Ci si poteva dire due parole
usate, ora ti do la spiegazione
(a quest’ora lavori forse in una
casa allegra): con gesti ripetuti
badavo ad aggiustarmi la camicia
perché tu costringessi la camicia
azzurra dentro la sottana lisa.

Un minuto!, ché variano le cose,
addio quell’uomo e siamo a Viserbella,
mi guardo intorno e nulla ti abbandono
quando, discesa che fosti, stupita
ti lascio, un futile oggetto porgendo
dimenticato su sedili rossi.

Tu accavalli i ginocchi come me,
io muovevo lo specchio delle allodole
– una Morris sorrisi e la mia faccia –
studioso e malsicuro della logica
animale,
rifugiata al finestrino
guardavi in basso (le città di mare),
chiusa, distolta, e non vedevi nulla,
io sì: il petto, e la camicia corta
e il bottone spezzato – ch’eri sporca
in viso, e rigata, me ne accorsi dopo
quando scappò la lacrima tenuta
con ogni sforzo e senza fazzoletto.

Io:
Miscuglio, signori, miscuglio.
Volevo portarla in albergo,
offrirle un’arancia «to’ prendi
che toglie la sete», vedere
se è uguale, sapere sapere
la storia d’amore, l’ometto.

Il mio nobile cuore:
Miscuglio, bambina, miscuglio.
Da brava rassetta la gonna
e appoggia la testa al mio petto
su piangi, hai molto dolore?
comprendo comprendo comprendo e
non sono importuno, sto zitto.

Diciamo seriamente:
Troppo, carina, ti mancava troppo,
ti pulivi la faccia con le mani
ti acconciavi i capelli, quando il vento
li scarmigliava, con una forcina
se vedevo in principio il tuo bagaglio
forse sceglievo un altro posto, e basta.

A Bellaria mi parve buona scelta,
non so più cosa dire, tu sei scesa
a Ferrara, io scendo al capolinea.

Che s’incontri qualcuno che ne ha voglia
capita, e c’eri tutta dentro, arresa
tocca banale e provvisoria. Sbaglio?
tu!, slabbrata, brunetta, cuore grosso.

Oh, ragazza, ma dura ancora il viaggio.

A Battaglia Terme danno Imputato
alzatevi.
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