Domenico Luigi Batacchi

Domenico Luigi Batacchi

1748–1802 · visse 54 anni IT IT

n. 1748, Pisa · m. 1802-08-11, Orbetello

Da L’albero delle pere

L’orto di queste Madri reverende
che alle leggi ubbidian del gran Gusmano,
lungo l’orto dei frati si distende
che son dell’Ordin pur domenicano;
di due essere un sol orto si vide
un giorno, or basso muro lo divide.

Su questo muro, che gli stava a fronte,
vedea Ventura un non so che, che al piano
rotolava qual sasso giù pel monte,
e quindi un altro, ed altri a mano a mano,
senza poter capire o molto o poco qual fosse,
o come finirìa tal giuoco.

Li credeva sicari destinati
a punirlo del furto delle pere;
ma vide ch’eran reverendi frati,
al color delle vesti e bianche e nere,
tosto che con più cura il guardo tese,
e qualcun d’essi a lui vicin si rese.

Dall’altra parte si sentì scrosciare
lievemente la porta del giardino,
ed ecco vide ad una ad una entrare
chetamente le suore. Un lumicino
ciascuna d’esse nella mano porta,
che smorza sull’uscire della porta.

Come ci offre il San Carlo in sulla scena
danzatrici e danzanti in confusione,
che in regolate coppie indi rimena
del ballo l’esattissima ragione,
ed ogni coppia poscia insieme unita
colà sen va dove il desìo l’invita;

così rimira il ciabattino nostro,
a mano a man che quelle reverende
madri pongono il pie’ fuori del chiostro,
ch’ogni frate una monaca si prende,
e in bassa voce discorrendo seco,
si dilegua per l’aere oscuro e cieco.

Una di queste coppie innamorate
venne a posarsi appunto appresso al pero,
e sedendo sull’erbe dilicate,
dei loro amori a favellar si diero,
e, dopo mille abbracci e mille baci,
e molto esagerar fiamme veraci,

mise il frate briccon sotto la vesta
la sacrilega mano a quella suora,
dicendo: «Madre mia, che cosa è questa,
che al tatto si commuove e si accalora?»
E quella semplicetta monachella
gli rispondea ridendo in tal favella:

«Padre, per quel ch’io so, per quel che disse
a me, in segreto, un certo galantuomo,
e di non dirlo ad altri mi prescrisse,
questa… sappiate… che si chiama il Duomo».
«Il duomo! il duomo! ed io tengo, al contrario»,
replicò il frate, «Monsignor Vicario.»

«Che! Monsignor Vicario!» prestamente
la suora soggiungea, «con voi l’avete?»
E il frate a lei: «Con me sicuramente,
e quante volte poi non lo credete,
io posso in ogni loco e a tutte l’ore
farvi toccar con mano il Monsignore».

Così dicendo alzò la sacra tonaca,
slacciò la cinta con destrezza e pratica,
e pose in mano alla sorpresa monaca
certo tal ch’era contro la prammatica.
«Io non soglio mentir, ecco, vedetelo»,
soggiunse poi, «palpatelo e stringetelo.»

Quando la monachella in pugno prese
quel magico e gradito Monsignore,
scorrer da vena in vena un fuoco intese,
che al core accrebbe il natural calore:
lo strinse, e accompagnò ciascuna stretta
con sospiri esalati in fretta in fretta.

Il frate intanto, come detta l’arte,
in ozio non tenea già le sue dita.
ma giva tasteggiando in quella parte
ove natura ai suoi diletti invita,
ove d’esperto giovane la mano
se a toccar giunge, mai non tocca invano.

Dopo un grato alternar di sospiretti
e di smanie inquiete ed affannose,
che facean fede quanto i loro petti
di calde fiamme ardean lussuriose,
fu primo il frate, che la voce sciolse
e lo scaltro suo dir così ravvolse:

«Povero Monsignor… Sembra che sia
stanco di star così… Non mi capite?
Vorrebbe entrare in Duomo, anima mia.
Ce lo vogliamo far entrar? Che dite?»
La monachella a capo chino udì,
languidamente, poi rispose: «Sì».

«Quand’entra in Duomo Monsignor Vicario
le campane si suonano a martello!»
Così gridò senza frappor divario
Ventura, ed ogni appeso campanello,
scuotendo il tronco, fece tintinnare;
poi nel cespuglio si tornò a celare.

Quel suono, quella voce, un incredibile
spavento pose fra gli amanti teneri,
e fu creduto il Diavol, che visibile
punir volesse i drudi e l’empie Veneri,
o fosse almeno, parve a ognun probabile,
un avviso di Dio chiaro e palpabile.

Le impudiche perciò tresche cessate,
ciascun se ne fuggia rapidamente,
qua si vedea tutto atterrito un frate,
là aggirarsi una monaca piangente,
e in mezzo a la comune confusione
non trovarono via, né direzione.

Intanto l’ortolan coi figli, inteso
dei campanelli il tintinnar gagliardo,
un pesante bastone aveano preso,
e ad usarlo venian, senza riguardo,
ed a quei che fuggian correndo addosso,
fioccavan bastonate a più non posso.

Avean bel dire: «Io sono la Priora,
io la Maestra, ed io la Sagrestana!»
Dall’altra parte: «Non vedete ancòra
ch’io sono il Confessor, gente villana?
Io l’Economo, ed io il Sottopriore;
ed io della provincia il Superiore!»

ché quei villani, mezzo sonnolenti,
non dànno fede a simili parole,
e addoppian colpi ognor più violenti.
Chi cade, chi sen fugge, e chi si duole,
e tal timore panico li prende,
che niuno da quei legni si difende.
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Poesie

1

Da L’albero delle pere

L’orto di queste Madri reverende
che alle leggi ubbidian del gran Gusmano,
lungo l’orto dei frati si distende
che son dell’Ordin pur domenicano;
di due essere un sol orto si vide
un giorno, or basso muro lo divide.

Su questo muro, che gli stava a fronte,
vedea Ventura un non so che, che al piano
rotolava qual sasso giù pel monte,
e quindi un altro, ed altri a mano a mano,
senza poter capire o molto o poco qual fosse,
o come finirìa tal giuoco.

Li credeva sicari destinati
a punirlo del furto delle pere;
ma vide ch’eran reverendi frati,
al color delle vesti e bianche e nere,
tosto che con più cura il guardo tese,
e qualcun d’essi a lui vicin si rese.

Dall’altra parte si sentì scrosciare
lievemente la porta del giardino,
ed ecco vide ad una ad una entrare
chetamente le suore. Un lumicino
ciascuna d’esse nella mano porta,
che smorza sull’uscire della porta.

Come ci offre il San Carlo in sulla scena
danzatrici e danzanti in confusione,
che in regolate coppie indi rimena
del ballo l’esattissima ragione,
ed ogni coppia poscia insieme unita
colà sen va dove il desìo l’invita;

così rimira il ciabattino nostro,
a mano a man che quelle reverende
madri pongono il pie’ fuori del chiostro,
ch’ogni frate una monaca si prende,
e in bassa voce discorrendo seco,
si dilegua per l’aere oscuro e cieco.

Una di queste coppie innamorate
venne a posarsi appunto appresso al pero,
e sedendo sull’erbe dilicate,
dei loro amori a favellar si diero,
e, dopo mille abbracci e mille baci,
e molto esagerar fiamme veraci,

mise il frate briccon sotto la vesta
la sacrilega mano a quella suora,
dicendo: «Madre mia, che cosa è questa,
che al tatto si commuove e si accalora?»
E quella semplicetta monachella
gli rispondea ridendo in tal favella:

«Padre, per quel ch’io so, per quel che disse
a me, in segreto, un certo galantuomo,
e di non dirlo ad altri mi prescrisse,
questa… sappiate… che si chiama il Duomo».
«Il duomo! il duomo! ed io tengo, al contrario»,
replicò il frate, «Monsignor Vicario.»

«Che! Monsignor Vicario!» prestamente
la suora soggiungea, «con voi l’avete?»
E il frate a lei: «Con me sicuramente,
e quante volte poi non lo credete,
io posso in ogni loco e a tutte l’ore
farvi toccar con mano il Monsignore».

Così dicendo alzò la sacra tonaca,
slacciò la cinta con destrezza e pratica,
e pose in mano alla sorpresa monaca
certo tal ch’era contro la prammatica.
«Io non soglio mentir, ecco, vedetelo»,
soggiunse poi, «palpatelo e stringetelo.»

Quando la monachella in pugno prese
quel magico e gradito Monsignore,
scorrer da vena in vena un fuoco intese,
che al core accrebbe il natural calore:
lo strinse, e accompagnò ciascuna stretta
con sospiri esalati in fretta in fretta.

Il frate intanto, come detta l’arte,
in ozio non tenea già le sue dita.
ma giva tasteggiando in quella parte
ove natura ai suoi diletti invita,
ove d’esperto giovane la mano
se a toccar giunge, mai non tocca invano.

Dopo un grato alternar di sospiretti
e di smanie inquiete ed affannose,
che facean fede quanto i loro petti
di calde fiamme ardean lussuriose,
fu primo il frate, che la voce sciolse
e lo scaltro suo dir così ravvolse:

«Povero Monsignor… Sembra che sia
stanco di star così… Non mi capite?
Vorrebbe entrare in Duomo, anima mia.
Ce lo vogliamo far entrar? Che dite?»
La monachella a capo chino udì,
languidamente, poi rispose: «Sì».

«Quand’entra in Duomo Monsignor Vicario
le campane si suonano a martello!»
Così gridò senza frappor divario
Ventura, ed ogni appeso campanello,
scuotendo il tronco, fece tintinnare;
poi nel cespuglio si tornò a celare.

Quel suono, quella voce, un incredibile
spavento pose fra gli amanti teneri,
e fu creduto il Diavol, che visibile
punir volesse i drudi e l’empie Veneri,
o fosse almeno, parve a ognun probabile,
un avviso di Dio chiaro e palpabile.

Le impudiche perciò tresche cessate,
ciascun se ne fuggia rapidamente,
qua si vedea tutto atterrito un frate,
là aggirarsi una monaca piangente,
e in mezzo a la comune confusione
non trovarono via, né direzione.

Intanto l’ortolan coi figli, inteso
dei campanelli il tintinnar gagliardo,
un pesante bastone aveano preso,
e ad usarlo venian, senza riguardo,
ed a quei che fuggian correndo addosso,
fioccavan bastonate a più non posso.

Avean bel dire: «Io sono la Priora,
io la Maestra, ed io la Sagrestana!»
Dall’altra parte: «Non vedete ancòra
ch’io sono il Confessor, gente villana?
Io l’Economo, ed io il Sottopriore;
ed io della provincia il Superiore!»

ché quei villani, mezzo sonnolenti,
non dànno fede a simili parole,
e addoppian colpi ognor più violenti.
Chi cade, chi sen fugge, e chi si duole,
e tal timore panico li prende,
che niuno da quei legni si difende.

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