Da La notte goduta (Strofe 1-12)

Era già notte, e lo stellato velo
coprian le nubi d’ogn’intorno accolte,
e fioccando cadean dall’alto cielo
falde di neve in mille giri avvolte,
e Borea, il crudo apportator del gelo,
avea le briglie al suo furor disciolte,
onde in quel punto, al tempestar del verno,
parea la notte un tenebroso inferno.

Ed era omai vicin l’ora fatale,
che la mia bella mi promise un giorno
di dar ristoro al mio dolor mortale,
pria che l’alba facesse in ciel ritorno;
quindi dava al mio cor piaga letale
il ciel, che, tempestoso d’ogni intorno,
parea che oscuro e d’atra invidia pieno
gir mi negasse a la mia cara in seno.

Ma, giunta l’ora, invan l’aria tempesta,
invan soffiano i venti e le procelle,
che punto l’andar mio già non arresta
furor d’inverno e oscurità di stelle;
là me ne vo, dove aspettando desta
Lilla sen sta con due fidate ancelle,
e, giunto alfin, con un sospir cocente
dò il segno che m’impose ed ella il sente.

Sorge tutta tremante, indi, pian piano,
la sento che anelando a me discende,
e con l’avorio de la bianca mano
apre la porta, e per la man mi prende;
m’arretro allor per far cader lontano
la neve ch’avea indosso; ed ella stende
dolcemente ver’ me l’amate braccia,
e languendo e abbracciando il cor m’allaccia.

Trammi in disparte in solitario loco
ai diletti d’amor fra gli altri eletto,
chiude la porta e mi conduce al foco,
e d’una ricca veste il tergo e ’l petto
vestemi, e vuol ch’io mi riscaldi un poco,
pria che a posar sull’amoroso letto
vadan le membra; intanto un guardo fiso
ver’ me rivolge e scioglie un dolce riso.

E vuol parlar, ma nol permette Amore,
ché le parole sue sì la confonde
fra l’interne dolcezze, onde si more
l’anima dentro al corpo e si diffonde;
dà segno alfin d’innamorato core,
e prende la mia mano e la nasconde
tutta nel seno, in quel bel sen di rose,
che per stupor dell’alme amor compose.

Chi sentì mai d’innamorato affetto
segno più chiaro; e qual maggior dolcezza
trasse mai cor da delicato petto,
qual trasse il mio da quella gran bellezza?
Stupita resta a così gran diletto
l’anima mia solo a le pene avvezza,
e dir parea allor volta a le stelle:
«Avete su nel ciel poma più belle?»

Tocca l’avida man le mamme intatte,
e si riscalda entro quel sen cocente,
e le dita dal gel quasi disfatte
vengon di fuoco a meraviglia ardente,
e mentre impressa in quell’eburno latte
or l’una mamma stringo, ed or sovente
provo dolcezza tal, che il cor vien meno
tra gli alabastri di quel bianco seno.

Intanto nel mio grembo ella si lassa
tutta cader e in me rivolge il viso,
e con ambe le mani il collo abbassa,
perch’io goda in quel sen di Paradiso;
e l’amoroso ardir tant’oltre passa
che, mentre il guardo in lei rivolgo fiso,
le dono un bacio, il più soave e grato,
che mai più s’abbia in gioventù formato.

E sotto il manco lembo ove partita
sorge la veste e l’altre vaghe spoglie,
pongo pien di timor la mano ardita;
ma lei la prende e l’adito mi toglie.
Sforzola allora e, giunto con le dita
là dove Amore ogni dolcezza accoglie,
ella si torce, e sorridendo dice:
«Deh! non toccar, ben mio, quel che non lice».

E mentre così parla, Onor le tinge
l’amato volto di vermiglio affetto;
poi tanto l’una e l’altra coscia stringe,
che mi priva la man d’ogni diletto;
quindi tenta fuggir, ma forse finge,
ond’io più forte me la stringo al petto;
cede ella al fin, ond’io toccando sento
l’amorosa cagion del mio tormento.

«Caro, soave e dilettoso loco,
calamita de l’alme, ésca d’amore,
dove sovente il mio amoroso foco
smorza l’incendio del suo grande ardore;
per te languir, per te morir fia poco!…»
in quel punto dicea, che del mio core
sentia, toccando quel ch’a noi s’asconde
termine angusto fra due vaghe sponde.
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