L’arcangelo Gabriello
È solito costume degli amanti
di lodar sempre ed adular le belle:
chi dice lor mille cose galanti
chi al sole le assomiglia e chi alle stelle,
e chi sparge per lor sospiri e pianti,
e chi giura che pena o muor per quelle;
e con sì fatte iperboli e sì strane
vie più le rendono orgogliose e vane.
Che se tutte, per altro, o Donne mie,
fosser savie così come voi siete,
in mezzo a tai svenevoli follie
sarebber più prudenti e più discrete,
e saprebbero il ver dalle bugie
distinguer, come voi lo distinguete,
né al suon di lusinghevoli parole
si aggirerebber come banderuole.
Di tal fatta una donna era in Venezia
che di beltà credeasi un modello,
e si chiamava madonna Lucrezia,
né visto erasi ancor viso più bello;
ma ora con una, or con un’altra inezia
gli adulator le avean guasto il cervello
e come che non sian gli esempi rari,
in lei beltà e sciocchezza ivan del pari.
Contro il Turco il marito a segnalarsi
era ito sopra una squadra navale,
quando ella per mangiar, come suol farsi,
poscia in grazia d’Iddio l’uovo pasquale,
andò un sabato santo a confessarsi
da un tal padre Pasqual conventuale,
che avea nella città credito e loda,
ed era allora il confessor di moda.
Questo fior di virtù nacque in Urbino,
e dall’età più giovane era stato
famoso incorreggibil libertino,
sentina d’ogni vizio e scapestrato,
seguace delle femmine e del vino;
e al fin fu dalla patria esiliato,
perché il loco mettea tutto a soqquadro,
e fama avea di spia, falsario e ladro.
Onde volendo con pietà mentita
continuar le sfrenatezze usate,
ricovrossi in Venezia, e cangiar vita
astutamente finse, e si fe’ frate,
e all’esterno mostrando alma contrita,
devozion spirava e santitate.
Solea scacciar da corpi ossessi il diavolo,
e accendersi di zel come un san Pavolo.
Detto l’avresti alla faccia dimessa
di san Francesco il più perfetto figlio,
quando in publico orava o dicea messa
gli cadevan le lagrime dal ciglio;
monachella non v’era né badessa,
che da lui non bramasse aver consiglio.
Ogni opra sua creduta era un miracolo,
ogni detto stimato era un oracolo.
Oh madre d’ogni vizio, oh maledetta,
oh iniqua e scellerata ipocrisia!
Per te ogni opra più santa e più perfetta,
per te solo divien malvagia e ria;
tu l’anima di mille colpe infetta
sotto apparenza ascondi umile e pia,
tu la pura virtù guasti e deturpi,
né il nome sol, ma il premio anche n’usurpi.
Ma finché vi sarà santità vera,
santità vi sarà falsa e apparente;
e con questa tuttor l’iniquo spera
la divota ingannar credula gente.
Colla buona moneta in tal maniera
la non buona veggian correr sovente;
e finché al mondo vi saran danari,
vi saran sempre falsi monetari.
Ma riprendendo il fil, sua riverenza
le colpe udendo di Lucrezia bella,
prese cotal diletto e compiacenza
d’intrattenersi a favellar con ella,
che per seco contrar più confidenza
le domandò se vedova o zitella
o maritata fosse: e alla fin poi
le disse: «Un cicisbeo l’avete voi?»
Lucrezia bruscamente a tal richiesta
rispose: «Eh! messer frate, in fede mia
voi non avete tanti peli in testa
quanti amatori avrei se bramosìa
me ne prendesse pur: ma vi par questa
beltà che un uom mortal degno ne sia?
Veramente potria questo mio
viso aggiungere ornamento al paradiso».
Il furbo ipocriton conventuale
con man si copre il viso e tronfia e sghigna,
udendo quella zucca senza sale,
che bella si credea più di Ciprigna:
e in sé conclude, e non conclude male,
esser quello terren da piantar vigna;
ma vuol per questa volta apparir santo,
e finge zelo e l’avvertisce intanto:
che Dio non vuol superbia e vanagloria,
ma l’umiltà comanda e la modestia.
Ella s’empie ognor più di folle boria,
e sostien tuttavia ch’egli è una bestia;
ond’ei che vuol continuar l’istoria
in miglior tempo e non le dar molestia,
non se le oppon, curva le spalle e tace,
indi l’assolve e la rimanda in pace.
E con scuse e pretesti impazïente
dall’altre donne poi si disimpegna.
Medita il giorno e la notte seguente
come far opra illustre e di sé degna;
alfin nobil pensier gli cade in mente,
ed eseguirlo l’altro dì disegna;
e giunta l’ora ch’egli attende e brama,
dette principio all’ideata trama.
E tolto seco un fraticel, che a parte
era de’ suoi pensieri, andò a madonna,
e finse arcani e, trattala in disparte,
a lei prostrossi e le baciò la gonna:
e lacrime e sospir piangendo ad arte:
«Perdon» le disse «o incomparabil donna,
perdon, vi chiedo, o stella mattutina.
Perdon, bellezza angelica e divina».
Ella a sì strana inaspettata scena,
che mai ciò fosse interrogava il frate,
ed egli: «Ave Lucrezia, grazia plena!
Se voi il mio fallo non mi perdonate,
io troppo, ohimè! ne pagherò la pena:
ma perché meglio la cosa intendiate,
tutta per mio rossor per vostra gloria,
vi narrerò la dolorosa istoria.
La scorsa notte, com’è mio costume,
standomi in cella orando in ginocchione,
balenar vidi un improvviso lume;
mi volgo e appo mi veggo un bel garzone;
le lucid’ali e le dorate piume
avea sul dorso; e in mano avea un bastone;
minaccioso mi guarda e per la cappa
con isdegno e con impeto mi chiappa.
Indi a’ suoi piè mi trasse, e con quel legno
conciommi sì, che n’ebbi gli ossi pesti.
‘Perché,’ gli domando ‘cotanto sdegno?’
‘Perché,’ rispose quei, ‘tu presumesti
riprender di Lucrezia, o frate indegno,
le bellezze serafiche e celesti,
quai sopra ogni altra cosa amar sogl’io,
eccetto sol messer Domeneddio?’
‘Ma voi chi siete!’ io gli soggiungo. ‘Io sono’,
colui riprese, ‘io son l’agnol Gabriello.’
Colla faccia per terra allor: ‘Perdono,
perdon, vi chiedo’, esclamo, ‘agnolo bello…’
‘Vanne,’ ei mi disse in autorevol tuono,
‘vanne a Lucrezia, unico mezzo è quello
onde calmar tu possa i sdegni miei,
che pria cerchi ottener perdon da lei.
Ma se da lei perdon non otterrai,
qui a ritrovarti tornerò ogni notte,
né di punirti resterò giammai,
se l’ossa non t’avrò fiaccate e rotte.’
Queste mi disse ed altre cose assai,
ed altre ragion da lui mi furo addotte,
che per altro da me voi non saprete
se pria del fallo mio non mi assolvete».
Madonna zucca vuota un gran diletto
provava entro sé stessa a un parlar tale,
e disse: «Inver mi spiace, poveretto!
d’esser stata cagion del vostro male;
ma Dio v’aiuti, io ve l’aveva pur detto
ch’era la beltà mia celestiale.
Orsù, via, vi perdono, purché voi
mi diciate ciò ch’ei vi disse poi».
«Un grande arcano», ei disse allor, «figliuola,
a svelarti m’accingo, or che son certo
che mi assolvete, e d’una cosa sola
per lo ben vostro vi prevengo e avverto,
che, se di ciò farete altrui parola,
tutto dell’opra perderete il merto;
che non lice ai mortali ed ai profani
entrare a parte de’ celesti arcani.
Sappiate che quest’agnolo beato,
benché a cose divine avvezzo sia,
è di voi per tal guisa innamorato,
ché non altro che voi cerca e desia,
e da gran tempo ha di passar bramato
alcuna notte in vostra compagnia;
ma per non vi recar tema o sorpresa,
per mezzo mio far ve ne volle intesa.
E poiché per cagion di metafisica
un angiol non si vede e non si tocca,
pensa a voi presentarsi in forma fisica
e farsi un uom con piè, mani, occhi e bocca;
ma di farlo per altro ei non si risica
senza il consenso vostro; onde a voi tocca
dir quando ei venir deggia e in qual figura,
e a un vostro cenno ei cangerà natura.»
Ed ella: «Un amator sdegno infra gli uomini,
ma un Gabrïel, se l’amor suo mi svela,
l’accetto amante: ei sul mio cor predomini.
Qualor pinto il vid’io su muro o tela,
sempre gli recitai l’Angelus Domini,
o gli accesi davanti una candela;
perché a dirla, con lui ci ho simpatia,
e mi piace la sua fisonomia.
Or voi pertanto gli potrete dire
che complimenti meco egli non faccia,
che può liberamente a me venire
ogni qual volta di venir gli piaccia,
mi troverà soletta; e allor gioire
potrà dell’amor suo fra le mie braccia;
e venga pure in qualsiasi figura,
ma badi di non mettermi paura.
Per mia cagion per altro io non vorrei
che lasciasse la vergine Maria
perché sempre lo vedo avanti a lei,
e credo innamorato egli ne sia.
Altrui toglier non bramo i cicisbei,
né mi piace a verun dar gelosia,
né vo’ che ella perciò meco si sdegni;
in somma, parlo chiaro, io non vo’ impegni».
«Questo è parlar con senno», esclamò il frate,
«questo si chiama aver timor di Dio;
ma fidatevi a me, non dubitate,
che seco il tutto aggiusterò ben io.
Una grazia però vo’ mi facciate,
ed è, ch’ei venga a voi col corpo mio,
cosa che a voi non reca pregiudizio.
E a me rende un grandissimo servizio.
Poiché per far che nel mio cor egli entre
con unione ipostatica, m’avviso
che pria dovrà l’anima trarne, e mentre
il corpo mio sarà da lei diviso,
in fin ch’ella di nuovo ci rientre
l’angiolo metteralla in paradiso,
ove potrà di quel felice stato
godere intanto un saggio anticipato.
E ben merita un qualche guiderdone,
il fare ad un arcangelo il mezzano,
mentre veggonsi ognor tante persone,
sensali vili di commercio umano,
di ricchezze ottener profusïone;
ed io, che già no ’l fo per uom profano,
ma per un angiol del supremo stuolo,
dell’anima il vantaggio io cerco solo.»
«Or via, tali ragion m’avete addotte»,
ella rispose, «che la grazia avrete
e così intendo compensar le botte
che a mio riguardo ricevute avete.»
«Or bene», il frate replicò, «stanotte
l’uscio di vostra casa non chiudete;
perché un angiol fatt’uomo (son cose note)
altronde che per l’uscio entrar non puote.»
E ciò detto, da lei congedo prese
e tornosse ratto al monastero,
ove con droghe a ristorar s’attese
per uscir valente cavaliero,
e procurò di star bene in arnese;
ché a gran cammin spronar vuole il corsiero,
e mostrar che, se un uomo nell’opre sue
fa per un uomo, un angiol fa per due.
Tutto il dì attende, e non sì tosto annotta
che se ne andò da monna Cornificia
sua confidente assai perita e dotta
in facoltà lenonia e meretricia,
qui candida si pon lucida cotta
invece di mutande e di camicia,
ai piè s’adatta i sandali, e posticci
ponsi i biondi capelli e fassi i ricci.
Si sbraccia infino ai gomiti; e si fascia
con trasparente velo alla cintura,
si liscia, si profuma, e la bagascia
consapevol di già dell’avventura,
si sbellica di risa e si sganascia,
rimirando com’ei si trasfigura;
e in un tabarro all’uso di Venezia
alfin s’involse e vassene a Lucrezia.
E l’uscio mezzo aperto e mezzo chiuso
trova, guarda d’intorno, e incontanente
entra, appiatta il tabarro e sale suso,
ed improvviso fassi a lei presente,
che di tema un piacer misto e confuso
all’apparir dell’angiolo risente,
e inginocchiossi, ed ei la benedisse,
la man le porse, sollevolla e disse:
«Sorgete, e a coricarvi ite, madonna,
cerimonie fra noi non debbon farsi».
Ella ben tosto si levò la gonna
e andò obbediente a coricarsi.
Poiché nuda restò la bella donna,
al frate il cintolino ebbe a strapparsi:
cominciato ex abrupto avrìa il lavoro,
ma il ritenne l’angelico decoro.
Onde frenò i lascivi desideri,
e sorridendo: «Figlia mia», le dice,
«a che pro tanti lumi e candelieri?
Nella notturna oscurità felice
del nostro amor si ascondano i misteri,
che alla luce profana espor non lice»,
e i lumi smorza, indi si spoglia e anch’ei
tosto in letto si corica con lei.
Era padre Pasquale un cotal fusto
di corpo e di persona assai ben fatto,
ben complesso di membra, agil, robusto,
e in lussuria vinceva il miccio e il gatto,
e niun dare alle femmine più gusto
sapea con libertin lascivo tatto;
in somma, a tutta prova era un campione
per scuotere alle donne il pelliccione,
ed a Lucrezia lo provò in letto,
ché tutta notte non istette in ozio,
e più e più volte replicò il diletto;
onde conobbe quanto buon negozio
stato fosse per lei di aver in letto
un angiolo carnal per drudo e sozio:
e assaporato l’angelico arnese,
maggior disgusto per gli uomini prese.
In quei momenti in cui si riposava
per riprendere più lena e vigoria,
fra Pasquale i misteri a lei svelava
della celestiale tëologia.
«Veramente gran danno»; ella esclamava,
«gran danno veramente che non sia
quel soave diletto in ciel premesso
che nasce solo dal diverso sesso.»
«Ecco il giudizio uman come spess’erra!»
sclamò il frate con enfasi di zelo,
«quando l’uom ragionar presume in terra
de’ misteri ineffabili del cielo,
che l’eterno voler involge e serra
dentro un oscuro impenetrabil velo.
Ma tu ascoltami, donna, e udrai cose
a noi sol note e a voi mortali ascose.
A suo piacer, e quand’ei vuol di sesso
cangia uno spirto e fassi maschio o femina,
oppur femmina o maschio, a un tempo stesso
in sé due qualità raddoppia e gemina;
né per quanto ne sia continuo e spesso
l’uso, non mai l’illanguidisce o effemina,
che anzi quella piacevole abitudine
forma parte di lor beatitudine:
che non commissione materiale,
né si usano sensibili maniere,
ma un atto puro ed intellettuale
e conforme reciproco volere.
Atto cotale a generar non vale,
ma dato è sol per procurar piacere;
ché né nasce uno spirto, né muore,
né esser può generato o genitore.
Poiché fatti non siam d’ossi e di ciccia,
né sangue e vene abbiam, né fibre e nervi,
né altra materia inviluppa e impiccia
che avvinti suol ne’ lacci suoi tenervi.
Ma voi che avete l’anima posticcia,
siete del corpo ognor sudditi e servi:
noi sesso alcun non lega, e io sono un angiolo
che amo uno e l’altro sesso, e spesso cangiolo.
Tempo verrà, come fu a voi predetto
cho i corpi a nuova vita sorgeranno,
e di felicità stato perfetto
anch’essi allora avran che ora non hanno;
gli animi avranno spiritual diletto,
e diletto corporeo i corpi avranno,
e sarà pienamente soddisfatto
gusto, vista, odorato, udito e tatto.
E ben color che usque ab Ecclesiae initio
il regno predicâr dei millenari,
par che avesser di ciò sentore e indizio;
ma non piacque a Giovanni e a’ suoi scolari,
che gente si credean di più giudizio;
onde Cerinto colli suoi settari
dal ceto de’ fedeli ebber l’esilio,
e fur dannati in non so qual concilio.»
Così più volte ripigliò a vicenda
or qualche suo teologale assunto,
od or la dilettevole faccenda,
e al fin cessò dall’opera e fe’ punto;
poiché è pur d’uopo che congedo prenda,
essendo della notte il termin giunto,
e sorgean dell’aurora i primi rai
gli orli a indorar dell’orizzonte omai.
E a ripigliar se ’n va tonaca e manto
da Cornificia, e frettolosamente
fece ritorno al monastero santo
pria che più rischiarasse il dì nascente.
La donna in letto ancor rimase alquanto,
poiché di riposar bisogno sente:
dopo un placido sonno alfin si leva,
che il dïurno pianeta alto luceva.
E al buon frate in zendal solo e in pianelle
andò a narrar come stat’era in letto
tutta la notte in braccia a Gabrïelle,
e siccome quell’angiol benedetto
in confidenza mille cose belle
della gloria del cielo aveale detto;
e di più aggiunse immaginaria e sciocca
di fandonie una lunga filastrocca.
«Di voi non so», padre Pasqual rispose;
«di me so bene che del corpo fuore
l’angiol mi trasse l’anima, e la pose
in mezzo d’un chiarissimo splendore,
ov’eran tanti gigli e tante rose
che diffondean maraviglioso odore.
E suoni in oltre e canti udii sì belli,
come vi fosser mille Farinelli.
Quel che allor divenisse il corpo mio
in verità non ve ’l saprei ridire.»
Ed ella: «O che baggeo! non ve ’l dich’io?
Nel corpo vostro l’angiolo a gioire
meco si stette per grazia di Dio.
Finché cominciò l’alba a comparire,
e per torvi ogni dubbio, un segno espresso
voi ne portate ancor sopra di voi stesso:
perocché mentre io me andavo in brodo
per piacer cui simil non ebbi mai,
cotal baciozzo e sì solenne e sodo
sotto la manca poppa v’appiccai,
che vi restò l’impronta in modo
che restar vi dovrà per giorni assai,
e se meglio chiarirvene volete,
guardate ove v’ho detto, e lo vedrete».
Ed ei: «Quantunque io non ebbi usanza
di nuda rimirar la carne umana,
pur questa sera spoglierommi in stanza
per osservar la stimmata sì strana».
Intanto alla monastica pietanza
frati chiama il suon della campana;
onde sortendo fuor del parlatorio
l’una andò a casa e l’altro al refettorio.
E vedendo sì ben la vaga idea
riuscire della sua metempsicosi,
padre Pasqual già stabilito avea
principii proseguir sì avventurosi.
«Sia benedetto pur», fra sé dicea,
«quando a tal stratagemma il pensier posi,
e benedetta cento volte sia
la balordaggin della donna mia.»
Ed alla sua mezzana e confidente
del giorno all’imbrunir se ’n correa subito,
e trasformato in Gabrïel sovente
iva a monna Lucrezia, ed io non dubito
ch’ella seguito avria tranquillamente
a goder tale angelico concubito,
se non avesse per poco giudizio
di quell’affar dato ella stessa indizio.
Dopo aver colle amiche un dì ciarlato
di trine e nastri e d’abiti e di mode,
e della sua toletta e del bucato,
e di creste con code e senza code,
e de’ fatti di tutto il vicinato,
come far dalle femmine ognor s’ode,
d’un in altro discorso andando avanti,
vennero a ragionar de’ loro amanti.
Chi disse averne due, chi tre, chi più,
e su gli altri ciascuna i suoi lodò.
Lucrezia allor, tocca da orgoglio fu,
e disse: «Un sol che va per mille io n’ho».
Tutte a dir l’incitaro; ed ella: «Orsù,
se tacer promettete, io ve ’l dirò:
sappiate che l’arcangel Gabrïello
arde per me d’amor il poverello».
Credean le donne in pria ch’ella scherzasse,
ma poiché vider che dicea da senno,
ebber forte timor che vaneggiasse;
e l’una all’altra coll’occhio fe’ cenno,
sogghignando fra i labbri, e a voci basse
disser fra lor: «Costei perduto ha il senno».
Se n’avvid’ella, ed onta il cor le punse,
e con riso sardonico soggiunse:
«Oh! se una volta sol gustar poteste
con un angiolo in carne, in ossa e in pelle,
le dolcezze del coïto celeste,
son certa, le mie care semplicelle,
che tutt’altro piacer lo credereste
insipido trastullo e bagattelle:
ben io lo so che tanto all’angiol piacqui,
e seco tante notti in letto giacqui».
La cosa immaginar più o men com’era
le donne allor, che conoscean la sciocca;
sicché disserlo ad altre, e in tal maniera
quella storia passò di bocca in bocca;
ché arcano in cor di femmina ciarliera
non resta, e fuor per la lingua trabocca,
e in breve se n’empì tutta Venezia,
e l’intese il cognato di Lucrezia.
Ei la custodia avea dell’arsenale,
uom pronto e scaltro, e si nomò Tommaso,
faceto sì, ma in zucca avea del sale,
e le mosche sapea tôrsi dal naso.
Costui narrar sentendo istoria tale,
non mostrò darle fede o farne caso,
perché volea, send’egli un buon umore,
coll’inganno punir l’ingannatore.
Più d’un disegno fé, ma sempre in forse
stette se proprio ed eseguibil era;
quando dell’arsenal le chiavi scòrse
che a lui portar solevansi ogni sera
ciò pensier nuovo e nuova idea gli porse,
e già divisa i mezzi e la maniera,
che con quelle mandar vuole ad effetto
un suo capricciosissimo progetto.
Di San Pietro la figura prende,
come l’immagin sua vediam dipinta;
il giudaico manto a piè gli scende,
in mano ha due gran chiavi, e dalla cinta
al manco lato la coltella pende,
tosi ha i capelli e la barbetta finta;
e a ben guardarlo dinanzi e di dietro
detto avresti: «Per Dio! questi è san Pietro».
E poscia a casa andò della cognata
intabarrato in così strano arnese,
e trovando che aperta era l’entrata,
guardò d’intorno, e poscia su v’ascese,
e nascostosi in parte inosservata
l’apparizion di Gabrïello attese,
qual fra boscaglie collo schioppo carco
attende il cacciator la lepre al varco.
Gran calpestio su per le scale sente,
e vede Gabrïel che se ne viene,
che spinto da carnal stimolo ardente
negli occhi impresse avea le voglie oscene.
Se gli fa avanti, ed improvvisamente
per un braccio l’afferra e forte il tiene,
e con sdegno scotendolo, gli affisse
in volto il guardo minaccioso, e disse:
«Tu qui? Tu ancor senza il permesso mio
ardisti uscir dalle celesti porte?
Guardami in volto ben: Pietro son io,
il portinaio dell’eterea corte;
ma se non fo che tu ne paghi il fio,
disonor dell’angelica coorte,
vo’ questa volta che mi mangi l’orco,
angiolo puttaniero, angiolo porco!»
Le chiavi in questo dir gli dié sul muso
con forza tal che l’ebbe a sbalordire;
indi replica il colpo, e quel confuso
scappar voleva, e non sapeva ov’ire,
ché ogni passaggio da colui gli è chiuso:
or qua s’aggira, or là, né può fuggire
dal tempestar delle sonore e gravi
percosse ree delle terribil chiavi.
Quale in agosto alla campagna aprica
l’industrioso e provvido villano,
lieto il frutto in veder di sua fatica,
di doppio legno arma la dura mano,
e dà frequenti colpi in sulla spica,
acciò la paglia separi dal grano;
tal con fieri percosse replicate
messer Tommaso percoteva il frate.
Pel naso e per la bocca il sangue spande,
l’ossa e la carne in ogni parte ha pesta,
ed inutile è ch’ei si raccomande;
ché colui non l’ascolta e non s’arresta.
D’un veron che sporgea sul canal grande
alfin s’avvede, e poiché ornai non resta
altro scampo, altra via, là corre in fretta,
e disperatamente giù si getta.
Allora andò l’apostolo benedetto
là dove udendo il suon delle percosse
stava Lucrezia rannicchiata in letto,
né potendo capir che mai ciò fosse,
timido il cor le palpitava in petto.
Vèr lei con faccia burbera si mosse
dicendo: «E tu non te n’andrai impunita
d’aver gli angioli indotti a mala vita».
E nuda la discopre, indi la chiappa,
la rivolge sul letto in giù boccone:
frem’ella e si contorce e si rattrappa,
ma colui senz’usar compassïone
mena le chiavi, e or l’una or l’altra chiappa,
or le reni le scuote, or il groppone.
«Misericordia!» con amaro pianto,
«misericordia!» ella gridava intanto.
E poscia ch’egli l’ebbe concia a segno
che mezza morta è per dolor rimasa;
avendo a fin condotto il suo disegno,
se ne tornò tranquillamente, a casa,
lieto d’avere con astuto ingegno
convinta la cognata e persuasa
di san Pietro per sempre a ricordarsi,
né più a voler con angioli impacciarsi.
Or quivi, o Conte, generoso e degno,
cui venerare io mi compiaccio e vanto,
so ben che a voi non piace e avete a sdegno
un tratto di rigore aspro cotanto,
che giustamente lo credete indegno
d’alma ben nata e molto più di un santo;
ché fare offesa e torto al gentil sesso
dalla terra e dal ciel non è permesso.
E ben conviene a voi simil pensiero,
che siete di bontà, di cortesia,
e di ogni gentilezza esempio vero,
né vi fa d’uopo della lode mia,
e odiar solete ogn’incivil severo
atto di crudeltà, di villania:
onde a riguardo vostro, ad ogni patto
meglio mi volli assicurar del fatto.
E vidi i manoscritti tutti quanti,
consultai le persone illuminate
nelle materie lubriche e galanti,
e sulle nozïon da me acquistate
tutte collazionai le varianti.
Chi dice che colui, sparito il frate,
data a Lucrezia una tremenda occhiata,
partì, e lasciolla tutta spaventata.
Chi dice che in scoprir le belle e bianche
membra di lei che piange e si desola,
l’ira ammorzò, s’intenerì pur anche
della beltà che a riguardar consola.
Le nude cosce, il corpo, il petto e l’anche
sbirciò lascivo e gliene venne gola:
ma si vinse e partì, né la toccò:
chi dice ch’altre chiavi adoperò.
Di queste lezïon ch’io ritrovai,
qual vi aggrada, signor, sceglier potrete
che al vostro gusto son conformi assai,
perché più moderate e più discrete.
Se il fatto altramente io raccontai,
spero che voi scusar me ne vorrete,
ché in materia cotanto dilicata,
credei meglio tenermi alla volgata.
Ma ritorniamo al nostro fra Pasquale
che nel canal caduto era dall’alto,
e per fuggir più periglioso male
erasi posto al disperato salto.
Cadde giù a piombo, e benché avesse l’ale,
non si potette equilibrar in alto,
poiché per sollevare umana ciccia
o poco o nulla giova ala posticcia.
Non altrimenti che Icaro nel mare
al certo il frate nel canal periva,
ma buon per lui che sapea ben nuotare;
onde il coraggio quanto può ravviva,
che a maggior uopo non gli può giovare;
e tanto fe’ che alfin si trasse a riva,
e con lena affannata ed a gran stento
bel bel si ricondusse indi al convento.
A riprender le vesti e la sottana
da monna Cornificia ei sarebb’ito,
ma la sua casa troppo era lontana,
ed egli è sì mal concio e rifinito
che miracol sarà se ne risana;
onde credette l’unico partito
drittamente al convento andar ben tosto,
che non era di là molto discosto.
Lasciato ha strani segni, ovunque ha colto
la grandine de’ colpi a cui soggiacque;
livido, pesto e sfigurato ha il volto.
L’alta caduta a contrastar coll’acque
le vesti e ciò che indosso avea gli ha tolto,
onde rimasto è nudo come nacque;
e del convento la chiave ha perduta,
che avea seco infin allor tenuta.
Onde suonò la campanella, e a un tratto
venne ad aprirgli il portinar fra Elia,
che a prima vista lo credette un matto;
l’osserva poi, né sa capir chi sia,
perch’egli è sì malconcio e contraffatto
che par non abbia d’uom fisonomia;
ond’ei che toglier di stupor lo vuole,
gli favella con fievoli parole:
«Non mi riconosci? Fra Pasqual son io,
sì, quel purtroppo son, fratello in Cristo,
io quel servo indegnissimo di Dio.
Il Diavolo per far di me l’acquisto,
come vedi ha ridotto il corpo mio
in questo stato doloroso e tristo;
e perché sii di ciò più persuaso,
narrar ti voglio il deplorabil caso.
Mentre guari non è, come ogni sera
far soglio, di cristian gli obblighi adempio,
e fisso son nella mental preghiera,
il nemico comun perverso ed empio
me nudo, e non so dirti in qual maniera,
portò sopra il pinnacolo del tempio,
come allo stesso Salvator già feo,
secondo scrisser già Marco e Matteo.
E di lassù tutte al mio guardo espose
le venete ricchezze insiem ridutte,
in oltre le più belle e più vezzose
vedove donne e maritate e putte;
e disse: ‘Vedi tutte queste cose?
Se tu m’adori te le vo’ dar tutte’,
io con disprezzo e collera lo guardo,
poi gli dico: ‘Eh! va via, che sei bugiardo!’
Ma quei non fece a me come a Gesù,
né volle come a lui riguardi usarmi.
‘Così’, riprese, ‘mi rispondi tu?’
E gran pugno avventommi indi col darmi
un calcio in cul precipitommi giù.
Un angiol, cred’io, venne a sollevarmi,
poiché, a terra cadendo dal pinnacolo
io viver non potea senza un miracolo.
Nondimen la caduta e le percosse
mi han ridotto così, caro fratello».
Frate Elia che a pietà di lui si mosse,
lo ricoprì col proprio suo mantello,
poi nella cella sua seco portosse
e sopra il letto l’adagiò bel bello.
Sparsasi pel convento la novella,
tutti a vederlo corsero alla cella.
Facevangli corona i frati attorno:
un frate gli dicea: «Beato te
che ti protegge il ciel!» «Beato, un corno!»
tacitamente ei rispondea fra sé.
L’altro: «Vedrem te sugli altari un giorno,
la palma del martirio ti si de’».
«Ma se tu», disse alcun, «martire invitto,
battevi la collottola, eri fritto.»
E in guisa tal il giusto premio ottenne
l’ipocrisia del frate e l’impostura,
e poscia infin che visse ei si sovvenne
di quella memorabile avventura,
e non mai più la fantasia gli venne
di usurparsi l’angelica figura:
e le sue falsità fattesi note,
più non poté ingannar l’alme divote.
Ché il fatto, come avvien, si divulgò
in pochi giorni per tutta Venezia,
e per gran pezzo ciaschedun parlò
dell’angiol, di san Pietro e di Lucrezia,
e altamente da tutti si lodò
di Tommaso la provvida facezia,
con che dell’un l’inganno a un tempo volle,
e dell’altra punir l’orgoglio folle.
Benedette pur voi, che m’ascoltate,
il di cui cor quanta superbia abbomini
io sollo, e quanta, o Donne mie garbate,
modestia e saviezza in voi predomini;
né per amanti gli angioli cercate,
ma siete paghe dell’amor degli uomini.
Sì, Donne care, stiam quaggiù fra noi,
gli Angioli li godremo in cielo poi.
di lodar sempre ed adular le belle:
chi dice lor mille cose galanti
chi al sole le assomiglia e chi alle stelle,
e chi sparge per lor sospiri e pianti,
e chi giura che pena o muor per quelle;
e con sì fatte iperboli e sì strane
vie più le rendono orgogliose e vane.
Che se tutte, per altro, o Donne mie,
fosser savie così come voi siete,
in mezzo a tai svenevoli follie
sarebber più prudenti e più discrete,
e saprebbero il ver dalle bugie
distinguer, come voi lo distinguete,
né al suon di lusinghevoli parole
si aggirerebber come banderuole.
Di tal fatta una donna era in Venezia
che di beltà credeasi un modello,
e si chiamava madonna Lucrezia,
né visto erasi ancor viso più bello;
ma ora con una, or con un’altra inezia
gli adulator le avean guasto il cervello
e come che non sian gli esempi rari,
in lei beltà e sciocchezza ivan del pari.
Contro il Turco il marito a segnalarsi
era ito sopra una squadra navale,
quando ella per mangiar, come suol farsi,
poscia in grazia d’Iddio l’uovo pasquale,
andò un sabato santo a confessarsi
da un tal padre Pasqual conventuale,
che avea nella città credito e loda,
ed era allora il confessor di moda.
Questo fior di virtù nacque in Urbino,
e dall’età più giovane era stato
famoso incorreggibil libertino,
sentina d’ogni vizio e scapestrato,
seguace delle femmine e del vino;
e al fin fu dalla patria esiliato,
perché il loco mettea tutto a soqquadro,
e fama avea di spia, falsario e ladro.
Onde volendo con pietà mentita
continuar le sfrenatezze usate,
ricovrossi in Venezia, e cangiar vita
astutamente finse, e si fe’ frate,
e all’esterno mostrando alma contrita,
devozion spirava e santitate.
Solea scacciar da corpi ossessi il diavolo,
e accendersi di zel come un san Pavolo.
Detto l’avresti alla faccia dimessa
di san Francesco il più perfetto figlio,
quando in publico orava o dicea messa
gli cadevan le lagrime dal ciglio;
monachella non v’era né badessa,
che da lui non bramasse aver consiglio.
Ogni opra sua creduta era un miracolo,
ogni detto stimato era un oracolo.
Oh madre d’ogni vizio, oh maledetta,
oh iniqua e scellerata ipocrisia!
Per te ogni opra più santa e più perfetta,
per te solo divien malvagia e ria;
tu l’anima di mille colpe infetta
sotto apparenza ascondi umile e pia,
tu la pura virtù guasti e deturpi,
né il nome sol, ma il premio anche n’usurpi.
Ma finché vi sarà santità vera,
santità vi sarà falsa e apparente;
e con questa tuttor l’iniquo spera
la divota ingannar credula gente.
Colla buona moneta in tal maniera
la non buona veggian correr sovente;
e finché al mondo vi saran danari,
vi saran sempre falsi monetari.
Ma riprendendo il fil, sua riverenza
le colpe udendo di Lucrezia bella,
prese cotal diletto e compiacenza
d’intrattenersi a favellar con ella,
che per seco contrar più confidenza
le domandò se vedova o zitella
o maritata fosse: e alla fin poi
le disse: «Un cicisbeo l’avete voi?»
Lucrezia bruscamente a tal richiesta
rispose: «Eh! messer frate, in fede mia
voi non avete tanti peli in testa
quanti amatori avrei se bramosìa
me ne prendesse pur: ma vi par questa
beltà che un uom mortal degno ne sia?
Veramente potria questo mio
viso aggiungere ornamento al paradiso».
Il furbo ipocriton conventuale
con man si copre il viso e tronfia e sghigna,
udendo quella zucca senza sale,
che bella si credea più di Ciprigna:
e in sé conclude, e non conclude male,
esser quello terren da piantar vigna;
ma vuol per questa volta apparir santo,
e finge zelo e l’avvertisce intanto:
che Dio non vuol superbia e vanagloria,
ma l’umiltà comanda e la modestia.
Ella s’empie ognor più di folle boria,
e sostien tuttavia ch’egli è una bestia;
ond’ei che vuol continuar l’istoria
in miglior tempo e non le dar molestia,
non se le oppon, curva le spalle e tace,
indi l’assolve e la rimanda in pace.
E con scuse e pretesti impazïente
dall’altre donne poi si disimpegna.
Medita il giorno e la notte seguente
come far opra illustre e di sé degna;
alfin nobil pensier gli cade in mente,
ed eseguirlo l’altro dì disegna;
e giunta l’ora ch’egli attende e brama,
dette principio all’ideata trama.
E tolto seco un fraticel, che a parte
era de’ suoi pensieri, andò a madonna,
e finse arcani e, trattala in disparte,
a lei prostrossi e le baciò la gonna:
e lacrime e sospir piangendo ad arte:
«Perdon» le disse «o incomparabil donna,
perdon, vi chiedo, o stella mattutina.
Perdon, bellezza angelica e divina».
Ella a sì strana inaspettata scena,
che mai ciò fosse interrogava il frate,
ed egli: «Ave Lucrezia, grazia plena!
Se voi il mio fallo non mi perdonate,
io troppo, ohimè! ne pagherò la pena:
ma perché meglio la cosa intendiate,
tutta per mio rossor per vostra gloria,
vi narrerò la dolorosa istoria.
La scorsa notte, com’è mio costume,
standomi in cella orando in ginocchione,
balenar vidi un improvviso lume;
mi volgo e appo mi veggo un bel garzone;
le lucid’ali e le dorate piume
avea sul dorso; e in mano avea un bastone;
minaccioso mi guarda e per la cappa
con isdegno e con impeto mi chiappa.
Indi a’ suoi piè mi trasse, e con quel legno
conciommi sì, che n’ebbi gli ossi pesti.
‘Perché,’ gli domando ‘cotanto sdegno?’
‘Perché,’ rispose quei, ‘tu presumesti
riprender di Lucrezia, o frate indegno,
le bellezze serafiche e celesti,
quai sopra ogni altra cosa amar sogl’io,
eccetto sol messer Domeneddio?’
‘Ma voi chi siete!’ io gli soggiungo. ‘Io sono’,
colui riprese, ‘io son l’agnol Gabriello.’
Colla faccia per terra allor: ‘Perdono,
perdon, vi chiedo’, esclamo, ‘agnolo bello…’
‘Vanne,’ ei mi disse in autorevol tuono,
‘vanne a Lucrezia, unico mezzo è quello
onde calmar tu possa i sdegni miei,
che pria cerchi ottener perdon da lei.
Ma se da lei perdon non otterrai,
qui a ritrovarti tornerò ogni notte,
né di punirti resterò giammai,
se l’ossa non t’avrò fiaccate e rotte.’
Queste mi disse ed altre cose assai,
ed altre ragion da lui mi furo addotte,
che per altro da me voi non saprete
se pria del fallo mio non mi assolvete».
Madonna zucca vuota un gran diletto
provava entro sé stessa a un parlar tale,
e disse: «Inver mi spiace, poveretto!
d’esser stata cagion del vostro male;
ma Dio v’aiuti, io ve l’aveva pur detto
ch’era la beltà mia celestiale.
Orsù, via, vi perdono, purché voi
mi diciate ciò ch’ei vi disse poi».
«Un grande arcano», ei disse allor, «figliuola,
a svelarti m’accingo, or che son certo
che mi assolvete, e d’una cosa sola
per lo ben vostro vi prevengo e avverto,
che, se di ciò farete altrui parola,
tutto dell’opra perderete il merto;
che non lice ai mortali ed ai profani
entrare a parte de’ celesti arcani.
Sappiate che quest’agnolo beato,
benché a cose divine avvezzo sia,
è di voi per tal guisa innamorato,
ché non altro che voi cerca e desia,
e da gran tempo ha di passar bramato
alcuna notte in vostra compagnia;
ma per non vi recar tema o sorpresa,
per mezzo mio far ve ne volle intesa.
E poiché per cagion di metafisica
un angiol non si vede e non si tocca,
pensa a voi presentarsi in forma fisica
e farsi un uom con piè, mani, occhi e bocca;
ma di farlo per altro ei non si risica
senza il consenso vostro; onde a voi tocca
dir quando ei venir deggia e in qual figura,
e a un vostro cenno ei cangerà natura.»
Ed ella: «Un amator sdegno infra gli uomini,
ma un Gabrïel, se l’amor suo mi svela,
l’accetto amante: ei sul mio cor predomini.
Qualor pinto il vid’io su muro o tela,
sempre gli recitai l’Angelus Domini,
o gli accesi davanti una candela;
perché a dirla, con lui ci ho simpatia,
e mi piace la sua fisonomia.
Or voi pertanto gli potrete dire
che complimenti meco egli non faccia,
che può liberamente a me venire
ogni qual volta di venir gli piaccia,
mi troverà soletta; e allor gioire
potrà dell’amor suo fra le mie braccia;
e venga pure in qualsiasi figura,
ma badi di non mettermi paura.
Per mia cagion per altro io non vorrei
che lasciasse la vergine Maria
perché sempre lo vedo avanti a lei,
e credo innamorato egli ne sia.
Altrui toglier non bramo i cicisbei,
né mi piace a verun dar gelosia,
né vo’ che ella perciò meco si sdegni;
in somma, parlo chiaro, io non vo’ impegni».
«Questo è parlar con senno», esclamò il frate,
«questo si chiama aver timor di Dio;
ma fidatevi a me, non dubitate,
che seco il tutto aggiusterò ben io.
Una grazia però vo’ mi facciate,
ed è, ch’ei venga a voi col corpo mio,
cosa che a voi non reca pregiudizio.
E a me rende un grandissimo servizio.
Poiché per far che nel mio cor egli entre
con unione ipostatica, m’avviso
che pria dovrà l’anima trarne, e mentre
il corpo mio sarà da lei diviso,
in fin ch’ella di nuovo ci rientre
l’angiolo metteralla in paradiso,
ove potrà di quel felice stato
godere intanto un saggio anticipato.
E ben merita un qualche guiderdone,
il fare ad un arcangelo il mezzano,
mentre veggonsi ognor tante persone,
sensali vili di commercio umano,
di ricchezze ottener profusïone;
ed io, che già no ’l fo per uom profano,
ma per un angiol del supremo stuolo,
dell’anima il vantaggio io cerco solo.»
«Or via, tali ragion m’avete addotte»,
ella rispose, «che la grazia avrete
e così intendo compensar le botte
che a mio riguardo ricevute avete.»
«Or bene», il frate replicò, «stanotte
l’uscio di vostra casa non chiudete;
perché un angiol fatt’uomo (son cose note)
altronde che per l’uscio entrar non puote.»
E ciò detto, da lei congedo prese
e tornosse ratto al monastero,
ove con droghe a ristorar s’attese
per uscir valente cavaliero,
e procurò di star bene in arnese;
ché a gran cammin spronar vuole il corsiero,
e mostrar che, se un uomo nell’opre sue
fa per un uomo, un angiol fa per due.
Tutto il dì attende, e non sì tosto annotta
che se ne andò da monna Cornificia
sua confidente assai perita e dotta
in facoltà lenonia e meretricia,
qui candida si pon lucida cotta
invece di mutande e di camicia,
ai piè s’adatta i sandali, e posticci
ponsi i biondi capelli e fassi i ricci.
Si sbraccia infino ai gomiti; e si fascia
con trasparente velo alla cintura,
si liscia, si profuma, e la bagascia
consapevol di già dell’avventura,
si sbellica di risa e si sganascia,
rimirando com’ei si trasfigura;
e in un tabarro all’uso di Venezia
alfin s’involse e vassene a Lucrezia.
E l’uscio mezzo aperto e mezzo chiuso
trova, guarda d’intorno, e incontanente
entra, appiatta il tabarro e sale suso,
ed improvviso fassi a lei presente,
che di tema un piacer misto e confuso
all’apparir dell’angiolo risente,
e inginocchiossi, ed ei la benedisse,
la man le porse, sollevolla e disse:
«Sorgete, e a coricarvi ite, madonna,
cerimonie fra noi non debbon farsi».
Ella ben tosto si levò la gonna
e andò obbediente a coricarsi.
Poiché nuda restò la bella donna,
al frate il cintolino ebbe a strapparsi:
cominciato ex abrupto avrìa il lavoro,
ma il ritenne l’angelico decoro.
Onde frenò i lascivi desideri,
e sorridendo: «Figlia mia», le dice,
«a che pro tanti lumi e candelieri?
Nella notturna oscurità felice
del nostro amor si ascondano i misteri,
che alla luce profana espor non lice»,
e i lumi smorza, indi si spoglia e anch’ei
tosto in letto si corica con lei.
Era padre Pasquale un cotal fusto
di corpo e di persona assai ben fatto,
ben complesso di membra, agil, robusto,
e in lussuria vinceva il miccio e il gatto,
e niun dare alle femmine più gusto
sapea con libertin lascivo tatto;
in somma, a tutta prova era un campione
per scuotere alle donne il pelliccione,
ed a Lucrezia lo provò in letto,
ché tutta notte non istette in ozio,
e più e più volte replicò il diletto;
onde conobbe quanto buon negozio
stato fosse per lei di aver in letto
un angiolo carnal per drudo e sozio:
e assaporato l’angelico arnese,
maggior disgusto per gli uomini prese.
In quei momenti in cui si riposava
per riprendere più lena e vigoria,
fra Pasquale i misteri a lei svelava
della celestiale tëologia.
«Veramente gran danno»; ella esclamava,
«gran danno veramente che non sia
quel soave diletto in ciel premesso
che nasce solo dal diverso sesso.»
«Ecco il giudizio uman come spess’erra!»
sclamò il frate con enfasi di zelo,
«quando l’uom ragionar presume in terra
de’ misteri ineffabili del cielo,
che l’eterno voler involge e serra
dentro un oscuro impenetrabil velo.
Ma tu ascoltami, donna, e udrai cose
a noi sol note e a voi mortali ascose.
A suo piacer, e quand’ei vuol di sesso
cangia uno spirto e fassi maschio o femina,
oppur femmina o maschio, a un tempo stesso
in sé due qualità raddoppia e gemina;
né per quanto ne sia continuo e spesso
l’uso, non mai l’illanguidisce o effemina,
che anzi quella piacevole abitudine
forma parte di lor beatitudine:
che non commissione materiale,
né si usano sensibili maniere,
ma un atto puro ed intellettuale
e conforme reciproco volere.
Atto cotale a generar non vale,
ma dato è sol per procurar piacere;
ché né nasce uno spirto, né muore,
né esser può generato o genitore.
Poiché fatti non siam d’ossi e di ciccia,
né sangue e vene abbiam, né fibre e nervi,
né altra materia inviluppa e impiccia
che avvinti suol ne’ lacci suoi tenervi.
Ma voi che avete l’anima posticcia,
siete del corpo ognor sudditi e servi:
noi sesso alcun non lega, e io sono un angiolo
che amo uno e l’altro sesso, e spesso cangiolo.
Tempo verrà, come fu a voi predetto
cho i corpi a nuova vita sorgeranno,
e di felicità stato perfetto
anch’essi allora avran che ora non hanno;
gli animi avranno spiritual diletto,
e diletto corporeo i corpi avranno,
e sarà pienamente soddisfatto
gusto, vista, odorato, udito e tatto.
E ben color che usque ab Ecclesiae initio
il regno predicâr dei millenari,
par che avesser di ciò sentore e indizio;
ma non piacque a Giovanni e a’ suoi scolari,
che gente si credean di più giudizio;
onde Cerinto colli suoi settari
dal ceto de’ fedeli ebber l’esilio,
e fur dannati in non so qual concilio.»
Così più volte ripigliò a vicenda
or qualche suo teologale assunto,
od or la dilettevole faccenda,
e al fin cessò dall’opera e fe’ punto;
poiché è pur d’uopo che congedo prenda,
essendo della notte il termin giunto,
e sorgean dell’aurora i primi rai
gli orli a indorar dell’orizzonte omai.
E a ripigliar se ’n va tonaca e manto
da Cornificia, e frettolosamente
fece ritorno al monastero santo
pria che più rischiarasse il dì nascente.
La donna in letto ancor rimase alquanto,
poiché di riposar bisogno sente:
dopo un placido sonno alfin si leva,
che il dïurno pianeta alto luceva.
E al buon frate in zendal solo e in pianelle
andò a narrar come stat’era in letto
tutta la notte in braccia a Gabrïelle,
e siccome quell’angiol benedetto
in confidenza mille cose belle
della gloria del cielo aveale detto;
e di più aggiunse immaginaria e sciocca
di fandonie una lunga filastrocca.
«Di voi non so», padre Pasqual rispose;
«di me so bene che del corpo fuore
l’angiol mi trasse l’anima, e la pose
in mezzo d’un chiarissimo splendore,
ov’eran tanti gigli e tante rose
che diffondean maraviglioso odore.
E suoni in oltre e canti udii sì belli,
come vi fosser mille Farinelli.
Quel che allor divenisse il corpo mio
in verità non ve ’l saprei ridire.»
Ed ella: «O che baggeo! non ve ’l dich’io?
Nel corpo vostro l’angiolo a gioire
meco si stette per grazia di Dio.
Finché cominciò l’alba a comparire,
e per torvi ogni dubbio, un segno espresso
voi ne portate ancor sopra di voi stesso:
perocché mentre io me andavo in brodo
per piacer cui simil non ebbi mai,
cotal baciozzo e sì solenne e sodo
sotto la manca poppa v’appiccai,
che vi restò l’impronta in modo
che restar vi dovrà per giorni assai,
e se meglio chiarirvene volete,
guardate ove v’ho detto, e lo vedrete».
Ed ei: «Quantunque io non ebbi usanza
di nuda rimirar la carne umana,
pur questa sera spoglierommi in stanza
per osservar la stimmata sì strana».
Intanto alla monastica pietanza
frati chiama il suon della campana;
onde sortendo fuor del parlatorio
l’una andò a casa e l’altro al refettorio.
E vedendo sì ben la vaga idea
riuscire della sua metempsicosi,
padre Pasqual già stabilito avea
principii proseguir sì avventurosi.
«Sia benedetto pur», fra sé dicea,
«quando a tal stratagemma il pensier posi,
e benedetta cento volte sia
la balordaggin della donna mia.»
Ed alla sua mezzana e confidente
del giorno all’imbrunir se ’n correa subito,
e trasformato in Gabrïel sovente
iva a monna Lucrezia, ed io non dubito
ch’ella seguito avria tranquillamente
a goder tale angelico concubito,
se non avesse per poco giudizio
di quell’affar dato ella stessa indizio.
Dopo aver colle amiche un dì ciarlato
di trine e nastri e d’abiti e di mode,
e della sua toletta e del bucato,
e di creste con code e senza code,
e de’ fatti di tutto il vicinato,
come far dalle femmine ognor s’ode,
d’un in altro discorso andando avanti,
vennero a ragionar de’ loro amanti.
Chi disse averne due, chi tre, chi più,
e su gli altri ciascuna i suoi lodò.
Lucrezia allor, tocca da orgoglio fu,
e disse: «Un sol che va per mille io n’ho».
Tutte a dir l’incitaro; ed ella: «Orsù,
se tacer promettete, io ve ’l dirò:
sappiate che l’arcangel Gabrïello
arde per me d’amor il poverello».
Credean le donne in pria ch’ella scherzasse,
ma poiché vider che dicea da senno,
ebber forte timor che vaneggiasse;
e l’una all’altra coll’occhio fe’ cenno,
sogghignando fra i labbri, e a voci basse
disser fra lor: «Costei perduto ha il senno».
Se n’avvid’ella, ed onta il cor le punse,
e con riso sardonico soggiunse:
«Oh! se una volta sol gustar poteste
con un angiolo in carne, in ossa e in pelle,
le dolcezze del coïto celeste,
son certa, le mie care semplicelle,
che tutt’altro piacer lo credereste
insipido trastullo e bagattelle:
ben io lo so che tanto all’angiol piacqui,
e seco tante notti in letto giacqui».
La cosa immaginar più o men com’era
le donne allor, che conoscean la sciocca;
sicché disserlo ad altre, e in tal maniera
quella storia passò di bocca in bocca;
ché arcano in cor di femmina ciarliera
non resta, e fuor per la lingua trabocca,
e in breve se n’empì tutta Venezia,
e l’intese il cognato di Lucrezia.
Ei la custodia avea dell’arsenale,
uom pronto e scaltro, e si nomò Tommaso,
faceto sì, ma in zucca avea del sale,
e le mosche sapea tôrsi dal naso.
Costui narrar sentendo istoria tale,
non mostrò darle fede o farne caso,
perché volea, send’egli un buon umore,
coll’inganno punir l’ingannatore.
Più d’un disegno fé, ma sempre in forse
stette se proprio ed eseguibil era;
quando dell’arsenal le chiavi scòrse
che a lui portar solevansi ogni sera
ciò pensier nuovo e nuova idea gli porse,
e già divisa i mezzi e la maniera,
che con quelle mandar vuole ad effetto
un suo capricciosissimo progetto.
Di San Pietro la figura prende,
come l’immagin sua vediam dipinta;
il giudaico manto a piè gli scende,
in mano ha due gran chiavi, e dalla cinta
al manco lato la coltella pende,
tosi ha i capelli e la barbetta finta;
e a ben guardarlo dinanzi e di dietro
detto avresti: «Per Dio! questi è san Pietro».
E poscia a casa andò della cognata
intabarrato in così strano arnese,
e trovando che aperta era l’entrata,
guardò d’intorno, e poscia su v’ascese,
e nascostosi in parte inosservata
l’apparizion di Gabrïello attese,
qual fra boscaglie collo schioppo carco
attende il cacciator la lepre al varco.
Gran calpestio su per le scale sente,
e vede Gabrïel che se ne viene,
che spinto da carnal stimolo ardente
negli occhi impresse avea le voglie oscene.
Se gli fa avanti, ed improvvisamente
per un braccio l’afferra e forte il tiene,
e con sdegno scotendolo, gli affisse
in volto il guardo minaccioso, e disse:
«Tu qui? Tu ancor senza il permesso mio
ardisti uscir dalle celesti porte?
Guardami in volto ben: Pietro son io,
il portinaio dell’eterea corte;
ma se non fo che tu ne paghi il fio,
disonor dell’angelica coorte,
vo’ questa volta che mi mangi l’orco,
angiolo puttaniero, angiolo porco!»
Le chiavi in questo dir gli dié sul muso
con forza tal che l’ebbe a sbalordire;
indi replica il colpo, e quel confuso
scappar voleva, e non sapeva ov’ire,
ché ogni passaggio da colui gli è chiuso:
or qua s’aggira, or là, né può fuggire
dal tempestar delle sonore e gravi
percosse ree delle terribil chiavi.
Quale in agosto alla campagna aprica
l’industrioso e provvido villano,
lieto il frutto in veder di sua fatica,
di doppio legno arma la dura mano,
e dà frequenti colpi in sulla spica,
acciò la paglia separi dal grano;
tal con fieri percosse replicate
messer Tommaso percoteva il frate.
Pel naso e per la bocca il sangue spande,
l’ossa e la carne in ogni parte ha pesta,
ed inutile è ch’ei si raccomande;
ché colui non l’ascolta e non s’arresta.
D’un veron che sporgea sul canal grande
alfin s’avvede, e poiché ornai non resta
altro scampo, altra via, là corre in fretta,
e disperatamente giù si getta.
Allora andò l’apostolo benedetto
là dove udendo il suon delle percosse
stava Lucrezia rannicchiata in letto,
né potendo capir che mai ciò fosse,
timido il cor le palpitava in petto.
Vèr lei con faccia burbera si mosse
dicendo: «E tu non te n’andrai impunita
d’aver gli angioli indotti a mala vita».
E nuda la discopre, indi la chiappa,
la rivolge sul letto in giù boccone:
frem’ella e si contorce e si rattrappa,
ma colui senz’usar compassïone
mena le chiavi, e or l’una or l’altra chiappa,
or le reni le scuote, or il groppone.
«Misericordia!» con amaro pianto,
«misericordia!» ella gridava intanto.
E poscia ch’egli l’ebbe concia a segno
che mezza morta è per dolor rimasa;
avendo a fin condotto il suo disegno,
se ne tornò tranquillamente, a casa,
lieto d’avere con astuto ingegno
convinta la cognata e persuasa
di san Pietro per sempre a ricordarsi,
né più a voler con angioli impacciarsi.
Or quivi, o Conte, generoso e degno,
cui venerare io mi compiaccio e vanto,
so ben che a voi non piace e avete a sdegno
un tratto di rigore aspro cotanto,
che giustamente lo credete indegno
d’alma ben nata e molto più di un santo;
ché fare offesa e torto al gentil sesso
dalla terra e dal ciel non è permesso.
E ben conviene a voi simil pensiero,
che siete di bontà, di cortesia,
e di ogni gentilezza esempio vero,
né vi fa d’uopo della lode mia,
e odiar solete ogn’incivil severo
atto di crudeltà, di villania:
onde a riguardo vostro, ad ogni patto
meglio mi volli assicurar del fatto.
E vidi i manoscritti tutti quanti,
consultai le persone illuminate
nelle materie lubriche e galanti,
e sulle nozïon da me acquistate
tutte collazionai le varianti.
Chi dice che colui, sparito il frate,
data a Lucrezia una tremenda occhiata,
partì, e lasciolla tutta spaventata.
Chi dice che in scoprir le belle e bianche
membra di lei che piange e si desola,
l’ira ammorzò, s’intenerì pur anche
della beltà che a riguardar consola.
Le nude cosce, il corpo, il petto e l’anche
sbirciò lascivo e gliene venne gola:
ma si vinse e partì, né la toccò:
chi dice ch’altre chiavi adoperò.
Di queste lezïon ch’io ritrovai,
qual vi aggrada, signor, sceglier potrete
che al vostro gusto son conformi assai,
perché più moderate e più discrete.
Se il fatto altramente io raccontai,
spero che voi scusar me ne vorrete,
ché in materia cotanto dilicata,
credei meglio tenermi alla volgata.
Ma ritorniamo al nostro fra Pasquale
che nel canal caduto era dall’alto,
e per fuggir più periglioso male
erasi posto al disperato salto.
Cadde giù a piombo, e benché avesse l’ale,
non si potette equilibrar in alto,
poiché per sollevare umana ciccia
o poco o nulla giova ala posticcia.
Non altrimenti che Icaro nel mare
al certo il frate nel canal periva,
ma buon per lui che sapea ben nuotare;
onde il coraggio quanto può ravviva,
che a maggior uopo non gli può giovare;
e tanto fe’ che alfin si trasse a riva,
e con lena affannata ed a gran stento
bel bel si ricondusse indi al convento.
A riprender le vesti e la sottana
da monna Cornificia ei sarebb’ito,
ma la sua casa troppo era lontana,
ed egli è sì mal concio e rifinito
che miracol sarà se ne risana;
onde credette l’unico partito
drittamente al convento andar ben tosto,
che non era di là molto discosto.
Lasciato ha strani segni, ovunque ha colto
la grandine de’ colpi a cui soggiacque;
livido, pesto e sfigurato ha il volto.
L’alta caduta a contrastar coll’acque
le vesti e ciò che indosso avea gli ha tolto,
onde rimasto è nudo come nacque;
e del convento la chiave ha perduta,
che avea seco infin allor tenuta.
Onde suonò la campanella, e a un tratto
venne ad aprirgli il portinar fra Elia,
che a prima vista lo credette un matto;
l’osserva poi, né sa capir chi sia,
perch’egli è sì malconcio e contraffatto
che par non abbia d’uom fisonomia;
ond’ei che toglier di stupor lo vuole,
gli favella con fievoli parole:
«Non mi riconosci? Fra Pasqual son io,
sì, quel purtroppo son, fratello in Cristo,
io quel servo indegnissimo di Dio.
Il Diavolo per far di me l’acquisto,
come vedi ha ridotto il corpo mio
in questo stato doloroso e tristo;
e perché sii di ciò più persuaso,
narrar ti voglio il deplorabil caso.
Mentre guari non è, come ogni sera
far soglio, di cristian gli obblighi adempio,
e fisso son nella mental preghiera,
il nemico comun perverso ed empio
me nudo, e non so dirti in qual maniera,
portò sopra il pinnacolo del tempio,
come allo stesso Salvator già feo,
secondo scrisser già Marco e Matteo.
E di lassù tutte al mio guardo espose
le venete ricchezze insiem ridutte,
in oltre le più belle e più vezzose
vedove donne e maritate e putte;
e disse: ‘Vedi tutte queste cose?
Se tu m’adori te le vo’ dar tutte’,
io con disprezzo e collera lo guardo,
poi gli dico: ‘Eh! va via, che sei bugiardo!’
Ma quei non fece a me come a Gesù,
né volle come a lui riguardi usarmi.
‘Così’, riprese, ‘mi rispondi tu?’
E gran pugno avventommi indi col darmi
un calcio in cul precipitommi giù.
Un angiol, cred’io, venne a sollevarmi,
poiché, a terra cadendo dal pinnacolo
io viver non potea senza un miracolo.
Nondimen la caduta e le percosse
mi han ridotto così, caro fratello».
Frate Elia che a pietà di lui si mosse,
lo ricoprì col proprio suo mantello,
poi nella cella sua seco portosse
e sopra il letto l’adagiò bel bello.
Sparsasi pel convento la novella,
tutti a vederlo corsero alla cella.
Facevangli corona i frati attorno:
un frate gli dicea: «Beato te
che ti protegge il ciel!» «Beato, un corno!»
tacitamente ei rispondea fra sé.
L’altro: «Vedrem te sugli altari un giorno,
la palma del martirio ti si de’».
«Ma se tu», disse alcun, «martire invitto,
battevi la collottola, eri fritto.»
E in guisa tal il giusto premio ottenne
l’ipocrisia del frate e l’impostura,
e poscia infin che visse ei si sovvenne
di quella memorabile avventura,
e non mai più la fantasia gli venne
di usurparsi l’angelica figura:
e le sue falsità fattesi note,
più non poté ingannar l’alme divote.
Ché il fatto, come avvien, si divulgò
in pochi giorni per tutta Venezia,
e per gran pezzo ciaschedun parlò
dell’angiol, di san Pietro e di Lucrezia,
e altamente da tutti si lodò
di Tommaso la provvida facezia,
con che dell’un l’inganno a un tempo volle,
e dell’altra punir l’orgoglio folle.
Benedette pur voi, che m’ascoltate,
il di cui cor quanta superbia abbomini
io sollo, e quanta, o Donne mie garbate,
modestia e saviezza in voi predomini;
né per amanti gli angioli cercate,
ma siete paghe dell’amor degli uomini.
Sì, Donne care, stiam quaggiù fra noi,
gli Angioli li godremo in cielo poi.