfund, e l’é ‘na recc...
Oh sì, truàm! Sun giùin. Chi l’è che pia?
E l’olter, cum’un vent, ciama dai specc.
sura quj tecc cun l’aqua a dü piuvent.
Se ‘ndava insèma al piuvaccià, dré i pass
ch’j ghe menava, al möv d’i sentiment,
tra Burrumej, Carobbi, San Lurenz,
la Vedra, e quel gran slargàss del vent
ch’a Sant’Üstòrg l’è ‘n busch de sansuvenz...
Tenàja ‘l tempural ‘na lüm luntana,
d’un rosa magher ch’a fuj vegn sü muvenz.
Due te sét, a ‘st’ura, nigna salvana?
Milan l’é stracch. Me par de burlàgh den’,
‘m’i verdesèj d’un dì lüsiùs che svana,
tumbà, lambarinàss, truà la fen...
U sì, forsi truàm, ‘me ‘n giogh de specc
che da ‘n’ureccia vün s’enfila dren’
e in fund par trema un ciam, quajcòss de vecc,
e l’olter te sé tì, o l’è l’umbrìa
ch’a l’ültum se scunfund, e l’é ‘na recc...
Oh sì, truàm! Sun giùin. Chi l’è che pia?
E l’olter, cum’un vent, ciama dai specc.
Gabriele D'Annunzio
Le città del silenzio: pisa
O Pisa, o Pisa, per la fluviale
melodiìa che fa si dolce il tuo riposo
ti loderò come colui che vide
immemore del suo male
fluirti in cuore
il sangue dell’aurore
e la fiamma dei vespri
e il pianto delle stelle adamantino
e il filtro della luna oblivioso.
Quale una donna presso il davanzale,
socchiusa i cigli, tiepida nella sua vesta
di biondo lino,
che non è desta ed il suo sogno muore;
tale su le bell’acque pallido sorride
il tuo sopore.
E i santi marmi ascendono leggeri,
quasi lungi da te, come se gli echi
li animassero d’anime canore.
Ma il tuo segreto è forse tra i due neri
cipressi nati dal seno
de la morte, incontro alla foresta trionfale
di giovinezze e d’arbori che in festa
l’artefice creò su i sordi e ciechi
muri come su un ciel sereno.
Forse avverrà che quivi un giorno io rechi
il mio spirito, fuor della tempesta,
a mutar d’ale.
melodiìa che fa si dolce il tuo riposo
ti loderò come colui che vide
immemore del suo male
fluirti in cuore
il sangue dell’aurore
e la fiamma dei vespri
e il pianto delle stelle adamantino
e il filtro della luna oblivioso.
Quale una donna presso il davanzale,
socchiusa i cigli, tiepida nella sua vesta
di biondo lino,
che non è desta ed il suo sogno muore;
tale su le bell’acque pallido sorride
il tuo sopore.
E i santi marmi ascendono leggeri,
quasi lungi da te, come se gli echi
li animassero d’anime canore.
Ma il tuo segreto è forse tra i due neri
cipressi nati dal seno
de la morte, incontro alla foresta trionfale
di giovinezze e d’arbori che in festa
l’artefice creò su i sordi e ciechi
muri come su un ciel sereno.
Forse avverrà che quivi un giorno io rechi
il mio spirito, fuor della tempesta,
a mutar d’ale.
Gabriele D'Annunzio
Le città terribili
Vesperi di primavera,
crepuscoli d’estate,
prime piogge d’autunno
croscianti su l’immondizia
polverosa che nera
fermenta sotto le suola
fendute onde si mostra
il miserevole piede
umano come tòrta
radice di dolore
divelta; rigurgito crasso
delle cloache nell’ombra
della divina Sera,
tumulto della strada ingombra
ove tutte le fami
e le seti irrompono a gara
d’avidità belluina
per la forza che impera
e partisce i beni col ferro,
da voi sorgere io vidi
non so quale orrida gloria.
Gloria delle città
terribili, quando a vespro
s’arrestano le miriadi
possenti dei cavalli
che per tutto il giorno
fremettero nelle vaste
macchine mai stanchi,
e s’accendono i bianchi
globi come pendule lune
tra le attonite file
dei platani lungh’esse
le case mostruose
dalle cento e cento occhiaie,
e i carri su le rotaie
stridono carichi di scòria
umana scintillando
d’una luce più bella
che la luce degli astri,
e ne’ cieli rossastri
grandeggiano solitarie
le cupole e le torri!
Orrore delle città
terribili, quando su le vie
arse cadono i larghi lembi
violacei della Sera
con un odor molle di morte,
e s’accendono su le porte
delle taverne i fanali
rossi che versano il sangue
luminoso al limitare
ove scoppierà la furente
rissa dopo l’ingiuria,
e i fuochi della lussuria
brillano negli occhi senili
della grigia larva che insegue
per l’ombra la vergine impube
con nel passo malfermo
l’indizio del morbo dorsale,
e il bardassa trae per le scale
già buie il soldato che ride,
e la libidine incide
l’enorme priàpo sul muro!
Febbre delle città
terribili, quando il Sole
come un mostro colpito
dal tridente marino
palpita ai limiti delle acque
in una immensità di sangue
e di bile moribondo,
e nel duolo del ciel profondo
la gran piaga persiste
livida di cancrena,
e s’ode la sirena
del vascello che giunge
caldo di più caldi mari,
e s’accendono i fari
su l’alte scogliere,
e le ciurme straniere
si precipitano all’orgia
frenetiche come baccanti,
e il porto suona di canti
di scherni di sfide di colpi
di crapula e d’oro!
Sonno delle città
terribili, quando dal fiume
accidioso (ove si stempra
tra la melma e il pattume
la polpa dei suicidi
fosforescente come
su i salsi lidi il viscidume
delle meduse morte)
sorgono le larve diffuse
della caligine tacente
con mille tentacoli molli
che sfiorano tutte le porte
e palpano i miseri e i folli,
il ladro e la venere vaga,
l’ebro dalla bocca amara
l’orfano dall’ossa contorte
assopiti sopra la fogna,
mentre s’amplia e s’arrossa
nei fumi la chiara finestra
del sapiente che indaga
e del poeta che sogna!
Alba delle città
terribili, aurora che squilla
con mille trombe di rame
sul silenzio opaco dei tetti
chiamando i dormenti a battaglia,
primo dardo che il Sole scaglia
a fiedere le sfere d’oro
su le cupole ancor notturne
e le cime ardue dei camini
emuli delle torri e le bianche
statue degli archi trionfali,
Speranza volante su ali
recenti“ come i fiori nati
sotto le rugiade celesti,
passo degli artefici dèsti
all’opere sonoro come
scalpitìo d’esercito grande,
rombo che si spande dai mossi
congegni pel vitreo duomo,
oh Alba, oh risveglio dell’Uomo
eletto al dominio del Mondo!
crepuscoli d’estate,
prime piogge d’autunno
croscianti su l’immondizia
polverosa che nera
fermenta sotto le suola
fendute onde si mostra
il miserevole piede
umano come tòrta
radice di dolore
divelta; rigurgito crasso
delle cloache nell’ombra
della divina Sera,
tumulto della strada ingombra
ove tutte le fami
e le seti irrompono a gara
d’avidità belluina
per la forza che impera
e partisce i beni col ferro,
da voi sorgere io vidi
non so quale orrida gloria.
Gloria delle città
terribili, quando a vespro
s’arrestano le miriadi
possenti dei cavalli
che per tutto il giorno
fremettero nelle vaste
macchine mai stanchi,
e s’accendono i bianchi
globi come pendule lune
tra le attonite file
dei platani lungh’esse
le case mostruose
dalle cento e cento occhiaie,
e i carri su le rotaie
stridono carichi di scòria
umana scintillando
d’una luce più bella
che la luce degli astri,
e ne’ cieli rossastri
grandeggiano solitarie
le cupole e le torri!
Orrore delle città
terribili, quando su le vie
arse cadono i larghi lembi
violacei della Sera
con un odor molle di morte,
e s’accendono su le porte
delle taverne i fanali
rossi che versano il sangue
luminoso al limitare
ove scoppierà la furente
rissa dopo l’ingiuria,
e i fuochi della lussuria
brillano negli occhi senili
della grigia larva che insegue
per l’ombra la vergine impube
con nel passo malfermo
l’indizio del morbo dorsale,
e il bardassa trae per le scale
già buie il soldato che ride,
e la libidine incide
l’enorme priàpo sul muro!
Febbre delle città
terribili, quando il Sole
come un mostro colpito
dal tridente marino
palpita ai limiti delle acque
in una immensità di sangue
e di bile moribondo,
e nel duolo del ciel profondo
la gran piaga persiste
livida di cancrena,
e s’ode la sirena
del vascello che giunge
caldo di più caldi mari,
e s’accendono i fari
su l’alte scogliere,
e le ciurme straniere
si precipitano all’orgia
frenetiche come baccanti,
e il porto suona di canti
di scherni di sfide di colpi
di crapula e d’oro!
Sonno delle città
terribili, quando dal fiume
accidioso (ove si stempra
tra la melma e il pattume
la polpa dei suicidi
fosforescente come
su i salsi lidi il viscidume
delle meduse morte)
sorgono le larve diffuse
della caligine tacente
con mille tentacoli molli
che sfiorano tutte le porte
e palpano i miseri e i folli,
il ladro e la venere vaga,
l’ebro dalla bocca amara
l’orfano dall’ossa contorte
assopiti sopra la fogna,
mentre s’amplia e s’arrossa
nei fumi la chiara finestra
del sapiente che indaga
e del poeta che sogna!
Alba delle città
terribili, aurora che squilla
con mille trombe di rame
sul silenzio opaco dei tetti
chiamando i dormenti a battaglia,
primo dardo che il Sole scaglia
a fiedere le sfere d’oro
su le cupole ancor notturne
e le cime ardue dei camini
emuli delle torri e le bianche
statue degli archi trionfali,
Speranza volante su ali
recenti“ come i fiori nati
sotto le rugiade celesti,
passo degli artefici dèsti
all’opere sonoro come
scalpitìo d’esercito grande,
rombo che si spande dai mossi
congegni pel vitreo duomo,
oh Alba, oh risveglio dell’Uomo
eletto al dominio del Mondo!
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