Da L’Adone (Canto VIII, ottave 120-148)

«O de l’anima mia dolce favilla,
o del mio cor dolcissimo martiro,
o de le luci mie luce e pupilla,
o mio vezzo, o mio bacio, o mio sospiro,
volgimi quegli, ond’ogni grazia stilla,
fonti di puro e tremulo zaffiro.
Porgimi quella, ove m’è dato in sorte
in coppa di rubino a ber la morte!

Que’ begli occhi mi volgi. Occhi vitali,
occhi de gli occhi miei specchi lucenti,
occhi, faretre ed archi, e de gli strali
intinti nel piacer fucine ardenti;
occhi del ciel d’Amor stelle fatali,
e del sol di beltà vivi orïenti;
stelle serene, la cui luce bella
può far perpetua ecclisse a la mia stella.

Quella bocca mi porgi. O cara bocca,
de la reggia del Riso uscio gemmato,
siepe di rose, in cui saetta e scocca
viperetta amorosa arabo fiato,
arca di perle, ond’ogni ben trabocca,
cameretta purpurea, antro odorato,
ove rifugge, ove s’asconde Amore,
poi ch’ha rubata un’alma, ucciso un core.»

Tace, ma qual fia stil che di ciascuna
paroletta il tenore a pien distingua?
Certo indegna è di lor, se non quell’una
che le forma sì dolci, ogni altra lingua.
Sì parlando e mirando ebra e digiuna
pasce la sete sì, non che l’estingua;
anzi perché più arda e si consumi
bacia le dolci labra e i dolci lumi.

Bacia, e dopo ’l baciar mira e rimira
le baciate bellezze, or questi, or quella.
Ribacia, e poi sospira e risospira
le gustate dolcezze or egli, or ella.
Vivon due vite in una vita, e spira
confusa in due favelle una favella,
giungono i cori in su le labra estreme,
corrono l’alme ad intrecciarsi insieme.

Di note ad or ad or tronche e fugaci
risona l’antro cavernoso e scabro.
«Dimmi, o dea», dice l’un «questi tuoi baci
movon così dal cor come dal labro?»
Risponde l’altra: «Il cor ne le mordaci
labra si bacia. Amor del bacio è fabro.
Il cor lo stilla, il labro poi lo scocca,
il più ne gode l’alma, il men la bocca.

Baci questi non son, ma di concorde
amoroso desio loquaci messi;
parlan tacendo in lor le lingue ingorde,
ed han gran sensi in tal silenzio espressi.
Son del mio cor, che ’l tuo baciando morde,
muti accenti i sospiri e i baci istessi;
rispondonsi tra lor l’anime accese
con voci sol da lor medesme intese.

Favella il bacio, e del sospir, del guardo,
voci anch’essi d’Amor, porta le palme,
perch’al centro del cor premendo il dardo
su la cima d’un labro accoppia l’alme.
Che soave ristoro al foco, ond’ardo,
compor le bocche, alleggerir le salme!
Le bocche, che, di nèttare bramose,
han la sete e ’l licor, son api e rose.

Quel bel vermiglio, che le labra inostra,
alcun dubbio non ha che sangue sia.
Or se nel sangue sta l’anima nostra,
sì come i saggi pur voglion che stia,
dunque qualor baciando entriamo in giostra
bacia l’anima tua l’anima mia;
e mentre tu ribaci ed io ribacio,
l’alma mia con la tua copula il bacio.

Siede nel sommo de l’amate labbia,
dove il fior de gli spirti è tutto accolto,
come corpo animato in sé pur abbia,
il bacio, che da l’anima vien tolto.
Quivi non so d’amor qual dolce rabbia
l’uccide, e dove muor resta sepolto:
ma là dove ha sepolcro, ancora poi,
baci divini, il suscitate voi.

Mentre a scontrar si va bocca con bocca,
mentre a ferir si van baci con baci,
sì profondo piacer l’anime tocca,
ch’apron l’ali a volar quasi fugaci;
e di tanta che ’n lor dolcezza fiocca
essendo i cori angusti urne incapaci,
versanla per le labra, e vanno in esse
anelando a morir l’anime istesse.

Treman gli spirti infra i più vivi ardori,
quando il bacio a morir l’anima spinge.
Mutan bocca le lingue e petto i cori,
spirto con spirto e cor con cor si stringe.
Palpitan gli occhi, e de le guance i fiori
amoroso pallor scolora e tinge;
e morendo talor gli amanti accorti
ritardano il morir per far due morti.

Da te l’anima tua morendo fugge,
io moribonda in su ’l badar la prendo,
e ’n quel vital morir, che ne distrugge,
mentre la tua mi dai, la mia ti rendo;
e chi mi mira sospirando e sugge,
suggo, sospiro anch’io, miro morendo;
e per morir, quando ti bacio e miro,
vorrei ch’anima fosse ogni sospiro».

«Fa’ dunque, anima mia», l’altro le dice
«ch’io con vita immortal cangi la morte.
Voli l’anima al ciel sì che felice
sia de gli eterni dei fatta consorte.
Fa’ ch’io viva e ch’io mora e, se ciò lice,
fa’ ch’io riviva poi con miglior sorte.
Dolcemente languendo a l’istess’ora
fa’ che ’n bocca io ti viva, in sen ti mora!

Un albergo medesmo in que’ dolci ostri
unisca il mio desir col tuo desire.
Le nostr’anime, i cor, gli spirti nostri
vadano insieme a vivere e morire.
Ferito a un punto il feritor si mostri,
péra la feritrice in su ’1 ferire;
onde, mentre ch’io moro e che tu mori,
ravivi il morir nostro, i nostri ardori.

Sostien, diletta mia, ch’a mio diletto
senza cessar da le tue labra io penda.
Ma col labro vermiglio il bianco petto
avarizia d’amor non mi difenda.
Né que’ begli occhi al mio vorace affetto
dispettoso rigor, prego, contenda.
Morendo io vivrò in te, tu in me vivrai;
così ti renderò quanto mi dai.

Se nulla è in noi di nostro, e non v’ha loco
cosa che possa tua dirsi né mia;
se ’l mio cor non è mio molto né poco,
come ’l tuo credo ancor che tuo non sia;
poiché tu sei mia fiamma, io son tuo foco,
e ciò che brama l’un l’altro desia;
poiché di propria mano Amor ha fatto
e fermato tra noi questo contratto;

consenti pur ch’io ti ribaci, e dammi
ch’io te, come tu me, stringa ed abbracci.
Pungi, ferisci, uccidi e svenir fammi
fin che l’anima sudi e ’l core agghiacci.
Te l’ardor mio, me la tua fiamma infiammi,
e me teco e te meco un laccio allacci;
perpetuo moto abbian le lingue, e doppi
sien de le braccia e de le labbra i groppi.

Per mezo i fior de le tue labra molli
Amor, qual augellin vago e vezzoso,
con cento suoi fratei lascivi e folli,
vola scherzando, e vi tien l’arco ascoso.
Né vuol ch’io le mie fami ivi satolli,
de le dolcezze sue quasi geloso,
ché tosto ch’io per mitigar l’ardore
ne colgo un bacio, ei mi trafige il core.

Ma qualor da lui scampo e là rifuggo
dov’ha più di vermiglio il tuo bel viso,
più dolce ambrosia, oh me beato, io suggo
di quella che si gusta in paradiso.
Zefiretto soave, ond’io mi struggo,
sento spirar de le tue rose al riso,
lo qual del foco, che ’l mio cor consuma,
ventilando l’ardor vie più l’alluma.

No, che baci non son questi ch’io prendo,
son de la dolce Arabia aure odorate,
d’una soavità ch’io non intendo,
più che di cinnamomo imbalsamate.
Son profumi d’Amor, ch’ei va traendo
da l’incendio de l’alme innamorate.
Par ch’abbia in queste porpore ricetto
quanto mèle han Parnaso, Ibla ed Imetto.

Felice me, che meritar potei
quel dolce mal, che tanto ben m’ha fatto.
Ma son ben folle ne’ diletti miei,
che bacio e parlo in un medesmo tratto.
È sì grande il piacer, che non vorrei
la mia bocca occupar fuorché ’n quest’atto.
E con la bocca istessa il cor si dole
quando i baci dan luogo a le parole.»

«Ed io», dic’ella «che fruir mi vanto
gloria infinita in que’ superni seggi,
non provo colassù diletto tanto,
ch’a la gioia presente si pareggi:
prendi pur ciò che chiedi, e chiedi quanto
di me ti piace, a tuo piacer mi reggi;
ecco a picciole scosse a te, mio bene,
sospirando e tremando il cor sen viene.

Deh nel core, o mio core, ornai m’aventa
quella lingua, d’Amor dolce saetta,
e ’n cote di rubino aguzzar tenta
la punta, ch’a morir dolce m’alletta;
e fa’, tanto ch’anch’io morir mi senta,
del tuo dolce morir dolce vendetta.
Serpe sembri al ferir, ché ben ascose
stan sovente le serpi infra le rose.

E se, perch’ella è velenosa e schiva,
forse imitar la vipera ti spiace,
movila almen sì come suol lasciva
coda guizzar di rondine fugace.
O pur qual fronda di novella oliva
rincresparla t’insegni Amor sagace.
Vibrala sì che la tua bocca arciera
emula de’ begli occhi il cor mi fèra.»

«Non sono», egli ripiglia «or non son questi
gli occhi, onde dolci al cor strali mi scocchi?
Gli occhi, onde dolce il cor dianzi m’ardesti?
Begli occhi…» E ’n questo dir le bacia gli occhi.
«Begli occhi», ella soggiunge «occhi celesti
cagion che di dolcezza il cor trabocchi.
Core ond’io vivo senza cor, tesoro
ond’io povera son, vita ond’io moro!»

Allora il vago: «Anzi tu sol, tu sei
quel core, onde ’l mio cor vita riceve;
cor mio…» Più volea dir, quando colei
la parola in un bacio e ’l cor gli beve.
Ella per lui si strugge, egli per lei,
com’a raggio di sol falda di neve.
Suonano i baci, e mai dal cavo speco
forse a più dolce suon non rispos’ Eco.

Fa un groppo allor de l’un e l’altro core
quel sommo del piacer, fin del desio.
Formano i petti in estasi d’amore
di profondi sospiri un mormorio.
Stillansi l’alme in tepidetto umore,
opprime i sensi un dilettoso oblio.
Tornan fredde le lingue e smorti i volti,
e vacillano i lumi, al ciel travolti.

Tramortiscon di gioia ebre e languenti
l’anime stanche al ciel d’amor rapite.
Gl’iterati sospiri, i rotti accenti,
le dolcissime guerre e le ferite
narrar non so. Fresche aure, onde correnti,
voi che ’l miraste e ben l’udiste, il dite,
voi secretari de’ felici amori
verdi mirti, alti pini, ombrosi allori.
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