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Poesie di questo tema

Città e vita quotidiana

Gian Pietro Lucini

Gian Pietro Lucini

Da La canzone della cortigianella

Eccomi esperta cantarina apocrifa
col pretesto di ricche acconciature,
sopra li avvisi a finger le avventure della ribalta:
ed eccomi a recare cure e pazienza per tutti i gusti
sì che i più frusti vengono a me.
Sono un albergo ad insegna cortese;
se muto stile, cognome e pretese
rinnovo i desideri.
Dovunque mi presento come vuole il costume;
tutto quanto posseggo in carne viva
vi offro e vi dò sotto la veste a scialo
e sotto la camicia trasparente,
come un miraggio all’imaginazione
per la lussuria grassa della gente.

Eccovi il volto che il rossetto avviva,
oh! quante volte come triste e smorto:
sbatte il ventaglio ed agita le lunghe piume bianche,
al capo reclinato; cercan riposo e schermo
alla luce, alli sguardi, all’insistenze le mie pupille
colle palpebre basse, cerco dimenticarmi.
E udite risa che scrosciano a trilli,
gorgoglian soffocate sotto una furia di baci improvvisi,
scendono, mancano dentro la gola,
fremitano nel collo col singhiozzo…
oh! quanta angoscia di risa convulse,
quanto soffrire per la voluttà.

Borghesi, io vi balocco: re di corona, a me:
sovverto l’ordine, la disciplina,
ed il burocrata a me vicino torna bambino.
La mia carne è ingemmata,
le membra ammorbidite e stilizzate
a richiesta dell’epoca:
i petali di rosa son meno teneri e profumati
delle mie coscie;
il mio piedino detta la legge;
l’indice teso segna una vittima;
il monosillabo condanna a morte, se nega e rifiuta.
Cammino e regno:
le scarpine lingueggian dalla gonna,
orme suggellano ne’ cuori molli, e nella polvere;
i fianchi ondeggiano al passo ritmico e birichino;
s’inarcano le terga in curva callipigia;
scutrettola la trina dello strascico,
coda occellata d’Imperatrice e di Sirenetta.
Domino; attraggo; respingo e mi prometto:
spargete fiori sul mio passaggio,
nobili e grandi d’ogni lignaggio;
rido, ed ancheggio e sbadiglio:
son la bellissima fatalità.

Sono l’Eterno biondo Feminino;
colle mani propino affusolate,
che il manicure mi ha raccomandate,
filtri che odorano di sortilegio,
carezze irresistibili,
esca, ragna ed agguato prelibato.
Luciano Folgore

Luciano Folgore

Fiamma a gas

Lampione scultore,
scultore di cose mai vedute,
forse ridicolo,
ma pieno di buon umore.
Lampione scultore,
questa notte barili, barili
di vento.
Ubbriacatura completa:
sbattute sul casamento
della tenebra
alto diecimila piani senza lumi,
capitomboli sul selciato,
piruette nel fango,
esercizi di traballamene
sull’elastico sensibile della pioggia.

Lampione scultore,
pel vicolo questa notte
pochissime cose;
un pisciatoio a tettoia
che tu inghiotti e ridai
con mutevole forma di donna,
un carretto abbandonato,
enorme uccello
con ali di ruote,
e un’ombra di cane
o meglio, un lungo cane d’ombra.

Benone scultore,
abbozzatore
e deformatore;
eccoti un uomo filosofo,
mantello nero nero.
L’abbranchi? No.
Soltanto la testa.
Decapitazione superba,
e schiaffi e colpi di luce
sul torso che cammina lo stesso.

Poi gonnelle, gambuccie
e mani fugaci;
famiglie toccate,
mangiate,
digerite nell’enorme budello
del buio,
inseguite sull’angolo;
teste a triangolo,
ricopiate,
rimpastate,
segate sui muri;
padri seri, mamme gravi
trasformati in ridicoli fantocci,
e mezzi visi che se ne vanno,
e occhi chiusi e riaperti
da lancette fulminee di luce.

Infine un ubbriaco:
nera linea spezzata di canti a sghimbescio.
Sosta della tua luce;
acutissima voglia rattenuta.
Quasi quasi...

No, no che passi
unica serietà della notte,
vagabonda pensosità della vita.
Le tue schiere di luce
presentano le armi
sino in fondo al vicolo.

Domani all’alba
l’ultima pisciata di giallo
sul lampionaio impettito,
l’ultima smorfia sotto
gli scappellotti del sole
vilissimo illuminatore
di cose,
contro te, lampione scultore,
creatore di mondi originali
di forme.
Luciano Folgore

Luciano Folgore

Il cinese caricaturista

La luna è morbida
come un cuscino di piume,
le pagode
nascondono gelose,
le tenui cesellature.
In un cespuglio soffice di mimose
Tan-Fu – cinese libero –
fa le caricature.
.... Le case con cento
piccole gambe,
contorte e strambe,
s’incamminano al fiume
giallo,
per lavarsi dal sudiciume
dei secoli.
La carovana
s’imbraca
nel fango,
dietro la tarda lumaca,
d’un oleoso mandarino,
che sventola azzurro
l’ordine
della dinastia di Pechino.
«Cose antiche
nella cornice dei tempi moderni».
Sfoglia i suoi brevi quaderni
d’odore, la rosa.
Un bonzo
con voce lamentosa,
canta da un tempio di porcellana
che s’incappuccia
sopra i bambù.
Al lume di sei lucciole,
diafanamente pure,
Tan-Fu – pittore libero –
abbozza le caricature.
.... Un idolo pieno di fiori,
nero come l’inchiostro,
un mostro
d’ebano
che guarda una trave sorella
marcire
nella pozzanghera bruna.
Traccia il pennello di lacca
col profilo
dell’ironico ingegno:
«La fortuna religiosa
del legno....
La seta è più ricca
e scintilla
di qualche stilla.
Dal forziere dei cieli,
la rugiada,
indiamanta la strada.
Due usignoli in amore,
si scambiano il cuore
con melodico ondulamento,
sui fili telefonici del vento.»
Tan-Fu,
tra le selve,
rigide e scure,
moltiplica vertiginoso
le sue caricature.
.... Una montagna enorme,
che azzurra dorme
nel letto del sole.
Una casetta
perfetta,
con le finestre piccine,
piene di rosse tendine.
Un uomo e una donna
che stillano
nella luce,
goccie di meravigliose parole.
Un’ombra che va celere.
Un profilo che nel buio si culla.
Una linea esigua.
Un punto.
Nulla.
Sotto l’iscrizione vermiglia
«Il cuore che s’assottiglia».
Si stacca un velo d’ombra
e cala a fondo,
un altro annaspa e lo segue
nel gorgo profondo.
L’alba,
chiara,
con la fontana di luce
spruzza di rose
l’impero della porcellana.
Chiude il volume
Tan-Fu;
non disegna più.
È inutile.
Il sole con la matita
lucidamente arguta
ha fatto della Natura
l’unica
l’insuperabile
caricatura.
Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

Correvo nel crepuscolo fangoso

Correvo nel crepuscolo fangoso,
dietro a scali sconvolti, a mute
impalcature, tra rioni bagnati
nell’odore del ferro, degli stracci
riscaldati, che dentro una crosta
di polvere, tra casupole di latta
e scoli, inalzavano pareti
recenti e ormai scrostate, contro un fondo
di stinta metropoli.
Sull’asfalto
scalzato, tra i peli di un’erba acre
di escrementi e spianate
nere di fango – che la pioggia scavava
in infetti tepori – le dirotte
file di ciclisti, dei rantolanti
camion di legname, si sperdevano
di tanto in tanto, in centri di sobborghi
dove già qualche bar aveva cerchi
di bianchi lumi, e sotto la liscia
parete di una chiesa si stendevano,
viziosi, i giovani.
Intorno ai grattacieli
popolari, già vecchi, i marci orti
e le fabbriche irte di gru ferme
stagnavano in un febbrile silenzio;
ma un po’ fuori dal centro rischiarato,
al fianco di quel silenzio, una strada
blu d’asfalto pareva tutta immersa
in una vita immemore ed intensa
quanto antica. Benché radi, brillavano
i fanali d’una stridula luce,
e le finestre ancora aperte erano
bianche di panni stesi, palpitanti
di voci interne. Alle soglie sedute
stavano le vecchie donne, e limpidi
nelle tute o nei calzoncini quasi
di festa, scherzavano i ragazzi,
ma abbracciati fra loro, con compagne
di loro più precoci.
Tutto era umano,
in quella strada, e gli uomini vi stavano
aggrappati, dai vani al marciapiede,
coi loro stracci, le loro luci...

Sembrava che fino a dentro l’intima
e miserabile sua abitazione, l’uomo fosse
solo accampato, come un’altra razza,
e attaccato a questo suo rione
dentro il vespro unto e polveroso,
non fosse Stato il suo, ma confusa
sosta.
E chi attraversasse quella strada,
spoglio dell’innocente necessità,
perso dai secoli cristiani
che in quella gente si erano persi,
non fosse che un estraneo.
Umberto Saba

Umberto Saba

Il Borgo

Fu nelle vie di questo
Borgo che nuova cosa
m’avvenne.

Fu come un vano
sospiro
il desiderio improvviso d’uscire
di me stesso, di vivere la vita
di tutti,
d’essere come tutti
gli uomini di tutti
i giorni.

Non ebbi io mai sì grande
gioia, né averla dalla vita spero.
Vent’anni avevo quella volta, ed ero
malato. Per le nuove
strade del Borgo il desiderio vano
come un sospiro
mi fece suo.

Dove nel dolce tempo
d’infanzia
poche vedevo sperse
arrampicare casette sul nudo
della collina,
sorgeva un Borgo fervente d’umano
lavoro. In lui la prima
volta soffersi il desiderio dolce
e vano
d’immettere la mia dentro la calda
vita di tutti,
d’essere come tutti
gli uomini di tutti
i giorni.

La fede avere
di tutti, dire
parole, fare
cose che poi ciascuno intende, e sono,
come il vino ed il pane,
come i bimbi e le donne,
valori
di tutti. Ma un cantuccio,
ahimè, lasciavo al desiderio, azzurro
spiraglio,
per contemplarmi da quello, godere
l’alta gioia ottenuta
di non esser più io,
d’essere questo soltanto: fra gli uomini
un uomo.

Nato d’oscure
vicende,
poco fu il desiderio, appena un breve
sospiro. Lo ritrovo
– eco perduta
di giovanezza – per le vie del Borgo
mutate
più che mutato non sia io. Sui muri
dell’alte case,
sugli uomini e i lavori, su ogni cosa,
è sceso il velo che avvolge le cose
finite.

La chiesa è ancora
gialla, se il prato
che la circonda è meno verde. Il mare,
che scorgo al basso, ha un solo bastimento,
enorme,
che, fermo, piega da una parte. Forme,
colori,
vita onde nacque il mio sospiro dolce
e vile, un mondo
finito. Forme,
colori,
altri ho creati, rimanendo io stesso,
solo con il mio duro
patire. E morte
m’aspetta.

Ritorneranno,
o a questo
Borgo, o sia a un altro come questo, i giorni
del fiore. Un altro
rivivrà la mia vita,
che in un travaglio estremo
di giovanezza, avrà pur egli chiesto,
sperato,
d’immettere la sua dentro la vita
di tutti,
d’essere come tutti
gli appariranno gli uomini di un giorno
d’allora.