Poesie di questo tema
Città e vita quotidiana
Gian Pietro Lucini
Da La canzone della cortigianella
Eccomi esperta cantarina apocrifa
col pretesto di ricche acconciature,
sopra li avvisi a finger le avventure della ribalta:
ed eccomi a recare cure e pazienza per tutti i gusti
sì che i più frusti vengono a me.
Sono un albergo ad insegna cortese;
se muto stile, cognome e pretese
rinnovo i desideri.
Dovunque mi presento come vuole il costume;
tutto quanto posseggo in carne viva
vi offro e vi dò sotto la veste a scialo
e sotto la camicia trasparente,
come un miraggio all’imaginazione
per la lussuria grassa della gente.
Eccovi il volto che il rossetto avviva,
oh! quante volte come triste e smorto:
sbatte il ventaglio ed agita le lunghe piume bianche,
al capo reclinato; cercan riposo e schermo
alla luce, alli sguardi, all’insistenze le mie pupille
colle palpebre basse, cerco dimenticarmi.
E udite risa che scrosciano a trilli,
gorgoglian soffocate sotto una furia di baci improvvisi,
scendono, mancano dentro la gola,
fremitano nel collo col singhiozzo…
oh! quanta angoscia di risa convulse,
quanto soffrire per la voluttà.
Borghesi, io vi balocco: re di corona, a me:
sovverto l’ordine, la disciplina,
ed il burocrata a me vicino torna bambino.
La mia carne è ingemmata,
le membra ammorbidite e stilizzate
a richiesta dell’epoca:
i petali di rosa son meno teneri e profumati
delle mie coscie;
il mio piedino detta la legge;
l’indice teso segna una vittima;
il monosillabo condanna a morte, se nega e rifiuta.
Cammino e regno:
le scarpine lingueggian dalla gonna,
orme suggellano ne’ cuori molli, e nella polvere;
i fianchi ondeggiano al passo ritmico e birichino;
s’inarcano le terga in curva callipigia;
scutrettola la trina dello strascico,
coda occellata d’Imperatrice e di Sirenetta.
Domino; attraggo; respingo e mi prometto:
spargete fiori sul mio passaggio,
nobili e grandi d’ogni lignaggio;
rido, ed ancheggio e sbadiglio:
son la bellissima fatalità.
Sono l’Eterno biondo Feminino;
colle mani propino affusolate,
che il manicure mi ha raccomandate,
filtri che odorano di sortilegio,
carezze irresistibili,
esca, ragna ed agguato prelibato.
col pretesto di ricche acconciature,
sopra li avvisi a finger le avventure della ribalta:
ed eccomi a recare cure e pazienza per tutti i gusti
sì che i più frusti vengono a me.
Sono un albergo ad insegna cortese;
se muto stile, cognome e pretese
rinnovo i desideri.
Dovunque mi presento come vuole il costume;
tutto quanto posseggo in carne viva
vi offro e vi dò sotto la veste a scialo
e sotto la camicia trasparente,
come un miraggio all’imaginazione
per la lussuria grassa della gente.
Eccovi il volto che il rossetto avviva,
oh! quante volte come triste e smorto:
sbatte il ventaglio ed agita le lunghe piume bianche,
al capo reclinato; cercan riposo e schermo
alla luce, alli sguardi, all’insistenze le mie pupille
colle palpebre basse, cerco dimenticarmi.
E udite risa che scrosciano a trilli,
gorgoglian soffocate sotto una furia di baci improvvisi,
scendono, mancano dentro la gola,
fremitano nel collo col singhiozzo…
oh! quanta angoscia di risa convulse,
quanto soffrire per la voluttà.
Borghesi, io vi balocco: re di corona, a me:
sovverto l’ordine, la disciplina,
ed il burocrata a me vicino torna bambino.
La mia carne è ingemmata,
le membra ammorbidite e stilizzate
a richiesta dell’epoca:
i petali di rosa son meno teneri e profumati
delle mie coscie;
il mio piedino detta la legge;
l’indice teso segna una vittima;
il monosillabo condanna a morte, se nega e rifiuta.
Cammino e regno:
le scarpine lingueggian dalla gonna,
orme suggellano ne’ cuori molli, e nella polvere;
i fianchi ondeggiano al passo ritmico e birichino;
s’inarcano le terga in curva callipigia;
scutrettola la trina dello strascico,
coda occellata d’Imperatrice e di Sirenetta.
Domino; attraggo; respingo e mi prometto:
spargete fiori sul mio passaggio,
nobili e grandi d’ogni lignaggio;
rido, ed ancheggio e sbadiglio:
son la bellissima fatalità.
Sono l’Eterno biondo Feminino;
colle mani propino affusolate,
che il manicure mi ha raccomandate,
filtri che odorano di sortilegio,
carezze irresistibili,
esca, ragna ed agguato prelibato.
Giovanni Raboni
Città dall’alto
Queste strade che salgono alle mura
non hanno orizzonte, vedi: urtano un cielo
bianco e netto, senz’alberi, come un fiume che volta. Da qui
[alle processioni
dei signori e dei cani
che recano guinzagli, stendardi
reggendosi la coda
ci saranno novanta passi, cento, non più: però più giù, nel fondo
[della città
divisa in quadrati (puoi contarli) e dolce
come un catino... e poco più avanti
la cattedrale, di cinque ordini sovrapposti: e proseguendo
a destra, in diagonale, per altri
trenta o quaranta passi – una spanna: continua a leggere
come in una mappa – imbrocchi in pieno l’asse della piazza
costruita sulle rocciose fondamenta del circo
romano
grigia ellisse quieta dove
dormono o si trascinano enormi, obesi, ingrassati
come capponi, rimpinzati a volontà
di carni e borgogna purché non escano dalla piazza! i poveri
della città. A metà tra i due fuochi
lì, tra quattrocento anni
impiantano la ghigliottina.
non hanno orizzonte, vedi: urtano un cielo
bianco e netto, senz’alberi, come un fiume che volta. Da qui
[alle processioni
dei signori e dei cani
che recano guinzagli, stendardi
reggendosi la coda
ci saranno novanta passi, cento, non più: però più giù, nel fondo
[della città
divisa in quadrati (puoi contarli) e dolce
come un catino... e poco più avanti
la cattedrale, di cinque ordini sovrapposti: e proseguendo
a destra, in diagonale, per altri
trenta o quaranta passi – una spanna: continua a leggere
come in una mappa – imbrocchi in pieno l’asse della piazza
costruita sulle rocciose fondamenta del circo
romano
grigia ellisse quieta dove
dormono o si trascinano enormi, obesi, ingrassati
come capponi, rimpinzati a volontà
di carni e borgogna purché non escano dalla piazza! i poveri
della città. A metà tra i due fuochi
lì, tra quattrocento anni
impiantano la ghigliottina.
Giovanni Raboni
Dalla mia finestra
Eh, le misure della notte, l’ambiguo
lume di luna che confonde
il protocollo dei marmi, l’ombra che ravviva
gli strombi delle finestre, le profonde
gole dei cornicioni
scampati (ancora per poco) al viceregno
delle imprese, al morso dei capitali
premiati col sette, sette e mezzo per cento mentre sai, con la
[campagna
è già tanto se copri le tue spese...
lume di luna che confonde
il protocollo dei marmi, l’ombra che ravviva
gli strombi delle finestre, le profonde
gole dei cornicioni
scampati (ancora per poco) al viceregno
delle imprese, al morso dei capitali
premiati col sette, sette e mezzo per cento mentre sai, con la
[campagna
è già tanto se copri le tue spese...
Giovanni Raboni
Figure nel parco
E dire che ci sono
curve spaziose in questi viali, siepi
basse o trasparenti...
Con la mia vista (poca) mi domando
come faccio a vederli. Chi lo sa. Sbucano dal fondo,
dall’alto,
da dietro le targhe delle piante rare
muovendosi cauti, silenziosi, la cravatta annodata con cura,
le corna piene di muschio, a coda bassa.
Non domandano non dicono l’ora
ai comuni passanti.
Sfilano, cacciando, sull’orlo dello stagno.
Povera strega, poveraccia, ripeteva lisciandosi i baffi,
i capelli, aggiustando con cura la cravatta,
in cuor suo ridendo per la di lei caduta nello stagno.
Sulla panchina piega minuziosamente
mutande, bende, accomoda la stampella,
apre e chiude cartocci di ghiaia e di supposte,
pronto a farsi redimere o scannare.
Alta cm. 105 ma
in grado di far rotolare una botte con un ramo
lungo discese leggerissime scardinatrice
di pali cestini dei rifiuti croci? in un cubo
di polvere puntando
alla quota-trappola dello stagno.
La cosa
impercettibile, quantità
di polvere su una scarpa sola o modo
di asciugarsi il sudore sulla fronte
ecco l’ho in mano il mostro braccato l’assassino
l’uomo che uccide con la luna piena
e corro sprizzando scintille dai pattini sull’asfalto a chiamare
i lenti ronzanti bipedi d’acciaio della polizia.
curve spaziose in questi viali, siepi
basse o trasparenti...
Con la mia vista (poca) mi domando
come faccio a vederli. Chi lo sa. Sbucano dal fondo,
dall’alto,
da dietro le targhe delle piante rare
muovendosi cauti, silenziosi, la cravatta annodata con cura,
le corna piene di muschio, a coda bassa.
Non domandano non dicono l’ora
ai comuni passanti.
Sfilano, cacciando, sull’orlo dello stagno.
Povera strega, poveraccia, ripeteva lisciandosi i baffi,
i capelli, aggiustando con cura la cravatta,
in cuor suo ridendo per la di lei caduta nello stagno.
Sulla panchina piega minuziosamente
mutande, bende, accomoda la stampella,
apre e chiude cartocci di ghiaia e di supposte,
pronto a farsi redimere o scannare.
Alta cm. 105 ma
in grado di far rotolare una botte con un ramo
lungo discese leggerissime scardinatrice
di pali cestini dei rifiuti croci? in un cubo
di polvere puntando
alla quota-trappola dello stagno.
La cosa
impercettibile, quantità
di polvere su una scarpa sola o modo
di asciugarsi il sudore sulla fronte
ecco l’ho in mano il mostro braccato l’assassino
l’uomo che uccide con la luna piena
e corro sprizzando scintille dai pattini sull’asfalto a chiamare
i lenti ronzanti bipedi d’acciaio della polizia.
Giovanni Raboni
Nell’ora, ormai, della cenere
Nell’ora, ormai, della cenere
a pochi passi il corso brulicava
di commerci frenetici e ingannevoli
e di delitti consumati in sogno
quando per contagio di quel che resta
d’un antico ricetto di sventure,
cinque camini e sei finestre in tutto
di mattoni di color sangue, avviliti
ora, loro, da miasmi micidiali
più dell’intero un tempo da famoso
flagello di cui si legge nei libri
considerai con l’immaginazione
l’immensa prateria purgatoriale
che da quella fronte invisibilmente
sin quasi agli invisibili bastioni
aveva per suo centro San Carlino
come l’ostia la sua goccia di sangue
quando inginocchiato premevo gli occhi
con le mani per vera costrizione
dopo un fantastico sacrilegio
e pensai che lui sì, non gli spagnoli
ci aveva ammassati lì come agnelli
per sterminarci (...).
a pochi passi il corso brulicava
di commerci frenetici e ingannevoli
e di delitti consumati in sogno
quando per contagio di quel che resta
d’un antico ricetto di sventure,
cinque camini e sei finestre in tutto
di mattoni di color sangue, avviliti
ora, loro, da miasmi micidiali
più dell’intero un tempo da famoso
flagello di cui si legge nei libri
considerai con l’immaginazione
l’immensa prateria purgatoriale
che da quella fronte invisibilmente
sin quasi agli invisibili bastioni
aveva per suo centro San Carlino
come l’ostia la sua goccia di sangue
quando inginocchiato premevo gli occhi
con le mani per vera costrizione
dopo un fantastico sacrilegio
e pensai che lui sì, non gli spagnoli
ci aveva ammassati lì come agnelli
per sterminarci (...).
Giuseppe Ungaretti
È dietro
È dietro le casipole il porticciuolo
Con i burchielli pronti a scivolare
Dentro strette lunghissime di specchi,
E una vela, farfalla colossale,
Ha raso l’erba e, dietro le casipole,
Va gente, con le vetrici s’intreccia,
Nelle nasse si schiudono occhi, va...
Con i burchielli pronti a scivolare
Dentro strette lunghissime di specchi,
E una vela, farfalla colossale,
Ha raso l’erba e, dietro le casipole,
Va gente, con le vetrici s’intreccia,
Nelle nasse si schiudono occhi, va...
Leonardo Sinisgalli
Rosei del rosa dolce delle case
Rosei del rosa dolce delle case
D’autunno i muratori sopra i tetti
All’aria cantano stretti sull’anca
Docile il piede bianco alle cimase.
Stanno nel cielo in bilico e la voce
Resta sospesa sopra le grondaie
Leggera, chè la voce resta in aria.
D’autunno i muratori sopra i tetti
All’aria cantano stretti sull’anca
Docile il piede bianco alle cimase.
Stanno nel cielo in bilico e la voce
Resta sospesa sopra le grondaie
Leggera, chè la voce resta in aria.
Leonardo Sinisgalli
San Babila
Trascina il vento della sera
Attaccate agli ombrelli a colore
Le piccole fioraie
Che strillano gaie nelle maglie.
Come rondini alle grondaie
Resteranno sospese nell’aria
Le venditrici di dalie
Ora che il vento della sera
Gonfia gli ombrelli a mongolfiera.
Attaccate agli ombrelli a colore
Le piccole fioraie
Che strillano gaie nelle maglie.
Come rondini alle grondaie
Resteranno sospese nell’aria
Le venditrici di dalie
Ora che il vento della sera
Gonfia gli ombrelli a mongolfiera.
Libero Altomare
Sinfonia luminosa
Amo le luci sfrontate
che violentano la morbida Notte
ingemmata, che strappano
tutti i veli dei sogni fluttuanti nell’aria
de la Città assopita;
gli elettrici globuli
che irradiano l’insonnia
nelle sue vene torpide, le innumeri
pupille d’oro sanguinose e vigili
a illuminare i tesori
che ostenta, come una cortigiana,
prima di coricarsi
con un solenne russar
di orologi nascosti.
Ecco: le case
socchiudono le palpebre stridule
de le finestre
da cui traspare e guizza
qualche pupilla ostinata.
è
La Città che riposa, ebbra di sole,
pàlpita luce dai suoi mille cuori
e sgrana per le vie tentacolari
i suoi occulti, simbolici rosari.
— Il torrente di luce esulta e scroscia,
i fari della gioia o dell’angoscia
gridano, chiamano, provocano... —
Sono occhi diabolici in agguato,
esplosioni d’odio e di peccato
che staffilano l’anima
come parole amare,
scrosci di risa, squilli di fanfare;
mentre i fanali snelli ed eguali
si seguono monotoni
come i ritornelli
delle vecchie canzoni marinare.
E voci e suoni hanno
risuonanze fosforiche.
Veicoli erranti, squillanti s’attardano,
galòppano adorni di multicolori collane.
La luce s’effonde dilaga
con spasimi d’orgia:
dai variopinti ritrovi mondani
sprizzano i luminosi
echi delle ribalte.
La luce applaude sè stessa;
canta, sussurra, deride
la luna beghina
che biascica preci al suo sole.
che violentano la morbida Notte
ingemmata, che strappano
tutti i veli dei sogni fluttuanti nell’aria
de la Città assopita;
gli elettrici globuli
che irradiano l’insonnia
nelle sue vene torpide, le innumeri
pupille d’oro sanguinose e vigili
a illuminare i tesori
che ostenta, come una cortigiana,
prima di coricarsi
con un solenne russar
di orologi nascosti.
Ecco: le case
socchiudono le palpebre stridule
de le finestre
da cui traspare e guizza
qualche pupilla ostinata.
è
La Città che riposa, ebbra di sole,
pàlpita luce dai suoi mille cuori
e sgrana per le vie tentacolari
i suoi occulti, simbolici rosari.
— Il torrente di luce esulta e scroscia,
i fari della gioia o dell’angoscia
gridano, chiamano, provocano... —
Sono occhi diabolici in agguato,
esplosioni d’odio e di peccato
che staffilano l’anima
come parole amare,
scrosci di risa, squilli di fanfare;
mentre i fanali snelli ed eguali
si seguono monotoni
come i ritornelli
delle vecchie canzoni marinare.
E voci e suoni hanno
risuonanze fosforiche.
Veicoli erranti, squillanti s’attardano,
galòppano adorni di multicolori collane.
La luce s’effonde dilaga
con spasimi d’orgia:
dai variopinti ritrovi mondani
sprizzano i luminosi
echi delle ribalte.
La luce applaude sè stessa;
canta, sussurra, deride
la luna beghina
che biascica preci al suo sole.
Luciano Erba
Gli incaricati
Il mio compagno di Piazza Aquilea
avvocato, con un soprabito grigio
distinto, dal passo affrettato
non ha età, ha una borsa, un cappello
lo rivedo ogni tanto da quando
ho ripreso l’uso del tram
lo vedo di spalle, è di quelli
che vedo sempre di spalle
fa pensare a una vecchia fotografia
di uno che non sai più chi sia.
Quando scende dal 30/29
alto, o col suo soprabito a vita
quel mio compagno (cominciava per enne)
mi trasmette l’incarico, so io quale
mentre il tram riprende la corsa
sotto 1 platani di un altro viale.
avvocato, con un soprabito grigio
distinto, dal passo affrettato
non ha età, ha una borsa, un cappello
lo rivedo ogni tanto da quando
ho ripreso l’uso del tram
lo vedo di spalle, è di quelli
che vedo sempre di spalle
fa pensare a una vecchia fotografia
di uno che non sai più chi sia.
Quando scende dal 30/29
alto, o col suo soprabito a vita
quel mio compagno (cominciava per enne)
mi trasmette l’incarico, so io quale
mentre il tram riprende la corsa
sotto 1 platani di un altro viale.
Luciano Folgore
Fiamma a gas
Lampione scultore,
scultore di cose mai vedute,
forse ridicolo,
ma pieno di buon umore.
Lampione scultore,
questa notte barili, barili
di vento.
Ubbriacatura completa:
sbattute sul casamento
della tenebra
alto diecimila piani senza lumi,
capitomboli sul selciato,
piruette nel fango,
esercizi di traballamene
sull’elastico sensibile della pioggia.
Lampione scultore,
pel vicolo questa notte
pochissime cose;
un pisciatoio a tettoia
che tu inghiotti e ridai
con mutevole forma di donna,
un carretto abbandonato,
enorme uccello
con ali di ruote,
e un’ombra di cane
o meglio, un lungo cane d’ombra.
Benone scultore,
abbozzatore
e deformatore;
eccoti un uomo filosofo,
mantello nero nero.
L’abbranchi? No.
Soltanto la testa.
Decapitazione superba,
e schiaffi e colpi di luce
sul torso che cammina lo stesso.
Poi gonnelle, gambuccie
e mani fugaci;
famiglie toccate,
mangiate,
digerite nell’enorme budello
del buio,
inseguite sull’angolo;
teste a triangolo,
ricopiate,
rimpastate,
segate sui muri;
padri seri, mamme gravi
trasformati in ridicoli fantocci,
e mezzi visi che se ne vanno,
e occhi chiusi e riaperti
da lancette fulminee di luce.
Infine un ubbriaco:
nera linea spezzata di canti a sghimbescio.
Sosta della tua luce;
acutissima voglia rattenuta.
Quasi quasi...
No, no che passi
unica serietà della notte,
vagabonda pensosità della vita.
Le tue schiere di luce
presentano le armi
sino in fondo al vicolo.
Domani all’alba
l’ultima pisciata di giallo
sul lampionaio impettito,
l’ultima smorfia sotto
gli scappellotti del sole
vilissimo illuminatore
di cose,
contro te, lampione scultore,
creatore di mondi originali
di forme.
scultore di cose mai vedute,
forse ridicolo,
ma pieno di buon umore.
Lampione scultore,
questa notte barili, barili
di vento.
Ubbriacatura completa:
sbattute sul casamento
della tenebra
alto diecimila piani senza lumi,
capitomboli sul selciato,
piruette nel fango,
esercizi di traballamene
sull’elastico sensibile della pioggia.
Lampione scultore,
pel vicolo questa notte
pochissime cose;
un pisciatoio a tettoia
che tu inghiotti e ridai
con mutevole forma di donna,
un carretto abbandonato,
enorme uccello
con ali di ruote,
e un’ombra di cane
o meglio, un lungo cane d’ombra.
Benone scultore,
abbozzatore
e deformatore;
eccoti un uomo filosofo,
mantello nero nero.
L’abbranchi? No.
Soltanto la testa.
Decapitazione superba,
e schiaffi e colpi di luce
sul torso che cammina lo stesso.
Poi gonnelle, gambuccie
e mani fugaci;
famiglie toccate,
mangiate,
digerite nell’enorme budello
del buio,
inseguite sull’angolo;
teste a triangolo,
ricopiate,
rimpastate,
segate sui muri;
padri seri, mamme gravi
trasformati in ridicoli fantocci,
e mezzi visi che se ne vanno,
e occhi chiusi e riaperti
da lancette fulminee di luce.
Infine un ubbriaco:
nera linea spezzata di canti a sghimbescio.
Sosta della tua luce;
acutissima voglia rattenuta.
Quasi quasi...
No, no che passi
unica serietà della notte,
vagabonda pensosità della vita.
Le tue schiere di luce
presentano le armi
sino in fondo al vicolo.
Domani all’alba
l’ultima pisciata di giallo
sul lampionaio impettito,
l’ultima smorfia sotto
gli scappellotti del sole
vilissimo illuminatore
di cose,
contro te, lampione scultore,
creatore di mondi originali
di forme.
Luciano Folgore
Il cinese caricaturista
La luna è morbida
come un cuscino di piume,
le pagode
nascondono gelose,
le tenui cesellature.
In un cespuglio soffice di mimose
Tan-Fu – cinese libero –
fa le caricature.
.... Le case con cento
piccole gambe,
contorte e strambe,
s’incamminano al fiume
giallo,
per lavarsi dal sudiciume
dei secoli.
La carovana
s’imbraca
nel fango,
dietro la tarda lumaca,
d’un oleoso mandarino,
che sventola azzurro
l’ordine
della dinastia di Pechino.
«Cose antiche
nella cornice dei tempi moderni».
Sfoglia i suoi brevi quaderni
d’odore, la rosa.
Un bonzo
con voce lamentosa,
canta da un tempio di porcellana
che s’incappuccia
sopra i bambù.
Al lume di sei lucciole,
diafanamente pure,
Tan-Fu – pittore libero –
abbozza le caricature.
.... Un idolo pieno di fiori,
nero come l’inchiostro,
un mostro
d’ebano
che guarda una trave sorella
marcire
nella pozzanghera bruna.
Traccia il pennello di lacca
col profilo
dell’ironico ingegno:
«La fortuna religiosa
del legno....
La seta è più ricca
e scintilla
di qualche stilla.
Dal forziere dei cieli,
la rugiada,
indiamanta la strada.
Due usignoli in amore,
si scambiano il cuore
con melodico ondulamento,
sui fili telefonici del vento.»
Tan-Fu,
tra le selve,
rigide e scure,
moltiplica vertiginoso
le sue caricature.
.... Una montagna enorme,
che azzurra dorme
nel letto del sole.
Una casetta
perfetta,
con le finestre piccine,
piene di rosse tendine.
Un uomo e una donna
che stillano
nella luce,
goccie di meravigliose parole.
Un’ombra che va celere.
Un profilo che nel buio si culla.
Una linea esigua.
Un punto.
Nulla.
Sotto l’iscrizione vermiglia
«Il cuore che s’assottiglia».
Si stacca un velo d’ombra
e cala a fondo,
un altro annaspa e lo segue
nel gorgo profondo.
L’alba,
chiara,
con la fontana di luce
spruzza di rose
l’impero della porcellana.
Chiude il volume
Tan-Fu;
non disegna più.
È inutile.
Il sole con la matita
lucidamente arguta
ha fatto della Natura
l’unica
l’insuperabile
caricatura.
come un cuscino di piume,
le pagode
nascondono gelose,
le tenui cesellature.
In un cespuglio soffice di mimose
Tan-Fu – cinese libero –
fa le caricature.
.... Le case con cento
piccole gambe,
contorte e strambe,
s’incamminano al fiume
giallo,
per lavarsi dal sudiciume
dei secoli.
La carovana
s’imbraca
nel fango,
dietro la tarda lumaca,
d’un oleoso mandarino,
che sventola azzurro
l’ordine
della dinastia di Pechino.
«Cose antiche
nella cornice dei tempi moderni».
Sfoglia i suoi brevi quaderni
d’odore, la rosa.
Un bonzo
con voce lamentosa,
canta da un tempio di porcellana
che s’incappuccia
sopra i bambù.
Al lume di sei lucciole,
diafanamente pure,
Tan-Fu – pittore libero –
abbozza le caricature.
.... Un idolo pieno di fiori,
nero come l’inchiostro,
un mostro
d’ebano
che guarda una trave sorella
marcire
nella pozzanghera bruna.
Traccia il pennello di lacca
col profilo
dell’ironico ingegno:
«La fortuna religiosa
del legno....
La seta è più ricca
e scintilla
di qualche stilla.
Dal forziere dei cieli,
la rugiada,
indiamanta la strada.
Due usignoli in amore,
si scambiano il cuore
con melodico ondulamento,
sui fili telefonici del vento.»
Tan-Fu,
tra le selve,
rigide e scure,
moltiplica vertiginoso
le sue caricature.
.... Una montagna enorme,
che azzurra dorme
nel letto del sole.
Una casetta
perfetta,
con le finestre piccine,
piene di rosse tendine.
Un uomo e una donna
che stillano
nella luce,
goccie di meravigliose parole.
Un’ombra che va celere.
Un profilo che nel buio si culla.
Una linea esigua.
Un punto.
Nulla.
Sotto l’iscrizione vermiglia
«Il cuore che s’assottiglia».
Si stacca un velo d’ombra
e cala a fondo,
un altro annaspa e lo segue
nel gorgo profondo.
L’alba,
chiara,
con la fontana di luce
spruzza di rose
l’impero della porcellana.
Chiude il volume
Tan-Fu;
non disegna più.
È inutile.
Il sole con la matita
lucidamente arguta
ha fatto della Natura
l’unica
l’insuperabile
caricatura.
Mario Lunetta
Piano-sequenza
si vede un albero dipinto che si spande
come un’ombra luminosa su tutta la parete
fino al soffitto. si vede inoltre un pesce finto
sul tavolo, e facce liete e amare di donne
africane. si ode un cane guaire
per solitudine e per fame.
si vede una borsa gonfia di chissaché
(forse di pane, o d’oro)
in bilico sul davanzale, in uno stridio
infernale di corvi che irrompe
dalla finestra, e frantuma le fiale, nega
la volontà di Dio.
si vede ancora una scala metallica grigia,
atletica,
che sale come un gatto
lungo le pareti esterne del fabbricato
deperito: ed è, nel suo matto impennarsi, uno
iato di cielo.
si vede in velocità il fiume Brenta, stretto
e verde, di un verde marcio quasi angoscioso
sotto un sole salato, la campagna piatta, le case
rosa con tetti rossi spioventi, in questa
disfatta piaga di tramonto; e pioppi, lecci,
salici, acacie: come
in un disegno ordinato su una plaga lontana, con
precisione maniacale, a protezione, a chiusura
dei coltivi. è bello, malgrado tutto,
essere vivi.
si vedono un momento cinque aerei che in un rombo
annichiliscono la campagna: e un attimo dopo,
argentei e cerei, sono sui grattacieli
di Lugano.
si vede uno che non ode niente,
e poi un braccio ingessato,
una collana di corallo, una bocca che ride,
il silenzio è ora quello di un lago
di notte. se c’è qualcuno che mente,
lo dica. sotto a chi tocca.
come un’ombra luminosa su tutta la parete
fino al soffitto. si vede inoltre un pesce finto
sul tavolo, e facce liete e amare di donne
africane. si ode un cane guaire
per solitudine e per fame.
si vede una borsa gonfia di chissaché
(forse di pane, o d’oro)
in bilico sul davanzale, in uno stridio
infernale di corvi che irrompe
dalla finestra, e frantuma le fiale, nega
la volontà di Dio.
si vede ancora una scala metallica grigia,
atletica,
che sale come un gatto
lungo le pareti esterne del fabbricato
deperito: ed è, nel suo matto impennarsi, uno
iato di cielo.
si vede in velocità il fiume Brenta, stretto
e verde, di un verde marcio quasi angoscioso
sotto un sole salato, la campagna piatta, le case
rosa con tetti rossi spioventi, in questa
disfatta piaga di tramonto; e pioppi, lecci,
salici, acacie: come
in un disegno ordinato su una plaga lontana, con
precisione maniacale, a protezione, a chiusura
dei coltivi. è bello, malgrado tutto,
essere vivi.
si vedono un momento cinque aerei che in un rombo
annichiliscono la campagna: e un attimo dopo,
argentei e cerei, sono sui grattacieli
di Lugano.
si vede uno che non ode niente,
e poi un braccio ingessato,
una collana di corallo, una bocca che ride,
il silenzio è ora quello di un lago
di notte. se c’è qualcuno che mente,
lo dica. sotto a chi tocca.
Nanni Balestrini
Apologo dell’evaso
La massima della mia azione difforme,
infausto al popolo il fiume
che al cinema videro spopolare
il delta, i fertilissimi campi
e i più nocivi insetti (chiara
minaccia ai vizi dei governanti!).
Fra i pampini ovunque liberi
galleggiavano, gonfi—e sì fa vano
l’ufficio dello storico. Ma saremo
a lungo preservati dal morso
del tafano azzurro, da iniezioni
di calciobromo, dall’unghie della zarina?
Lucenti strani corpi
violano il cielo; sbanda
il filo di formiche diagonale
nel cortile riemerso; ancora
il sole sorge dietro
la Punta Campanella incustodita
dai finanzieri corrotti e un argine
ultimo crolla. Lode
a un’estate di foco. S’io fossi
la piccola borghesia colata
nelle piazze fiorite e nei dì
di festa che salvi c’ignora
dalla droga e dalla noia per un po’
d’uva lavata in mare
presso la marcia catapulta; rifugiati
al primo tuono nelle gelaterie—chi fuggirei?
Passato il temporalaccio d’agosto
i graspi giungono a riva
fra i remi ai contrabbandieri salpati
nel novilunio e anzitutto conviene
(usciti dal vico cieco chiamammo
e orme erano ovunque
dell’abominevole uomo delle nevi)
fare l’amore intanto
che sui ponti la Via Lattea dilata.
Il Po nasce dal Monviso;
nuvole ... ma di ciò, altra volta.
infausto al popolo il fiume
che al cinema videro spopolare
il delta, i fertilissimi campi
e i più nocivi insetti (chiara
minaccia ai vizi dei governanti!).
Fra i pampini ovunque liberi
galleggiavano, gonfi—e sì fa vano
l’ufficio dello storico. Ma saremo
a lungo preservati dal morso
del tafano azzurro, da iniezioni
di calciobromo, dall’unghie della zarina?
Lucenti strani corpi
violano il cielo; sbanda
il filo di formiche diagonale
nel cortile riemerso; ancora
il sole sorge dietro
la Punta Campanella incustodita
dai finanzieri corrotti e un argine
ultimo crolla. Lode
a un’estate di foco. S’io fossi
la piccola borghesia colata
nelle piazze fiorite e nei dì
di festa che salvi c’ignora
dalla droga e dalla noia per un po’
d’uva lavata in mare
presso la marcia catapulta; rifugiati
al primo tuono nelle gelaterie—chi fuggirei?
Passato il temporalaccio d’agosto
i graspi giungono a riva
fra i remi ai contrabbandieri salpati
nel novilunio e anzitutto conviene
(usciti dal vico cieco chiamammo
e orme erano ovunque
dell’abominevole uomo delle nevi)
fare l’amore intanto
che sui ponti la Via Lattea dilata.
Il Po nasce dal Monviso;
nuvole ... ma di ciò, altra volta.
Nelo Risi
La Ville
Mecca, falotica meta di tutti segnata a dito
viola di sera viola del pensiero oh quanto violata –
non hai più niente d’inedito.
Ogni giorno l’ultimo venuto
armeno cafro o solo cisalpino
come me scava nel tenero
si taglia una parte di livido e di Senna
numera i ponti si fa un po’ alla lingua
va sull’antenna della più alta torre di ferro
spazia e decide: qui staremo ottimamente.
Pubblicamente io ti ringrazio.
viola di sera viola del pensiero oh quanto violata –
non hai più niente d’inedito.
Ogni giorno l’ultimo venuto
armeno cafro o solo cisalpino
come me scava nel tenero
si taglia una parte di livido e di Senna
numera i ponti si fa un po’ alla lingua
va sull’antenna della più alta torre di ferro
spazia e decide: qui staremo ottimamente.
Pubblicamente io ti ringrazio.
Paolo Buzzi
Primi lampioni
Esco alla notte
contro gli amici lampioni.
Son gli occhi dei nuovi mostri terreni. Sfavillano
la luce ignota a’ miei avi. Mi fan l’aria moderna
onde questo respiro d’uomo semplice
diventa verso libero di poeta complesso.
Amo le ombre lunghe a sbarra dei lampioni
e vi cammino con piedi sicuri e sogni di vertigine
come l’equilibrista sul filo teso al precipizio.
E più amo i fogliami d’alberi del viale
che la luce elettrica dipinge ad acquerello
sul cartone prolisso dei lastricati.
E più amo la mia ombra che pare
lo svelto impaccio della mia stessa anima fra’ miei piedi.
contro gli amici lampioni.
Son gli occhi dei nuovi mostri terreni. Sfavillano
la luce ignota a’ miei avi. Mi fan l’aria moderna
onde questo respiro d’uomo semplice
diventa verso libero di poeta complesso.
Amo le ombre lunghe a sbarra dei lampioni
e vi cammino con piedi sicuri e sogni di vertigine
come l’equilibrista sul filo teso al precipizio.
E più amo i fogliami d’alberi del viale
che la luce elettrica dipinge ad acquerello
sul cartone prolisso dei lastricati.
E più amo la mia ombra che pare
lo svelto impaccio della mia stessa anima fra’ miei piedi.
Pier Paolo Pasolini
Correvo nel crepuscolo fangoso
Correvo nel crepuscolo fangoso,
dietro a scali sconvolti, a mute
impalcature, tra rioni bagnati
nell’odore del ferro, degli stracci
riscaldati, che dentro una crosta
di polvere, tra casupole di latta
e scoli, inalzavano pareti
recenti e ormai scrostate, contro un fondo
di stinta metropoli.
Sull’asfalto
scalzato, tra i peli di un’erba acre
di escrementi e spianate
nere di fango – che la pioggia scavava
in infetti tepori – le dirotte
file di ciclisti, dei rantolanti
camion di legname, si sperdevano
di tanto in tanto, in centri di sobborghi
dove già qualche bar aveva cerchi
di bianchi lumi, e sotto la liscia
parete di una chiesa si stendevano,
viziosi, i giovani.
Intorno ai grattacieli
popolari, già vecchi, i marci orti
e le fabbriche irte di gru ferme
stagnavano in un febbrile silenzio;
ma un po’ fuori dal centro rischiarato,
al fianco di quel silenzio, una strada
blu d’asfalto pareva tutta immersa
in una vita immemore ed intensa
quanto antica. Benché radi, brillavano
i fanali d’una stridula luce,
e le finestre ancora aperte erano
bianche di panni stesi, palpitanti
di voci interne. Alle soglie sedute
stavano le vecchie donne, e limpidi
nelle tute o nei calzoncini quasi
di festa, scherzavano i ragazzi,
ma abbracciati fra loro, con compagne
di loro più precoci.
Tutto era umano,
in quella strada, e gli uomini vi stavano
aggrappati, dai vani al marciapiede,
coi loro stracci, le loro luci...
Sembrava che fino a dentro l’intima
e miserabile sua abitazione, l’uomo fosse
solo accampato, come un’altra razza,
e attaccato a questo suo rione
dentro il vespro unto e polveroso,
non fosse Stato il suo, ma confusa
sosta.
E chi attraversasse quella strada,
spoglio dell’innocente necessità,
perso dai secoli cristiani
che in quella gente si erano persi,
non fosse che un estraneo.
dietro a scali sconvolti, a mute
impalcature, tra rioni bagnati
nell’odore del ferro, degli stracci
riscaldati, che dentro una crosta
di polvere, tra casupole di latta
e scoli, inalzavano pareti
recenti e ormai scrostate, contro un fondo
di stinta metropoli.
Sull’asfalto
scalzato, tra i peli di un’erba acre
di escrementi e spianate
nere di fango – che la pioggia scavava
in infetti tepori – le dirotte
file di ciclisti, dei rantolanti
camion di legname, si sperdevano
di tanto in tanto, in centri di sobborghi
dove già qualche bar aveva cerchi
di bianchi lumi, e sotto la liscia
parete di una chiesa si stendevano,
viziosi, i giovani.
Intorno ai grattacieli
popolari, già vecchi, i marci orti
e le fabbriche irte di gru ferme
stagnavano in un febbrile silenzio;
ma un po’ fuori dal centro rischiarato,
al fianco di quel silenzio, una strada
blu d’asfalto pareva tutta immersa
in una vita immemore ed intensa
quanto antica. Benché radi, brillavano
i fanali d’una stridula luce,
e le finestre ancora aperte erano
bianche di panni stesi, palpitanti
di voci interne. Alle soglie sedute
stavano le vecchie donne, e limpidi
nelle tute o nei calzoncini quasi
di festa, scherzavano i ragazzi,
ma abbracciati fra loro, con compagne
di loro più precoci.
Tutto era umano,
in quella strada, e gli uomini vi stavano
aggrappati, dai vani al marciapiede,
coi loro stracci, le loro luci...
Sembrava che fino a dentro l’intima
e miserabile sua abitazione, l’uomo fosse
solo accampato, come un’altra razza,
e attaccato a questo suo rione
dentro il vespro unto e polveroso,
non fosse Stato il suo, ma confusa
sosta.
E chi attraversasse quella strada,
spoglio dell’innocente necessità,
perso dai secoli cristiani
che in quella gente si erano persi,
non fosse che un estraneo.
Sergio Solmi
Entro la densa lente dell’estate
Entro la densa lente dell’estate,
nel mattino disteso che già squarciano
lunghi, assonnati e sviscerati i gridi
degli ambulanti, – oh, i bei colori! Giallo
di peperoni, oscure melanzane,
insalate svarianti dal più tenero
verde all’azzurro, rosee carote...
e vesti accese delle donne, e muri
scabri e preziosi, gonfi ippocastani,
acque d’argento e di mercurio, e in alto
il cielo caldo e puro e torreggiante
di tondi cirri, o bel compatto mondo.
Lieto ne testimonia, sul pianeta
Terra, nella città Milano, mentre
vaga, di sé dimentico e di tutto,
lungo le calme vie che si ridestano,
– oggi, addì ventisette Luglio mille
novecento cinquanta – un milanese.
nel mattino disteso che già squarciano
lunghi, assonnati e sviscerati i gridi
degli ambulanti, – oh, i bei colori! Giallo
di peperoni, oscure melanzane,
insalate svarianti dal più tenero
verde all’azzurro, rosee carote...
e vesti accese delle donne, e muri
scabri e preziosi, gonfi ippocastani,
acque d’argento e di mercurio, e in alto
il cielo caldo e puro e torreggiante
di tondi cirri, o bel compatto mondo.
Lieto ne testimonia, sul pianeta
Terra, nella città Milano, mentre
vaga, di sé dimentico e di tutto,
lungo le calme vie che si ridestano,
– oggi, addì ventisette Luglio mille
novecento cinquanta – un milanese.
Umberto Saba
Caffè Tergeste
Caffè Tergeste, ai tuoi tavoli bianchi
ripete l’ubbriaco il suo delirio;
ed io ci scrivo i miei più allegri canti.
Caffè di ladri, di baldracche covo,
io soffersi ai tuoi tavoli il martirio,
lo soffersi a formarmi un cuore nuovo.
Pensavo: Quando bene avrò goduto
la morte, il nulla che in lei mi predico,
che mi ripagherà d’esser vissuto?
Di vantarmi magnanimo non oso;
ma, se il nascere è un fallo, io al mio nemico
sarei, per maggior colpa, più pietoso.
Caffè di plebe, dove un dì celavo
la mia faccia, con gioia oggi ti guardo.
E tu concili l’italo e lo slavo,
a tarda notte, lungo il tuo bigliardo.
ripete l’ubbriaco il suo delirio;
ed io ci scrivo i miei più allegri canti.
Caffè di ladri, di baldracche covo,
io soffersi ai tuoi tavoli il martirio,
lo soffersi a formarmi un cuore nuovo.
Pensavo: Quando bene avrò goduto
la morte, il nulla che in lei mi predico,
che mi ripagherà d’esser vissuto?
Di vantarmi magnanimo non oso;
ma, se il nascere è un fallo, io al mio nemico
sarei, per maggior colpa, più pietoso.
Caffè di plebe, dove un dì celavo
la mia faccia, con gioia oggi ti guardo.
E tu concili l’italo e lo slavo,
a tarda notte, lungo il tuo bigliardo.
Umberto Saba
Città vecchia
Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.
Umberto Saba
Finestra
Il vuoto
A
del cielo sul color di purgatorio
delle tegole. Dietro, la materna
linea dei colli; in basso l’erta dove
dai cornicioni del teatro calano
i colombi; verdeggia
un albero che poca terra nutre;
statue portano alati sulla lira;
fanciulli con estrose grida vagano
in corsa.
A
del cielo sul color di purgatorio
delle tegole. Dietro, la materna
linea dei colli; in basso l’erta dove
dai cornicioni del teatro calano
i colombi; verdeggia
un albero che poca terra nutre;
statue portano alati sulla lira;
fanciulli con estrose grida vagano
in corsa.
Umberto Saba
Il Borgo
Fu nelle vie di questo
Borgo che nuova cosa
m’avvenne.
Fu come un vano
sospiro
il desiderio improvviso d’uscire
di me stesso, di vivere la vita
di tutti,
d’essere come tutti
gli uomini di tutti
i giorni.
Non ebbi io mai sì grande
gioia, né averla dalla vita spero.
Vent’anni avevo quella volta, ed ero
malato. Per le nuove
strade del Borgo il desiderio vano
come un sospiro
mi fece suo.
Dove nel dolce tempo
d’infanzia
poche vedevo sperse
arrampicare casette sul nudo
della collina,
sorgeva un Borgo fervente d’umano
lavoro. In lui la prima
volta soffersi il desiderio dolce
e vano
d’immettere la mia dentro la calda
vita di tutti,
d’essere come tutti
gli uomini di tutti
i giorni.
La fede avere
di tutti, dire
parole, fare
cose che poi ciascuno intende, e sono,
come il vino ed il pane,
come i bimbi e le donne,
valori
di tutti. Ma un cantuccio,
ahimè, lasciavo al desiderio, azzurro
spiraglio,
per contemplarmi da quello, godere
l’alta gioia ottenuta
di non esser più io,
d’essere questo soltanto: fra gli uomini
un uomo.
Nato d’oscure
vicende,
poco fu il desiderio, appena un breve
sospiro. Lo ritrovo
– eco perduta
di giovanezza – per le vie del Borgo
mutate
più che mutato non sia io. Sui muri
dell’alte case,
sugli uomini e i lavori, su ogni cosa,
è sceso il velo che avvolge le cose
finite.
La chiesa è ancora
gialla, se il prato
che la circonda è meno verde. Il mare,
che scorgo al basso, ha un solo bastimento,
enorme,
che, fermo, piega da una parte. Forme,
colori,
vita onde nacque il mio sospiro dolce
e vile, un mondo
finito. Forme,
colori,
altri ho creati, rimanendo io stesso,
solo con il mio duro
patire. E morte
m’aspetta.
Ritorneranno,
o a questo
Borgo, o sia a un altro come questo, i giorni
del fiore. Un altro
rivivrà la mia vita,
che in un travaglio estremo
di giovanezza, avrà pur egli chiesto,
sperato,
d’immettere la sua dentro la vita
di tutti,
d’essere come tutti
gli appariranno gli uomini di un giorno
d’allora.
Borgo che nuova cosa
m’avvenne.
Fu come un vano
sospiro
il desiderio improvviso d’uscire
di me stesso, di vivere la vita
di tutti,
d’essere come tutti
gli uomini di tutti
i giorni.
Non ebbi io mai sì grande
gioia, né averla dalla vita spero.
Vent’anni avevo quella volta, ed ero
malato. Per le nuove
strade del Borgo il desiderio vano
come un sospiro
mi fece suo.
Dove nel dolce tempo
d’infanzia
poche vedevo sperse
arrampicare casette sul nudo
della collina,
sorgeva un Borgo fervente d’umano
lavoro. In lui la prima
volta soffersi il desiderio dolce
e vano
d’immettere la mia dentro la calda
vita di tutti,
d’essere come tutti
gli uomini di tutti
i giorni.
La fede avere
di tutti, dire
parole, fare
cose che poi ciascuno intende, e sono,
come il vino ed il pane,
come i bimbi e le donne,
valori
di tutti. Ma un cantuccio,
ahimè, lasciavo al desiderio, azzurro
spiraglio,
per contemplarmi da quello, godere
l’alta gioia ottenuta
di non esser più io,
d’essere questo soltanto: fra gli uomini
un uomo.
Nato d’oscure
vicende,
poco fu il desiderio, appena un breve
sospiro. Lo ritrovo
– eco perduta
di giovanezza – per le vie del Borgo
mutate
più che mutato non sia io. Sui muri
dell’alte case,
sugli uomini e i lavori, su ogni cosa,
è sceso il velo che avvolge le cose
finite.
La chiesa è ancora
gialla, se il prato
che la circonda è meno verde. Il mare,
che scorgo al basso, ha un solo bastimento,
enorme,
che, fermo, piega da una parte. Forme,
colori,
vita onde nacque il mio sospiro dolce
e vile, un mondo
finito. Forme,
colori,
altri ho creati, rimanendo io stesso,
solo con il mio duro
patire. E morte
m’aspetta.
Ritorneranno,
o a questo
Borgo, o sia a un altro come questo, i giorni
del fiore. Un altro
rivivrà la mia vita,
che in un travaglio estremo
di giovanezza, avrà pur egli chiesto,
sperato,
d’immettere la sua dentro la vita
di tutti,
d’essere come tutti
gli appariranno gli uomini di un giorno
d’allora.
Umberto Saba
L’ora nostra
Sai un’ora del giorno che più bella
sia della sera? tanto
più bella e meno amata? È quella
che di poco i suoi sacri ozi precede;
l’ora che intensa è l’opera, e si vede
la gente mareggiare nelle strade;
sulle moli quadrate delle case
una luna sfumata, una che appena
discerni nell’aria serena.
È l’ora che lasciavi la campagna
per goderti la tua cara città,
dal golfo luminoso alla montagna
varia d’aspetti in sua bella unità;
l’ora che la mia vita in piena va
come un fiume al suo mare;
e il mio pensiero, il lesto camminare
della folla, l’artiere in cima all’alta
scala, il fanciullo che correndo salta
sul carro fragoroso, tutto appare
fermo nell’atto, tutto questo andare
ha una parvenza d’immobilità.
È l’ora grande, l’ora che accompagna
meglio la nostra vendemmiante età.
sia della sera? tanto
più bella e meno amata? È quella
che di poco i suoi sacri ozi precede;
l’ora che intensa è l’opera, e si vede
la gente mareggiare nelle strade;
sulle moli quadrate delle case
una luna sfumata, una che appena
discerni nell’aria serena.
È l’ora che lasciavi la campagna
per goderti la tua cara città,
dal golfo luminoso alla montagna
varia d’aspetti in sua bella unità;
l’ora che la mia vita in piena va
come un fiume al suo mare;
e il mio pensiero, il lesto camminare
della folla, l’artiere in cima all’alta
scala, il fanciullo che correndo salta
sul carro fragoroso, tutto appare
fermo nell’atto, tutto questo andare
ha una parvenza d’immobilità.
È l’ora grande, l’ora che accompagna
meglio la nostra vendemmiante età.
Umberto Saba
Teatro degli Artigianelli
Falce martello e la stella d’Italia
ornano nuovi la sala. Ma quanto
dolore per quel segno su quel muro!
Entra, sorretto dalle grucce, il Prologo.
Saluta al pugno; dice sue parole
perché le donne ridano e i fanciulli
che affollano la povera platea.
Dice, timido ancora, dell’idea
che gli animi affratella; chiude: «E adesso
faccio come i tedeschi: mi ritiro».
Tra un atto e l’altro, alla Cantina, in giro
rosseggia parco ai bicchieri l’amico
dell’uomo, cui rimargina ferite,
gli chiude solchi dolorosi; alcuno
venuto qui da spaventosi esigli,
si scalda a lui come chi ha freddo al sole.
Questo è il Teatro degli Artigianelli,
quale lo vide il poeta nel mille
novecentoquarantaquattro, un giorno
di Settembre, che a tratti
rombava ancora il cannone, e Firenze
taceva, assorta nelle sue rovine.
ornano nuovi la sala. Ma quanto
dolore per quel segno su quel muro!
Entra, sorretto dalle grucce, il Prologo.
Saluta al pugno; dice sue parole
perché le donne ridano e i fanciulli
che affollano la povera platea.
Dice, timido ancora, dell’idea
che gli animi affratella; chiude: «E adesso
faccio come i tedeschi: mi ritiro».
Tra un atto e l’altro, alla Cantina, in giro
rosseggia parco ai bicchieri l’amico
dell’uomo, cui rimargina ferite,
gli chiude solchi dolorosi; alcuno
venuto qui da spaventosi esigli,
si scalda a lui come chi ha freddo al sole.
Questo è il Teatro degli Artigianelli,
quale lo vide il poeta nel mille
novecentoquarantaquattro, un giorno
di Settembre, che a tratti
rombava ancora il cannone, e Firenze
taceva, assorta nelle sue rovine.